CAPPELLI
Che lei sia triste? Si figuri!... Posso almeno sapere?
DIANORA
A suo tempo. Perchè questa volta non sto zitta. Non ci pensi. Vado dar
ordini anche per lei.
Ed esce.
SCENA V.
MARINO — CAPPELLI — ANDREA.
CAPPELLI
a Marino.
Mi dici dove ti cacci tu tutto il giorno? Al Ginnasio non c'eri, a casa
non c'eri. Oramai per trovarti bisogna venir qui.
MARINO
Ho riportato il dipinto.
CAPPELLI
Tutti i pretesti son buoni.
MARINO
Pretesti di che?
CAPPELLI
Nulla. M'intendo da me.
MARINO
Caro il mio Cappelli, tu vaneggi....
CAPPELLI
altro tono.
Be'; tu sarai informato. Ormai se non sei tu al corrente, non lo è
nessuno. Che cos'ha la Marchesa? Sì, che cosa dovevo sapere e non le ho
detto, ma a suo tempo saprò?
MARINO
Hai sentito.... Nuvoli.... Ma forse le passano... E non volendo sono
stato io.... Nel bel mondo, nel vostro mondo, si direbbe che ho fatto
una gaffe.
CAPPELLI
Miracolo!
MARINO
Perchè? Ne ho fatte molte?
CAPPELLI
Qualcuna.
MARINO
indulgente.
Che tono!
Con un inchino.
Signor conte!
Cambiando.
Del resto lo so, la maggiore, per te — la sola anzi — lo sproposito che
ti dà fastidio, è quel vedermi qui. Se mai, battiti il petto.... _mea
culpa_. Sei tu che mi ci hai voluto. E posso fare al più degli
spropositi se si guarda alle leggi eleganti del bel mondo: ma le azioni,
no. E sulle regole eleganti del bel mondo io ci faccio una bella risata.
ANDREA
entrando, a Cappelli.
Hai fatto presto: bravo! Possiamo andare.
A Marino.
Venga anche lei ad assistere.
Cappelli e Marino si
avviano. Andrea vorrebbe
seguirli, ma sopraggiunge
Dianora.
SCENA VI.
DIANORA — ANDREA.
DIANORA
ad Andrea
Ho bisogno di te....
A Marino e Cappelli.
Andate pure voi, ve lo mando sùbito.
ANDREA
Adesso? Mica una storia lunga?
DIANORA
No, no.
ANDREA
Un qualche baloss da mettere a posto? Asili infantili? Sussidii di latte
alle gestanti?
DIANORA
sempre fredda.
No, no. Altra roba.
ANDREA
Che non si può rimandare?
A Cappelli.
Allora andate voi, il principe è già a tavola.
Marino e Cappelli escono.
DIANORA
Siedi.
ANDREA
Ahi! si comincia male.
Siede.
Siedo perchè son stanco, ma breve, eh?
DIANORA
in piedi vicino a lui,
calma.
Prima che te lo dica lei, se la incontri, te lo dico io, anche per
incarico suo, anche perchè tu non ne chieda agli altri della servitù: ho
messo fuori di casa l'Isolina.
ANDREA
freddo.
Ah!
DIANORA
Proprio adesso: sarà un quarto d'ora.
ANDREA
Bene. C'è altro?
DIANORA
Sei un ingrato. Nemmeno una parola di rimpianto.
ANDREA
Isolina: personale tuo, affare tuo.
DIANORA
Ah! no: personale tuo, molto più tuo che mio, perchè veniva a letto con
te.
ANDREA
alza le spalle.
Storie.
E si leva.
DIANORA
No, storia. E se n'è anche vantata.
ANDREA
Anche!
DIANORA
Domanda a Serralunga. C'era anche lui....
ANDREA
aggrotta le ciglia.
E tu, davanti a Serralunga...?
DIANORA
Era già informato. Sicuro! Tutti informati prima di me.
ANDREA
E Serralunga ha riferito a te. Bella canaglia!
DIANORA
Perchè?
ANDREA
Perchè è una canaglia, che ti sta attorno e cerca di profittare di
malumori....
DIANORA
interrompendo.
No, sai. Non deviare perchè non attacca. Niente alibi. Rispondi a me.
ANDREA
Che cosa ho da rispondere? Te l'ha detto lei, se n'è anche vantata....
tu l'hai messa fuori: partita chiusa. Ora mi lasci andare a pranzo.
DIANORA
No, eh! Così no. Come se fosse una cosa da nulla, come se dovessi
rifarti un tanto, no. Non è la prima volta, verissimo. Tu sai che lo so.
Ma non è una ragione perchè tu debba passarla liscia, senza rivalse da
parte mia. Sì, anche delle altre a suo tempo ho saputo, ma almeno le
altre valevan qualche cosa, con quelle altre rischiavi qualche cosa,
dietro le altre c'era qualcuno, non un padre che specula vendendoti, per
pitture antiche, modernissime croste; un ricattino sudicio e
dissimulato. Sì, capisco: aver la donnetta in casa per i bassi servizi
era comodo, ma vergognoso anche per te; perchè non devi credere che lei
ti voglia bene, che tu le piaccia. No; per avvilirti.... e per
avvilirmi. Di questo s'è vantata: non d'altro. Per essere alla pari con
una gran dama, per dividere con me, me, per fare un dispregio a me....
Minacciosa.
Ma non finisce qui. Stavolta non finisce qui. Balleremo tutti, stavolta.
ANDREA
Tu che vuoi? Parla chiaro. Vuoi denunziarmi a tuo padre?
DIANORA
Niente mio padre. Fra me e te. Da un pezzo non siamo più marito e
moglie, ma non mi basta. Me ne voglio andare.
ANDREA
impetuoso.
Ah! senti, veh! Ho sgobbato tutta la mattina a scriver lettere, a dar
ordini, a far verifiche. Sono stato quattr'ore al volante. Ho discusso
con appaltatori e fittavoli tutto il pomeriggio. Sono più delle nove e
quasi non ho preso un boccone dacchè mi sono alzato. E tutto il giorno e
tutti i giorni lavoro e giro come un facchino e come un fattorino di
banca. Altro che chiacchiere di letteratura e comitati di beneficenza! E
dunque lasciami in pace. E non diventar ridicola. Dopo sei anni di
matrimonio!
DIANORA
No, non sei anni: sei mesi. Nemmeno. Non eran sei mesi che già ti sapevo
con un'altra. — Ma perchè mi hai sposato? Perchè mi hai sposato?
ANDREA
Anche il perchè? Non possiamo rimandare a domani?
DIANORA
Noo.
ANDREA
Perchè? o bella, perchè mi piacevi. Per averti. E con te non c'era altro
modo. Perchè ridevi bene con una bella bocca, e io ti speravo meno
romantica, meno nelle nuvole e più di questo mondo, dove i maschi sono
maschi e le femmine sono femmine, e non angioletti di bambagia o
caprette di cartapesta!
Più marcato.
E sopratutto per aver dei figlioli che non mi hai saputo fare. Almeno,
quando le donne hanno un marmocchio si acquietano!
DIANORA
E quando non ne hanno, marmocchi?
ANDREA
Quando non ne hanno, se sono sgualdrine si pigliano un amante.... o
due.... o tre.... e se no, si rassegnano agli scappucci del marito. E se
no, diventano un castigo di Dio.... e non riparano a niente. È questione
di temperamento: io mangio a tutte le tavole e a tutte le ore: senza
guardare se chi mi dà da mangiare son padrone o son serve, grandi dame o
piccole borghesi. Ho l'amore allegro, io!
DIANORA
Anch'io sarei allegra. Allegra no, serena. Ma con te! Lascia l'amore: la
compagnia. Chi ti vede te, tutto il giorno? Lavori come un facchino: chi
ti obbliga? Io no. Anzi.... — non ora, ora ci sono avvezza e preferisco
— ma prima, io pensavo che lavorare per te era il modo per stare il più
possibile lontano da me. E avevo vent'anni.... avevo il diritto di
pretendere che tu fossi solo per me. Tu invece non hai mai cercato che
donne e denaro: sudice donne e sudicio denaro.
ANDREA
sarcastico.
Perchè sudicio? Perchè guadagno? Da quando in qua si lavora per
rimettere?
DIANORA
Ma tu spendi cento per aver mille, tu lesini sulle paghe....
ANDREA
Te l'ha detto Serralunga anche questo?
DIANORA
Nessuno. Non me l'ha detto nessuno. So che tu dovresti dare: dare e non
prendere.
ANDREA
Sicuro! Regalare il palazzo al Municipio, il podere ai contadini, e
campar di sospiri. Soprattutto quello: tu sull'albero a cantare e io in
basso a guardarti. Tu un cicì e io un madrigale: tu una strofetta e io
un sospiro. Ci hai pur avuto sempre qualcuno a sospirare: non ti basta?
Perchè guarda che a tuo modo l'amore lo fai anche tu.
DIANORA
Io?!
ANDREA
Anche tu. Diverso da me, ma lo fai. Al modo che ti piace: guardarsi e
non toccarsi. Ma guardarsi, guardarsi molto.
DIANORA
L'alibi. Tu cerchi un alibi e una rivalsa.
ANDREA
Noo. Serralunga ti piace. Cappelli meno, e quello è in ribasso.
Serralunga è in auge.
DIANORA
Non è vero. Lo dici per vendicarti del quadro....
ANDREA
ride forte.
Che ha detto che è falso? Lo sapevo prima di lui.
DIANORA
Che mi ha detto dell'Isolina.
ANDREA
Figurarsi! me ne ha liberato. — Ma non si deve permettere di ficcare il
naso nelle faccende di casa mia. Sospirare, sospiri pure; ma che mi
venga a fare il pedagogo e il moralista, no, non è tollerabile.
Maestrino da cinque lire a lezione! Ma ora vedi: un po' per uno a
mettere la gente alla porta.
Suona.
DIANORA
pronta, violenta.
Che fai?
ANDREA
Gli insegno come si sta al mondo. Un po' per uno a insegnare.
Al servo che entra.
Dì al professore Serralunga, che è in sala da pranzo, che passi un
minuto di qua. Gli ho da parlare.
Il servo esce.
DIANORA
Bada che non mi vedi più.
ANDREA
Ho sentito. L'hai detto ogni volta.
DIANORA
Ma guardami bene: stavolta lo faccio.
ANDREA
Figli non ce n'è, per grazia di Dio: più aria, più respiro, più largo:
buon viaggio.
E poichè Dianora accenna a
restare.
Eh! no. Le donne a certi discorsi non hanno a restare.
DIANORA
Come vuoi!
Ed esce a testa alta. Quando
Andrea si volta Marino è già
apparso.
SCENA VII.
ANDREA — MARINO.
MARINO
si è fermato sulla porta.
Vuole me?
ANDREA
sarcastico.
Venga, venga, professore! Si accomodi.
E poichè Marino non siede.
Vuol Stare in piedi? stia in piedi. «Patti chiari e amicizia lunga....»
Ma si corregge.
No, non è il caso. «Cosa fatta capo ha....» Ecco, così va bene: quand'è
che parte lei?
MARINO
altero.
Perchè?
ANDREA
Presto, vero? E siccome non credo che avrò l'occasione di rivederla
un'altra volta, le do stasera un consiglio: quando passa da Roma chieda
il trasloco, perchè questa di Salduggio non è più aria per lei.
MARINO
fa un passo avanti, freddo,
contenuto.
Consiglio per consiglio. C'è mica il caso che lei?
Col gesto indica la pazzia.
Si curi. Se mai conosco a Torino un alienista famoso.
ANDREA
fa un grande sforzo e si
frena.
La ringrazio, ma ho la testa solida e le spalle quadrate. Tanto è vero
che....
S'interrompe.
Eh! no: mi correggo anche questa volta. Il tono è troppo alto, poichè nè
lei nè io vogliamo finire con un duello rusticano. Io le posso dire quel
che preme con sufficiente chiarezza, ma senz'ira. — Dunque. Io non sono
un frate, un prete, un santo.... — e la Marchesa lo sa da un pezzo —
sicchè gazzettieri, predicatori, battistrada, non occorrono. Se lei
crede — come stasera ha mostrato di credere — di dover ripagare qualche
tè o qualche invito a pranzo con qualche informazione di carattere
privato, si sbaglia. E non occorre aver commentato i classici latini per
sapere di queste cose. Mi sono spiegato?
MARINO
calmo.
Oh, si è spiegato benissimo. E rispondo. Prendo di lontano. Venni la
prima volta qui dentro perchè la signora graziosamente mi c'invitò e mi
ci volle. Ci tornai perchè alla signora fui gradito. Mi sono sempre
considerato ospite della signora: della signora, non d'altri. Per lei,
signor marchese, non mi sarei disturbato nè distratto dai miei studi e
dalle mie occupazioni, e lei, per mia buona o cattiva sorte, ho
incontrato cinque o sei volte in tutto, scambiando parole di cerimonia o
chiacchiere da caffè. Dunque lei per me un amico, no: nè consuetudine,
nè affinità di sentimenti, nè comunanza d'idee. Se lei, poniamo, fosse
per rompersi il collo, direi: «Faccia pure». Per la signora no, è
diverso.
ANDREA
Lo so.
MARINO
Tanto meglio. Perciò, veda, se io avessi saputo di poter giovare alla
signora, con avvertimenti, anche di carattere privato, l'avrei fatto
senza cercare se la cosa sarebbe gradita o no a Vostra Signoria. Vero è
che io parlando stasera non sapevo di giovare o di nuocere alla signora:
riferii semplicemente quel che era «di pubblico dominio» come dicono i
«gazzettieri». Questo per il passato, recente o lontano. Per quel che
tocca il futuro, abbia io o no a tornare a Salduggio — non è nato ancora
chi mi possa dar permessi o imporre veti di stare o di andare, di dire o
non dire — il signor marchese di Primasco non avrà più il fastidio di
vedermi in casa sua. E questo, s'io ho ben inteso, è quel che le preme.
ANDREA
Esatto.
Brevissimo silenzio. Suona e
al servo che apparisce.
Accompagna il professore che vuole andarsene.
IL SERVO
Mi scusi, signor marchese: la signora marchesa la fa avvertire che vuol
parlare col professore. Che si fermi e verrà.
ANDREA
interroga prima col viso poi
con la parola Marino.
Dica lei.
MARINO
Sono agli ordini della Signora.
ANDREA
al servo.
Riferisci.
Il servo esce.
Se è possibile discorso breve. La saluto.
MARINO
Riverisco.
Andrea esce. È appena
scomparso quando rientra
Dianora.
SCENA VIII.
MARINO — DIANORA.
DIANORA
Che cosa le ha detto mio marito? Che accade? Che sta per accadere? Non
mi tenga in pena.
MARINO
calmo.
Oh! semplicissimo. E pacifico. Il suo signor marito mi ha messo alla
porta. Quindi se lei mi dà licenza....
E quasi si avvia.
DIANORA
Nessuna licenza! Questa è casa mia. Lei vorrà riconoscere che io rimango
padrona di ricevere, di trattenere chi voglio e quanto voglio.
MARINO
Lei sì. Giusto: chi vuole e quanto vuole. Ma è anche la casa del suo
signor marito che mi ha congedato. E contentarsi! In altri tempi il
signor marchese di Primasco mi avrebbe fatto impiccare.
DIANORA
Ma lei, lei.... che intende di fare?
E poichè Marino tace.
Mi vede in che stato sono? Lei che fa?
MARINO
con un riso amaro.
Signora mia, che vuole ch'io faccia? Tanti saluti alla nobil casata dei
Primasco e me ne vado.
DIANORA
quasi umile.
È in collera anche con me?
MARINO
affettuoso.
Con lei? Le pare?! Rancore contro di lei? Buonanotte, ecco.
E le tende la mano che
Dianora non prende.
Diamoci la buona notte.
DIANORA
Ma.... domani?
MARINO
Domani?
Amaro.
Se si ha da giudicare dallo stellato ha da essere una bella giornata.
DIANORA
ora gli pone le mani sulle
spalle e l'obbliga a
guardarla.
No, eh?
MARINO
che ora soltanto capisce la
sua paura.
Battermi?
Una gran risata.
No, no, non ci penso nemmeno. Mai pensato. Io non ho da tenere alto il
blasone. Io sono plebeo, e me ne glorio. E, ringraziando Iddio, ci ho
mio padre cui provvedere. E non sono nemmeno cavaliere, io: sono fante.
E battermi, d'altronde, non sarebbe difenderla, sarebbe recarle danno e
offesa. Se è per questo riguardo, non abbia pensiero.
DIANORA
Grazie, Serra. Lei non sa quanto io l'apprezzi, quanto la stimi, quanto
sono addolorata.... — più, peggio — avvilita, vergognosa, di quel che è
accaduto. Se fossi stata più calma, più accorta, avrei potuto evitare.
MARINO
La prego, signora. Non ci perdiamo in recriminazioni: anch'io se mai,
avrei dovuto esser più prudente con lei. Ora mi lasci andare.
Vuol congedarsi.
Buona fortuna, signora.
DIANORA
E i suoi libri, dove glieli rimando? Sono due, salvo errore.
MARINO
sùbito.
Se li vuol tenere per mio ricordo....
Si ritrae.
Non ci badi a questo che dico: a certe ore nei cervelli nasce e vegeta
il bacillo del tenero. Me li rimandi a casa. E mi riverisca il suo
signor padre, dato che io non lo incontri per istrada prima ch'io parta.
DIANORA
accorata
Quando partirà?
MARINO
Presto, presto.
Ride sarcastico.
DIANORA
Ma me ne vado anch'io!...
MARINO
Lei!?
DIANORA
Qui con mio marito non ci posso più vivere.... Mi sento tutta livida e
pesta come se mi fossero passati sopra coi piedi. In casa mia! senza il
più elementare riserbo! con una donna come quella.... sicchè mi potesse
trattare da pari a pari.... peggio, lei da padrona io da serva.... ha
sentito?
Quasi con un grido di
liberazione.
Ah! non ci sto più!
MARINO
come se la richiamasse alla
realtà.
Sì: e dove va?
DIANORA
Dovunque, purchè non qui.
MARINO
quasi affermando.
Da suo padre?
DIANORA
No, da lui no. Ossia andrò qualche volta, qualche mese anche da lui; ma
ora no, tutta la vita, come una ripudiata, no. No, perchè lui troverà
eccessiva la mia reazione. Oh! ci son preparata. È uomo, e uomo di
mondo. Senza saperlo, con tutte le possibili limitazioni, ma sarà
solidale con lui.
Quasi ripetesse probabili
frasi, con amarezza.
Siamo in alto noi, dobbiamo dare l'esempio! Quando si ha la gloria di
aver avuto tra i lontani ascendenti qualche cardinale e perfino un papa,
_noblesse oblige_. E in massima non gli do torto. Ma quando si può. Io
non posso.
Riprende.
Non so ancora dove andrò: troppo presto per veder chiaro. Farò un po' di
bene, lavorerò, studierò. Mi potrà consigliare anche lei, più in qua.
Perchè mi scriverà, vero? Mi vorrà aiutare? Io non la voglio perdere.
Vede? tutto questo tempo, lei non mi dava propriamente consigli, ma pure
era come una mia guida spirituale: io sentivo la sua presenza, e quel
fatto di vedermela accanto, di pensare: «Serralunga si regolerebbe a
questo modo» mi sosteneva, mi segnava il cammino più che lei non creda.
Quasi solenne, per
impegnarlo.
Io ci conto su questa sua assistenza, qualunque sia il nostro destino.
Ci conto.
Intensa.
E lei? Mi dica, lei dove andrà?
MARINO
Ora a casa, a Roma.... Un altr'anno dove vorrà il Ministro....
Si corregge.
Dove vorrà il Caposezione. Ma qui o lì è indifferente.
DIANORA
con qualche esitazione.
E mi dica.... Per me.... Per saperlo io. Se non era per stasera, per le
parole di mio marito sarebbe tornato a Salduggio? Anche se le avessero
proposto un'altra residenza migliore o un altro ufficio più degno di
lei? Sia schietto.
MARINO
Sì. E avrei fatto male.
DIANORA
a mezza voce.
Male perchè?
MARINO
Perchè qui non è più aria per me! Immagini! oggi me l'hanno detto già
due.
DIANORA
Già due?
MARINO
con un riso cattivo.
Il signor marchese di Primasco e il signor conte Cappelli. Altre parole,
altri motivi, ma nella sostanza la nobiltà è concorde. Sicuro! Anche il
signor conte Cappelli.
DIANORA
Anche Cappelli?
MARINO
forte, levando il capo.
Dice che io sono innamorato di lei.
DIANORA
con la sfumatura di un
sorriso.
Lo dice anche mio marito.
MARINO
Ah! — E allora!... Io non me n'ero accorto, ma dev'esser vero.
DIANORA
timida, ma curiosa,
desiderosa di averne
conferma.
Se non lo sa lei....
MARINO
ci ripensa.
Ma sì! Forse hanno ragione. Quel bisogno di star con lei, di parlar con
lei, di sentirne parlare, di vivere il più possibile al lume della sua
lampada.... forse è amore. Domani glielo potrei dire con sicurezza se è
vero, dal mio patire per la privazione, perchè fin oggi l'ho vista
quante volte ho voluto e mi sono beato della sua presenza. E questo
forse è l'amore per me. Perchè la necessità di brancicar con le mani, di
afferrarla, di domarla, no, quella no. Io non ho l'amore aggressivo,
ferino e tanto meno lascivo.... Petrarca no, ma tanto meno l'Aretino.
Forse. Anzi credo di sì.... Ma io!
Ed alza le spalle.
Passerà.... Il male si è che il Cappelli.... il suo signor marito non
so, ma il signor conte Cappelli sì, crede anche di lei.... che anche lei
mi voglia bene.
DIANORA
Anche mio marito me l'ha detto. Ma è probabile che non lo pensi.
Accusato, si voleva rifare accusando.
MARINO
E Cappelli?
DIANORA
Cappelli è un'anima in pena, sospettoso e in agguato.
MARINO
Già. Ma è un sismografo. È uno strumento delicatissimo che sente di
lontano il pericolo, il disastro. Eh, sì, signora mia, il disastro,
perchè se lei veramente sentisse qualche cosa per me, che se ne vuol
fare di me? Io dunque l'ho da ringraziare il suo signor marito ch'è uomo
di giudizio. Io vado via e metto tutti in pace.
DIANORA
Quando, dove ci rivedremo?
MARINO
amaro.
Chissà!...
DIANORA
incitatrice.
Ma tornerà a studiare! E a pubblicare. Presto eh! Se non la vedrò,
voglio almeno leggerla. Presto. Io forse l'ho distratta dal lavoro, non
per vanità, sa, ma pure per un piacere mio, e ne ho sino un rimorso. Un
certo orgoglio di sentirmi.... non dico amata, no.... considerata da lei
sì, l'ho provato e me ne sono compiaciuta: sono donna e son sola. Lei
l'ha visto quanto son sola. Tanto, e da tanto più tempo che lei non
creda! Lavori.
E gli prende le mani per
afforzarlo nel proponimento.
MARINO
triste.
Lasci andare: l'Italia non ha perso molto; può aspettare.
DIANORA
convinta.
Non dica così. Lei deve credere in sè, deve dare il suo cuore e il suo
ingegno alla patria. Se io avessi potuto restarle vicino sento che avrei
finito col fare qualche cosa di alto di lei.
MARINO
Credo anch'io.
Sono sempre colle mani nelle
mani.
DIANORA
sfavillante.
Davvero! È una gran gioia e un tormento sentirmi dir questo. E allora,
se è così, mi pensi sempre come se le fossi vicina. Mi lasci almeno
questa illusione di non essere passata invano nella sua vita. Non solo
di averle attraversata la strada, ma di averla aiutata a trovarla: la
troverà. Mi lasci almeno questo conforto: io ne ho pochi, e mi preparo
ad averne anche meno, ad aver questo solo. Quale sia stata, quale sia la
mia vita lei l'ha intesa anche se non ho parlato che stasera. Il
sollievo, il ristoro di questi ultimi mesi era la sua compagnia. Lei
sente, vero, che queste parole non sono semplici frasi?
Gli leva le mani.
Ma io voglio salutarla ancora.
MARINO
Non venga. Salutarci domani piuttosto che oggi, che vale, se non ci
dobbiamo più rivedere? Se lei fosse per me la donna del capriccio.... o
io per lei l'uomo del capriccio, allora! Ma il capriccio lo detestiamo
io e lei. Io sono superbo: o tutto o nulla. Lei.... Lei.... la preda di
un'ora non può essere e non mi piacerebbe. Bella sì.... quanto bella!
Lei è donna, padrona, signora. Ecco: signora. E per questo non l'ho mai
voluta chiamare marchesa, che non dice nulla. La signora. La signora di
Salduggio, Nostra Signora di Salduggio. Ecco ora sa quello che penso,
che sento di lei: donna di salute, non di perdizione.
Ora sono vicinissimi.
DIANORA.
Ah! no. Per nessuno, ma per lei poi, per lei non voglio essere la donna
del piacere e del sotterfugio. Fianco a fianco avrei voluto esserle,
compagna se non avessi potuto esser moglie.
MARINO
a mezza voce, perduto.
Dove va lei? dove va?
DIANORA
Perchè? Perchè?
MARINO
Per ritrovarci.... per camminare assieme.... a viso scoperto. Mi pare
che lei sarebbe una gran forza e una gran luce per me. E io sono un
galantuomo. E le voglio un bene! un bene! tanto bene! Mi vede? Devo aver
gli occhi che mi brillano. E anche lei.... Mai così bella come ora!
Insieme.... o accanto.... vicini vicini. Come se ci fossimo sposati.
Vuole? Mi pare che voglia. Ha una faccia come non gliel'ho mai veduta:
un cielo senza nuvole, e una bocca.... una bocca....
Si tende verso lei per
baciarla.
DIANORA
si ritrae senza sdegno, e
quasi senza voce.
No, Marino, no.... Come ha detto lei: due fidanzati stasera. Ma quando
partirà.... se mi vuole.... sarò con lei.
Si fa forza e un poco
vacillando giunge al
campanello e suona. Marino
si ricompone. Dianora con
voce dolcissima,
congedandolo di lontano.
Buona sera, Marino.
Il servo comparisce adesso.
MARINO
Buona sera, signora.
E mentre Marino si avvia
CALA LA TELA.
ATTO TERZO.
Nella modestissima casa d'affitto di Marino. Uno studiolo la
cui maggiore ricchezza sono i libri sparsi per ogni dove. Una
piccola scrivania senza ornamenti e senza pretesa di stile.
Sedie di paglia. A una parete una incisione sola: il ritratto
di Giosuè Carducci di Giuseppe Mancini. Sulla scrivania un
piccolo calamaio, un tagliacarte a pugnale. Una porta a
sinistra dove sono le due camere di Marino e del padre. In
fondo c'è un terrazzino con fiori: dà sulla strada, mentre le
camere dànno sulla corte. Tutto è lindo, all'ordine, salvo i
libri che sono parte in terra, parte sulle sedie. In terra
una cassetta d'ordinanza d'ufficiale: e anche su quella più
di un libro. Luce elettrica, ma nessun lampadario; un
semplice braccio sulla scrivania.
SCENA PRIMA.
LA GILIARDI — EMILIO — poi MARINO.
Emilio Serralunga è un
vecchietto lindo, arzillo,
barbuto, asciutto, dagli
occhi vivacissimi e dal
parlar fiorito, con qualche
cadenza dialettale.
EMILIO
Ah! non lo sapeva? Sicuro! Marino sarebbe il mio quarto figliolo: due
femmine e un maschio prima di lui. La mia moglie — poverina — quasi
quasi si era impaurita quando si accorse d'essere un'altra volta....
Ha ritegno a dire «incinta»
e fa vagamente il gesto
della rotondità.
Ha capito? Mica che non lo desiderasse, tutt'altro! ci si struggeva
dalla grande smania di aver un figliolo, almeno uno!... ma gli altri
erano andati a male prima di nascere o erano morti in fascie, capisce?
Invece, ringraziando Dio, Marino venne al mondo che era una bellezza,
che tutti si voltavano a guardarlo, e stette sempre bene, sempre bene.
Prospero e in salute. Ma lei, la mia povera moglie, che l'aveva
sospirato tanto! se lo potè goder poco, perchè si ammalò che lui aveva
quattro anni: mesi, mesi e mesi in letto e poi....
Fa il cenno ch'è volata in
cielo.
Ma si vede che dall'alto me lo protegge e benedice. Io non ho mai avuto
un dispiacere da lui, mai. È buono. Marino! E poi
Si picchia col dito sulla
fronte.
ha capito? ingegno! Di quello anche la mia moglie ce n'aveva....
Studiare no.... poverina.... non aveva potuto e per questo era
ignorante, ma.... si figuri....
S'interrompe nel parlare
dolce e lento.
Ma io la stordisco e l'annoio....
LA GILIARDI