Appena che il Duca di Bari fu comparso, il nipote lo abbracciò, e
baciò in fronte. Egli poi ritirossi indietro; e Lodovico, fermo in
piedi innanzi al tavolino ove sedeva Isabella, ma ad alcuna distanza,
tutta spiegava la dignità della sua persona. Di statura maestosa, di
età matura, cinto di una veste lunga turchina con fregi d’oro e che
ben si addiceva al grave suo portamento; il suo volto pallido e un po’
oscuro non tradiva alcuno dei suoi pensieri, ed avrebbe annunziata una
perfetta calma se il fino indagatore non avesse nel fuoco di un occhio
ombreggiato da un grave sopracciglio veduto i segni di una profonda
simulazione. Col berretto in mano; col volto eretto; movendo uno
sguardo scrutatore rapidissimo sul nipote, e poi fissandolo con finta
benignità su Isabella; egli proferì queste parole, con un tuono in
apparenza di rispetto:
— L’Illustrissima Duchessa che ha da comandarmi?
E poi se ne stette in silenzio.
— Sedete, Duca di Bari, allora tosto rispose Gian-Galeazzo,
accennandogli una ricca sedia che era vicina a quella ancor più ricca
a braccioli nella quale era adagiata la giovine sua consorte; sedete, e
vi esporremo il tenue motivo per cui abbiamo dovuto incomodarvi. — Così
dicendo, e mentre il Moro accettava l’invito, il giovinetto duca, bello
per un’ingenua espressione di bontà, accostò alquanto un’altra sedia a
quella dello zio, ed anch’egli s’assise.
— Il motivo per cui abbiamo incomodato l’Eccellenza Vostra, è questo;
che voi probabilmente già indovinaste. Da qualche tempo la duchessa
Beatrice vostra consorte per un amore femminile di grandezze, che
io nel cuor mio vorrei volentieri perdonare quando non ostasse la
convenienza e il rispetto che si deve alla Illustrissima mia consorte;
la duchessa Beatrice, dico, affetta nelle occasioni solenni una
superiorità su Isabella che non le si compete; e che voi pure, mio
zio, avrete forse alcuna volta notato e biasimato. Il ciel mi guardi
dal volervi recare dispiacere alcuno, dopo le tante prove di affezione
e fedeltà che date mi avete; ma ora, trattandosi di cosa in apparenza
grave, io vi debbo pregare che, con quei modi blandi che la vostra
esperimentata prudenza vi saprà suggerire, ammoniate Sua Eccellenza
la degnissima vostra consorte; perchè le cose procedano per l’avanti
con più regolarità, ed a norma di quel cerimoniale che è stabilito
dall’uso e che si conviene al decoro del grado dell’Illustrissima
nostra consorte; a cui questa trascuranza reca dispiacere, nel che noi
sentiamo (e voi ne converrete) che ella non ha il torto.
— Illustrissima Duchessa, rispose pacatamente il Moro: se me[1] sia
permesso esternarvi un mio parere; io vi direi che, convenendo che il
motivo delle lagnanze vostre è giusto, mi pare però che de troppo ne
esageriate l’importanza. L’Illustrissimo Duca non ha ancora toccata
appieno l’età perfecta de venti anni; e deve quindi riconoscere la
nostra tutela. E noi, pronti a rinunziare al governo quando lui sarà
diventato maggiore, purchè il bene suo e dello stato lo consentano;
ora però siamo ancora costituiti governatore dello stato, e come tale
figuriamo sovente nel primo grado in quelle funzioni pubbliche a cui
Sua Signoria Illustrissima non interviene. Sua Eccellenza la duchessa
Beatrice, usa a stare al nostro fianco, ed a conseguire in tali casi i
primi onori, si è forse un po’ troppo dimenticata in qualche occasione
che l’Illustrissima Duchessa era presente: e di tale inavvertenza
noi la abbiamo infatti amorevolmente ammonita. Me se permetta però
el dirlo, Vostra Signoria Illustrissima, duchessa Isabella, con
troppo rigore ha trattato la nostra zovene consorte per un sì piccolo
mancamento; e ricordandole la superiorità del suo grado con asprezza,
ha cagionato un profondo dolore in Beatrice, i cui sensi leali non
dovrebbero essere posti in dubbio, nè di cui tanto ferita io averia
desiderata la sensibilità!
Una vampa di sdegno imporporò le guancie della fervida Isabella: essa
alzò gli occhi che fin allora avea tenuti bassi; e fissando uno sguardo
splendidissimo che indicava viva indignazione sul volto impassibile
del Duca di Bari, e ritraendo la persona quasi per una spinta segreta e
irresistibile di una indomabile antipatia, così prese a dirgli:
— Duca di Bari: si può abusare delle parole, ma non è comportabile
quando l’eccesso è spinto a tanto segno! Io, duchessa di Milano,
superata nello sfoggio, nelle pompe, nell’autorità, da Beatrice vostra
moglie mia suddita, tacqui e sopportai: ma offendendosi anche le vane
apparenze di una preminenza illusoria, sdegnandomi, sarò accusata poi
qual troppo rigida ed altera se muovo una lagnanza che già da tanto
tempo avrei dovuto farvi sentire! No, le cose sono spinte ad un punto
che più non ponno correre. Mio marito fra giorni esce di minore età;
conviene disporsi a cedergli il governo; deporre un’autorità che non
vi fu conferita che a tempo; ed intanto non violare quei confini che
sempre devono separare chi ha il comando di diritto da chi per dovere è
suddito e deve obbidire!
— Isabella, tu mi offendi così parlando al mio buon zio, la interruppe
il duca Gian-Galeazzo; calmati: la tua asprezza è fuor di luogo: non
dubitare, che il Duca di Bari è uom d’onore, e saprà sempre calcare
la strada che il dovere gli prescrive; come con tanta gloria la ha
percorsa fino al presente!
— Che potrei io replicare agli amari rimproveri de sua Signoria
Illustrissima, la duchessa Isabella! le ricorderò solamente, che
essendo noi costituiti nel grado di tutore dell’Illustrissimo di lei
consorte, non doveremmo essere tractati se non con quel rispetto che
se conviene alla nostra dignità: ma io voglio condonar tutto al foco
giovanile; e lascerò che l’Illustrissima Signoria sua sulle cose che me
disse ci pensi bene questa notte; e poi domani le daremo tutti quelli
rischiarimenti che potranno essere del caso.
— Che io ci pensi questa notte! E quante notti non vi ho io
pensato; quante notti non mi restarono per piangere l’umiliazione
e l’avvilimento a cui avete ridotta me, e quest’angelo, questo
innocente e sacrificato agnello che mi è consorte; nè solo le notti
sono testimonie delle mie lagrime; ma i lunghi giorni solitarj che
io passo in questo castello, ove solamente di puro titolo io sono la
sovrana! Quante volte, nello stringermi al petto il bambino che solo mi
consola, io non sospirai pensando che forse altra donna ne nutricava
un altro che l’avrebbe soperchiato, che occupato gli avrebbe quel
trono che a lui il vero diritto riserba! — E voi mi parlate di una
notte per riflettere! no, non è necessario! Duca di Bari, o voi siete
uomo d’onore, e dovete omai dimettervi dal governo...; o, mostratevi
più generoso, dichiarateci aperta guerra, innalzate il vessillo
dell’usurpazione; ma non abbatteteci colle armi del tradimento!
— Frénati, mia consorte, frénati; tu eccedi: sclamò il buon
Gian-Galeazzo, alzandosi dalla sua sedia e prendendo ad Isabella la
mano che ella levava in atto di esecrazione.
— Illustrissima Duchessa, voi dai rimproveri passate agli insulti! Voi
ve lagnate di mancare di un condegno corteggio in questa vostra corte:
ma chi non sa che avendovi noi assegnati diciotto mila ducati per
vostra provisione, somma bastante avuto riguardo allo stato di minorità
in cui vi trovate, voi ne spendeste in capo all’anno, una volta sette
mila, poi undici mila, di più; facendo debiti che noi non abbiamo
lasciato di pagare! E quanto al fasto della corte, se questo non giunge
alla profusione di Galeazzo Maria, non lascia però de essere conforme
che il grado richiede; essendovi ricca stalla, e cappella fornita di
cantori; essendo onorata dalle persone più distinte dell’Italia; ed
essendosi anche alzato un teatro per diletto vostro e di tutti, non
meno sontuoso di quello che decora Ferrara! Che se le cure del governo
ci circondano di gente a cui dobbiamo dar ordini e direzione, come è
nostro dovere; vi lamenterete voi, Illustrissima Duchessa, che sulle
nostre spalle sia il grave fardello dello stato?
— È di questo fardello che voi ora dovete alleggerirvi, replicò punta
e sempre più indignata con vivacità Isabella; ora il mio consorte è
maturo di senno per reggersi da sè; uomini distinti ne convengono: sul
passato si stenda un velo; i vostri segreti pensieri forse svelandosi
deturperebbero quella fama splendida che di voi s’aggira per l’Italia,
e che vi fa passare come uomo di singolare saviezza: tacciasi del
passato; ma a patto, che ora vi pieghiate a fare il dover vostro!
— L’Illustrissima Signoria Vostra la me offende colle sue parole.
— E voi mi offendete coi vostri fatti! Non dubiterò io di voi, vedendo
che a voi attiraste tutte le forze dello stato; che da voi dipende il
Consiglio di Stato, cui avete composto a vostro piacere; che da voi
sono tenute le fortezze, da voi presidiate e date a vostre creature;
che da voi è disposto del tesoro? — Che resta a noi, se non se il grido
impotente della disperazione!
— E se le cose fossero in questo stato, sarebbe egli prudente per voi,
Illustrissima Duchessa, far sentire questo grido! Tornate in senno,
giovinetta; e siate più saggia nel valutare i fatti di un uomo che si è
meritata la stima di tutti i principi d’Italia, ed anche d’oltremonti!
— Quest’uomo però ora aspira a calpestare i diritti del nipote; a farlo
credere un imbecille, per trar a sè il potere e perpetuarlo nella
propria casa! Si dice che al figlio che v’è nato pensiate persino a
dare il titolo di Conte di Pavia!
— Vostra Signoria eccede ne’ termini: el suo carattere el va facendosi
sempre più incomportabile: con questo suo tuono altero e imperioso,
ella ha indisposto omai tutti li suoi servitori: io sono l’ultimo
a stancarmi: ma chi potrebbe reggere; la pazienza di Job forse non
basterebbe a tanto; e la mia è grande, ma non credo che tanto oltre
arrivi quanto quella di Job!
— Moro, voi già assai potete nuocerci; voi ci avete omai rovinati:
forse voi ci volete morti: almeno non fateci morir di spasimi; siate un
ardito usurpatore come Gian-Galeazzo Visconti: vi mancheranno, per noi,
una prigione e un veleno?
— Se può offendere de più un uomo onorato e probo, replicò il Moro: con
tanto astio che voi me mostrate, come potrei io rinunziare alla tutela,
e tenermi securo della vita! Confessate, o Duchessa, che voi altro non
desiderate ora che la mia morte!
— Sarò più sincera e franca di voi: sì ben io veggo che in questo
istante solo la vostra morte potrebbe ristabilire i miei interessi, e
darmi trionfo! — Proferendo queste parole, Isabella mostra vasi agitata
dalla più violenta passione.
— Ah Isabella, Isabella! sclamò il giovine duca.
— Allora converrà che io me guardi molto bene, replicò il Moro;
e intanto ghe leverò el disturbo di mia presenza. — E ciò detto
assai commosso, ma frenandosi, partì. — Il Duca gli tenne dietro,
nell’intenzione di placare l’anima esacerbata dello zio.
Capo VI.