GLORIE ED USI DI MILANO

Ma prima di narrare ciò che accadde durante il soggiorno del Re in

Pavia, piacemi un istante tener dietro al bravo Filippo Comines che

con stupore osservava la Lombardia, sclamando che essa era il più

bello e più ricco paese del mondo; e considerava attentamente lo stato

materiale e morale della nostra città.

Egli trovò nel Castello di Pavia Bernardino Corio, storico anch’esso,

e che era cameriere ducale: in breve l’uno imparò a stimar l’altro;

e Corio volle essere guida al Comines, non solamente in Pavia, ma

eziandio in Milano ove si propose di condurlo egli stesso. Pavia a

que’ tempi era città assai più florida che poi non fu; perocchè molte

volte venne in appresso saccheggiata nelle guerre che seguirono al

principio del successivo secolo XVI. Un’iscrizione, più antica di un

secolo e mezzo del tempo di cui parliamo, le dava il titolo di seconda

Roma. Corio fece osservare al Comines il bel ponte di pietra su cui si

passa il Ticino, fabbricato nel 1351-52; e posteriormente abbellito,

fortificato, e coperto, da Galeazzo II Visconti che a torto il Morigia

dice fondatore di quello. Nel mezzo, avea una torre con ponte levatojo.

I più antichi templi della città pure furono dal Corio additati al

Comines, varj de’ quali ricordano la dominazione de’ Longobardi: in

uno di questi, chiamato S. Pietro in cielo d’oro, gli mostrò l’arca

marmorea di s. Agostino scolpita vagamente da uno scolare del Balducci,

come si crede, nel secolo XIV; mostrogli la torre rotonda ove gran

tempo stette imprigionato Boezio, e che da lui avea preso il nome;

torre che allora veniva creduta dal volgo abitata dagli spiriti,

perchè all’intorno era fregiata da alcune immagini di terra cotta le

quali, essendo vote internamente, al soffiar del vento producevano un

sibilante mormorio, sia per caso sia per invenzione dell’artista che

le costruì. Mostrogli pure il Palazzo del comune; la statua di bronzo

di Antonino Pio, che i Pavesi tolsero ai Ravennati, e collocarono

sopra una colonna nella piazza davanti alla cattedrale; nè lasciò di

far notare al distinto straniero l’università, fondata essa pure da

Galeazzo II Visconti, principe che per crudeltà e tirannide si segnalò,

non meno che per la protezione che impartì alle lettere. Lodovico

il Moro stava allora facendo erigere il magnifico edifizio che egli

destinò ad essa università, famosa e allora frequentatissima (edifizio

che tuttora si ammira); come poi più tardi, cioè nel 1496, con un

suo editto, dopo aver lodati quegli studj, volle che i collegi de’

giureconsulti, degli artisti, de’ medici e de’ filosofi, fossero esenti

da ogni gravezza. Per ultimo il Corio mostrò al proprio ospite il

famoso castello o palazzo alzato da Galeazzo II Visconti, col magnifico

parco unitovi, allora celebratissimi per tutta l’Italia.

Di quel Castello famoso, di cui gran parte tuttavia si conserva, noi

daremo piena notizia al lettore, avido di confrontare gli oggetti

del lusso antico con quelli del presente. L’edifizio è di forma

quadrata: e nel mezzo ha una gran corte, che comodissima riusciva per

eseguirvi giostre, torneamenti, ed altri giochi, allora assai amati

da’ principi; intorno alla quale sorgono bei porticati, tanto di sopra

quanto di sotto, colle loro colonne di marmo, e con scale fatte in

maniera che vi si potesse salire a cavallo fino alla cima. Le sale e

camere, tanto superiori che a terreno, erano tutte in vôlte, e quasi

tutte dipinte a varie vaghe istorie e lavori, coi cieli colorati di

finissimo azzurro, e ne’ quali campeggiavano diverse sorta d’animali

fatti d’oro, come leoni, leopardi, tigri, levrieri, bracchi, cervi,

cignali, ed altri: di queste camere, le più vagamente ornate erano

quelle della parte del castello che guardava verso il parco; ed era

colà che trovavasi un gran salone, lungo circa sessanta braccia e

largo venti, tutto istoriato con bellissime figure rappresentanti

cacce, pescagioni e giostre, con varj altri trattenimenti de’ duchi e

duchesse milanesi. Di tutte queste pitture, una gran parte era stata

fatta eseguire da Galeazzo Maria Sforza, padre del duca vivente, il

quale si era servito del valente pennello di Bonifazio Bembo, pittore

cremonese; e gli avea fatte rappresentare soprattutto molte circostanze

solenni della propria vita, le quali erano appunto cacce, ambascerie

ricevute, solenni entrate, e cose simili. Nel mezzo della sala ora

descritta poi, v’era un gran finestrone, largo dieci braccia ed alto

dodici, con un gran balcone davanti, munito di cancelli di ferro, e

sporgente sei braccia sopra la fossa, che larga e piena d’acqua gira

intorno al castello; balcone sul quale usavano i duchi, nella state,

cenare per prendervi il fresco, al suono di tromboni, cornetti, flauti,

e d’altri stromenti. Il Castello poi avea quattro torri assai belle,

a’ suoi angoli; delle quali quelle volte verso il parco furono dalle

artiglierie francesi abbattute nel 1527. Sopra quella che era alla

mano destra della porta maggiore per cui entravasi nel castello,

era un orologio di maraviglioso meccanismo, già fatto costruire da

Gian-Galeazzo Visconti, e che non solamente colla freccia e col suono

della campana indicava le ore, ma mostrava ancora il corso de’ pianeti

e segni celesti. Nella sala che stava nell’altro torrione, v’era la

copiosa libreria che Galeazzo Visconti avea pel primo raccolto e poi

era stata ampliata da’ suoi successori, e soprattutto da Galeazzo

Maria Sforza, padre del giovinetto Gian-Galeazzo. Tal libreria era

allora fra le più belle che si potessero vedere nell’Italia: i suoi

libri eran tutti di pergamena scritti a mano, con bellissimi caratteri

e iniziali; e ve ne era di ogni qualità, trattando altri di teologia,

altri di filosofia, astrologia, medicina, musica, geometria, rettorica,

istorie, ed altre scienze: in tutto però erano solo 951 volumi[3];

ma erano coperti, quale di velluto, quale di damasco o di raso, qual

di broccato d’oro o d’argento, con le loro chiavette e catenelle

d’argento colle quali stavano fermati ai banchi, che erano foggiati

come quelli delle pubbliche scuole, ma più belli. Colà conservavasi

pure un corno di liocorno quasi lungo un braccio, oggetto prezioso e

singolare. Il pavimento era fatto a quadretti di diversi colori, con

una vernice vitrea che ne accresceva la bellezza. Nel torrione che

restava a mano sinistra verso la porta della sala, era, dabbasso, una

sala larga quanto capiva il quadrato del torrione, e che si chiamava

la camera degli specchi; perchè tutto il vôlto era coperto di vetri

quadrati larghi quanto il palmo della mano, tutti variati di colori e

dipinti con figure d’uomini o animali o piante o fiori, fatte d’oro,

onde percossi dal sole sul mattino splendevano in modo maraviglioso

e la vista abbagliavano: il pavimento di questa camera era a mosaico

con varie storie e antiche poesie: in giro erano archibanchi per

sedere, tutti intarsiati e con spalliere alte più d’un uomo. Il quarto

torrione a destra verso il parco finalmente, con altre stanze vicine

serviva di armeria; e vi erano aste, archi, balestre, ed una sterminata

quantità di saette, frecce, verettoni e dardi, con molta copia di

targhe, targoni, altri scudi che chiamavansi lunghi, rotelle, ed altri

strumenti da guerra antichi. Altre curiosità di diverso genere poi il

Corio ci fa conoscere come esistenti in questo castello, forse nella

cappella; ed erano una testimonianza di più della grossolana credulità

di quel tempo: tali supposti preziosi oggetti erano, fra altre cose,

una ciocca di capegli della Beata Vergine, alcun poco del sangue e del

manto di Gesù Cristo, il corpo intero di un innocente, un braccio della

Maddalena, un dente di San Cristoforo, un pezzo della verga di Mosè con

cui fe’ scaturire dal macigno il fonte miracoloso.

Al di là della fossa del castello, estendevasi da un lato una

cittadella: uscendo da questa poi, trovavasi bella e lunga piazza

ove tenevasi una grande fiera franca due volte l’anno; alla quale

concorrevano da lontane parti mercanti, con varie sorta di mercanzie

preziose, come d’oro, di gioie, sete, lane, ec.: era verso il mezzo di

tal piazza che sorgeva allora la torre di Boezio. Nella cittadella poi

ammiravasi un gran salone, lungo 120 passi, largo 24, e altrettanto

alto; stato fabbricato per potervi i duchi giocare al pallone e ad

altri giochi, ne’ giorni piovosi.

Quanto poi al parco e giardino uniti al Castello, essi erano veramente

regali. Il giardino era composto di 448 pertiche; ed era tutto ripieno

di quante sorta di frutti si potessero immaginare, con bell’ordine

disposti. Esso era tutto cinto da muri, con fosse, e porte con ponti

levatoi. Intorno a queste mura vedevansi bellissimi pergolati con

ogni qualità di uve che si conoscessero, ed i muri erano coperti

di spalliere di noccioli. Nel mezzo del giardino, era una grande

peschiera, lunga forse trecento passi e larga venticinque, la cui acqua

era sì limpida che anche il più piccolo pesce vi si scorgeva; e piccol

tratto lontano da questa, era una bella vasca quadrata, di diciotto

passi in quadro, tutta lastricata di marmo bianco, e che dicevasi il

bagno, servendo nella state per bagnarsi ai duchi e alle duchesse:

essa riceveva l’acqua dalla peschiera; ed era cinta da un edificio di

legno coperto di latta raffigurante un padiglione, e riceveva la luce

da quattro grandi finestre con vetri colorati. Nel parco poi erano

rinchiusi molti animali, come cervi, daini, caprioli, che si facevano

ascendere a meglio che cinque mila capi. Al tempo della state, perchè

questi animali non distruggessero i seminati, erano chiusi entro alcuni

steccati; e v’era un luogo particolare pei conigli, un altro per li

struzzi, e va dicendo: v’era anche un serraglio per alcuni orsi, detto

orsería; era cinto da un alto muro. Il circuito di tal parco, veramente

magnifico, era di quindici miglia; e giungeva fino alla famosa chiesa

con monastero della Certosa: in esso erano varie abitazioni, e, al dire

del Morigia, eziandio dei palazzi.

Il Corio mostrando Pavia al Comines non lasciò di informarlo, che

essa allora era, senza dubbio, una delle prime città d’Italia; che era

sufficientemente fortificata; che quattro erano i suoi borghi; che avea

diversi ospitali, per gli infermi, gli esposti e i pellegrini; e che

veniva retta da dieci deputati, e due dottori col nome di abati, ma che

ne’ casi gravi si radunava il consiglio generale composto di tutti i

cittadini più ragguardevoli; che v’erano poi anche molti monasteri di

ambo i sessi.

Il signor Filippo Comines avrebbe veduto volentieri il giovine Duca,

che gli aveano rappresentato come un uomo debole il quale tutto fidante

nello zio d’ogni cosa lo facea partecipe, e mal sapeva secondare la

moglie, avida al contrario di impero. Il buon principe, gli diceva il

Corio, giace a letto gravemente ammalato. Il Corio lodava la dolcezza

di questo giovane; che Comines, dalle cose sopra dettegli, stimò

invece dappoco, e quasi scemo di cervello: e il bravo storico milanese

vagamente fe’ sentire all’oltramontano, che Lodovico potesse aver

propinato il veleno a quel suo nipote. «È crudel cosa, egli diceva,

che questo dabben duca, non avendo ancora compiuti i 25 anni, come

immaculato agnello senza alcuna cagione sia spinto dai numero de’

viventi: tutti ne sono addolorati!»

Da Pavia venendo a Milano, il Corio non tralasciò di far ammirare

a Comines la Certosa insigne alzata a cinque miglia da quella città

da Gian-Galeazzo Visconti primo duca di Milano, per soddisfare alla

pia volontà di Caterina sua moglie; e che fu cominciata nel 1396;

mentre tre anni dopo, essendo la fabbrica della chiesa ben avanzata e

terminato il monastero aggiuntovi, furono chiamati 25 monaci certosini

ad uffiziarla; loro assegnando delle possessioni vicine, sì pel loro

mantenimento, come pel compimento di quel ricco edifizio, che al tempo

in cui Comines lo vide era tutt’altro che compito. Quel tempio assai

bello facea presentire i progressi della moderna architettura. Esso era

allora tenuto in conto di fabbrica sontuosa, che forse non avea pari al

mondo.

Comines col suo distinto amico ed i suoi servi cavalcando, e seguíto

da muli che portavano i suoi effetti; dopo varie ore di viaggio per un

paese fertilissimo ed ameno, tutto da canali intersecato, con praterie

grandissime ove pascolavano pingui armenti che danno il miglior

formaggio del mondo; giugneva a Milano, città che non poco, per la

fama di che godeva, destava la sua curiosità. Il circuito di questa

città era allora minore del presente; giacchè le nuove mura sono opera

posteriore degli Spagnoli. Allora sussisteva ancora il giro di mura

stabilito dopo la distruzione che di Milano nel secolo XII fatto avea

l’imperatore Federico I detto il _Barbarossa_; il quale circuito è

appunto là dove ora sono i così detti _terraggi_, come il nome stesso

lo indica, e come lo mostra eziandio il corso del naviglio che ne

formava la fossa. Le mura che allora vedevansi, con oltre cento torri,

erano state fabbricate da Azzone Visconti, che compì sì bell’opera nel

1338. Bensì v’erano fuori delle porte i borghi, assai popolati; e che

poi vennero aggregati alla città mediante il nuovo recinto.

Il Corio invitò Filippo Comines ad albergare con sè nel Castello

Giovio; ma questi ne lo ringraziò, osservandogli, che per uno straniero

avido di conoscere le costumanze dei paesi per cui passa, egli stimava

più opportuno il porsi su d’un albergo: e d’altro canto i servi

che erano col Comines non avrebbero potuto trovar alloggio seco nel

ristretto appartamento del nostro Bernardino. Comines, al contrario,

tanto insistette perchè il Corio seco si fermasse a desinar all’albergo

ove scavalcò, che il nostro storico milanese non giudicò ben fatto di

dover ricusare.

Allora in Milano, oltre le taverne ove solo vendeasi il vino al minuto

alla popolazione, v’erano ancora de’ comodi alberghi per alloggiarvi

i forestieri; a un dipresso come ora accade in ogni parte d’Europa:

perocchè la nostra città, allora ricchissima per i suoi traffichi,

le sue manifatture, la floridezza della sua agricoltura, già avea

fatti notevoli progressi verso un vivere colto e gentile. Non eravamo

più in que’ tempi rozzi in cui sovente il forestiere dovea mendicare

presso i privati un’ospitalità che egli non lasciava d’ordinario di

pagare anche senza risparmio; mentre solo pei poveri servivano gli

spedali aperti a ricovero de’ pellegrini. L’albergo a cui smontò il

Comines era uno dei più belli che la città potesse vantare, ed era

nella porta Ticinese, quartiere allora abitato in particolare dai

nobili, e precisamente trovavasi vicino alla Palla. Il suo fabbricato

era un ricco palazzo, se abbiasi riguardo ai tempi: le sue finestre

serbavano ancora l’arco acuto; ma erano ornate di bassirilievi in terra

cotta: un porticato abbelliva la corte interna: la porta era adorna di

colonne e bassirilievi; e la facciata era dipinta con qualche gusto. A

quel tempo, molte case in Milano appartenenti ai più ricchi e nobili

cittadini a questa somigliavano: e l’uso del dipingerle al di fuori

appunto allora introducevasi.

Comines ebbe diverse stanze per sè e i suoi famigli; e i suoi muli

trovarono ottima stalla. Ma il nostro storico, poichè col Corio ebbe

pranzato trattenendosi in discorsi di vario soggetto, volle con questo

passare nella sala comune a terreno, per godervi de’ piaceri della

milanese società. Era allora omai caduto il giorno; e la sala ove il

distinto nostro straniero recossi trovavasi piena di varj gruppi di

persone, che stavano sedute a diversi deschi, quali già cominciando e

quali aspettanti il pasto della sera.

La ragione per cui sì di buon ora tutta questa gente attendeva al

cenare, era semplice: in primo luogo, allora l’uso generale era di

pranzare a mezzodì o circa; in secondo luogo, innoltrata di alcune ore

la notte, al terzo tocco della campana di palazzo, tutte le osterie e

taverne doveano chiudersi, nè più era permesso vendere cosa alcuna,

se non ai forestieri che nelle prime alloggiavano. Così portavano

gli statuti; i quali provvedevano a mantener i costumi de’ cittadini

semplici e frugali. Corio, che osservò ciò al signor d’Argentone

(che tale era lo storico francese), gli disse anche, come per non

indurre ne’ cittadini il vizio dell’ubbriachezza, i tavernai doveano

vendere il loro vino, bene misurato, alle porte delle loro botteghe,

e non altrimenti; e che solo nelle osterie, ossia ove albergavansi

i forestieri e davasi eziandio a mangiare, era permesso di fare

diversamente.

Il Comines si assise col Corio ad un desco; e mentre che fra loro in

varj discorsi trattenevansi, non lasciavano di quando in quando di

osservare quello che intorno ad essi accadeva. V’erano nell’albergo

allora varie qualità di persone; semplici cittadini, cavalieri, uomini

di toga. Corio ne fece osservare al dotto suo compagno la varietà

costante nelle vesti. Questa, gli disse, proviene dalle prescrizioni

severe de’ nostri statuti; tendenti ad eliminare più che sia possibile

il lusso, sempre rovinoso per la maggior parte delle famiglie. «I

nostri statuti, proseguiva, proibiscono alle donne, eccettuate le mogli

de’ militi, di portar perle sulle vesti, o in monili attorno al collo,

o nell’acconciatura del capo: e lo stesso è vietato agli uomini, tranne

i militi. Così è proibito portare sui cappucci, o in altra parte degli

abiti, fregi d’oro o d’argento, ad eccezione dei bottoni alle maniche,

i quali ponno essere o di questi metalli composti o anche più ricchi

ed ornati di pietre preziose e di perle. Si può portare però il vescapo

d’argento: e ai dottori di legge ed altri giurisperiti non sono vietati

que’ fregi che ai militi, ossia cavalieri, si concedono, come anche

gli abiti ricchi di raso od armellino, o le vesti di porpora o tessute

d’oro o d’argento, che alla generalità non sono concesse. Il maggior

sfoggio permesso ai semplici cittadini ed alle loro mogli consiste in

fodere listate d’oro o d’argento, che loro sono accordate. Multe assai

gravose colpiscono i contravventori di tali statuti. La legge poi, che

pone un freno alla vaghezza di brillare con abiti sfarzosi, comanda

anche la decenza nella foggia delle vesti; nè una donna potrebbe

mostrarsi con un abito scollato, senza pagar una multa, essa e il suo

sartore.

Allora si accorse il signor d’Argentone che dagli abiti egli avrebbe

potuto distinguere benissimo la qualità delle persone. Egli chiese al

Corio, se in altri modi questi statuti milanesi, solleciti nel mantener

semplici i costumi regolassero le pompe de’ cittadini; e Corio così gli

disse. Gli statuti della nostra città reputansi molto savj in ciò, che

per ogni verso frenano la mania che nasce naturalmente negli uomini di

voler distinguersi nelle occasioni solenni. Così, dalla legge viene

limitato il corredo che lo sposo fa alla sposa, e viceversa; e tutto

deve stare nei limiti di una stretta modestia: è regolato il lutto; che

non può assumersi che dalla moglie del defunto e dai figli o figli de’

figli: sono regolate le pompe de’ funerali; ove solo ai militi e alle

persone qualificate è permesso un qualche sfoggio. In quest’occasione

poi, solo i primarj cittadini ponno ornar la bara di bandiere, di un

dato numero di torcie, e farla seguire dal cavallo dell’estinto; portar

anche il cadavere scoperto e vestito riccamente; mandargli dietro

un grosso codazzo di gente; usar ricchi drappi, pagar donne per fare

romoroso pianto innanzi la casa, e dare ricco banchetto a tutti gli

amici del trapassato: i semplici cittadini non ponno che onorare con

esequie modeste i loro morti, e banchettare quel giorno coi più stretti

parenti.

— E quali sono le persone che si considerano come qualificate in

Italia? domandò il signor d’Argentone.

— Queste sono, rispose il Corio, i militi, i giuristi, i rettori delle

città; e, dopo questi, i fisici: le prime tre classi specialmente

godono della maggior considerazione. Il collegio de’ giurisperiti di

Milano fruisce di varj privilegi: oltre ciò che già vi dissi intorno

alle pompe di cui è loro permesso cingersi, essi non sono obbligati

a marciare all’esercito se non sieno serviti di carrozza, ed anche

in tal caso ponno farsi supplire da altre persone: lo stesso è pei

notari, e pei governatori degli statuti del comune di Milano. Così,

nessun giudice del collegio è tenuto a far la guardia di notte, se non

quando si convochi l’esercito generale; nel qual caso è loro permesso

ancora mandare un supplente: nè può egli essere fidejussore nel comune.

I fisici, come anche i maestri di grammatica, essi pure devono in

carrozza esser condotti all’esercito, e ponno mandar chi li supplisca;

nè ponno aver il carico di esercitar le funzioni di anziano o di

auditori. Privilegi simili hanno i medici che aggiustano ossa infrante

e slogature. I chirurgi che compongono il collegio de’ chirurgi, non

sono tenuti che a mandar quattro di loro all’esercito: nè alcuno può

esercitar chirurgia se non è, dopo opportuno esame, ammesso a formar

parte di quel collegio. Bensì medici, fisici, chirurgi, sono obbligati

tutti a visitare i poveri gratuitamente. — E anche gli scolari sono

esenti da alcune incombenze, e dall’andare all’esercito; sia che

imparino la legge, sia che attendano alle scienze filosofiche ed alla

medicina.

Non aveva il Corio terminato di dar queste notizie intorno ai nostri

usi al suo amico, quando una nuova brigata assisasi lor vicino, e

servita di cena, cominciò ad attrarre la loro attenzione, e finì

quasi a congiungersi con loro: erano quelli quattro cittadini che

nulla aveano di notabile negli abiti, sebbene uno d’essi poi non

poco distinguesse la giusta posterità: quest’era Bramante, pittore ed

architetto; il quale, malgrado il suo merito, però, amando la buona

compagnia e l’allegria, era spesso ridotto al secco; nel qual caso il

sollazzevole compagnone diventava poeta, e con sonetti si raccomandava

a’ suoi protettori per averne danaro, che poi sciupava di nuovo così

presto come il primo. Il Bramante salutò il Corio, da lui conosciuto

nel Castello ove avea spesso lavorato; e così pel di lui mezzo quella

lieta brigata coi due nostri storici non fece quasi che una sola

società.

Si discorse di molte cose; e soprattutto della prossima venuta de’

Francesi a Pavia, ove si stavano facendo magnifici preparativi per

onorare il Re cristianissimo. Alcuno si proponeva di recarsi in

quella città per vedere l’ingresso di sua maestà, di cui il Comines

descrisse l’aspetto e il carattere. Uno di quel piccolo crocchio si fe’

notare particolarmente col suo cicaleggio: era costui un omicciattolo

che nulla avea di veramente distinto, se non se una faccia che ben

osservata nulla prometteva di buono, e due occhietti piccoli e furbi

che faceano presentire in lui tal persona con cui non era bene di

troppo confidarsi. Costui magnificava, senza serbar modo alcuno, la

saviezza di Lodovico il Moro; il quale si era meritato non pure, diceva

egli, l’affezione de’ popoli, ma anche la piena confidenza del Re di

Francia: la venuta del Re avrebbe di non poco accresciuto il lustro

degli Sforza; poichè l’alleanza di questa casa col Cristianissimo dovea

aumentarne, in modo incalcolabile, l’importanza. Il Re avrebbe trovato

nel Moro un uomo saggissimo, che assai gli avrebbe giovato co’ suoi

consigli e co’ suoi danari. Il Moro, già, era splendido: egli sapea,

all’uopo, sussidiare gli amici!...

— E pagar scarsamente gli operai, l’interruppe il Bramante.

— Eh via, so bene che scherzi, amico, soggiungeva l’adulatore: egli

è che voi altri artisti non siete mai sazj, e sempre vi lamentate; ma

quando mai vi fu per voi miglior tempo di questo! Egli è che tu butti

il tuo; ma del resto il Moro anche a te lascia forse mancar lavoro? E

chi potrebbe mettere in dubbio la sua inclinazione a beneficar tutti, e

particolarmente i bei talenti!...

— Come sei tu, l’interruppe di nuovo il Bramante: i talenti tuoi

oratorj intorno alla bontà del governo del Moro sono certamente ben

pagati: tutti almeno lo credono.

— Eh, datti pace, che io parlo per pura giustizia: che del resto, se

il Moro mi fa del bene a chi non ne fa? Il signor d’Argentone vedrà,

se vorrà darsene la briga, in quanti modi, il Duca di Bari benefica la

città nostra ch’egli regge: e più farebbe se fosse egli il padrone....

— Il duca Gian-Galeazzo però gli dà poca briga! soggiunse

l’incorreggibile Bramante.

— Il Duca, da saggio giovane come è, lascia governare allo zio; perchè

ne conosce la virtù....

— Sì, forse come Bernabò conobbe quella di Gian-Galeazzo Visconti

suo nipote! — E questa arditissima replica di Bramante, che alludeva

al sospetto che il Duca fosse stato dallo zio tradito e avvelenato,

fece seguire un istante di silenzio; disapprovando ognuno di tal modo

l’imprudenza del mordace artista.

— Amici, disse il Corio, cambiam discorsi! non è bene parlar di cose di

cui ci si potrebbe domandar conto un giorno! Tutti sanno che Bramante

è assai pungente ne’ suoi detti, e nessuno vorrà far caso della sua

leggerezza, e di ciò che dice per puro spirito di contraddizione! Del

resto, chi non ammira i veramente sommi talenti e meriti del signor

Lodovico!

— Che il nostro amico qui, soggiunse Bramante, è pagato per far

conoscere a tutto il mondo; togliendo a te, caro Bernardino, il

mestiere di stendere le storie! — Ma, via, se dobbiam tacere, si

taccia: chè in buon punto ecco entrano due suonatori colla viola e il

flauto.

Così era infatti: i due discepoli d’Apollo cominciarono quindi a far

ammirare la loro abilità: varie sonate vennero spacciando al loro

lieto uditorio; e raccolsero un premio abbondante della loro fatica.

In fine la notte era già alquanto innoltrata; e si udì l’ultimo tocco

della campana che invitava ogni uomo a ritirarsi: immediatamente tutte

le pratiche dell’albergo sgombrarono la sala; i suonatori divennero

muti, nè più udironsi partendo, essendo a quell’ora proibito far alcuna

serenata: più non restarono nell’albergo se non se le persone che vi

doveano passare la notte. Il Corio, poco dopo, si licenziò dall’amico,

promettendogli di tornare a lui il dì seguente di buon mattino.

Il Comines si trovò assai comodamente alloggiato nell’osteria che

scelta gli avea lo storico milanese. Il lusso delle camere allora, è

vero, non era grande; ma tutto ciò che que’ nostri antichi padri in

generale usavano pei loro comodi, non mancò allo scrittor francese che

fra noi facea soggiorno. Un buon letto, sedie, tavole, alcuni vasi per

lavarsi, casse e cofani per riporre le vesti e la biancheria, scrigni

per mettervi oggetti meno voluminosi, ecco i mobili ordinarii di un

appartamento di que’ tempi; se vi aggiungi qualche bello specchio di

Venezia, per colmo di ornamento: or tutto questo comodo arredamento

aveano le camere destinate al Comines. Solo ne’ palazzi de’ grandi

vedevansi, oltre a queste cose, ricche tappezzerie, ed altri oggetti di

un lusso maggiore e ognor crescente.

La notte fu dal nostro straniero passata assai tranquillamente,

poichè la legge allora proibiva ogni strepito importuno, persino,

come dicemmo, i dolci suoni degli amanti sotto le finestre delle loro

belle. In breve la romorosa città di Milano fu sopita tutta in un

profondo sonno; e il silenzio era sì alto, che i leggeri movimenti

de’ cavalli che eran nelle stalle dell’albergo solo interrompevano

quella quiete generale e solenne. Il signor di Comines, per tal modo,

potè ottimamente riposare dalle sostenute fatiche; e non svegliossi

il giorno appresso se non se quando il dì era già alquanto avanzato.

Poco dopo, a lui fu annunziato che il Corio abbasso lo attendeva: e

molto non stette a raggiungerlo, a fine di far una corsa con esso per

la città, scinti però entrambi delle loro armi, così essendo rigorosa

prescrizione degli statuti di quel tempo.

Lodovico il Moro · 第 11 / 24 题