PERICOLI E RAGGIRO

La lettera di Isabella andò al suo destino: Gaspare Visconti, che

sebbene fosse consigliere ducale in suo cuore odiava non poco il Moro

il quale avea contribuito alla morte del Simonetta suo suocero, la

consegnò ad un altro individuo pure a Lodovico aversissimo, perchè la

trasmettesse al duca di Calabria. Era questi un vecchio Ebreo che il

Visconti conosceva a cagione di una bellissima sua figlia, ch’egli,

facile a recar omaggi al bel sesso, ammirò ed amò per qualche tempo,

cioè finchè la conoscenza di Carolina non ebbe dal suo cuore dissipata

quella incipiente infelice passione, quell’amore che nasceva senza

speranza; giacchè virtuosissima era l’ebrea, e di nozze non era molte a

sperare, perchè troppo ella amava il padre, troppo tenace delle proprie

opinioni era, per abbandonare di leggeri la religione antica de’ suoi

avi.

Or Isacco, il quale, come che assiduo nel traffico, avido ed alquanto

avaro (doti in generale della sua nazione), era un buon diavolo che

all’uopo sapea privarsi di una dozzina di fiorini per sollevare un

galantuomo di sua nazione ed anche un cristiano se gli era amico; in

questi giorni stava maledicendo il Moro a tutto potere, perchè costui,

non contento degli appoggi terrestri per montare al soglio, amando

interessarvi (come ei credeva) anche la divinità, ordinato avea che

rigorosamente si eseguisse un suo decreto già prima emesso, col quale

scacciavansi da’ suoi stati tutti gli ebrei e cattivi cristiani, loro

non permettendo più d’allor in avanti se non se di passarvi celeremente

ed al più di farvi una brevissima dimora. L’intolleranza funestò

l’Italia per molto tempo, cresciuta nel secolo XIII, e d’allora in

poi più o meno mantenutasi da tutti i governi italiani e da molti

stranieri fino sul finire del XVIII, e più oltre. E in un tempo in cui

i veleni erano usati alla corte di varii cattivi principi d’Italia; in

cui guerre senza fine morale; in cui estesa corruzione; in cui la vera

moralità era spesso soffocata dai pregiudizi popolari, e da quelli di

una religione superstiziosa; per colmo de’ mali si credette espiare

molte colpe col perseguitare i non credenti, volgendo la dottrina

del Cristo, che fondasi sull’amore dell’umanità, in codice di odio e

distruzione!

Non v’è ape che offesa non usi del suo veleno. Isacco appena gli si

parlò della misteriosa incumbenza, che con piacere se ne incaricò:

egli dovea passare a stabilirsi a Roma; di là, con mezzo sicuro ed

espresso, avrebbe trasmessa la lettera affidatagli al personaggio

eminente a cui era diretta. — Oh, potesse questa far cadere una pioggia

di carboni ardenti sul capo dell’iniquo Duca di Bari; una pioggia di

fuoco come erasi già rovesciata su Sodoma e Gomorra! potesse aver la

virtù di fargli sotto i piè spalancare la terra, per divorar lui, sua

moglie, e suo figlio, come già furono inghiottiti gli scellerati Coro,

Datan ed Abiron! — Isacco non stette molto a partire colla diletta

sua figlia, Ester; e questa innocente creatura cogli occhi pieni di

lagrime sdegnose lasciò una terra ingrata cui abbellita avea colle sue

virtù e colle celesti sue attrattive: — Oh non avremo noi dunque pace,

perchè la religione nostra è la madre della loro, diceva l’infelice:

quand’è mai che si vide la figlia dannare ad esiglio la propria madre!

Forse che il dio di Mosè non è ancora loro dio! Ma sia fatta la sua

misteriosa volontà: soffriamo finchè non giunga il messia a liberarci

dalle nostre catene; soffriamo finchè l’anima nostra non salga ad

abitare le brillanti stelle! — Addio città che io amava come patria,

scordandomi Gerusalemme: addio, cielo ridente di Lombardia, campi

fecondi, popolo dolce ed amoroso! Satána che vi regge tolse a noi la

pace, e non andrà molto (l’opere sue esser diverse da sè non ponno) che

a voi pure la toglierà; e fra il pianto desidererete, come me, che su

lui si aggravi la vendicatrice mano del signore! — Così lasciavano la

diletta terra fatta lor nido queste vittime dell’intolleranza: sperando

recar seco il seme di una terribile vendetta; nel che veramente non

andavano errati.

Giunto Isacco a Roma, spedì tosto per espresso la lettera affidatagli

al Duca di Calabria. Tutto lo sdegno antico contro di Lodovico il

Moro, nel quale già prima avea sospettati disegni avversi al suo

genero, avvampò nel petto suo irascibile alla lettura delle concitate

espressioni della diletta sua figlia. Egli cercò far passare l’ira

sua nel re di Napoli Ferdinando, suo padre; ma questi, più freddo

calcolatore, non adottò i consigli estremi del figlio, e deliberò usare

i mezzi più miti de’ negoziati, anzi che quello da Alfonso suggerito

delle armi. Lodovico Duca di Bari non tardò ad essere informato che una

lettera di Isabella contro di lui era pervenuta al Duca di Calabria;

e ordinò, che sorvegliata fosse rigorosissimamente Isabella, affinchè

nuovi messi non potesse al padre inviare per modo alcuno, e venissero

questi trattenuti; mentre per scolparsi presso il Re, che allora si

era anche collegato col papa, delle imputategli colpe, fece scrivere

a Gian-Jacopo Trivulzio, riputato capitano ed accorto diplomatico che

serviva il Re di ordine del Moro o per meglio dire del Duca di Milano,

fece scrivere, dico, da un suo cancelliere la lettera seguente; che

può vedersi nel barbaro italiano usato di que’ tempi in Milano, fra i

documenti inediti che illustrano il libro V della storia del Trivulzio

compilata dal diligente storico Carlo Rosmini.

«Ho fatto vedere all’Ill.mo sig. Lodovico quello che avete scritto per

attestargli la buona disposizione della maestà del Re e dell’Ill.mo

sig. Duca verso la Signoria sua; il che gli riuscì gratissimo, dicendo

parergli di doverlo credere facilmente, perchè così richiede ogni

ragione, avendo la Signoria sua fatto a beneficio loro quello che ha

fatto. Poi soggiunse, che, dicendo voi che la Signoria sua vi deve

credere in questo, sembragli che voi pure dobbiate credere a lui quello

che dirà; e quindi cominciò a osservare, che non solo in Italia ma

anche fuori era divulgato che per l’accordo della Maestà Reale e del

papa dovea essere egli levato dal governo di questo stato; e che delle

parole fatte in Francia circa questo ne era ben certificato, mentre poi

per Roma altro non dicevasi ed eravi anche stato chi avea scommesso che

non vi starebbe per tutto maggio.

«Da Siena dice aver avuto avvisi di simile tenore; da Genova ancora,

e da molte altre parti; e che lungo saria riferire come se ne parlava

pubblicamente, dicendosi fra le altre cose che bastato sarebbe per lui

di rimanere il podestà di Milano; tanto facile consideravano una tal

cosa: non pensando come, grazie a dio, egli trovisi sì bene securo qui

(e sono sue parole), che ardiva dire senza presunzione, che tanto fermo

era in questo stato quanto mai lo erano stati gli Ill.mi signori suo

padre e suo fratello, ed altri; e che non era lecito credere che alcuno

colla forza il leverebbe. Egli osservava bensì che quelle dicerìe si

facevano per danneggiarlo; ma ei non se ne curerebbe: convenendo però,

che vero è, che sonovi persone che lo vorrebbero vedere non pur levato

di posto ma anche morto; fra le quali è la sua Ill.ma nipote Duchessa

di Milano, la quale pensa di dover governare essa quando egli sia

escluso dagli affari; il che non le riuscirà, perchè nè l’Ill.mo Duca

suo consorte nè altri glielo permetterebbero: mentre poi, quand’anche

regnasse, (cosa che non avverrà) giammai far ella non saprebbe quello

che fatto ha la Signoria sua, ad esaltazione e benefizio della prefata

Maestà e del sig. Duca, come mostrano i fatti. Lagnavasi poi non

pertanto che, o pel desiderio di ciò o per propria indole, la detta

Duchessa così male con lui si comporti, ch’egli non sa quale sia l’uomo

al mondo che tollerarla saprebbe; e disse che i modi suoi insomma sono

pieni di superbia, crudeltà, invidia, e maldicenza, sicchè non solo

non sa vivere con sè, ma nè col marito nè coi servi proprj, talmente è

strana e crudele con tutti; e in ispecie sembra ad altro non pensi che

a fare a lui dispetto. Osservava, che essa ha di provisione dieciotto

mila ducati, che pur bastare le dovrebbero, ed oltre ciò ha i doni

che le fa il Duca; ma essa, non contenta, studiasi di fare che in capo

all’anno resti grandemente in debito, ora di sette mila ducati ora di

undici mila, come le è accaduto in questi due anni passati, i quali

debiti (dice) si sono pagati; nè ancora è contenta, nè valgono onori e

carezze per ammansarla verso sua Signoria. Anzi oltre che ebbe a dire

che essa allora trionferà quando sua Signoria sarà morta; i modi suoi

ancora più chiaro mostrano la verità di questo suo desiderio, ogni

dì peggio diportandosi; onde dovete pensar voi con qual pazienza, e

per essergli nipote e per averla la Signoria sua qui condotta, ei la

debba tollerare; sì che non sa se Giobbe ne avesse tanta quanto ne

ha la Signoria sua; concludendo volere che vi scrivessi tutto questo,

acciò possiate comprendere se o Lei o la Signoria sua abbia cagione di

dolersi: ripetendo, che Essa è ben trattata, e a torto si duole di sua

Signoria, e si comporta malissimo, come avete inteso; il che si ha da

attribuire alla triste sua indole, o a quello che ha detto intorno alla

brama di lei che sua Signoria venga esclusa da questo governo, pensando

governar essa, cosa che non le potrà riuscire».

Il Duca di Bari ancora non tardò a sospettare del modo con che la

lettera di Isabella era stata trasmessa al Duca di Calabria: fra i

camerieri e le ancelle della duchessa, Carolina era la sua prediletta,

e quella di che il Moro omai più non avrebbe potuto fidarsi pe’ suoi

fini. Un giorno adunque essa fu chiamata dal Maestro generale della

corte, minacciata di essere torturata se non confessava la cosa, e

interrogata insidiosamente del modo con che avea fatta passare a Napoli

la lettera della Ill.ma sig. Duchessa. Il terrore della tortura, la

credulità femminile che le fece suppor noto ciò che ancor non era, cioè

che a lei quella lettera fosse stata affidata, la atterrì; ed essa,

tacendo dell’amante, disse, che ad Isacco ebreo che partir dovea per

Roma avea consegnato il foglio. — Basta, replicò il Maestro generale; e

recossi ad interrogare il Duca di Bari su ciò che far dovesse. Mezz’ora

dopo, un’ancella della duchessa Beatrice, di matura età, comparve con

uno sconosciuto; ingiunsero a Carolina di seguirli; fu posta in una

carrozza ben chiusa, vi salirono essi stessi, e dopo cinque ore di

cammino smontarono ad un monastero, ove fu lasciata quella angelica

giovinetta tutta pallida e sbigottita. Fu accolta con amorevolezza:

nessuna però di quelle religiose per tutto il tempo che ivi quella

buona creatura rimase, non ardì mai scoprirle il nome del luogo in cui

si ritrovava. Tal precetto rigoroso esse aveano ricevuto. — Ella era

in un monastero di Pavia. — La duchessa Isabella fremette allorchè

le si annunziò, che Carolina non era più al suo servizio, chiamata

premurosamente alle paterne case da un inaspettato cenno del genitore:

essa nulla di ciò credette; ma, per non avvilirsi chiedendo cose che

non le sarebbero state svelate, nulla replicò.

Frattanto il Duca di Bari pensava seriamente ai modi di sfidar la

procella che contro di lui si condensava; tanto più che a ciò egli

era potentemente spinto dalle lagrime della moglie ancora più di lui

ambiziosa, e dai consigli del suocero Duca di Ferrara. Il Re di Napoli,

lungi dal deporre il pensiero di giovare alla causa di Isabella e di

Gian-Galeazzo, mandava in Milano due oratori a Lodovico, perchè con

bei modi lo esortassero a dimettersi dal governo. Questi, introdotti

alla presenza del Moro, gli tennero un lungo ed elaborato discorso. «Lo

ringraziavano da parte di Re Ferdinando del modo saggio con che avea

retto il Ducato di Milano, elevandolo all’antica sua maestà; la qual

saviezza reso lo avea come l’arbitro dell’Italia e l’autore della pace

che ora la rallegrava: lodavalo d’aver riacquistata Genova, quando era

insorta; di aver aiutato Ercole Estense contro i Veneziani, di aver

debellati gli Svizzeri, dato lo stato a Caterina Sforza, e al Saluzzese

restituito il suo; di aver, nuovo edificatore di essa, decorata Milano

di innumerevoli e magnifici edifizi, di templi sontuosi, tanto che

questa città splendea come principalissima nell’Italia; commendavalo

della liberalità con che facea pervenir sussidj ai cristiani che

trovavansi nei luoghi sacri presso il Santo Sepolcro; cose tutte delle

quali pur lo ringraziava il nipote di lui Gian-Galeazzo. Ora però il

Re desiderava, che a questo giovine principe lo stato si rimettesse,

giacchè era in età da poter reggerlo nè mancava della debita capacità;

bensì egli col consiglio proseguisse ad aiutarlo. Gli soggiungevano

finalmente, che il dimettere il comando stata sarebbe per lui cosa

oltre modo gloriosa, come un tempo lo fu in Isparta per l’immortale

Licurgo». — Lodovico udì l’orazione de’ due ambasciatori; rispose loro

in modo vago, ma senza nulla promettere; e li licenziò onorevolmente,

nel modo stesso che li aveva ricevuti.

E per premunirsi nel caso che Re Ferdinando avesse posto mano alla

forza, come sembrava che far volesse; non molto fidandosi de’ Milanesi

che temeva odiar dovessero la sua usurpazione a danno di un nipote

innocente e di una giovine principessa, la cui depressione era atta

a movere la generale simpatia; deliberò di opporre alle armi degli

Aragonesi quelle di Francia; per occupare siffattamente i suoi nemici

in propria difesa, che pensar non potessero a molestar lui. — Regnava

allora in Francia Carlo VIII, principe in età assai giovenile, che

pieno di audacia e di desiderio di segnalarsi, sebbene poco colto, come

erede di Carlo d’Angiò avea pretese stimate assai legittime sul Reame

di Napoli. Lodovico cominciò adunque a stimolarlo al conquisto di quel

regno, non risparmiando di spargere il danaro fra i di lui ministri per

riuscire nel suo intento.

E mentre Carlo con trattati agevolava l’impresa già ideata di Napoli,

il Duca di Bari pensando omai a far suo del tutto il ducato di Milano;

per poter opporre alle forze di Ferdinando ed Alfonso non solamente le

armi ma ancora un giusto titolo di diritto, mandava all’Imperatore ai

10 di maggio del 1493 un suo fidato, Erasmo Brasca, con ampia facoltà

di obbligarlo per qualunque somma di danaro purchè gli ottenesse

da quel principe l’investitura del ducato milanese stata già negata

al nipote suo ed agli altri Sforza suoi predecessori. Quell’istesso

Erasmo poi da Gian-Galeazzo, ignaro degli intrighi dello zio, riceveva

contemporaneamente, e anzi nell’istesso giorno, il mandato di trattar

il matrimonio tra il Re de’ Romani Massimiliano figlio del regnante

imperatore Federico III, e Bianca Maria sua sorella.

Massimiliano, dopo lunghi negoziati, accettò la mano di madonna Bianca

Maria Sforza dei Visconti sorella di Gian-Galeazzo, a condizione gli si

mantenessero i patti stipulati col Brasca; i quali le costituivano una

assai ricca dote. Il medesimo Re de’ Romani poi prometteva innoltre al

Duca di Bari, che subito che per la morte di suo padre egli sarebbegli

succeduto nell’Impero, gli concederebbe in feudo il Ducato di Milano

e la Lombardia, il Contado di Pavia, e gli altri dominj di città e

terre, in quella maniera e forma che altre volte furono concessi dal

serenissimo Vencislao Re de’ Romani a Gian-Galeazzo Visconti primo duca

milanese; e ciò non solo perchè ne fruisse esso Lodovico, ma perchè

il dominio ne passasse anche a’ suoi figli maschi, e discendenti,

a perpetuità. Per la dote e per gli ottenuti privilegi, Erasmo

prometteva quattrocento mila ducati in oro; venticinque mila tosto, e

settantacinque mila fra due mesi dopo, celebrata la confermazione di

que’ capitoli; il restante in varj tempi.

La fortuna fu anche propizia al Duca di Bari; perchè di lì a poco

moriva Federico III imperatore, e gli succedeva Massimiliano; che

subito gli mandò legati per stabilire i contratti sponsali, che vennero

confermati. Giunti poi nel novembre a Milano gli ambasciatori del Re

de’ Romani, furono nel Castello albergati con grandissimi onori; ed al

primo del prossimo mese, le strade dal Castello fino al maggior tempio

essendosi ornate e coperte di finissimi drappi, la Bianca giovane

avvenente, con Beatrice moglie di Lodovico, su di un carro trionfale

tratto da quattro nivei cavalli, venne condotta al duomo, accompagnata

degli ambasciatori tedeschi, dal duca Gian-Galeazzo, da Lodovico

Sforza, con tutti i feudatarj dello stato e un numero assai grande di

donzelle e primarj cittadini milanesi, tutti vestiti molto riccamente

come usavasi in quella pomposa età. Ivi, assistito che ebbero ai divini

uffici, la Bianca colle debite cerimonie venne dai due legati a nome

del serenissimo Re Massimiliano per moglie sposata, e poi come regina

coronata; dopo di che, essendo fatta montare su un docile e riccamente

bardato cavallo, con sommo giubbilo di ognuno fu ricondotta in

Castello. Due giorni appresso essa partì per la Germania, dalla parte

di Como. Fin a questa città fu accompagnata, oltre alla regia comitiva,

dai due duchi di Milano e di Bari, da Beatrice, e da Bona di lei

madre che d’ordinario viveva nel Castello di Abiategrasso; non che dal

giovinetto Ermes Sforza suo fratello, con ingente seguito di persone.

Ancora Lodovico mandava in Francia il Conte di Caiazzo fratello di

Galeazzo Sanseverino, con Carlo Balbiano conte di Belgioioso e Galeazzo

Visconti, per istigare Carlo VIII ad affrettare la disegnata impresa,

e mostrargliela favorevolissima anche per agevolare la spedizione che,

per coprirsi di gloria immortale (come ei pensava), egli intendeva

imprendere contra il Turco. Gli offeriva il Moro, col loro mezzo,

soccorsi di uomini e danaro; e il Belgioioso era incaricato di disporre

coi doni i confidenti del Re a secondarlo. Il Re di Francia accolse

con bontà l’invito di Lodovico, sì perchè conforme ai desiderj suoi,

come anche perchè veniva da un principe che grandissima fama godeva

di avvedutezza e prudenza. Radunato il suo generale consiglio, ei

fece esporre dal Belgioioso il motivo della imbasciata, e dichiarò

poi egli stesso la propria intenzione di passare in Italia: invano

alcuni grandi si provarono di dissuaderlo, giudicando quell’impresa

incerta e pericolosa; il voto favorevole prevalse, e perchè molti

erano stati corrotti dall’oro del Duca di Bari, e perchè altri vedevano

brillare la speranza di individuali vantaggi durante l’assenza del Re.

Galeazzo Sanseverino, che era pure stato al Re mandato dal Moro, si

era poi cattivata la benevolenza di Carlo VIII facendosi ammirare come

compitissimo cavaliere.

I principi Italiani, penetrata la cosa, tutti condannarono

concordemente il Duca di Bari, che si fosse avvisato di turbar l’Italia

chiamandovi le armi francesi. Il pontefice stesso Alessandro VI tentò

tutte le vie per indurlo ad unirsi invece con lui e col Re di Napoli,

contro la Francia. Intanto Carlo VIII, venuto a Lione, volle che il

suo parlamento dichiarasse la validità de’ suoi diritti sul Regno di

Napoli. Il Duca di Bari allestiva pure l’esercito; ed erasi assicurato

del soccorso de’ Veneziani e del signor di Bologna, nel caso che il

Re di Napoli lo assalisse. Il Re Ferdinando, spaventato del proprio

pericolo, incaricava il figlio Duca di Calabria degli apparecchi per

l’esercito di terra, e don Federico suo secondogenito per quelli della

flotta. Egli poi moriva improvvisamente, ai 25 di gennaio del 1494; ed

Alfonso Duca di Calabria gli succedeva. L’esercito napoletano avanzossi

verso la Lombardia, malgrado che Gian-Jacopo Trivulzio presso il Re di

Napoli si ingegnasse di ristabilir la concordia fra esso e il Duca di

Bari: e Lodovico sospettoso, credendosi tradito dal Trivulzio della

cui fedeltà sembra già prima assai dubitasse, levava a lui tutte le

pensioni che dal governo di Milano riceveva; e movea a propria difesa

l’esercito ducale comandato da Sanseverino suo genero, il quale si

accampò nel contado di Imola, e in breve (agosto 1494) si unì colle

genti francesi spedite sotto la condotta del signor di Obigny: onde

gli Aragonesi dovettero depor l’idea di entrare in Lombardia; e, per

l’inazione del Conte di Pittigliano, poi si videro anche costretti ad

indietreggiare, sì perchè il papa ritirò le sue genti, e sì per essersi

alcune città, come Cesena e Bologna, ribellate a favor de’ Francesi,

che già nell’Italia col loro Re si innoltravano. Ritirandosi gli

Aragonesi, non si soffermarono che a Roma.

In questo mezzo Lodovico Sforza, che non mai abbastanza sicuro si

reputava, sollecitava per legati Massimiliano a mandargli, secondo i

patti stretti fra loro, la convenuta investitura. Questa giunse infatti

ai 5 dicembre di quell’anno 1494; ma per allora si tenne segreta.

Un privilegio posteriore poi accordava a Lodovico che, mancando i

suoi figli legittimi, gli succederebbero i naturali; e finalmente

Massimiliano facea una dichiarazione, che sebbene l’imperatore suo

padre e lui fossero stati più volte da Lodovico pregati di concedere

a Gian-Galeazzo Sforza il milanese ducato, essi farlo non avevano

voluto, essendo usanza dell’Impero non investire alcuno di uno stato

ch’egli abbia usurpato: però, trovando tanto benemerito nel suo governo

Lodovico (e poteva soggiungere trovando che tanto bene sapeva pagare),

a lui col consenso degli Elettori lo conferiva.

E il povero Duca Gian-Galeazzo? Egli giaceva allora gravemente

ammalato, e andava struggendosi ogni dì più. Molti accagionavano

i disordini di sua gioventù di tal disgrazia; altri sotto voce si

dicevano misteriosamente, «di fermo egli ha ingollata la pillola!»

Egli si era traslocato nel castello di Pavia. — Così Isabella vedeva

ad un tempo il padre minacciato dalle armi francesi; lo sposo in grave

pericolo di morire; e compirsi il trionfo dell’odiato Duca di Bari, e

della ancora più abborrita sua rivale Beatrice d’Este.

Capo IX.

Lodovico il Moro · 第 9 / 24 题