I FRANCESI IN ASTI

Carlo VIII nell’anno vigesimo secondo dell’età sua, indolente per ciò

che spettava agli affari, ma pieno di amore della gloria, si mosse per

la spedizione di Napoli sino allora non del tutto stabilita. Partiva

da Vienna il 23 di agosto; e passava nell’Italia per la montagna di

Monginevra molto più agevole a varcarsi che quella del Moncenisio. A

Susa per le poste era corso ad incontrarlo Galeazzo Sanseverino; il

quale, come si disse, già si era acquistata la sua benevolenza quando

avea visitato quel Re in Francia. Passava Carlo a Torino, dove si fece

prestare dalla duchessa di Savoia vedova del duca Carlo le sue gioie, a

fine di impegnarle per dodici mila ducati. Infatti Carlo, che impresa

avea la sua spedizione con forze non molto ragguardevoli veramente ma

sufficienti se abbiasi riguardo alla condizione dell’Italia in que’

tempi, egli, dico, difettava però oltre modo di danaro. Egli avea,

è vero, presi in prestanza con grossa usura cento mila franchi dalla

banca Sauli di Genova; e cinquanta mila ducati gli erano stati affidati

da un mercante milanese senza obbligo di interesse, e ciò per conto di

Lodovico il Moro sebbene non apparisse; ma queste ed altre sovvenzioni

non erano sufficienti al grande suo bisogno, giacchè vôto era il suo

erario. Nè molto ben provveduto era il suo esercito, di cui svizzeri e

tedeschi formavano il miglior nerbo; perocchè quanto ai francesi, gran

parte erano persone di perduti costumi, fuggiti alla giustizia, e che

portavano lunghi capelli e barba per nascondere le orecchie che loro

erano state fatte mozzare dalla giustizia per marchio d’infamia: e se

è vero che seco il Re avea altresì una fiorita e valorosa schiera di

giovani gentiluomini, avidi di segnalarsi, a questi per altro mancava

non poco la militare disciplina. — Il Re giunse ad Asti il dì 9 di

settembre: il caldo ancora grande avea affaticate le sue genti; i

vini, in quell’anno assai acidi, loro riuscivano ributtanti; già della

spedizione si era quasi noiati, e molti, fra i quali il Comines storico

assai notabile, stimavano tuttavia incerta cosa che avrebbe luogo. «Se

questa a buon termine è condotta, soleva ripetere il Comines, egli è

gran segnale che ci aiuta Dio, giacchè nè nel Re nè ne’ suoi capitani

nè nei suoi tesori vedo poter contare. Il Re per la sua età è savio,

ma esce adesso solo dal nido: e quelli che lo maneggiano a lor modo,

Stefano di Vers senescalco di Beauchere e il generale Brissonetto,

sono uomini non solo di bassa condizione ma senza esperienza. Quanto

a me però, io sono pronto; e mi vanto anche di essere stato il primo a

montare a cavallo».

In Asti per altro accadevano cose che accrebbero il coraggio del Re; il

quale dal suo canto non mancava di fermezza ne’ suoi disegni; fermezza

che anzi talora era tale che, al dir di Guicciardini, degenerava in

ostinazione. Infatti colà giunsero a Carlo buone notizie, cioè quelle

della vittoria riportata dal Duca d’Orleans a Rapallo sulla flotta

aragonese; il che servì pei francesi di lieto augurio. Innoltre a

confermar Carlo nella già cominciata impresa, giungeva il Duca di

Bari, accorso a complimentare il Re, insieme colla moglie, col Duca di

Ferrara, e un seguito brillante di gentildonne milanesi.

Lodovico era stato informato assai bene dell’umore del Re di Francia,

e della sua propensione fortissima per il bel sesso e pei sollazzi.

Un cavaliere animoso, elegante e destro, una bella donna, trovavano

sull’istante grazia presso di lui. Per ciò egli avea ricolmato di

carezze Galeazzo Sanseverino, genero di Lodovico; il quale allorchè

portato si era in Francia, v’era andato molto bene accompagnato, con

gran numero di bellissimi e buoni cavalli, con molte ricche armature

per giostrare e correre la lancia, e si mostrò in tali esercizi

abilissimo, essendo giovine oltre modo destro e gentile. Il Re gli

diede allora, il suo ordine di San Michele; ordine insigne, i cui

membri si chiamavano fratelli del Re; e con esso decoravansi di una

collana d’oro da portarsi sempre in memoria del dato giuramento. Verso

il bel sesso poi il Re era propensissimo; poichè giovane era pieno

di ardore, sebbene gracile di complessione. Per queste cose Lodovico

avea pensato di fargli piacere venendolo ad incontrare con una scelta

e lietissima brigata. Le matrone che egli seco conduceva come seguito

della moglie, erano tutte assai belle; e forse nessuna era tanto schiva

da rifiutare i favori di un Re di Francia.

Con molta curiosità questa brillante comitiva osservò il Re che

non tardò ad ammetterla in sua presenza. Era Carlo allora, come già

dicemmo, giovinissimo, ed era brutto e contraffatto anzi che no della

persona, notevole per una forte sproporzione delle sue membra: ma

l’aria del comando e le ricche vesti davangli una certa qual dignità;

e l’occhio suo brillava di una vivacità non ordinaria. Portava

allora una lucidissima armatura, tutta ornata d’oro, e coperta di

una sopravvesta turchina di velluto tempestata di gigli d’oro: in

capo avea una preziosa corona; ed era decorato del suo ordine di S.

Michele. Del resto, era piccolo, di corpo mal sano; ed erano i suoi

lineamenti non belli, benchè indicanti forse fermezza e l’impero, ed

anche una certa bontà che alcuni però dicevano remissione d’animo e

freddezza. — I gentiluomini del suo seguito vestivano con eleganza, e

riccamente: portavano vesti con tagli alle maniche di panno fino o di

velluto, che scendevano fin sotto le ginocchia o a mezza gamba od anche

fino a terra, e che d’ordinario stringevansi ai fianchi da un cinto;

berretti di velluto, con piume preziose; collari pur di velluto, con

trine d’oro e bottoni d’oro; e giustacori sotto, di raso od ormesino

bianco e d’altri colori, ricchi, e con fregi pur d’oro: i panni di

gamba erano sì stretti, da apparirne non solo i muscoli ma ancora le

vene: cingevano lunghe spade; teneano, come era uso, il capo coperto

anche alla presenza del Re, tranne il caso che questi loro dirigesse la

parola.

Dal loro canto il Re e i suoi favoriti consideravano essi pure il

corteggio milanese, non meno brillante e notevole. Lodovico il Moro si

presentò al Re di Francia in abito solenne; portava una veste fino a’

piedi di damasco cremisino ricamata con oro, e cinta con un cordone di

seta morello pur con oro tessuto: gemmato era il berretto morello ch’ei

tenea in mano. La capigliatura sua, vera o posticcia, scendevagli ricca

fino al collo con un’onda maestosa; il collo era nudo, se non in quanto

che in parte lo celava la candida camiciuola crespata che dall’abito

alcun poco sorgeva: le calze erano morelle; d’oro ricamate le scarpe.

Beatrice sua moglie mostrossi ancora più riccamente abbigliata: la sua

testa, da cui spirava un’aria virile, era adorna di alcuni ricci che

ne cingevano la fronte candida; mentre trecce ben acconciate erano poi

di questa il principale ornamento, con varie gioje: sopra i capelli di

dietro, un velo appuntato scendeva maestosamente, in preda agli scherzi

dell’aura: era di seta, vergato d’oro, di trine pur d’oro contornato;

e scendea a coprire tutta la sopravveste; ed un capo di esso, tirato

sotto il braccio sinistro, era attaccato sopra il petto: la sopravveste

che portava era di velluto verde stampato, ornata di passamani e ricami

d’oro, e lunga fino a terra: molte ricche gemme ne fregiavano il collo

e le smaniglie: qua e là brillare vedevansi bottoni d’oro e di perle.

Il Duca di Ferrara era a un dipresso vestito come Lodovico, tranne che

variava il colore dell’abito, che era scuro.

Le gentildonne del seguito di Beatrice distinguevansi, come si è detto,

per beltà; e molte erano rimarchevoli pel loro spirito. Varie erano le

loro acconciature, varie ancora, ma meno, le fogge delle vesti. Alcune

serrati aveano i loro capegli con una rete d’oro, sprigionandosene

però ciocche alle bande che loro pendevano graziosamente giù per le

tempie: altre aveano ricci molto belli attorno alla fronte; e le trecce

ben crespe ed in anella cadevano in giri voluttuosi sulla superficie

della testa: sulle quali alcune aveano fermati veli, trapunti d’oro

o d’argento. Tutte al collo portavano assai ricchi monili, di gemme

sfolgoranti o di pallide perle. Le vesti seriche erano spesso seminate

di fioretti d’oro: ricchi cinti, pure d’oro, di gemme fiammeggiavano:

varie di tali vesti erano aperte d’avanti, onde apparivano sottane di

velluto o damasco figurato; di dietro, un po’ di strascico: altre al

contrario erano bottonate davanti con bottoni d’oro, talora ricchi di

pietre preziose. — I gentiluomini milanesi poi, che erano al seguito

del Duca di Bari portavano, i più attempati, vesti lunghe fino a terra,

sia di damasco sia di velluto, di color vario; con berretti serici:

ed i giovani sfoggiavano abiti più eleganti; avevano berretti di

velluto cinti da trecce d’oro; giubboni di seta con tagli artificiosi

per mostrare le fodere di diversi colori; e pur con tagli erano i

loro panni da gamba, talora di due colori: bottoni d’oro e monili

accrescevano lo splendore de’ ricchi abiti, i cui colori variavano, e

che talora ammettevano leggeri cappe eleganti; nè escludevano il lusso

delle smaniglie, per lo più ricche di gioie preziosissime.

Quest’era la pompa esterna di quella doppia schiera elegante che

a vicenda si visitava: ma chi era più addentro ne’ segreti della

galanteria de’ tempi, potea eziandio dagli abiti delle signore

milanesi scoprire, in parte almeno, i loro sentimenti. Imperocchè la

moda, sempre ministra dell’amore, avea allora messo in uso un muto

linguaggio, onde i varj colori a cui le belle davano la preferenza

nel loro abbigliamento erano loquaci e spiegavano le interne loro

inclinazioni; questo alludeva alla speranza che lasciavano alla persona

a cui mostravansi, quelli equivalevano ad una dichiarazione d’amore; e,

come si esprime un poeta milanese di que’ tempi, molto si potea sapere

intorno al grado a cui montava (mi si perdoni quest’ardita espressione)

il termometro del loro cuore, conoscendo,

Che significa il verde, il bianco, il giallo,

Morello, e negro, e perso, e colorito;

Che spesse volte chi il colore intende

Del pensier dell’amato assai comprende.

Era quella un’età nella quale l’amore non di rado andava sciolto da

quel velo misterioso che pur lo rende più caro.

Due giorni si fermò Lodovico presso al Re; poi ritirossi a Nom,

castello del ducato di Milano discosto solo tre miglia da Asti. Il Re,

cresciuto appresso alla sorella sua Anna di Francia stata reggente, ed

educato nella petulanza muliebre, come si esprime il Corio, non tardò

molto a dar saggi del suo umore scherzoso; e con varie dame si mostrò

tosto assai vivace e galante, obbliando la propria dignità. Egli fu da

varie di esse molto bene corrisposto; poichè l’eminenza del grado facea

loro obbliare i torti della natura: e, profuso in mezzo all’estrema

penuria di danaro in che trovavasi, ei fece a queste vaghe sue favorite

ricchi donativi di anelli preziosi. Ma mentre Carlo perdevasi nelle

delizie de’ voluttuosi piaceri, il Duca di Bari ed Ercole Estense duca

di Ferrara consideravano invece le forze di lui, cui essi opponevano

ai parenti di Isabella che liberarla volevano dalla schiavitù dello zio

usurpatore.

Computando la gente che erasi recata a Genova e quella che coll’Obigny

militava in Romagna, Carlo avea per la sua impresa oltre 200

gentiluomini della sua guardia; 1600 uomini d’arme, dette lancie,

ciascuno dei quali (come in Francia usavasi) avea due arcieri, sicchè

sei cavalli erano sotto ogni lancia; sei mila fanti svizzeri; sei mila

fanti francesi, metà dei quali guasconi, che passavano allora per più

valorosi. Per unirsi a quest’esercito erano state condotte per mare

a Genova quantità grande di artiglierie da battere le muraglie ed

usare in campagna: e queste non già bombarde pesantissime e difficili

a maneggiarsi, come si usavano in Italia ove erano trascinate da’

buoi; bensì pezzi più spediti, chiamati cannoni, con palle di ferro,

agilmente sulle loro carrette tirati dai cavalli, ed i cui colpi

spessi facevano effetto ben più formidabile contro gli oggetti cui

erano rivolti. E se le armi erano più terribili, più terribili pure

erano gli animi de’ combattenti; perchè molti erano in quell’esercito

gentiluomini avidi di segnalarsi; e in generale i soldati erano

migliori che quelli d’Italia; ove le compagnie, più spesso arruolate

dai condottieri e da loro mal pagate, erano composte di vera feccia,

nè aveano i loro numeri interi, nè erano troppo bene di cavalli ed

armi provvedute; per tacere del carattere impetuoso de’ francesi, che

per amor d’onore sanno far grand’impeto, almeno sulle prime, al che

pur li eccitavano i premj, consistenti negli avanzamenti, che erano

graduati fino al capitanato. E quanto ai capitani e baroni poi, essi

nulla più desiavano che di segnalarsi agli occhi del re, nè accadeva

fra loro quello che avveniva in Italia; ove i condottieri erano men

zelanti e mal fidi, non badando che a’ loro privati interessi, ed

abbandonando spesso un principe se vedeano di poter prender servizio

con più vantaggio sotto il suo nemico; ed ove perciò bastava a que’

soldati avari, fatto un prigioniero, rimandarlo spogliato delle armi

ed in camicia. Ancora poi era notabile questa diversità nel modo di

combattere tra i fanti francesi e gli italiani, che questi combattevano

sparsi per la campagna e disordinati; mentre i francesi, come gli

svizzeri, pugnavano con schiere ordinate, e distinte a certo numero per

fila, opponendo a’ nemici un muro di armi più formidabile.

Tanta superiorità di forze fece quasi sbigottire il Duca di Bari,

timido e sospettoso. Guai se al Re venisse in mente di ajutar il nipote

suo, pensando che uno stretto parente, come gli era Gian-Galeazzo, gli

gioverebbe meglio sul trono di Milano che non un estraneo! E d’altro

canto, i popoli aggravati di imposte presentavano facilità grande ad

essere mossi. Egli deliberò adunque di tentar ogni mezzo perchè il Re

presto sgombrasse, attraversandola, la Lombardia. Ma, per mala sorte,

Carlo appunto allora cadeva ammalato di vajuolo; onde si dovette

fermare in Asti molti giorni, distribuito l’esercito in quella città

e nelle terre vicine. Quella malattia fu pericolosa; ma la febbre

avventurosamente fra sei o sette dì cessò. Risanato il Re però, non

sapeva ancora ben risolversi a proseguire il suo viaggio; perchè di

danaro difettava, e considerava che le sue forze erano ben tenui per

attraversare tutta l’Italia e giungere abbastanza grosso da abbattere

un nemico che egli giudicava assai potente. Molti fra i suoi cortigiani

lo dissuadevano ancora da una spedizione, il cui esito sembrava

tuttavia tanto incerto.

Ma Lodovico il Moro seppe toglierlo dalle sue perplessità. Ogni giorno

egli intrattenevasi col consiglio che l’andava regolarmente a trovare

nel suo castello di Nom; e poichè il Re si fu alquanto ristabilito, a

lui recatosi, cominciò con un eloquente ragionamento ad esercitare su

di esso quell’influenza potente, che sapea far sentire a tante persone

autorevoli nell’Italia, ed al proprio nipote.

— Siate di buona fede, signor Lodovico, diceva il Re dal letto in cui

stava ricuperando le smarrite forze; allora voi non mi consiglierete

già di andar oltre con mezzi sì scarsi di gente e danaro, come sono

quelli che trovansi a mia disposizione: su via, rispondete a questo! È

su ciò che io voglio sentirvi!

— Sire, rispondeva nell’idioma francese il Moro, i vostri timori

dileguate: voi sapete, che ora le vostre genti unite alle milanesi

respingono il Duca di Calabria inoltratosi nella Romagna; mentre sul

genovese otteneste già altri successi. E quanto a quest’Italia che

vi dà a pensare, piacciavi, o Sire, considerare, che essa si compone

di molti stati poco ragguardevoli, i quali nulla ardirebbero contro

la Maestà Vostra: in Italia soli tre pontentati noveransi che noi

riputiamo grandi; e sono, Milano, i Veneziani, e il Regno di Napoli:

or voi ne avete uno tutto vostro; l’altro, che sono i Veneziani,

stanno neutrali, desiderando anche il male del Re di Napoli che essi

odiano; e quanto al regno di Napoli, esso è pronto ad insorgere a favor

vostro, tanto sono colà i baroni malcontenti e i popoli oppressati.

Voi trionferete agevolmente, credetemi, de’ vostri nemici; e ricordivi

che furonvi de’ vostri predecessori che ebbero vittoria su altri

molto maggiori. Questo è momento opportunissimo per coprirvi di gloria

immortale. Se voi mi prestate fede, io ajuterovvi a farvi maggiore che

non fu mai Carlomagno; perchè tosto che sarà in poter vostro il Regno

di Napoli, cacceremo il Turco dall’impero di Costantinopoli; e di tal

modo la vostra fama brillerà più splendida di quella di tutti quanti i

vostri predecessori!

A tali idee di gloria, il Re rianimava il fuoco degli occhi cui la

grave malattia alquanto avea spento. — Ma, mio caro signor Lodovico,

soggiungeva poi, io manco di danaro; e voi forse non amerete spoverire

per me il vostro tesoro, che pur passa pel più ricco della cristianità?

— Voi mi offendete, Sire; per quanto il permettono l’angustie dei

tempi, voi mi troverete sempre pronto a sovvenirvi; ed io vi farò

sborsare ora, senza indugi, una somma; ed altra vi sarà consegnata a

Pavia.

— Ah, così, va bene, così va bene! con questi sussidj, noi potremo

quanto prima metterci in cammino; ed essendoci Firenze amica, non

nemica Venezia, cercheremo accordarci col papa; e riserberemo il ferro

contro il solo Reame di Napoli, alla cui conquista però spero ci sarà

giovevole la crudeltà di que’ principi, che tanto disaffezionò, dicono,

la loro nazione e più ancora que’ baroni!

Di tal modo Carlo si risolvette a proseguire con celerità la sua

impresa: è vero che qualcuno non cessava di sconsigliarlo, e fra

questi il generale Brissonnetto; il quale disse anche apertamente

al Re, che Lodovico tutti li ingannerebbe: ma, poichè esso era assai

leggero nelle parole, molto non gli si badò; benchè dicesse il vero.

Il Re deliberò di mandare ambasciatori a Venezia; ed uno di questi

fu lo storico Comines, che in tal occasione potè considerare per la

prima volta la ricca ed ampia città di Milano, e il suo territorio.

— Intanto il Re, dopo circa un mese di dimora in Asti, ne partiva il

6 di ottobre, lasciando al governo di quella città il Duca d’Orleans

suo consanguineo; e il dì 8 giungeva a Casale, ove dalla Marchesana fu

ricevuto con splendidezza. Questa vedova, giovane e valorosa, mortale

nemica del Duca di Bari, era figliuola del re di Servia; ed essendo

stato il suo paese occupato dal turco, l’imperatore suo parente,

appresso al quale si ricoverò, data l’avea in moglie a quel marchese.

Essa prestò, ella pure, le sue gioie al Re di Francia, come fatto avea

la Duchessa di Savoia, perchè le impegnasse a ricavarne danaro. Il Re

si trattenne in Casale il giorno 9, per solennizzare la festa di San

Dionigi protettore di Francia; e il dì vegnente andò a pernottare a

Mortara. Quindi la sera dell’11 fu a Vigevano; ove il Duca di Bari

avea di già fatti fare molti apparecchi per riceverlo, ed al suo

arrivo venne ad incontrarlo colla moglie ed onorevolissimo seguito. Vi

si trattenne il dì dopo, che era domenica; e il giorno appresso fece

poi la sua solenne entrata in Pavia; ove casi più degni della nostra

attenzione stanno per presentarcisi.

Capo X.

Lodovico il Moro · 第 10 / 24 题