Non appena il Duca di Bari fu partito che la duchessa Isabella diede in
un grande scoppio di pianto; e quell’anima fiera trovò alcun sollievo
alle sue pene in uno sfogo per essa inusato; appunto come il torrente,
cruccioso se l’argine lo ritiene, più mite e placido diventa allorchè
rompe le dighe e tutte allaga le vicine campagne. Immersa nelle lagrime
sue abbondanti ella stette per alcun tempo; e la debolezza feminile
trionfava della di lei altera natura: però non andò molto che si
riscosse; dell’usato fuoco rianimò lo sguardo; e tergendosi gli occhi
ancora pregni del liquido lucente che velati gli avea, e frenando le
lagrime pronte a sgorgare un’altra volta, tutta concitata il bel seno
da un alito affannoso, disse a sè stessa: — Che vale il pianto, quando
operar conviene! — e recatasi ad un tavolo ove erano, con un calamaio
di argento dorato e riccamente intagliato, parecchi fogli di una carta
azzurra profumata, scrisse al padre questa lettera; che divenne famosa,
e che fu riferita da varj storici, e particolarmente dal Corio. Allora
la lingua colta in Italia era ancora la latina; ed in latino scrisse
Isabella, squisitamente educata dalla propria madre che nelle lettere
era assai versata: noi però, sapendo che tal lingua non è ora più tanto
comunemente intesa, la daremo ai nostri lettori volta nell’idioma
volgare; procurando però, più che ne sia fattibile, di conservare
quello stile concitato nel quale essa fu dalla infelice donna che la
scrisse concepita.
«Già molti anni sono, o Padre, che me univi a Gian-Galeazzo, il quale
giunto che fosse ad età virile dovea reggere i propri stati, nel modo
stesso che e Galeazzo padre di lui, e l’avo Francesco, ed i proavi
Visconti, un tempo fatto aveano. Or egli è già uomo e padre, ma di sè
appena può disporre; ed a gran stento, e a forza di preghiere solo,
da Lodovico e da’ suoi ministri ottiene ciò che è necessario pel
decoroso suo sostentamento. Tutto è da Lodovico amministrato a suo
grado; ei tratta la pace e la guerra, sanziona le leggi, concede i
diplomi e le immunità, le imposte ed i sussidj impone, le suppliche
spedisce, raccoglie il danaro; tutto è fatto a’ suoi cenni; e noi di
ogni appoggio privi, delle ricchezze spogliati, come privati viviamo;
nè Gian-Galeazzo, bensì Lodovico, sembra dello stato il sovrano:
il qual Lodovico diede egli castellani alle rôcche, a sè legò la
forza militare, ampliò i magistrati; e tutte le funzioni di principe
adempiendo, di vero duca compie gli ufficj; e avendo testè dalla moglie
avuto un figlio, è fama generale voglia farlo Conte di Pavia affinchè
nel principato succeda; e alla puerpera tutti gli onori di principessa
resi furono: mentre noi siamo trascurati, insieme coi nostri figli, nè
senza pericolo sono i nostri giorni in podestà di lui; che per insidie
può spogliarci di questa vita che a lui è grave, benchè già quasi
vedova mi vegga, e desolata e d’ogni soccorso priva. E sì che non manca
a noi nè ardire, nè ingegno, nè l’amor de’ popoli, nè la compassione
loro; mentre egli, che per sete d’oro li aggrava, è odiato e maledetto:
ma le nostre forze sono inferiori, e cedere ne conviene, e duopo
è soffrire ogni sorta di avvilimento; non essendo a me neppur dato
di confidar ne’ nostri servi, che da lui dati ci sono ed a lui sono
fedeli. Or se paterna compassione ti move; se l’amore per me, se le
mie lagrime ponno piegarti; se magnanimità è in te, col regal sangue;
togli la figlia tua ai mali del servaggio, alle contumelie che soffre;
e rendile il trono, a lei con inganno rapito. Che se di me poi pensiero
alcuno non ti prende, gioverammi piuttosto di propria mano cadere, che
sostener il giogo altrui; chè nel mio stato tollerare una emula nel
dominio non è a me per ogni verso cosa comportabile.»
Scritta questa lettera, la giovine duchessa parve più sollevata dalle
sue pene acerbe: cessava il suo affanno, scomparivano le lagrime. —
Ora converrà trovar mezzo sicuro per mandarla al suo destino. — Ma a
chi fidarmi? — Di tante persone di cui Lodovico mi cinse, quale potrà
moversi a pietà di me, tanto che con proprio pericolo si pieghi a
giovarmi in questa circostanza? Tra coloro che per ossequio mi visitano
chi potrò io credere a me fedele? — Ma poco sta la donna a trovar
una strada per uscire da’ suoi imbarazzi: un istinto di accortezza,
continuamente fedele, la ispira: ella talora non pensa, non ragiona;
ma risolve come se preseduto avesse alla sua decisione la meditazione
più sagace! È a questo istinto che essa deve quell’impero che sì spesso
esercita su di un sesso per tanti altri versi a lei superiore.
Fra le sue ancelle, Isabella una ne avea che a se affezionatissima
riputava, e non a torto, e stimava in tutto fedele e devota alla
propria persona. Sebbene dal Moro, come tante altre, anch’essa fosse
stata scelta, le pene morali di Isabella aveano nella giovinetta
risvegliate le più dolci simpatie. Carolina era il suo nome: piccola
era la sua statura; ma ella era veramente una piccola perfezione: una
taglia snella e gentile, una testa da Psiche, due occhi tra il nero e
l’azzurro notanti in un fluido brillante e tagliati a forma di mandorla
respiravano la dolcezza e i più soavi sentimenti; bionde ciocche di
capegli aggiungevano vezzo a un viso già bello, siccome ricca cornice
dorata accresce l’effetto ad un quadro da maestra mano dipinto: il suo
abito era d’ordinario semplice, di una stoffa di seta, ma elegante;
una croce sul petto raccomandata ad una fila di bei coralli, e due
anelli nelle orecchie, gentili quanto tutta la persona di questa
vaga angioletta, erano i soli ornamenti abituali di quella simpatica
creatura che era ad un tempo la cameriera più zelante e l’unica
confidente di Isabella.
Isabella sonò due volte l’argenteo campanello vagamente intagliato che
stava fra altri minuti oggetti di un lusso regale sul suo tavolino; e
quasi nel momento stesso la leggera Carolina comparve, per ricevere
i suoi ordini. Un’occhiata sola bastò alla intelligente fanciulla,
per indovinare che una gran tempesta agitato aveva il cuore della
sua padrona diletta. Ella però non aprì labbro. Isabella la fissò con
occhio scrutatore. — Carolina, le disse; più volte tu mi protestasti
di amarmi, di non essere tale da venir confusa con tante mie ancelle
mercenarie, che stanno intorno a me pronte piuttosto a spiare la mia
condotta che a prestarsi in mio servizio e all’uopo giovarmi: posso io
crederti sincera veramente; confidare, ed appoggiarmi a te in una mia
necessità?
— Ah, Illustrissima mia Signora! Io mi credea bene, dopo tante carezze
che m’avete compartite, di non meritarmi questo vostro dubbio, che
profondamente mi trafigge. Comandatemi pure ogni cosa che onesta sia;
e vedrete, coll’effetto, se io non vi amo, se per voi non sia pronta a
sagrificare anche me stessa!
— Mia cara, io ti credo, replicò Isabella; ed una sua mano corse ad
accarezzare il mento gentile della sua prediletta cameriera. — Or bene,
dimmi, mio angelo, hai tu un amante?
La povera giovinetta arrossì: rimase alquanto confusa: esitò a
rispondere.
— No, mia cara, non arrossire! Non disdice alla tua età, a’ tuoi
vezzi, l’essere amata; e forse più d’uno spierà in secreto il tempo di
dichiararsi tuo adoratore: oh, con qual piacere poi io stessa presederò
alle tue nozze! Ma ora ciò m’importa sapere, Carolina: sei tu amata?
hai tu un giovine che, adorandoti, ti possa servire in un bisogno
con fedeltà? Io ho una lettera pel padre mio; a lui solo la potrei
affidare!
— Mia Illustre Signora, allora prese a dire l’amabile Carolina, con
una voce che ricordava assai quella melodiosa del flauto: io me ne
viveva ancora tranquilla, e se non intatta almeno non agitata dagli
strali dell’amore, quando un avvenimento sono pochi mesi cambiò la
condizione di mia esistenza. Era il carnevale; e quella stagione lieta
che avvicina, con danze e giochi, la gioventù dei due sessi diversi,
agitava leggermente il mio cuore come quello di tutte le altre del
nostro sesso; quand’io mi accôrsi che un giovine cavaliere compiacevasi
di accostarmisi e trattenersi meco particolarmente. Era questi Gaspare
Visconti, consigliere ducale, le cui rime graziose circolano fra i
crocchi più scelti della città; e che ebbe già in moglie una figlia
dell’infelice Simonetta, la quale però poco stette a raggiungere in
cielo lo sventurato genitore. Egli mi stancò con mille assiduità tutte
le volte che mi vide; ed ora non cessa di spiare ogni occasione per
trovarsi meco e favellarmi.
— Egli è un cavaliere assai pregevole, Carolina! Ma ti dichiarò egli
apertamente il suo affetto?
— Un giorno che molte donne e fanciulle con me erano adunate; e
trattenevamoci in piacevoli ed onesti discorsi con alcuni giovani,
fra i quali per ispirito e gentilezza il Visconti assai distinguevasi;
disse Gaspare maliziosamente, che le donne erano d’un animo più crudo
che le serpi, poichè non uccidevano col loro veleno tostamente ma la
vita lentamente de’ loro adoratori struggevano. — Orsù, replicò alcuna,
voi siete ben innamorato, o Gaspare; e ben severa esser deve colei che
nelle sue reti vi stringe, perchè teniate di questi propositi? — Ben
v’apponete, madonna, egli rispose: ed oh foss’io per natura meno pronto
ad accendermi per chi il cielo mi viene mostrando come mia stella: ma
già io lo dissi, e il scrissi,
«Amore è in me come il natare al pesce
E sì come agli uccelli il suo volato!»
— Ippolita, mia compagna, allora gridò: — E chi è costei che, tanto
avendovi il cuore acceso, poi col suo rigore indebito vi tormenta ed
uccide? — Chi è chi è? molte altre sclamarono. — Signore mie, rispose
il giovine, non mai io vi paleserò quel nome purissimo che di proferire
non son degno: e in questo dire uno sguardo rapido e loquace egli mi
gittò, che alquanto mi fe’ arrossire. — Però, soggiunse un istante
dopo, io vi mostrerò le sue fattezze angeliche, se ciò vi piace, per
non sembrare con voi scortese: e, così dicendo, si trasse dal petto un
piccolo ritratto, che andò mostrando alle mie compagne tutte, senza che
alcuna ne indovinasse il sembiante: chè a caso quella vezzosa miniatura
comperato egli avea, come poi mi disse. Ma allorchè fu a me davanti,
egli volse destramente il ritratto, e mi presentò il suo rovescio,
che era un pulito specchio d’argento; ed io, mirandovi me stessa, mi
vergognai: egli, dopo una tale non più equivoca dichiarazione, continuò
a simulare; e riponendo il piccolo quadro, proseguì a parlare dell’amor
suo, dichiarando che fervidissimo era, e che altro non desiderava
fuor che l’occasione di poter provare alla sua bella che da altri un
tale affetto giammai essa non avrebbe potuto conseguire. — Dopo questa
scena, tre altre volte ei mi vide; mi parlò di nodi eterni, se io vi
avessi acconsentito; ed ultimamente mi fece pervenire un suo amoroso
sonetto.
— Tu l’hai certamente indosso, mia cara; tu ti copri di rossore; io ho
indovinato! Via me lo mostra!
Eccolo, replicò ingenuamente Carolina; traendosi un foglio candidissimo
dal seno. — Isabella lo prese, e lo lesse.[2]
Specchio nel qual la mia donna mirando,
Conobbe la cagion che il cor mi opprime,
E vide il dolce sguardo che m’imprime
La voglia dove ognor mi struggo amando:
Specchio che discopristi, allora quando
Mi fu men duro l’idol mio sublime,
Con nova arguzia le amorose lime
Che l’alma mi consuman desiando;
Perchè non ritenesti in te l’effigie
Che sola è Sol splendente agli occhi miei,
O delle luci sue qualche vestigie?
Chè col pensier, che or giace in mille omei
E sì ritrova in le più basse stigie,
Beatissimo in ciel mi troverei!
Io vi confesso, amo il Visconti; ma essendomi egli per condizione
d’assai superiore, temo che il suo amore mal possa essere per me
costante; e tardo ad acconsentire a diventar sua!
— Mio angelo, sclamò Isabella, quanto sei buona e saggia! — Ma io non
ho altro mezzo; Visconti è uom d’onore, lo conosco; nè ama il Moro,
che gli spense il suocero: lui incarica, in nome dell’amor che ti
porta, di far per mezzo sicuro pervenir questa mia lettera al Duca di
Calabria mio padre. — Se il tempo verrà (come può essere in breve) che
io sia felice, Carolina, io ti innalzerò a tal grado, che non avrai più
a dubitare di non essere degna del gentile e nobile tuo adoratore! —
E, in così dire, porse alla ancella favorita la sua lettera: Carolina
arrossì un’altra volta; si terse una lagrima di commozione, e baciando
la mano della sua signora che l’andava accarezzando, fatto un leggiero
inchino si ritirò.
Isabella rimasta sola gittò un sospiro. — Ah, il cielo in mezzo a’
rigori suoi sempre alcun raggio ci serba di sua benevolenza! Fra i
patimenti angosciosi del mio animo, io non posso al tutto chiamarmi
infelice, avendo figli che dolcemente le mie viscere commovono, un
consorte adorabile, ed una sì ingenua e sincera amica!
Un momento dopo ricomparve il Duca. — Egli non fece rimproveri alla
diletta sua sposa. — Riuscii a placare Lodovico, diss’egli: mia cara,
se m’ami, frena con lui il tuo sdegno: credimi egli è assai migliore
che tu non lo stimi.
Isabella, valutando il contegno generoso verso di lei del debole suo
marito, nulla replicò: ma slanciossi fra le sue braccia, e vi stette
singhiozzando per qualche tempo.
Capo VII.