In una sala del Castel Giovio la quale formava parte dell’appartamento
del giovinetto Duca, la duchessa Isabella riccamente vestita, e adorna
di una beltà altera; col volto commosso e pieno ancora di quella
tempesta che il recente contrasto coll’ambiziosa Beatrice d’Este avea
in lei destata; rugiadosi gli occhi lucenti di stille di pianto cui
lo sdegno frenava, e mostrando nel labbro e nella guancia fremente la
profonda indegnazione e il dispetto di cui era compresa; trovavasi
fra le braccia del duca Gian-Galeazzo: il quale, bello e nel fiore
dell’età, vestito di un elegante abito corto di seta con ricchi fregi
d’oro e pietre preziose, guardando la diletta moglie con aria piena di
bontà e benevolenza, procurava calmare gli spasimi che l’eccesso dello
sdegno avea destati nell’offesa giovinetta.
— Datti pace, Isabella, farò tutto quanto tu desideri; ma Lodovico
nostro zio è uomo degno, che operò sempre pel ben mio e dello stato;
e con lui vuolsi cautamente e amicamente procedere. Tutta Italia lo
onora per la sua saggezza; i più bei genj della nostra età s’accordano
a formarne l’elogio; Milano lo saluta suo nuovo fabbricatore: per
lui questo stato florido non paventa il confronto di qualsiasi altro
d’Italia; i principi Italiani cercano la nostra amicizia ed alleanza;
l’Imperatore, come che avverso perchè considera gli Sforza quali
usurpatori del ducato di cui loro non diede egli l’investitura, pure
sta in rispetto, e tace; e finalmente questa città è fatta vero
luminare d’Italia e d’Europa, per ricchezza, sapere, religione, e
gentilezza. Tu vedi adunque, o cara Isabella, che con quest’uomo
venerabile conviensi agire con rispetto, come la riconoscenza esige;
tu sai poi quanto egli sempre con noi usasse di ogni riguardo che ci
è dovuto: il carattere di sua moglie ti offese; ma egli non ne ha
colpa: io so di certa scienza, che più volte ne la biasimò del suo
sconveniente contegno: ma l’amore acceca; e d’altro canto, che può fare
il buon zio con quella altera! Sì, io voglio bene compiacerti; ma le
cose devono procedere pacatamente, e in modo che il Duca di Bari non
rimanga offeso. Io amo che non si usurpi il mio potere; ora, il vedo, è
omai tempo che le redini del governo mi sieno consegnate; ma qual mano
più degna di aiutarmi nel reggerle, del mio rispettabile e buon zio
Lodovico? nè sarebbe senza giusto rimprovero per me di ingratitudine,
se io colla durezza e la diffidenza rimeritassi quel grande personaggio
di tutto ciò ch’egli fece a pro dello stato durante la mia minorità!
Il Duca qui faceva una posa; quasi per dar tempo ad Isabella di
replicare, o convenire. Ella, tutta commossa, diè in un dirotto pianto:
il Duca la stringeva al petto, e baciava; indi riprendeva:
— Ma perchè nuovo pianto; perchè sì commossa? Non temere! non parlai
io secondo esige l’onore e il dovere? che ti affligge? perchè non ti
acqueti? di che dubiti, o sospetti? Su via, il tuo sguardo incredulo
chiude un mistero! favella!
— Ah tu sei troppo buono, sclamò Isabella, tu tutta non misuri la
tua situazione: tu ti credi signore, mentre languisci in una intera
schiavitù! Il Moro ti affascina: inganna te; come ingannò me, e tutto
il mondo: tu non arrivi a scandagliare la profondità del suo cuore!
sotto un manto di bontà, di magnanimità, di disinteresse, egli chiude
un’anima avida di potere, di fama, di ogni sorta di grandezza; fredda
sui mali altrui: il suo sorriso è glaciale, e fa sparire la vita de’
sentimenti veramente generosi di chi lo avvicina: egli ti stende
una mano, mentre stringe coll’altra lo scritto in cui nel capo ti
condanna! sotto l’aspetto della saggezza, asconde perfidia, inganni, e
tradimenti! oh di che non è capace l’ambizion sua? egli sacrificherà il
sangue, i sudditi, ed anche il suo dio e le speranze di una vita futura
in cui forse mal crede, al soglio: sì, io non m’inganno; egli mira al
soglio che tu possedi; e se, per occuparlo, converrà abbatterci, lo
farà!
— Quai terrori ti finge la tua immaginazione, Isabella, riprese
sorridendo il di lei debole e buono consorte! quanto la tua fantasia
è prodigiosamente attiva nel tormentarti! le chimere che tu crei non
sono smentite dai fatti, dal rispetto che sempre per me e te dimostrò
Lodovico?
— Ah, il cielo lo volesse, che chimere queste fossero! Ma tu ti
inganni, Gian-Galeazzo; i fatti, i fatti più eloquenti, stanno contro
il Moro: non dispose egli de’ castelli e della forza militare? Or che
varrà il nostro dritto, se per lui saranno le armi? Nè qui s’arrestò:
questo stesso castello non è egli in mano di un suo fidato; onde
alzati i ponti levatoi noi possiamo essere da un istante all’altro suoi
prigionieri, come lo fu già Bernabò Visconti di Gian-Galeazzo? E non
governa egli omai non più a modo di tuo tutore, ma come vero principe?
non si tolse anche (estremo di sfrontatezza e audacia!) in suo potere
il tesoro? e vôlte le milizie in suo potere, di suo arbitrio non esige
dai sudditi sussidj, dispone delle entrate, stringe trattati, comparte
le grazie; e tutto a lui obbidisce! Chi a te o a me si rivolge mai per
cosa alcuna? non è egli e la sfacciata sua moglie che sono corteggiati
come sovrani: e non ardisce ornai Beatrice anche nelle solenni comparse
usurparmi il posto d’onore che mi si compete? — Credimi, il male è
estremo; conviensi usare mezzi estremi! Forse Lodovico non ardirà
gittare del tutto la maschera, e noi potremo rialzare l’autorità
nostra; ma se ciò non accade, io non spero più che nell’armi di mio
padre: ed ancora la speranza è incerta; e più certa io vedo la rovina
tua, la mia, e quella de’ nostri figli!
— Lo sdegno ti rende bene eloquente, Isabella; e quasi mi spaventi! ma
Lodovico non è sì malvagio, credimi, come lo pingi. L’essermi io poco
occupato degli affari, fece che egli tutte a sè le redini dello stato
traesse: io non dubito però, e cento volte me lo disse, che condotte le
cose al miglior ordine, a me saranno da lui trasmesse; ed allora, dopo
le cure che egli spese per render lo stato florido, noi raccoglieremo
parte dell’onore che una saggia amministrazione rifletterà sul principe
che seppe secondare lo zelo di un ministro sì intelligente!
— In breve noi vedremo se ciò sia vero, sclamò Isabella: il cielo
voglia che mi ingannino i miei sospetti! Ora, poco può stare a giungere
Lodovico i sentiremo i suoi sentimenti! — E, dette tali parole, la
duchessa si svincolò dal consorte; si assise ad un bellissimo tavolino
ornato di scolture e fregi di avorio, sul quale erano alcuni fiori
in vasi d’argento eccellentemente lavorati e smaltati, con altri
ornamenti preziosi; ed appoggiando la faccia rorida di pianto ad una
mano gentile, che poteva essere invidiata da un Ebe, serbò il silenzio.
Gian-Galeazzo gittò un sospiro; si alzò; passeggiò per la camera; si
affacciò ad una finestra i cui vetri colorati erano aperti, e diè
un’occhiata mesta alle mura del castello che Isabella ora gli avea
dipinto come una splendida prigione; ed all’udire aprirsi una porta si
rivolse indietro.
— È qui il Duca di Bari, disse un paggio annunziandolo; debbo farlo
entrare?
— Entri! replicò Gian-Galeazzo: e corse incontro allo zio, con un
affetto in parte naturale in parte forzato, per abbracciarlo.
Capo V.