Ne’ sei giorni che tennero dietro a quello che ora abbiamo descritto,
nel quale rinovaronsi le nuziali cerimonie di Isabella, si continuò
in più modi a festeggiare questa giovane principessa. Canti, suoni,
rappresentazioni mimiche, doni che le si presentarono per parte delle
città suddite e per parte di principi e re amici, ed anche de’ grandi
del ducato sia feudatari sia semplici nobili, banchetti sontuosi,
giuochi stupendi; tutte queste cose concorsero a far gustare alla
illustre sposa ne’ primi giorni della sua luna di mele de’ piaceri
vivi che la inebbriavano. Cavalcando per Milano, essa ebbe anche
campo a vedere minutamente questa città superba; che allora passava,
si può dire, per la prima nell’Italia, e fuori pure avea ben poche
competitrici nell’Europa. Scorsi al fine questi primi giorni di
continua romorosa festa, Isabella collo sposo passò a Pavia: e colà,
scelti a restar presso di lei sessanta ministri fra garzoni ed ancelle,
gli altri congedaronsi; dopo aver fatto dono a cinque delle primarie
matrone di auree vesti, ed ordinato che tutte fossero spesate fino al
loro imbarcarsi a Genova le persone che a Napoli faceano ritorno.
Qualche storico dice che Lodovico il Moro quando ebbe veduta Isabella,
si sentì preso d’amore per tanta beltà. Ciò può essere, poichè si sa
che il Duca di Bari era esso pure dedito alla galanteria, ed avea
avute particolarmente due amiche rinomate per vezzi e per spirito,
che furono celebrate da poeti di quell’età. Quel che è certo però si
è, che da principio nulla Lodovico tralasciò per onorare e ricreare
Isabella; la quale dal canto suo, sebbene dal proprio padre avvezzata
a riguardar il Moro con occhio sospettoso, non poteva però non sentire
del rispetto per lui, che tanto la floridezza avea saputo promovere
del ducato. Infatti, sebbene la pestilenza avesse nel 1486 spente in
Milano, dicono, cinquantamila persone, pure per la beata condizione
del paese la popolazione vi era ancora numerosissima; alimentata
dal fertile suo territorio, e dai prodotti ragguardevolissimi delle
manifatture e di un commercio oltre modo attivo. E quanto al commercio,
è certo che nei primi anni del governo di Filippo Maria Visconti, fra
gli stati del duca e Venezia, mettevansi in giro pressochè tre milioni
di ducati ogni anno: ma in ogni cosa poi giammai più prospera fu la
città nostra del tempo in cui ne ebbe il governo il Duca di Bari.
Molte case nobili allora si erano grandemente arricchite col traffico,
come aveano fatto fra gli altri i Borromei; la manifattura delle armi
era oltremodo accreditata; si tessevano moltissimi panni, e drappi di
seta. La popolazione poi era tanta, che le produzioni del territorio
mal bastavano a nutrirla; ed alcuni calcolano che in Milano fossero
circa trecentomila uomini, considerando che il Biglia dice, che la
città potea porre sotto le armi trentamila persone. L’agiatezza ovunque
si manifestava con novelle fabbriche; sebbene tuttavia non molto si
conoscesse il lusso de’ grandi palazzi, che però andavasi introducendo:
e l’amore che manifestavasi in tutto pei modelli antichi, faceva che
anche l’architettura abbandonasse le forme gotiche, per avvicinarsi a
quelle dei greci e de’ romani; e Milano già presentava un miscuglio
di due generi di fabbriche, perocchè fra le maestose e gravi ma
talora tetre case gotiche di cui in generale si componeva, vedevansi
sparse altre che annunziavano che il gusto di tempi più antichi e più
colti si cominciava ad apprezzar meglio ed avrebbe col lungo andare
trionfato. Tuttavia nell’ordine gotico allora era ancora il maggior
numero de’ palazzi; dei quali ora non ne resta omai se non se qua e là
qualche scarso vestigio. Pertanto tutto indicava che Milano era città
floridissima: un gran numero di banchieri, mercatanti, artisti, le
arrecavano splendore, ed in ciò alcuni la stimavano la prima d’Europa:
copiosa era la varietà de’ mestieri che in essa si esercitavano; nè
altrove era maggiore il numero degli artigiani, i quali anche aveano
fama per genio inventivo e per l’eccellenza con che esercitavano le
proprie arti. Tutto insomma comprovava il proverbio italiano, che per
dinotare una ricchezza inestimabile diceva, _ricco quanto Milano_.
Lodovico poi avea in molti modi abbellita questa città; vi avea alzate
fabbriche sontuose; nè del tutto mendace era il titolo con che veniva
onorato, chiamandosi il suo nuovo edificatore.
Io non so se alla simpatia di Lodovico per Isabella o solo ad oggetto
di renderla indifferente intorno alle sue usurpazioni di potere,
si dovessero le feste con che egli si ingegnava tener divertita
la giovine duchessa. Certo si è, che non le mancarono sulle prime
brillanti trattenimenti; e che di uno ci fu anche conservata distinta
memoria. Leonardo da Vinci, che deve aver presa non piccola parte
nell’immaginare i macchinismi con che onorossi la duchessa al suo
arrivo in Milano, fu, essendo eccellente meccanico, l’autore eziandio
del congegno con cui alcun tempo dopo la si festeggiò. Tale macchina
chiamossi _Paradiso_, ed era un grande emisfero, con molte lampade
sospesevi, e sette fanciulli; così si rappresentavano i movimenti delle
stelle e de’ pianeti: ed i fanciulli, che raggiavano quasi genii di
ciascun pianeta, a misura che girando la macchina avvicinavansi agli
augusti sposi, cantavano versi in lode della duchessa, i quali erano
stati espressamente composti dal Bellincioni.
Pare però che ben presto l’avversione contro il Moro in Isabella si
manifestasse, vedendo che il marito era affatto allontanato dagli
affari e solo godeva degli onori della sua dignità. Infatti Lodovico
di ciò dovette informare il Duca di Ferrara; la cui figlia già da
anni gli era stata promessa in isposa, e di cui ora, cresciuta in età
opportuna, si pensava effettuare il matrimonio. Infatti dice il Corio,
che il suo futuro genero e la sua promessa sposa animavano Lodovico
ad usurpare quel governo di cui egli, ora che il duca suo pupillo
era omai vicino ad uscir di tutela, si credeva alla vigilia di essere
spogliato. Lodovico il Moro era timido di carattere: egli sapeva che,
malgrado il suo buon governo, tuttavia non gli erano ancora troppo
affezionati molti potenti cittadini. Infatti, benchè tutti confessar
dovessero i rari meriti di lui, e la plebe lo festeggiasse, come
dicemmo, al suo comparire col grido di Moro, Moro, che spesso risuonava
per la città; pure i due partiti Guelfo e Ghibellino di lui non erano
molto soddisfatti, perchè ciascuno credeva di non essere abbastanza
favorito; il che veramente a novella lode tornava di quel reggente,
che mirava a trattare tutti in modo indistinto i cittadini. Nel 1484
varj Guelfi aveano congiurato contro di lui; perchè, a parer loro,
trascurava soverchiamente la loro fazione, che era quella degli Sforza:
il sicario che dovea spegnerlo, preso, fu decapitato e fatto in quarti,
che vennero posti alle porte della città a terrore de’ macchinatori;
mentre gli altri congiurati salvaronsi colla fuga. Ma se i Guelfi non
erano soddisfatti; malcontenti pure erano i Ghibellini, perchè, sebbene
favoriti dal Moro, erano per altro stati non poco frenati nelle loro
strabocchevoli pretese.
Temendo adunque il Duca di Bari di perdere quando che fosse la propria
autorità, e desiderando di conservarla, andava in più modi facendosi
gagliardi amici, e rimovendo dal potere le persone che a sè avverse
sospettava, per sostituirvene altre che a lui devote fossero appunto
perchè tutta a lui dovessero la propria fortuna. Per ciò in quest’anno,
sotto varj pretesti, egli rimoveva i castellani di Milano, di Trezzo,
e di altri luoghi; per sostituirvi de’ suoi creati. Il castellano del
castello di Milano, Filippo Eustacchio, fu anche imprigionato, per
accusa di aver ordita una trama, che i più credettero supposta; e quel
castello fu poi affidato a Bernardino Curti famigliare e già stato
paggio del Duca di Bari, costituendolo prefetto, e creando capitano il
di lui fratello Giacomo. Innoltre in questo torno Lodovico stringeva
legami colla possente famiglia de’ Sanseverini, concedendo Bianca sua
figlia naturale in moglie a Galeazzo Sanseverino, giovane di spiriti
animosi e che in molte solenni giostre avea ottenuti i primi onori. In
quella famosa che i Veneziani diedero nel 1484 per festeggiare la pace
allora conseguita, egli con un suo fratello, figli del celebre Roberto
Sanseverino, aveano riportato il premio consistente in un drappo d’oro
e uno d’argento, ed aveano ricevuti non pochi onori da quel Senato.
Piacque a Lodovico così amicarsi i tre fratelli Sanseverini, perchè due
di essi, Galeazzo e il Conte di Caiazzo, aveano nome di buoni capitani;
il terzo, Fracasso, era chiaro per valore personale, tanto che chiamato
era il novello Achille. Il loro padre, è vero, da una bastarda della
casa Sanseverina era nato; ma allora poca differenza in Italia, per
testimonianza di Comines e come dimostrano mille fatti, faceasi fra i
figli naturali ed i legittimi.
Le nozze di Lodovico con Beatrice figlia di Ercole duca di Ferrara
ebbero luogo al principio del 1491. Le feste che si fecero in
quell’occasione furono, è vero, d’assai minori a quelle fatte per
le nozze del Duca di Milano; ma tuttavia annunziarono la potenza di
Lodovico, ed il suo grande credito presso il nipote. Con grandissimo
corteggio fu condotta a Milano la sposa; le si preparò nel Castello
un appartamento ricchissimamente addobbato; si costrusse una nuova
gran sala per di lei uso, la quale, dipinta da eccellenti pittori,
superiormente era rivestita di panno color di cielo con stelle
d’oro. Ad incontrare la principessa estense recavasi cavalcando fin
fuori della città la duchessa Isabella, che fermossi nella chiesa
di S. Eustorgio; e colla duchessa erano molte matrone e fanciulle
della più scelta milanese nobiltà, tutte adorne di sontuosi abiti,
e tutte pure a cavallo: giunta la sposa a S. Eustorgio, dopo le più
amichevoli accoglienze, fu condotta ad una lauta colazione: ad essa
venivano allora incontro, preceduti da gran corteo di persone a
cavallo, molti insigni personaggi; v’erano gli ambasciatori di varj
principi stranieri, e i legati delle città del ducato; fra gli oratori
napoletano e veneziano, e alcuni vescovi ed altri grandi, veniva il
Duca; e quindi Lodovico il Moro, che dopo aver ricevuto la sposa a
Pavia era volato a Milano per concertare questo solenne ingresso:
Lodovico era cinto di veste aurea, e stava in mezzo de’ fratelli
Sanseverini: venivano dipoi i due Senati, i magistrati civici, e
quindi una folla di cittadini accorsi a godere di quello spettacolo.
Quando questa numerosa e splendida comitiva fu giunta colà ove la
sposa si trovava, seguivano i vicendevoli saluti; di poi posti gli
ospiti alla destra de’ milanesi si avviò nella città, al suono di
trombe numerose. Alle porte della città incontraronsi i medici e i
giureconsulti di Milano, vestiti delle loro toghe vermiglie e scarlatte
e formanti una sola schiera: nella contrada degli Armaiuoli tutte le
botteghe si trovarono tappezzate di bellissime armature, rappresentanti
anche uomini coperti di ferro, qui a piedi, là a cavallo. Giunta nel
Castello poi, la sposa vi era accolta da Bona madre del Duca e dalle
di lui sorelle circondate da altre matrone e nobili donzelle. Nei
due dì seguenti furono alla sposa presentati varj regali dai primarj
personaggi dello stato. La cerimonia nuziale però ebbe luogo nella
cappella privata del principe, come che addobbata con pompa regale.
Ma altre feste seguivano: nella gran sala espressamente costrutta si
diede un trattenimento di ballo; e tre palchi ivi erano eretti, uno
coperto da padiglioni messi a oro ed argento, destinato pei principi;
un altro per mettervi in bella mostra i vasi e le argenterie stupende
di Lodovico; il terzo pei suonatori, ed era nel mezzo. I principi
sfoggiarono vesti oltre modo sontuose, e smaniglie e collane di gemme
di grandissimo prezzo: de’ loro ornamenti il minore era il drappo
d’oro. Le principesse poi aveano tutte abiti a foggia spagnola, cioè
alquanto aperti sul petto; cosa che prima d’allora non vedevasi in
Milano, per una riserva estrema che vi dominava: aveano un manto che
dal destro omero passava al lato sinistro; ed i capegli sparsi sulle
spalle, in trecce gravi di pietre preziose. I primati del ducato e le
loro mogli e figlie gareggiavano pure coi principi in isfoggio, e il
taglio degli abiti era eguale. Come furono assisi in luogo eminente
cinquantadue de’ principali personaggi d’ambo i sessi, vennero prima
rivestiti di auree toghe e creati cavalieri un legato del Monferrato e
un fanciullo figlio unico di Pier Francesco Visconti; e quindi si aprì
il ballo dalle duchesse; il cui abito con strascico solo permise una
danza grave e lenta, sebbene riuscisse assai dignitosa e graziosa: dopo
di che balli più vivaci ebbero luogo fra cittadini distinti d’ambo i
sessi mascherati, e fra mimi di professione vestiti di varj costumi,
quale alla francese, quale alla spagnola, quale alla egiziana, o alla
turca, e di quest’ultimo costume particolarmente: quel sollazzo fu
protratto fino a notte. Il dì seguente ancora si danzò; ma tutti aveano
mutato di abito, essendo usanza che i più distinti cittadini avessero
da poterne cambiare quattro o cinque. Dopo il ballo si assistette ad
alcune giostre, nelle quali mostrò sua bravura Galeazzo Sanseverino,
che ruppe più aste e scavalcò l’avversario Giacinto Simonetta.
Un altro giorno avea luogo poi uno spettacolo ancora più solenne;
che fu un torneamento fra varj campioni nobilissimi, alcuni de’
quali travestiti in nuove fogge e singolari. A quest’oggetto nella
spianata davanti alla fronte del Castello era stata alzata una
palizzata; con un palco ampissimo da una parte, da cui potessero i
primari cittadini godere lo spettacolo, e tutto coperto di panni a
più colori alla sforzesca, cioè bianchi, rossi, e celesti: un palco
separato era destinato per i principi e le più distinte donne. Era
trascorso il mezzo dì, e già il popolo accorso empiva la circonferenza
dello steccato, ed empìto era pure il palco destinato ai più scelti
cittadini; quando, giunti i principi, lo spettacolo ebbe cominciamento.
Entrava nello steccato pel primo Francesco Gonzaga, principe mantovano,
condotto dal Duca medesimo e da Lodovico; e con lui erano diciannove
cavalieri tutti con vesti di seta succinte ed eguali, e varii con
collane d’oro: quindici pedoni venivano con esso, col petto coperto
una metà di drappo d’argento, e l’altra di drappo di seta; e questi
erano destinati a servire all’uopo i cavalieri. Venne quindi Annibale
Bentivoglio, che pure fu dai principi nostri accompagnato, e che seco
conduceva tre compagni d’arme tutti splendenti d’oro e d’argento e con
bellissimi cimieri.
Dopo questi due distintissimi personaggi venivano altri minori, ma
pure nobilissimi: Gaspare Sanseverino, detto Fracasso per la sua
grande vigorìa, guidava un carro trionfale tratto da tre cavalli,
due rappresentanti due liocorni, il terzo un cervo: Galeazzo suo
fratello, genero di Lodovico, compariva dipoi, raffigurando un re
indiano tratto da mostri ed accompagnato da selvaggi; ed un araldo
lo annunciava, recitando un complimento diretto al Duca; mentre i
selvaggi suonavano fistule di nuova foggia. Altri vennero dopo, chi
vestito alla tedesca, chi alla turca, e chi in altre guise. In tutto i
combattenti furono cinquantasei; e nessuno di essi v’era che non avesse
almeno vesti seriche tessute con oro ed argento. Intanto le trombe
suonavano con grande clangore: ma poi si tacquero; ed incominciò il
combattimento, disposti in vari gruppi i combattenti. Giostrarono fra
loro prima Francesco Sforza e Pietro Bolognini; poi Fracasso e Andreino
Mirandolano; indi molti altri: finchè fu rimessa la continuazione del
gioco al dì vegnente.
Al dimane ancora giostrava Galeazzo Sanseverino; ed altri combatterono
dopo di lui, che ruppe ben dieci aste. Il combattimento venne quindi
sospeso; ma quelle prove di valore doveano riprendersi il dì dopo,
in cui si sarebbe deciso a chi spettasse il vanto e il premio della
vittoria.
Adunque nel terzo giorno tornavano a giostrare gli stessi principi;
e il Bentivoglio riportò nella mano una ferita, non abbastanza
difendendolo l’armi nelle quali era chiuso. Però, fra tutti, palese
apparve che per bravura distinguevasi Galeazzo Sanseverino, allora
elegantemente ornato di un serico sorcotto. Pertanto i giudici che
pronunziar doveano della vittoria, a lui attribuirono i primi onori;
e gli decretarono il miglior premio, che era un drappo scarlatto: un
altro simil premio fu poi diviso fra due altri nobili campioni: dopo di
che i principi fecero ritorno nel Castello, al suono delle trombe e de’
timpani.
Così terminarono le feste nuziali; nelle quali l’accordo fra il
Duca di Milano e Lodovico apparve perfetto, in cospetto di tutto il
mondo: sebbene essendo poco prima comparsa in cielo una cometa, molti
in que’ tempi superstiziosi pronosticassero disgustose vicende. La
gioja generale, ispirata da questi divertimenti, veniva poi anche
accresciuta dal mettere in luce che pochi dì dopo fece Isabella il suo
primogenito, che dovea succedere al padre nel ducato. Tutti esultarono
per così prospero avvenimento; tranne forse Lodovico, i cui pensieri
forse vagamente vagheggiavano il berretto ducale di Milano, e la cui
ambizione ora veniva spronata dalla giovine sua sposa, donna avida
di comandare. Tuttavia la concordia durò ancora per qualche tempo. Le
due spose erano non di rado divertite con spettacoli mimici, giostre,
tornei, balli, cacce nel giardino ampio del castello di Milano e
nell’altro ancor più vasto di quello di Pavia; e tutto sembrava
agli occhi del pubblico che passasse in ottima armonia. Però il non
pensar Lodovico a deporre la tutela, e l’alterezza di Beatrice d’Este
sua moglie, che andava crescendo quanto più Isabella mostrava di
offendersene, finirono per destare fra quelle donne inestinguibile il
fuoco d’una funesta discordia.
Infatti vivendo le due principesse nella medesima corte, ben presto
la loro segreta antipatia tramutossi in odio aperto. La moglie di
Lodovico, vedendo che in sostanza chi avea il potere e lo esercitava
era suo marito, cominciò a trattare la Duchessa di Milano nella guisa
medesima che il marito proprio trattava il giovine Duca, non qual
sovrana ma come pupilla; affettando anche di soperchiarla nel fasto
con che viveva e vestiva, e in quelle dimostrazioni d’onore con che
voleva essere ossequiata da tutti. Ultimamente, avendo avuto un figlio,
si vociferava che sarebbe fatto riconoscere come Conte di Pavia,
affinchè succedesse nel Ducato. La Duchessa, risentita, non tacque a
Beatrice, che in lei non volea riconoscere che una sua suddita; e che
una principessa della casa reale d’Aragona era ben altra cosa che la
figliuola di un duca di Ferrara. Dopo di che, piena di rancore, col
giovine marito si restrinse; colle lagrime e con pungenti motti cercò
di destarlo dal suo letargo, ed indurlo ad intimare a Lodovico, che
omai rinunziasse alla tutela; e come lo ebbe alquanto scosso, mandò un
suo cameriere a pregare il Moro, perchè con qualche sollecitudine si
recasse al di lei appartamento; ove ebbe luogo la scena seguente
Capo IV.