SEGUE LO STESSO ARGOMENTO

Comines poco potea trattenersi in Milano; onde non osservò allora di

fretta se non la cose più notevoli. Egli ammirò l’antico tempio di

Sant’Ambrogio, ove erano pel passato coronati i Re d’Italia; ammirò il

Duomo cominciato da Gian-Galeazzo Visconti, probabilmente per espiare

l’avvelenamento dello zio; come forse poi per consimile motivo Lodovico

il Moro alzò il tempio della Vergine presso S. Celso. Ma la città,

sebbene abbellita qua e là da moderne fabbriche alzate dai ricchi

milanesi e dai principali feudatarj dello stato, desiderosi, come

accade, di brillare alla corte elegante de’ loro principi; malgrado

ciò, dico, era in gran parte composta di case antiche abitate da

artigiani numerosi, e con vie anguste e irregolari; come in generale

erano quasi tutte le città a que’ tempi. Tra i palazzi più cospicui di

allora se un avanzo il mio lettore desidera di conoscerne, osservi la

casa de’ Borromei, e il Broletto che era stato l’abitazione del famoso

Carmagnola, condottiero notevole pel suo valore, per la sua infedeltà,

e pe’ suoi delitti. Varie case poi non erano state rifabbricate,

ma solo abbellite col dipingerne la facciata e ornandola anche di

bassirilievi. In generale però si era fatto molto; e il Lazzaroni

ebbe a dire, che Milano di rugosa vecchia era diventata un’avvenente

donzella, per merito di Lodovico. I Visconti aveano poi qua e là

alzati alcuni palazzi, ma più notevoli per vastità che per bellezza; e

tali erano quelli dell’Arengo o Broletto vecchio ove ora è il palazzo

vicereale, quello di S. Giorgio, quello di S. Giovanni in Conca; come

anche quello, più antico di tutti, sulla piazza de’ Mercanti, detto

il Broletto nuovo, che era il palazzo del comune. Nel Broletto vecchio

risedeva allora il Consiglio di Giustizia. Il Lazzaretto, fuori della

città a qualche distanza, pure fu dal Comines osservato e lodato; e

visitò anche la Certosa di Carignano, alzata dall’arcivescovo Giovanni

Visconti: del resto per que’ tempi era cosa sontuosa non meno che

nuova il portico de’ Figini, eretto da Pietro Figini in occasione delle

nozze di Galeazzo Sforza, ed a decoro, come una lapide ricorda, della

sua florida patria. Il tempio di S. Maria delle Grazie coll’unitovi

chiostro non era ancora (se vogliamo credere al Morigia) stato alzato

da Lodovico; come pure una parte di quelli altri edifizi di questi

tempi di cui già tenemmo discorso al nostro lettore.

Finalmente egli osservò il bellissimo castello della città che passava

per il più sontuoso dell’Italia. Rialzato da Francesco Sforza, ei non

l’abitò; ma tosto vi si ricoverò il suo successore, Galeazzo, che molto

ampliò la ducale abitazione di esso, e moltissimo la abbellì di opere

di pittura, arte della quale assai si compiaceva. Ricchissima era la

stalla degli Sforza: la loro cappella vantava musici eccellenti; poichè

non poco se ne dilettarono que’ principi, come anche Lodovico il Moro.

E sempre nuovi abbellimenti andava poi ricevendo quella magione ducale;

ed anche al tempo in che la visitava il Comines vi lavorava il celebre

Leonardo da Vinci, pittore, scultore ed architettore eccellente,

e celeberrimo meccanico. In quel giorno stesso Vinci si era recato

a Pavia, per dar ordine alle feste che far colà si doveano per la

venuta del Re; e Corio, dolente di non poter far conoscere al francese

istorico quell’uomo già celebre, gliene narrò la vita, e gli mostrò

le sue opere. Noi faremo lo stesso col nostro lettore; ma servendoci

ancora di materiali estranei alla narrazione del Corio.

Leonardo da Vinci nacque in un piccolo castello posto in Valdarno da

non legittima alleanza nel 1452: ma allora in Italia, come lasciocci

scritto il Comines e come i fatti mostravano, poca differenza facevasi,

noi il dicemmo, fra il figlio legittimo ed il naturale. Ser Piero suo

padre, vedendone l’ingegno perspicacissimo, per cui a molti studj

attendendo in tutti assai riusciva, e tali erano l’aritmetica, la

musica, la poesia, il disegno; ma accorgendosi che nel disegno poi

facea progressi maravigliosi; lo pose a studiar quest’arte bella presso

Andrea Verocchio, valente pittore, scultore ed architettore; e ben

presto il maestro fu dal discepolo superato. E già era celebre e come

artista e come meccanico, quando il Duca di Bari lo prese al suo soldo,

circa al 1483, incaricandolo fra le altre cose di formare una statua

colossale equestre di bronzo rappresentante il glorioso suo padre

Francesco Sforza; al cui modello in creta subito ei pose mano. Uomo

ingegnoso oltre modo, fu a lui, credesi, che nel 1489 venne commesso

di dirigere la pompa delle nozze del duca Gian-Galeazzo; e nel 1490 poi

regolò gli spettacoli che si diedero per quelle del Moro. Ma l’incarico

principale che il Duca di Bari affidò al Vinci, fu la direzione

dell’accademia di arti, da lui stabilita col pretesto di dare al nipote

un’educazione quale a gran sovrano conveniva. Lodovico infatti, non

contento di aver ornata Milano di pace, dovizia, templi, e magnifici

edifizj, volle ancora arricchirla di mirabili e singolari ingegni, i

quali a lui da ogni parte allora concorsero; onde Bellincioni poeta

fiorentino, da Lodovico pure a sè chiamato, in un suo sonetto in lode

di questo principe disse, che Milano per scienza era una novella Atene.

Vinci, oltre all’occuparsi intorno al modello per la detta statua

equestre, e dirigere all’uopo gli spettacoli che davansi ora dal

sovrano ora dai gentiluomini, lavorava anche come pittore; ed egli

fece i ritratti di due donzelle amate dal Duca di Bari, cioè Cecilia

Galleriani e Lucrezia Crivelli, dalla seconda delle quali Lodovico ebbe

certamente uno de’ suoi figli naturali, che fu Gian-Paolo; il quale poi

si distinse nel 1513 nella difesa di Novara contro i Francesi, ed ebbe

nome di prode guerriero. I costumi di Lodovico non erano men rilassati

che quelli di tanti altri del suo tempo; e i ritratti delle sue belle

furono lodati senza mistero, in versi, dai poeti corrotti di quei dì.

Le altre opere insigni che Vinci fece in Milano sono posteriori

all’epoca di cui parliamo. Egli era un vero genio; esperto non solo in

tutte le belle arti, ma ancora in molte scienze: e precedè il Galileo

nell’attenersi all’osservazione della natura ed inculcarla come norma

sicura a’ suoi seguaci. La pittura, la scultura, l’architettura,

la geometria, l’idrostatica, la meccanica, la musica, la poesia,

furono quasi ad un tempo oggetto de’ suoi studj, ed in tutte riuscì

eccellente. E a penetrante ingegno congiungevansi in lui bellezza di

volto, grazia di favellare, e soavità dì tratto; sicchè era l’oggetto

della maraviglia e dell’amore di tutti. Egli percepiva da Lodovico

l’annuo stipendio di 500 scudi d’oro. — Le opere più insigni che fece

in Milano furono, oltre il modello della statua colossale di Francesco

Sforza (il quale fu poi dai soldati francesi vandalicamente atterrato

nel 1499), il Cenacolo stupendo dipinto nel refettorio nel convento

di S. Maria delle Grazie; e l’unione dei due navigli, dell’Adda e del

Ticino, col mezzo di un canale di comunicazione introdotto in Milano,

superando mediante sei conche o sostegni la differenza assai notabile

di livello che a ciò si opponeva.

Corio ragionò altresì al Comines d’altri uomini sommi che il

principe proteggeva: fra’ quali v’era il Bellincioni, dal Moro

amato singolarmente, e di doni ed onori colmato, ed anzi di alloro

solennemente ancora, se è vero ciò che si dice, incoronato: egli morì

nel 1491; e stimate furono a’ tempi suoi le sue poesie burlesche.

Altro poeta era quel Bramante cui Comines visto già avea, e delle

cui opere di architettura già altrove alcuna cosa toccammo: egli

era stretto in grande amicizia con Gaspare Visconti, poeta allora

celebre, come si disse: e, al pari del Vinci, era abilissimo nel dir

versi all’improvviso al suono di cetra. Aveva da Lodovico un modico

stipendio; onde, sempre in bisogno, mostravasi mal contento della

propria sorte, ed era costretto a ricorrere agli amici; e sì che anche

di pittura sapeva lavorare! Più tardi, ei da Milano passò a Roma; ove

fu il primo a disegnare quella gran basilica Vaticana; cominciata nel

1506.

Franchino Gaffurio, nativo di Lodi, a ragione tenevasi pure per un

distinto ingegno. Insegnò musica in Verona, in Genova, in Napoli,

nella sua patria; e nel 1482 venne eletto dal Moro capo de’ cantori

di Milano, ove insegnò l’arte sua, componendo a un tempo opere che gli

acquistarono molta fama.

E d’altri personaggi ancora, allora famosi, il Corio parlò al sig.

d’Argentone; ma noi non ne terremo parola; perchè ora la troppa età

sparse largo obblio su la loro rinomanza e le loro opere; e frate

Luca Pacciolo, famoso nelle matematiche, e Demetrio Colcondila greco

versato nella letteratura sua patria e nella latina, entrambi da non

confondersi con altri nomi minori, vennero più tardi ad onorare la

corte del Moro, cioè nel 1496 il primo, e nel 1492 il secondo. Noi

piuttosto non passeremo sotto silenzio due benemeriti ministri del

principe che sì splendida protezione prestava alle lettere, e sono

Bartolommeo Calchi e Jacopo Antiquario.

Bartolommeo Calchi di antica e nobile famiglia di Milano, avendo

fatti negli studj notabili progressi, fu dal duca Galeazzo Maria,

poi da Lodovico, dichiarato primo segretario, e adoperato a consiglio

ne’ più rilevanti affari. Molti dotti gli dedicarono le loro opere,

celebrandolo come cultore degli studj e loro mecenate. Egli a proprie

spese, come in parte si disse, fabbricò in Milano due scuole che

minacciavano rovina, e le provvide di buoni maestri. Sopravvisse alle

sventure del Moro; e morì di 74 anni nel 1508, — Jacopo Antiquario

venne pure lodato assai dai letterati de’ suoi tempi che dedicarongli

loro opere; uomo probo e liberale, era generalmente amato ed onorato.

Perugino di patria, servì come segretario Galeazzo Maria Sforza, il

figlio di lui, e Lodovico il Moro: amava convitare i dotti suoi amici;

ma egli era sobrio oltre ogni dire, e di semplici costumi. Scriveva con

eleganza, ed era anche buon verseggiatore.

Il Comines non mancò eziandio di interrogar il Corio intorno alle cose

del governo e dell’amministrazione dello stato; e Corio gli fu assai

largo di particolari su questo proposito.

Un Consiglio di Stato ajuta il Duca nell’esercizio del potere

legislativo e negli affari concernenti propriamente lo stato: in questo

consiglio, oltre i consiglieri dello stato, entrano il castellano della

rôcca Giovia, il primo segretario, il maestro generale di casa, il

camerlengo, i commissarj generali della gente d’arme, e qualch’altro

dal principe a ciò autorizzato. Tale consiglio non è mai composto di

meno di venti membri: e radunasi nel Castello, avanti al principe. — Un

Consiglio di Giustizia, assai meno numeroso, ha sede nella corte ducale

dell’Arengo a canto al Duomo, e delibera intorno alle cause civili e

criminali.

I Maestri delle entrate hanno la cura delle entrate; e pongono

all’incanto i dazj dì Milano, facendo incantar quelli di fuori dai

referendarj: fanno riscuotere le entrate, e le mandano al tesoro:

sono sorvegliati dal principe e dal Consiglio di Stato. Un magistrato

straordinario si stabilisce per le entrate straordinarie. Durante

le guerre, Lodovico creò i deputati del danaro, a fine di trovar

danaro e far le spese straordinarie. I commissari del sale hanno

cura delle saline di Bobbio, ec.; prodotto il sale essendo per lo

stato assai rilevante. Il tesoro resta nella rôcca di Porta Giovia

sotto la custodia di tre chiavi. I referendarj della città attendono

all’esazione delle entrate.

Sonovi quattro vicarj generali per fare i sindacati; tre di questi son

forestieri, affinchè riescano più imparziali; uno è milanese, per dare

quest’onore alla città primaria dello stato. Il capitano di giustizia,

il podestà di Milano, e il vicario di provvisione di questa città sono

pure cariche eminenti. Alle podesterie delle città minori si eleggono

uomini di grado onorevole; ed essi tengono giudici e vicarj sotto di

sè secondo il bisogno, e famiglia per eseguire i loro ordini. Le terre

minori hanno anch’esse i loro ufficiali. Cinque conservatori degli

ordini attendono a fare che le cose camminino rettamente e secondo il

giusto ordine. Minori ufficiali sono i cancellieri, i ragionati, ed

altri. Vi sono, un ufficio delle vettovaglie, che invigila che lo stato

non manchi di biade; uno di sanità, che sorveglia al mantenimento della

salute pubblica. Il papa nomina ai beneficii vacanti; ma il principe

propone il candidato.

Un maestro generale della corte osserva gli ordini del palazzo e li fa

osservare dai senescalchi. Al servizio della corte v’è un numero grande

di persone, fra i quali i camerieri di camera.

L’Inquisizione attende a purgar lo stato dagli ebrei e dai marrani;

qualche volta essa fa ardere stregoni: e così mantiene pura la fede.

— Le pene sono spesso ridotte a multe: la tortura giova ad ottenere le

confessioni de’ rei: sonovi confische; ma ad esse procedesi lentamente:

talora la pena di morte è esacerbata da tormenti: così gli uccisori di

Galeazzo Maria Sforza, fra cui l’Olgiati, furono tanagliati e squartati

vivi, per porsene le membra sulle porte della città, a terrore di chi

fosse tentato di imitarli.

Infatti gli statuti sono abbastanza saggi per rispetto al tutelare la

roba; ma troppo crudeli nel togliere per motivi poco gravi la vita.

Eccone un’idea. Nessuno deve porsi alla tortura se non quando, imputato

di grave delitto, abbia contro di sè forte indizio: gravi delitti

consideransi quelli di eresia, sodomia, di aver turbata la quiete

pubblica; aver commesso assassinio, stupro, veneficio; aver sostenuto

alcuno in privato carcere; aver commesso falso, saccheggio, furto,

incendio, ed alcuni altri misfatti pei quali corre pena di sangue. Il

testimonio poi non può torturarsi, se non vacilli o dica il falso. Una

sentenza criminale è inappellabile; ma il reo entro un mese dopo che fu

preso deve essere dal podestà o condannato o rilasciato: e le sentenze

devono emettersi in un luogo pubblico, cioè o nel Consiglio pubblico,

o nel Broletto nuovo, o nella Corte dell’Arengo. Trattandosi di pene

pecuniarie, se ne perdona la metà a chi prontamente confessa il proprio

delitto.

L’omicida è decapitato; e se fugge gli si confiscano i beni, tranne

una parte concessa a’ suoi eredi, che è la metà circa. Di morte

è punito chi rapì una donna onesta colla forza e la violò: se non

concorse la forza, paga grave multa. Uccisa è pure l’adultera; ma non

può esser accusata che dai più stretti parenti: la donna non maritata

che spontaneamente si abbandona ad un amante è gravemente multata, ma

non può pure accusarsi che da stretti parenti: e vanno eccettuate le

pubbliche meretrici. Il reo di sodomia è abbruciato. Chi tiene privato

carcere, è punito di morte: rigorosamente è punita ogni violenza: il

ladro è impiccato: uccisi sono venefici e incantatori; il ladro famoso

è appeso alle forche per la gola: per furti piccoli, foransi al reo

le orecchie con un ferro rovente, ed è frustato per le strade; ma se

è recidivo, è impiccato, o per grazia multato: per un terzo furto, è

impiccato irremissibilmente. Ma un furto di pochi soldi non viene però

come furto punito. L’assassino è tratto alle forche a coda di cavallo,

e quivi appiccato per la gola: e come assassino è considerato tanto

colui che per prezzo uccise alcuno, quanto quegli che pagò per farlo

uccidere. — Per ferite, ingiurie, ec, corre multa a favor del comune:

le multe sono più o meno gravi a norma della gravità della ferita;

p. e., per aver cavati gli occhi ad uno pagavansi cinquecento lire di

terzuoli. — Chi ricovera un reo di gravi delitti, è considerato come

esso reo. — Il fabbricatore di moneta falsa viene abbruciato: chi

falsa carte importanti, paga il quadruplo ed è esposto in pubblico per

tre dì: se è recidivo, gli vien troncata una mano; la terza volta è

abbruciato. — I comuni devono risarcire i danni fatti in essi. — Chi

tiene giuochi proibiti, è multato gravemente. — Di notte dopo il terzo

segno, nessuno può andar con armi col lume, o senza armi e senza lume.

Nessuno poi può portar armi proibite per la città, se non uscendone o

entrandovi.

Anche le leggi civili sono convalidate spesso da gravose multe. Non

sempre è permesso appellarsi a un giudice maggiore nelle cause civili;

nè mai poi più d’una volta. Nelle successioni, i maschi sono assai

vantaggiati in confronto delle femmine: le donne, dotate che sieno,

altro non ponno pretendere. La moglie non può dal marito ereditare più

del quarto de’ suoi beni: ha poi diritto sempre agli alimenti se non

abbia del suo, morendo il marito; come pure lo hanno gli ascendenti.

Nè noi lasceremo di qui accennare, che le professioni erano libere;

tranne alcune poche per le quali viene dagli statuti stabilito ciò che

far devesi in proposito. Era proibito esportar grano senza licenza;

e v’erano regolamenti concernenti i mulinai, i venditori di farina,

i prestinai, gli osti, i macellai, gli speziali, i rivenditori,

i pescatori; affinchè tutti non pregiudicassero i loro avventori

nell’esercizio della loro professione. Così v’eran regolamenti

opportuni intorno ai pesi e alle misure. Anche altre professioni aveano

le loro prescrizioni; come ve ne erano per regolare i prezzi di varie

merci, ec., i dazi che esse doveano pagare, e cose simili.

Gli ecclesiastici avevano i loro giudici ecclesiastici, ossia il loro

foro separato: giudici proprj v’erano altresì pei mercanti; la cui

società proteggeva i proprj membri, e concorreva alla difesa della

città. I mercanti eleggevano 12 loro consoli annui; due de’ quali

aveano titolo di Abati, che duravano due mesi: tali consoli giudicavano

secondo la legge e la consuetudine, e vegliavano sulle cose relative al

commercio. — I mercanti di lana aveano particolari statuti: eleggevano

quattro consoli con giurisdizione intorno alle cose spettanti alla loro

arte, e ciò senz’altro appello fino alla somma di lire 10 terzuole:

e tale società avea altri regolamenti concernenti i suoi particolari

interessi: nessuno poi potea lavorar lana se ad essa società non

apparteneva; nella quale non entravasi se non presentando idonea

cauzione. — Gli usurai, saviamente non erano considerati come mercanti.

— Il mercante che fuggisse per non pagare, era perseguitato, lui e

della sua famiglia i membri che con lui convivevano.

Eranvi poi, oltre le leggi suntuarie, altri regolamenti, rispetto

alla caccia; alle meretrici, a cui non era permesso abitare che in un

luogo solo della città, nè mostrarsi in pubblico se non sotto alcune

condizioni; e contro i bestemmiatori che venivano condannati ad una

multa.

Però se varie delle pene erano gravi, quella età concedeva talvolta

ad esse alcun temperamento; poichè v’aveano gli asili de’ templi, ove

ricoverando spesso il reo dovea trovare salvezza. Tuttavia pare, che

l’abuso degli asili fosse maggiore ne’ tempi successivi che in quello

di cui parliamo: come che pure allora sussistente, era meno esteso.

Infine, fuori della città ogni comunità del milanese era obbligata

ad aver campari, i quali custodissero le proprietà de’ loro abitanti;

ed erano poi tenute le varie terre a reintegrare i danni che in esse

venissero a chi che si fosse recati.

Ma tornando agli ordini del governo, il Duca, osservava Corio, ha

quattro segretarj; il Calchi, è alla testa degli affari di stato ed

ha sotto di sè varj cancellieri, uno per la Germania, un altro per

Venezia, ec.; il secondo segretario, Jacopo Antiquario, è per le cose

ecclesiastiche; un terzo, per gli affari di giustizia, e singolarmente

criminali; l’ultimo è incaricato degli affari della Camera, e fissa la

lista delle spese de’ salariati, ed altre, spedendole ai maestri delle

entrate perchè ne facciano seguire i pagamenti: e questi segretarj

abitano nel Castello ove risiede il principe.

Ora è cosa rara che si aduni il Consiglio Generale della città; ma

questo si convoca però ancora nelle circostanze più gravi: per altro i

Duchi hanno ormai paralizzate le facoltà di tal consiglio.

Il duca sceglie i castellani a cui sono date in consegna le fortezze

dello stato; esse sono ottantotto. Quanto alle milizie, queste si

compongono di uomini d’arme, cavalli leggeri, e provvisionati; ed

hanno i loro capitani e capi. Le guardie del principe chiamansi

lance spezzate. In tempo di pace si tengono 1200 uomini d’arme,

cioè 200 della famiglia, 300 lance spezzate, ed il resto camerieri e

gentiluomini di casa del Duca, e capitani, condottieri, ed altri capi;

500 cavalli leggeri, e 600 provisionati. In tempo di guerra queste

truppe si aumentano, giusta il bisogno. La paga è data alla famiglia

d’arme e lance spezzate dai deputati a quest’ufficio: mentre gli uomini

d’arme e cavalli leggeri de’ capitani e condottieri vengono pagati

dai loro padroni, secondo che è specificato nelle condotte loro; i

quali ponno anche cassarli e rimetterli; avendo però obbligo di tenere

compagnie buone, fedeli, e ben in ordine. — Alle genti d’arme tutte

sono deputati due commissarj generali, i quali ne abbiano cura. — La

custodia della rôcca di Porta Giovia è raccomandata al suo castellano.

Finalmente il Corio diede al signor di Comines varie notizie sulla

condizione de’ cittadini. Il commercio gli arricchisce grandemente,

egli diceva; le manifatture sono floride, e consistono particolarmente

nella fabbricazione famosa delle armi, e in quella de’ panni, e de’

drappi serici. Ma il traffico non si limita a questi soli oggetti:

grande è il numero dei banchieri e mercanti: grande è la varietà dei

mestieri, e la copia degli artigiani. Coll’agiatezza de’ cittadini,

cresce la gentilezza de’ costumi: e il lusso della corte di Lodovico ne

è fomite ed esempio; qui infatti spettacoli, qui giostre, qui tornei,

qui teatro, qui musica, ec. Lo sfoggio, in generale, è nelle vesti; ma

talora si grandeggia anche nei pranzi, negli addobbi, e in mille altri

modi: se non che ora comincia a introdursi del manierato ne’ nostri

modi del conversare. — E veramente allora Milano, per testimonianza

anche del Guicciardini presentava un aspetto invidiabile. «Pienissima

di abitatori, dic’egli, mostravasi; e per la ricchezza dei cittadini

e per il numero infinito delle botteghe ed esercizj, per l’abbondanza

e dilicatezza di tutte le cose appartenenti al vitto umano, per le

superbe pompe e sontuosissimi ornamenti così delle donne come degli

uomini, e per la natura degli abitanti inclinati alle feste ed ai

piaceri, non solo piena di gaudio e di letizia, ma floridissima e

felicissima sopra tutte le altre città d’Italia.»

Da altri particolari che al Comines erano dati dal Corio però

rilevavasi, che un velo di superstizione ancora in generale ingombrava

le menti: e lo stesso Lodovico il Moro prestava fede all’astrologia

giudiziaria che universalmente era in voga. Si credeva ne’ presagi,

negli auguri; e ad ogni tratto si stimava di vederne: e la plebe era

in mille altri modi ancora superstiziosa. Già si disse della credenza

nelle stregherie; prestavasi fede nella magia; e gli impostori

poteano ciurmare i popoli quanto loro piaceva. Il clero, sì regolare

che secolare, generalmente, era ignorante e corrotto. Molti erano i

monasteri; ma non tanti però come furono ne’ tempi seguenti. Se non

che la cultura, che ora si promoveva, era sperabile avrebbe prodotti

favorevoli cambiamenti. Virtù non rara però era allora la beneficenza:

l’ospitale maggiore ne aveva varj altri sotto la sua direzione; e ne

esistevano ancora per l’alloggio de’ pellegrini poveri; ed uno per

ricoverarvi un dato numero di vecchi.

Il Comines fu soddisfattissimo di tutte le notizie importanti dategli

dal Corio; tanto più che da sè male avrebbe saputo procurarsele, poco

potendo trattenersi in Milano, come già dicemmo: egli, partendo,

strinse cordialmente la mano all’amico, che pure dovea recarsi a

Pavia; e gli disse: Noi ci rivedremo, probabilmente; ma in ogni caso

io mi ricorderò mai sempre con piacere del saper vostro e della vostra

cortesia; e ringrazio il cielo che mi abbia mandato un uomo tanto in

ogni cosa versato, per farmisi interprete di ciò che v’ha di meglio in

questa veramente splendida città! — Corio sorrise; e disse, che egli

pure ringraziava la fortuna che gli avesse fatto conoscere un uomo di

rara penetrazione, e tanto erudito delle cose de’ suoi tempi; come era

il signore di Argentone. — Quando l’amicizia sorge dalla stima, in poco

d’ora si fa grande e rimane poi durevole.

Capo XII.

Lodovico il Moro · 第 13 / 24 题