Era presso a spirare l’anno 1488 quando Lodovico il Moro, che già
nel 1487 avea dato un segno poco equivoco di ambizione disponendo,
non si sa sotto qual pretesto, del castello di Pavia e dandolo a sue
creature; Lodovico, io dico, sapendo che Alfonso duca di Calabria
nutriva forti sospetti intorno alle sue intenzioni; per mostrare queste
leali e favorevoli al duca suo nipote e pupillo, pensava effettuare
il matrimonio di lui con Isabella figlia di esso Duca di Calabria;
matrimonio già concertato da molti anni, quando gli sposi erano ancora
fanciulli e tuttavia viveva il padre di Gian-Galeazzo. In questa
circostanza poi Lodovico pensava a dare un chiaro segno della alta
considerazione che egli nutriva per la corte di Napoli, festeggiando in
modo veramente regale la giovinetta sposa.
Per condurla a Milano furono spediti Ermes Sforza, fratello del
Duca, e Gian-Francesco Sanseverino conte di Caiazzo; e questi erano
accompagnati da trenta giovani della più scelta nobiltà di Milano. Già
assai riccamente usavasi vestire dai nobili nella città nostra, che
allora era oltre ogni modo fiorente; ma in quest’occasione lo sfoggio
passò ogni misura: e fuvvi chi ne’ braccialetti spese sette mila
fiorini d’oro; mentre le vesti furono, per alcuni, di drappi d’oro o
d’argento, come stati fossero re; e per gli altri, almeno di drappi di
raso e velluto, ma per lo più con ricchi ricami ed ornamenti; portando
poi tutti al collo e giù sul petto ricchissime e grosse catene d’oro,
ed avendo ciascuno da dieci a sedici servi vestiti di vesti seriche ed
anche con preziose armille al braccio sinistro, siccome era allora in
uso. Questa scelta schiera di nobili coi loro seguaci, che in tutto si
componeva di meglio che quattrocento persone, si poneva in viaggio nel
mese di dicembre, e recavasi a Genova; onde poi passare a Napoli per
la via del mare. Essi ovunque erano ammirati; e veramente facevano di
sè bella mostra, perchè Corio dice, che sembravano tanti principi: ma
più bella ancora fatta l’avrebbero se in quel frattempo non fosse morta
Ippolita madre della sposa; per cui, tranne che nelle occasioni più
solenni, tutta quanta quella brigata vestiva il cupo colore del lutto.
In gennaio del 1489 aveano luogo in Napoli gli sponsali; e allora
particolarmente brillò la scelta schiera de’ nobili milanesi. La
morte di Ippolita però fu cagione che le nozze non si celebrassero in
Napoli con pompe clamorose; chè male colà sarebbero convenute al duolo
verace in cui tutta la corte era immersa. Ippolita infatti, figlia
di Francesco Sforza, si era fatta stimare come persona molto istrutta
e saggia; ed aveva essa stessa educata la figliuola, stringendo così
vieppiù il laccio naturale che ad essa la legava. Adunque la recente
sua morte rendeva impossibile ad Isabella e al di lei padre prender
parte in una gioia romorosa. Come tutto ciò che avea a farsi poi fu
compiuto, e come furono in ordine le persone destinate ad accompagnare
la sposa; le quali, compresi i donzelli e valletti, furono più che
quattrocento, fra cui quattro nobilissimi personaggi dei quali uno era
il Duca di Amalfi; quando tutto fu pronto, si diedero le vele ai venti;
e lieti e regalati lasciarono la bella Napoli, per recarsi a Genova, e
di là a Milano che impazientemente li attendeva.
Siccome il viaggio per mare però recava dell’incomodo alla giovinetta
sposa, così non si lasciò di prender terra in più luoghi; ed ovunque
essa mostrossi, venne con liete accoglienze festeggiata. Essa fe’ posa
per breve tempo a Gaeta, a Civitavecchia, a Porto Ercole, a Livorno. In
Livorno venne a incontrarla Lorenzo de’ Medici, con onorevole seguito,
e la festeggiò. Passata a Portovenere, poi a Portodelfino, di là giunse
finalmente a Genova; ove ebbe termine quel penoso viaggio di mare,
per riposar dal quale ella dovette in questa città soffermarsi varj
giorni. Genova allora dipendeva dal Duca di Milano; onde con grande
tripudio vi fu la sposa accolta a suono di trombe e campane, ed a spari
di schioppi e bombarde. Immensa era la moltitudine che accalcavasi per
ammirare la bella aragonese; i magistrati e la nobiltà facevano a gara
a complimentarla: le fu presentato un ricco vaso d’oro; ed allorchè
partì, anche sui monti fu salutata con spari di bombarde.
Posto piede sulle terre del Ducato, avvicinandosi a Tortona, la sposa
venne incontrata dallo sposo, da Lodovico suo zio, e da vari primarii
cittadini, non che da tutti i magistrati della città. In questa
entrando, trovò le vie tutte ornate di rami di alberi verdeggianti,
di statue posticce, ed altri simili ornamenti. Era destinato per
albergarla il palazzo di Bergonzio Botta: sulla soglia di questo una
statua equestre, che rappresentava un moro armato, per celato ordigno
al suo passaggio le cavava il cappello e la salutava; mentre un
fanciullo in essa nascosto, che operava tai movimenti, cantò de’ versi,
che non furono ascoltati perchè la pioggia allora messa sì forzò gli
sposi a non badare al giovinetto cantore.
Del resto il nobile cittadino tortonese che nella propria casa
accoglieva i suoi sovrani nulla avea ommesso per fare che degno di
loro riescisse e l’alloggio e il trattamento. Tutto l’interno del
suo palazzo era stato addobbato di ricchi parati e tappeti: tutto ivi
respirava un lusso veramente regale; e la cena che alla illustre coppia
fu imbandita venne rammentata dagli storici per la sua sontuosità.
Infatti, per tacere del numero grande e della quantità delle vivande,
basti il dire, che tutte erano portate in tavola da finti personaggi
della mitologia; i quali recitavano complimenti poetici, manierati un
po’ sì ma graziosi, alla sposa: e dopo la cena que’ personaggi diedero
alla duchessa uno spettacolo allusivo alle fauste sue nozze.
Il giorno appresso gli sposi passarono a Vigevano, ove pure vennero
festosamente accolti. Il Duca poi recavasi in fretta a Milano, per
ricevere solennemente Isabella; la quale dal canto suo si portava
ad Abiategrasso. In quel castello, residenza favorita di molti dei
nostri principi, la festeggiavano la duchessa vedova Bona con un
scelto corteggio di donne e donzelle milanesi. Da Abiategrasso poi si
fece il solenne ingresso in Milano; venendovi su barche regalmente
addobbate, che lentamente solcarono le acque del Naviglio che da
Abiategrasso conduceva fino al Castello di Porta Giovia, principale fra
le fortificazioni della capitale del ducato. Bona e le sue figlie già
l’aveano preceduta il giorno innanzi.
Ecco con qual ordine effettuossi il solenne ingresso dell’aragonese
principessa in Milano, il giorno 10 di febbraio. Partita che essa fu da
Abiategrasso, le venivano incontro Bianca ed Anna, sorelle del duca,
con uno stuolo scelto di milanesi matrone; di poi veniva Lodovico
Sforza, reggente dello stato, con varj grandi del ducato. Il Duca
recossi a ricevere la sposa a capo del Naviglio, cinto dalle guardie
addette alla sua persona; e quanto avea di più distinto la città di
Milano qui si recava per festeggiare la giovine duchessa. Lo sfoggio
negli abiti era grande; i collegi dei medici e de’ giureconsulti vi
erano con abiti di porpora; nessuno era che non avesse almeno vesti
seriche; molti ostentavano ornamenti di oro, molti d’argento: i
ricchi monili erano assai frequenti. Giunte le navi a toccar terra,
scendevano prima le matrone milanesi, poi la sposa, tenuta per mano dal
Duca; e tutti al Castello si avviavano, fra il clangor delle trombe
ed il fragore delle artiglierie che da tutte le mura del Castello
scaricavansi.
Il Castello di Porta Giovia poi, al quale Isabella perveniva, ed
ove solevano abitare i duchi di Milano in questi tempi, era tutto
festosamente ornato; per corrispondere all’esultanza che in tutti
destava quel fausto avvenimento. Non solo l’appartamento ducale era
stato qui ampliato, là abbellito, colà di ricchi arredi e tappezzerie
fregiato, profondendosi la seta non pure ma l’argento e l’oro; bensì
anche tutto il restante del castello era stato festosamente ornato di
verdeggianti rami, con archi trionfali, ne’ quali eziandio splendea
l’oro, e vedevansi gli stemmi degli Sforza, non che quelli delle città
del ducato, ed in uno i ritratti dei duchi. All’entrare di Isabella
le artiglierie raddoppiarono i loro colpi, e il tripudio si fece più
che mai clamoroso. La principessa aragonese fu accolta sulle scale del
palazzo ducale dalla duchessa vedova Bona; colla quale trovavansi, per
festeggiarla, molte gravi matrone milanesi. Bona condusse la sposa al
di lei appartamento, ed al talamo. Una regale eleganza avea preseduto
all’ornamento di quella camera: un padiglione color scarlatto copriva
il letto maritale, e un fregio elegante di verdi foglie correva in giro
a quel padiglione, e fra quelle foglie erano vezzosi puttini d’argento
i quali scherzavano e giocavano in più maniere; e inoltre v’erano
quindici leoni formati con pietre preziose, dei quali quattro vedevansi
negli angoli, ed uno nel mezzo di ciascuno de’ tre scompartimenti.
Il dì seguente poi i due sposi recavansi in Duomo cioè nella
cattedrale, per rinovarvi la cerimonia delle nozze. Fu allora che
Isabella potè appieno vedere quale ricca e popolosa città fosse a
que’ dì Milano. Tutta quanta la strada che dal Castello conduceva alla
piazza del Duomo era coperta da strati di lana; e fu veramente allora
tenuta qual mirabil cosa che tanta copia di drappi si trovasse per tale
oggetto: parati di varie sorta e rami d’alberi verdeggianti ornavano
le porte e le finestre, affollate di persone, spesso sfarzosamente
vestite: ma soprattutto la ricchezza della città appariva dal corteggio
che accompagnava i principi. Verso il mezzogiorno uscivano gli sposi
dal Castello; mentre ovunque una folla di popolo accalcavasi ove
passar dovevano, e loro era venuto incontro il clero. Uscivano dalla
rôcca prima i magistrati, in grande numero; i grandi dello stato erano
con questi; indi veniva il Duca, colla sposa alla sinistra: tutti a
cavallo. Ogni sguardo a sè attirava la sposa, la quale era ornata
di una veste aurea alquanto aperta sul petto: la sua bellezza era
da tutti notata; tutti ammiravano il di lei matronale ad un tempo e
verginale contegno; e l’alterezza del padre suo in lei traspirava,
non meno che la modestia del suo sesso. I suoi occhi grandi e pieni
di fuoco, l’aria un po’ imperiosa del suo volto, il vivace colorito,
il crine che in trecce tutte coperte di gemme giù per gli omeri le
scendeva, la persona di statura mediocre sì ma agile e leggiadra;
tutto rendeva quella giovine principessa oggetto dell’ammirazione
comune e simpatìa. Ma anche il Duca, coperto di abito ricchissimo per
drappo d’oro e ricami preziosi, facea bella mostra di sè; giacchè,
giovane di vent’anni, di bella statura e di leggiadre forme, ne’
lineamenti del volto mostrava la bontà di cui era fornito e la
dolcezza del suo carattere; e parea ben degno di essere compagno ad
una principessa tanto nobile ed avvenente. Il conte Giovanni Borromeo
e Gian-Francesco Pelavicini, primari vassalli dello stato, stavano
alle staffe dei principi, e procedendo a piedi facevansi notare per
la bella persona e per la loro aurea toga. Sopra il capo de’ principi
un baldacchino candido era sostenuto per mezzo di aste inargentate
dai medici alternativamente e dai giureconsulti, vestiti di toghe
purpuree orlate di preziose pellicce; abito usato solamente nelle più
solenni occasioni. Dopo la sposa poi venivano Bianca ed Anna, sorelle
di Gian-Galeazzo; quindi la moglie del Duca di Amalfi e quelle di altri
principi napoletani; poi molte matrone milanesi; corteggio femminile in
numero di sessanta persone, tutte a cavallo: fra queste, sei erano dal
capo a’ piedi vestite di drappo d’oro, e trenta aveano auree tuniche; e
distinguevansi particolarmente la figlia e la nuora del Conte Giovanni
Borromeo, e perchè bellissime erano e perchè le loro tuniche auree
erano mirabilmente ricamate e il petto e le braccia aveano coperte di
preziose gemme. Misti fra queste dame poi erano i loro mariti, o padri
o fratelli, tutti del pari in abito pomposissimo; giacchè fra essi
uomini, che erano in numero assai maggiore che le dame, si contarono
centosedici toghe tessute d’oro ed argento, ed alcuni si distinguevano
per ricami tempestati di pietre preziose. — Giunta alla contrada
degli Orefici, la sposa fu complimentata da un amorino, che apparve
sulla strada presso una colonna; alla quale, senza che apparisse, era
sospeso: il fanciulletto cantò alcuni versi con molta leggiadria. Ciò
piacque a Isabella, ed essa ammirava l’abbondanza della popolazione, il
lusso, la ricchezza generale che in ogni cosa appariva; ma allorchè fu
giunta alla piazza del duomo, venne assai più colpita alla vista di uno
stupendo edifizio posticcio alzato davanti alla porta di quel tempio.
A tale edifizio posticcio conduceva un arco trionfale, e poi una breve
strada tutta coperta di rami verdeggianti di ginepro. L’edifizio di cui
io parlo era vastissimo, sostenuto da otto colonne, ornato di statue
rappresentanti le muse ed altre vergini illustri: le vôlte di esso
erano ornate di verdura; colonne minori, amorini dipinti, ed altri varj
ornamenti, ne abbellivano l’interno e l’esterno; e mirabile soprattutto
era la sua cupola, vastissima, che nulla avea di simile per dimensioni
se si eccettui quella del Panteon di Roma e quella ancora che allora
ammiravasi nella chiesa di S. Lorenzo a Milano.
All’avvicinarsi della sposa alla piazza, il che fu annunziato non
solo dallo strepito de’ cavalli ma ben anche dal suono delle trombe
che la accompagnavano; una schiera di nobili donne che tenevasi nel
vicino palazzo dell’Arengo era tosto stata fatta passare nel grande
edifizio di che parlammo, per accogliere la duchessa e condurla nel
tempio. Giungeva la sposa; ammirava il macchinismo alzato per onorarla;
riceveva cortesemente e ricambiava i saluti delle nobili matrone che le
si faceano incontro; ed entrava di poi nel tempio, ove nuovi oggetti
mirabili le si offerivano alla vista. Il grande edifizio infatti
della celebre cattedrale di Milano, già per sè stupendo, era stato
tutto adornato festosamente di più generi di ornamenti. Un colonnato
posticcio di diciassette paia di colonne era stato disposto dalla
porta all’altar maggiore, e la lunga volta che le sormontava era tutta
ricca di fogliami e di bandiere ducali e regie. Essa poi era qua e
là traforata; onde vedeasi anche la parte più eccelsa del gigantesco
tempio: ai lati pendevano cerchi e semicerchi di rami verdi, ne’ quali
stavano incluse immagini di ninfe e di centauri. A capo del peristilio,
si saliva per un tavolato, che leggermente andava montando, fino
all’altare: e su un tavolato superiore erano disposti in gran numero
argentei vasi preziosi, che per quella solennità vi avea fatti portare
Lodovico il Moro.
In duomo si rinnovarono le nuziali cerimonie, alla presenza de’ grandi,
feudatarj, legati delle città suddite, nobili di ogni sorta; e con
grandissima pompa, onde il Calchi dice, che i sacerdoti sembravano
tanti pontefici. I principi sedettero sotto un padiglione d’oro; e
intorno al Duca stavano i legati dei principi amici, non che i di
lui zii Lodovico e Filippo, ed Ermes suo minor fratello: mentre,
di rimpetto, Isabella era circondata dai principi napoletani, dalle
sorelle del duca, e dalle principali fra le giovani e matrone nobili
milanesi. V’erano anche presenti i due Senati, cioè i membri del
Consiglio di Stato e di quello di Giustizia; non che i collegi de’
medici e de’ giureconsulti, che a que’ tempi godevano di grandissima
considerazione; come pure il collegio de’ mercanti. L’anello da
porsi in dito alla sposa era una maraviglia di que’ tempi; perchè
formato di una sola preziosissima gemma traforata. In un discorso
tenuto da un vescovo di casa Sanseverina, si lodò la sposa, lo sposo,
ma particolarmente Lodovico, che con mirabile sapienza tenea le
redini dello stato. Compiuta la sacra cerimonia, a suono di trombe e
tibie si tornò, a un dipresso coll’ordine con che si era venuti, al
Castello; non senza aver prima il Duca, come era uso allora in simili
circostanze, creati due cavalieri; che furono un ambasciator de’
fiorentini, e Bartolommeo Calchi suo primo segretario, cui, fattili
vestire di aurea toga con sproni dorati, cinse della spada e dei balteo
cavalleresco.
Così clamorosamente fu festeggiato in Milano l’arrivo di Isabella;
la quale fra quelle pompe veramente regali si ripromise la felicità;
ben lontana dall’immaginare che questa continuamente sarebbe andata
dileguandosele dinanzi.
Capo III.