Intanto Lodovico il Moro, dopo essersi diviso dal nipote; al quale fece
pienamente comprendere la sconvenevolezza della condotta della duchessa
Isabella, e come tutto quello che fin allora da lui si era fatto era
stato operato con viste leali e generose; di che Gian-Galeazzo parve
pienamente persuaso: dopo ciò, dico, egli passò nell’appartamento
proprio posto, come il lettore sa, nel castello medesimo, e non molto
discosto da quello del duca di Milano; e quivi, fatto un cenno leggero
alla moglie Beatrice che trovò in colloquio col Maestro generale della
corte, con essa passò a restringersi in una appartata e segreta stanza.
— Beatrice, diss’egli in un tuono alquanto grave ma non privo di
benevolenza; col vostro contegno poco prudente voi ne avete posto in un
gravissimo imbarazzo!
La donna a cui parlava, e che gli era moglie, trovavasi allora nel
più bel fiore dell’età; altera ed ambiziosa, di persona dignitosa,
di lineamenti belli sì ma maschi, distinguevasi per un aria grave
e imperiosa. Vestiva principescamente; il suo sguardo respirava il
comando; il sorriso non atteggiava il suo labbro; ma appariva però in
esso una specie di giovialità di condiscendenza. Tale era questa donna,
che non poco impero seppe esercitare sul marito stesso; il quale tanto
sapea raggirar gli altri. Mancava a Lodovico il Moro l’ardimento; ed
era Beatrice che in questa parte sempre veniva in suo soccorso. Al
rimprovero del marito, ella crucciò le ciglia, e rispose: — Or che
avvenne? qual mistero chiudono le vostre parole?
— Io fui insultato dalla Duchessa: essa si lagnò palesemente meco del
potere che mi avvoco, della reggenza che non dimetto, degli sprezzi che
da voi riceve, dell’autorità che voi ve assumete, degli onori che le
usurpate. Essa sembra decisa a rompere meco; e se non fosse che il Duca
di me continua a fidarsi, io temerei l’eccesso del suo risentimento.
I cittadini sono sempre affezionati ad un signore che se rappresentò
loro come di eccellente carattere e che veramente è tale, se non se
faccia caso della sua poca capacità per li affari: odierebbero me,
se supponessero volessi usurpare lo stato a un giovine inocente; e
già sapete lo sparlare che si fece, quando per esperimentarli facemmo
correr voce che el nostro fiolo stato sarebbe creato Conte di Pavia.
Tutto questo, vi confesso che me imbarazza non poco; e conviene
assolutamente che voi cediate alquanto, e rinunziate a una parte degli
onori che vi si rendono a favore di quella giovine piena di ardimento
di Isabella, che veramente col suo fuoco la me spaventa; e la pare la
voglia tirare la mia casa in precipizio!
— Lodovico, ecco la vostra saggezza vinta dalla vostra pusillanimità!
— E dimenticate in questo momento che le fortezze sono in vostre mani,
che da voi dipendono i soldati, che in podestà vostra è il tesoro,
che i membri del Consiglio di Stato sono vostre creature; e che molti
principi d’Italia, all’uopo, sembrano disposti a favorire la vostra
causa, del qual numero non solo è mio padre, ma, come sembra, anche il
Marchese di Mantova, e i Veneziani, e probabilmente l’Imperatore che
non volle riconoscere Gian-Galeazzo perchè discendente da Francesco
vostro padre il quale invase il ducato senza riportare il suo consenso
e ricevere la sua investitura!
— Sì, voi dite bene: ma se se facesse una pubblicità, tutto questo
non so come l’andrebbe a finire. I soldati son buoni, ma i populi
sono ancora miglior sostegno; e noi siamo stati nella necessità di
aggravarli per far fronte ai bisogni dello stato e per adunar tesoro,
gran movente per effectuare le rivoluzioni: questo non è il momento,
credetemi, de tentar novità; e intanto nuocer ne potrebbe non poco
Isabella col suo odio a morte.
— Col suo odio a morte! spiegatevi: da che desumete che spinga a tanto
gli sdegni suoi l’altera aragonese!
— L’è subito detto: ella stessa l’ha avuto el coraggio de dirme netto,
che solo la mia morte in questo momento le darebbe certo trionfo!
— La vostra morte! Ebbene, con tale parola, ella ha pronunziata la sua
condanna. Chi vi potrà ora biasimare, se per salvar la vostra vita,
quella della consorte vostra, di vostro figlio, voi v’appiglierete a
qualsiasi partito? Moderato non sembrerà, in questo caso, quello stesso
dell’usurpazione? Che è lo stato a petto della vita! moderato voi
sarete togliendo a Gian-Galeazzo la sovranità, quando, se ei la serba,
pericola la vostra vita! I popoli, che ciò sapranno, vi compatiranno.
D’altronde, non usurpò lo stato colla forza e col tradimento Francesco
Sforza, e poi fu amato dai cittadini! Tutti per saggio vi conoscono;
voi v’impadronite dello stato e diminuite le imposte, ed eccovi un dio
per la nazione! — Lodovico, noi dobbiamo rallegrarci della imprudenza
di Isabella!
— Ma ella la potrà mettere ne’ suoi interessi el padre, e l’avo: una
guerra me disturberebbe!
— Invigiliamo, per ora, che nessuno ad essa si accosti che non sia
de’ nostri: poniamoci in ordine per resistere: il Re de’ Romani
Massimiliano è sempre in bisogno di danaro; amichiamocelo col
sovvenirlo.
— Un altro pensiero m’è venuto in testa più volte, ed è che in tal caso
noi potremo impacciare el Re di Napoli col movergli contro le armi del
Re di Francia. Sapete che la casa reale di Francia ha delle pretese al
trono di Napoli.
— All’uopo anche questo si potrà fare: ma con cautela! Sapete i diritti
che vanta la casa d’Orleans sul milanese, per le ragioni di Valentina
Visconti: il duca d’Orleans potrebbe diventar re di Francia; e,
occupato Napoli, potrebbe tentarlo il milanese.
— In ogni caso anche a questo se penserà. — Ah sì, vedo bene che
converrà andar cauti: ma conviene operare! Quella serpe di Duchessa
la mi spaventa! Se aveste veduto che fuoco, che sdegno: come fremendo
la mi minacciava ancora più cogli occhi che colle amare parole,
colle minacce mortali! — Ah, Beatrice, un tal entusiasmo nell’odio
fa grande effecto! Io tremo, io tremo: i miei passi verso l’impero,
da te eccitati, furono troppo precipitosi: io ora ho speranze; ma
certezza nessuna! Anche Simonetta era forte; ma perdette la testa sul
rivellino di Pavia: anche Bona avea armi e tesoro, ma le perdette
successivamente, e le si strappò il potere fuor di mano! Un uomo
di me più ardito; l’insorgere del populo a favor del Duca, mosso
dall’eloquenza di quella femmina ardente, potrebbero rovinarci tutti.
Che cosa è vostro padre, Duca d’Este, a petto del Re di Napoli! Il
favor di Massimiliano è incerto; la Francia non è in grado di moversi
sull’istante... Ah, Beatrice, questo è un punto tremendo di crisi... Se
il temporale ruggisse, che si farebbe!
— La morte non ci potrebbe aiutare allora? manca forse un veleno!..
— Come un veleno! Vorreste che me avvelenassi mi, voi, e nostro fiolo,
per non soccombere nella lotta!
— E se voi non volete morire, converrà allora spegnere il nipote:
in tal caso i suoi figli rimarranno sotto la vostra tutela per lungo
tempo; e voi avrete il campo di consolidare il vostro potere!
— Ah, Beatrice, queste cose non sono de quelle da tractarsi sui due
piè! il timor di Dio... e poi il pericolo di una tal azione... che
indisporrebbe gli animi contro de noi!...
— Quanto al timor di Dio, io vi osservo, che l’uccidere per non essere
uccisi è di diritto naturale (questa donna obbliava che ciò è solo
allorchè la morte nostra certa sarebbe e immeritata)... In secondo
luogo, e quanto alle apparenze, un lento veleno le salverebbe: tutti
sanno che voluttuoso è il Duca; e lieve ci sarebbe far credere, che,
snervato dai piaceri, egli spirasse di languore e consunzione!
— Questi sono mezzi cattivi, Beatrice; questi son mezzi estremi!...
Ora conviene che, per salvar le apparenze, me porti un poco al circolo
solito de’ nostri letterati e artisti che se adunano nella sala a
terreno.
Egli vi si recò infatti. Stavano adunati, come era uso in varj dì
della settimana, pressochè tutti i dotti e gli artisti che da Lodovico
ricevevano o stipendi o favori. Il Duca di Bari fra loro mostravasi
piuttosto come un padre fra i figli o un amico di grado distinto
fra gli amici, che non come governatore e padrone. Il suo umore era
sempre il medesimo, era una gravità piena di dolcezza. Egli questi
incoraggiava nelle sue opere, quegli consigliava, l’altro eccitava:
spesso li consultava su varj oggetti tendenti ad accrescere lustro alla
città, decoro ai cittadini. Talvolta in gravi discorsi si passavano le
poche ore che durava il dotto congresso: talora il sollazzo prendeva
il luogo della scienza, e i belli spiriti reciprocamente eccitandosi,
come selce che dà scintille, brillavano di una luce istantanea ma
assai viva. Alcuna volta la musica avea la prima parte, e i cantori
della cappella di corte soavemente faceano eccheggiar le vôlte de’
loro melodiosi concenti. Talora, quando l’estro era forte, vedevansi
il da Vinci, il Bramante, ed altri poeti di quel tempo, recitare
animati carmi all’improvviso, di quel fuoco improntati che tanto
possente rende l’immaginazione, e che raddoppia l’effetto de’ suoi
parti coll’ispirare all’oratore che li declama un’enfasi sì gagliarda
che gran parte forma di quella stessa poesia! — Or bene, Lodovico, in
questo giorno sì terribile in cui l’anima sua era tanto conturbata, in
cui timore l’agitava per la vita propria e di quanto al mondo gli era
più caro, la moglie e il figlio; egli che paventava troncati i suoi
disegni ambiziosi, forse a lui più cari della vita stessa di sè, della
moglie e del figlio; quest’anima nell’interno straziata e bollente,
non corrugò per nulla la sua fronte grave, non tradì l’abituale suo
sorriso, non commosse la sua voce. Tanto è vero ciò che lasciò scritto
di lui il Corio suo cameriere, che tanto bene lo conosceva: «In lui si
dimostrava una tale maestà che pareva precedesse alle altre; modesto
nel parlare, dissimulava le cose presenti, aspettava le occasioni al
vendicarsi, mai non era superato da collera quantunque ancora alla sua
presenza ricevesse dispiacere; ogni cosa dimostrava egualmente udire,
e quantunque a lui fosse stata cosa deterrima e dispiacevole nondimeno
dissimulava essere ingiuriato.»
Capo VIII.