SABATINO LOPEZ
LA DISTANZA
COMMEDIA IN TRE ATTI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1922
=Secondo migliaio.=
PROPRIETÀ LETTERARIA.
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._
Copyright by Sabatino Lopez, 1922.
È assolutamente proibito di rappresentare questa commedia senza il
consenso della Società Italiana degli Autori, Via Sant'Andrea, 9,
Milano. (_Articolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882_).
Milano, Tip. Treves.
A
FERDINANDO MARTINI.
PERSONAGGI.
MARINO SERRALUNGA.
EMILIO SERRALUNGA.
IL MARCHESE ANDREA DI PRIMASCO.
IL PRINCIPE MICHELE DI MELISANGRO.
PIERO CAPPELLI.
IL PROFESSOR DEL BASSO.
IL PROFESSOR DIODATO.
LA MARCHESA DIANORA DI PRIMASCO.
TERESA GILIARDI.
ISOLINA.
IL BIDELLO DEL GINNASIO
Camerieri e Cameriere di Casa Primasco.
A Salduggio, in Piemonte. — Oggi.
_Questa commedia fu rappresentata la prima volta al teatro Manzoni di
Milano, dalla Compagnia diretta da Dario Niccodemi la sera del 28
ottobre 1921._
ATTO PRIMO.
Ottobre. — La modesta sala dei Professori del Ginnasio di
Salduggio. Alla parete di fondo il ritratto giovanile in
litografia di Vittorio Emanuele III. A quella di destra una
scansia a vetri che contiene i pochi libri della povera
biblioteca del Ginnasio.
A quella di sinistra, in quadro, il calendario scolastico
approvato dal Provveditore agli studi della Provincia di
Novara.
Nel centro della sala un tavolone coi cassetti chiusi —
intorno alla tavola sette, otto sedie di legno ricurvo, una
più alta, di poco diversa, per il Direttore.
A un capo della tavola, quando comincia l'azione, sta il
professor Del Basso, miope, barbuto, zazzeruto, pepe e sale
nei capelli e nell'abito, con tutt'un'aria di polvere addosso
dalla testa alle scarpe; a metà della tavola la Giliardi,
bruna, ventottenne, accurata nell'abito semplice e unito di
colore; all'altro capo Cappelli, lindo, elegante, ben
pettinato, ben rasato. Del Basso si muove sempre, grida
sempre, agita sempre le mani e le gambe.
SCENA PRIMA.
DEL BASSO — CAPPELLI — LA GILIARDI.
DEL BASSO
accalorato, alla Giliardi.
No, no, no. E no. Non ci siamo. Io, cara lei, ragiono, discuto, combatto
con argomenti. Delle circolari del Ministro io me ne stropiccio.
Sissignora, perchè il Ministro della Pubblica Istruzione è un ciuco.
La Giliardi e Cappelli
protestano.
Sissignori: è un ciuco. E ve lo dimostro.
LA GILIARDI
Per lei tutti i Ministri son ciuchi.
DEL BASSO
Si capisce: i Ministri cambiano.... ma io non cambio. E più professoroni
erano, più ciuchi diventano quando montano sul cadreghino. Nessuno di
loro capisce più niente.
LA GILIARDI
Solo lei capisce qualcosa.
DEL BASSO
disorientato per un momento.
Come dice?
Riprende fiato e non molla
più.
Solo io. Lei no, per lo meno.
Ride la Giliardi e ride
anche lui.
In materia di pubblico insegnamento bisogna sfrondare. Sfrondare. La
matematica?
Col gesto, come se desse un
colpo trasversale di
accetta, accompagna la
minaccia fragorosa.
Via. Non serve che a confonder la testa. La filosofia? via: appanna i
cervelli. La storia naturale?
Terribile.
Viaaaa: che te ne fai di sapere come digeriscono i pesci o come le talpe
si liberano l'intestino? Bisogna sostituire a coteste buggerate
l'insegnamento delle lingue. Lingue, lingue, lingue.
LA GILIARDI
Allevare cocorite e pappagalli.
DEL BASSO
Lei è una cocorita!
E ci ride.
Alla mia maniera crescerebbero uomini liberi, uomini pratici, uomini
fattivi perchè sarebbero prescritte soltanto le lingue vive: il francese
— è contenta? — l'inglese, il tedesco, lo spagnolo.
CAPPELLI
placido continua.
L'arameo....
DEL BASSO
Come dici? Marameo?
CAPPELLI
L'arameo.
DEL BASSO
approva col capo e seguita.
.... l'arameo, magari il copto, il turco, il persiano.... E così
potremmo girare il mondo, concludere affari, imbrogliare il prossimo....
CAPPELLI
Ma che stai dicendo? Tu che ti sei fatto imbrogliare tutta la vita.
DEL BASSO
testardo.
Perchè non sapevo le lingue.
CAPPELLI
Perchè non sei nato imbroglione.
DEL BASSO
Perchè non sapevo le lingue. Ossia: sapevo il latino che serve soltanto
ai preti e il greco antico che non serve a nessuno. Retorica....
Retorica. Accidenti alla retorica. Noi italiani siamo retori: cioè siamo
citrulli. Citrullo uguale citriolo. Noi siamo citrioli.
LA GILIARDI
Lei compreso.
DEL BASSO
Come dice?... Me compreso. Pensi se voglio escludermi! Mio padre
negoziava in formaggi: io ho voluto negoziare in declinazioni latine.
_Rosa, rosae...._ per venir a crepare a Salduggio. Se vendessi pecorino
o caciocavallo marcerei in automobile: e così vado a piedi. E si vede
dalle scarpe.
Mostra il piede.
La maledetta retorica che infradicia i cervelli!
Alla Giliardi d'un tratto.
Lei, vede, era nata per fare la bella ragazza.
LA GILIARDI
Perchè non dice addirittura la cocotte?
DEL BASSO
Be'! Si spaventa della parola? la cocotte. Che c'è di male? Avrebbe
fatto la onesta cocotte.... che ce n'è tanto bisogno! Invece no, si è
tirata su a professoressa.
A Cappelli che ride
canzonatorio.
Il signor conte qui che ride come se io fossi il suo buffone, doveva
fare il conte e basta. Nossignore, anche lui professore, professore
filodrammatico, professore tenorino che canta tre volte la settimana le
sue romanze per uno stipendio che a fin di mese non gli basta per le
sigarette!
CAPPELLI
calmo.
Anche per il caffè.
DEL BASSO
Perchè li bevi al castello dei Primasco.
Riprende.
Come per esempio, mi dite perchè ci dev'essere un Ginnasio a Salduggio?
Ripete il gesto
dell'accetta.
Viaa!
CAPPELLI
sempre tranquillo.
Il Ginnasio, via; il professor Del Basso via; le cinque figliole del
professor Del Basso, via; Salduggio, via: l'Italia....
DEL BASSO
ora calmo anche lui.
Nooo. Salduggio, dal momento che c'è, resti.
CAPPELLI
Tu permetti?
DEL BASSO
man mano torna ad
accalorarsi.
Ma il Ginnasio, no. Quello non serve che ai signori Marchesi di Primasco
che di generazione in generazione vengono a scaldarsi il di dietro sulle
panche. E allora i signorini marchesini e le signorine marchesine vadano
a Novara o a Cuneo o a Torino e non gravino sul bilancio dello Stato. Ma
io mi vendico: gli scolari li mando tutti avanti, li promuovo tutti.
Come dice Dante? — «Non ti curar di lor ma guarda e passa». — Io li
passo tutti.
CAPPELLI
Io invece ne ho bocciati due.
LA GILIARDI
Io cinque.
DEL BASSO
con le mani nei capelli.
Le donne, le donne!
LA GILIARDI
Domandi al professor Serralunga, se erano da promuovere!
DEL BASSO
Serralunga?
urla.
E chi è Serralunga?
CAPPELLI
calmissimo.
Un ciuco.
DEL BASSO
esita.
È probabile. Comunque è un novizio, un cappellone, dunque un fanatico.
SCENA II.
DIODATI — DEL BASSO — LA GILIARDI.
DIODATI
che funziona da direttore,
sessantenne, veneto;
entrando.
Del Basso che urla: miracolo!
Saluti scambievoli. Diodati
tocca, ma non si leva il
cappello a cencio.
Buondì. Ho fissato lo scrutinio per domattina alle nove. Si va avanti
più che si può, alle tre si riprende e si finisce in giornata.
A Cappelli.
Così, se tu vuoi andare a Torino.... Ci vai?
CAPPELLI
È probabile.
Si alza, e batte sulla
spalla a Del Basso.
Ti porterò i gianduiotti. Per addolcirti la bocca.
DEL BASSO
Cioccolatini? Per me? Ci vuol altro! Non so: un taglio di arrosto per
tutta la famiglia, una dozzina di calze per le bimbe, un ombrello per
madama....
DIODATI
Tu vuoi troppo, caro. E Serralunga?
LA GILIARDI
L'aspetto per classificare alcuni lavori.
DIODATI
Simpatico giovane. È un buon acquisto per il nostro Ginnasio.
DEL BASSO
Quello lì? dura un anno scolastico.
DIODATI
Non si può dire. Anche Cappelli, qui, credevo non sarebbe rimasto più
d'un anno, e invece....
DEL BASSO
guardando prima Cappelli poi
la Giliardi.
Bisognerebbe raccomandarsi alle donne.... Trovarne una disposta a fare
all'amore col Serralunga....
DIODATI
Che linguaccia!
DEL BASSO
Io?! Mettere un avviso che dicesse: «Cercasi bella giovane disposta
concedersi professore scuole classiche, pelo nero, già combattente,
decorato al valore: escludesi matrimonio».
DIODATI
ridendo.
Che proprio si debba escludere....
DEL BASSO
Ah! senti. Non ce ne sono mica molti corbelli come me, che a Salduggio
ci hanno fatto la cova! A meno che Serralunga non s'innamori qui della
nostra giovane collega di francese....
LA GILIARDI
Lei si cheti.
DEL BASSO
Perchè? O che non ci starebbe a sposarlo? Dica la verità: non le
parrebbe vero.
LA GILIARDI
enigmatica.
E se mai, che le importa?
DEL BASSO
O Dio, lo vorrei sapere per cominciare a mettere da parte i regali per
il regalo di nozze.
LA GILIARDI
secca.
La dispenso. Lei è dispensato da tutto.
DIODATI
No, sai; c'è prima il Burlandi.
Benevolo, quasi paterno alla
Giliardi.
Vero, cara, che c'è prima il Burlandi?
CAPPELLI
interessandosi.
Quale Burlandi? Il padrone del Magazzino Americano?
Alla Giliardi.
Non mi aveva detto, non sapevo....
DIODATI
Ma noi sappiamo. Abbiamo i nostri servizi segreti. Siamo o non siamo il
capo dell'Istituto?
CAPPELLI
O senti: ho piacere.
Avvicinandosi alla Giliardi.
Si mangeranno questi confetti?
LA GILIARDI
Non si mangeranno.
CAPPELLI
Eppure! Farebbe male, sa. Il Burlandi è un uomo attivo, ha del suo, è
senza impegni di famiglia....
Del Basso li guarda, si
soffrega la barba e
sogghigna.
LA GILIARDI
Lei è un bravo avvocato, ma la causa è già perduta. Gli ho già detto di
no. E quando dico di no.... Lei lo sa.
DIODATI
E si è rassegnato?
Sorridendo.
O.... o.... che un giorno o l'altro, quando lei passa per il corso lui
non mi venga fuori.... pim.... pam.... prima a lei, poi a sè....
LA GILIARDI
ora ride.
Speriamo di no.
DIODATI
Dovrei fare un lungo rapporto al Ministero....
DEL BASSO
Parli tu, Cappelli, sul feretro?...
LA GILIARDI
pronta.
Ma lei no, sa! Tutti meno che lei. Proibisco. Meglio un rospo.
DEL BASSO
sghignazza e si frega le
mani.
To': ecco il Serralunga. Buon giorno.
SCENA III.
DETTI — SERRALUNGA — poi IL BIDELLO.
Marino Serralunga ha ventisette anni, figura diritta, capelli
alti a spazzola, barbetta a punta, cappello e cravatta molli,
vestito non a misura. Non segue la moda. Quando parla, anche
per il modo, si avverte che è qualcuno, non del gregge. Sente
di sè e non lo nasconde.
MARINO
guarda attorno e quando vede
Diodati.
Direttore, cercavo proprio di lei.
Agli altri.
Buongiorno.
DIODATI
Buon dì, professore. Cosa c'è?
MARINO
Ho da riferire e da chiedere.
Diodati si leva.
No, preferisco parlare davanti ai colleghi.
DIODATI
risiede.
E allora dica: ascolto. Siedi, caro.
MARINO
Dunque: iersera quando stavo per rientrare in casa, mi si è accompagnato
il professor Cerettoni....
DEL BASSO
.... detto Francesco Ferruccio.
Intorno si ride.
MARINO
s'interrompe.
Non capisco.
DIODATI
Il professor Cerettoni.... non è un eroe. Ecco spiegato. Va' avanti,
caro.
MARINO
Il professor Cerettoni mi chiese delle prove d'esame in generale e in
particolare di quelli dell'alunno Di Primasco. Gli dissi che il Di
Primasco era tra i respinti.
Breve silenzio.
DEL BASSO
Conseguente fifa del professor Cerettoni.
MARINO
a Del Basso.
Starei per dire di sì.
Volgendosi ora all'uno, ora
all'altro.
Perchè prima storse la bocca, poi venne fuori con mozziconi di frasi
prudenti ed ambigue, poi espresse più chiaramente il suo pensiero. Il
ragazzo è figlio di un fratello del marchese — che è poco meno che il
padrone di Salduggio — ha strappato il punto sufficiente per il
passaggio allo scritto, ha meritato un quattro all'orale. Dice il
professor Cerettoni: «Sarebbe il caso di portare quel quattro al sei. Il
ragazzo può esser timido.... si può anche esser confuso.... bestia più,
bestia meno, il mondo non casca. Invece a volersi mantener rigidi c'è da
procurar fastidi a lei, direttore, a me....»
DEL BASSO
con la voce e col gesto.
Fifa, fifa....
MARINO
Perchè — dice sempre il Cerettoni — se i Primasco sono potenti, anche la
marchesa, figlia di un senatore influentissimo, principe romano, è poco
meno che una sovrana. Case di nobiltà di vecchia data, crociate,
benemerenze patriottiche e civili, elargizioni munifiche, eccetera,
eccetera.
Si ferma.
Ho finito. Riferivo.
DIODATI
Lei, caro professore, ascolti la sua coscienza. E basta! Non si occupi
d'altro.
MARINO
La ringrazio.
DIODATI
E guardi che non andremo incontro al martirio nè lei, nè io. Il
professor Cerettoni è un buon uomo, tanto caro, ma.... mi aiuti lei....
DEL BASSO
Ma soffre di fifa....
A Diodati.
Non volevi l'aiuto?
DIODATI
sorride.
Insomma, non ci stia a badare. Domani in Consiglio legga i voti che ha
creduto di assegnare al ragazzo e noi metteremo la sabbia.
Volgendosi attorno.
Potete dir voi se ho mai fatto pressioni per favorire uno piuttosto che
un altro....
IL BIDELLO
entrando.
Signor direttore, c'è il padre dell'alunno Lanfranchi.
DIODATI
si alza di premura.
Vengo vengo.
Il bidello esce.
Addio cari, ci vediamo.
Ed esce. C'è un breve
silenzio.
SCENA IV.
MARINO — DEL BASSO — LA GILIARDI — CAPPELLI.
DEL BASSO
Bravo Serralunga! Io sono per passarli tutti — lo dicevo adesso — ma
quello lì hai fatto bene.
CAPPELLI
Se lo meritava, hai fatto benissimo. Ma non era il caso che tu riferissi
il discorso Cerettoni: pressioni da parte dei Primasco non ne hai avuto.
DEL BASSO
Verranno.
CAPPELLI
Se fossero venute, allora sì.
MARINO
Ho voluto sùbito mettere in chiaro e a posto.
CAPPELLI
Per lo meno hai anticipato. Parevi San Giorgio che parte lancia in resta
contro il drago. E il drago non c'è.
DEL BASSO
canzonatorio.
Draghi? A Salduggio? Tutte lucertole: al più ramarri.
CAPPELLI
Ma fammi il piacere, tu!
DEL BASSO
Nemmeno ramarri? Ma sì, tutti puri in quella casa. A cominciare dal
portiere che se invece era a servizio da te o da me, sarebbe in galera
per sevizie....
CAPPELLI
Ma Del Basso!
DEL BASSO
O che non picchiava la moglie? A finir con la cuoca che fece un figliolo
con persona ignota di sesso diverso e lo mise ai bastardi.
CAPPELLI
non sa se adirarsi o ridere.
Marino ride.
Tu, se ti mordi la lingua, ti avveleni!
DEL BASSO
Se tu ti mordi la tua muori di diabete. Tutto zucchero sei!
CAPPELLI
per farlo ragionare.
Ma se non li conosci i Primasco!
DEL BASSO
Naturale che io non li conosco! Io sono un vile borghese. E miserabile.
Loro ci hanno i milioni!
IL BIDELLO
rientra.
Professor Serralunga, la Marchesa di Primasco domanda di lei.
Movimento generale.
MARINO
Di me? Non avete mica sbagliato?
DEL BASSO
strizzando l'occhio a
Cappelli.
La lucertolina. Prevedevo.
IL BIDELLO
a Marino.
Sissignore. Di lei.
DEL BASSO
a Marino.
Povero Cerettoni, l'ha indovinata! Alle volte la fifa apre i cervelli.
MARINO
Ah! perchè tu credi che...?
Al bidello.
Vengo.
Ma già Del Basso, la
Giliardi, Cappelli si sono
alzati, il bidello sta per
avviarsi.
CAPPELLI
lo ferma colla voce e col
gesto.
Aspetta, Stefano.
A Marino.
E dove la ricevi? Per istrada?
MARINO
Hai ragione.
Al bidello.
Che passi.
Il bidello esce. A tutti.
No, no, restate, restate.
DEL BASSO
Darei un soldino per restare, ma non è possibile.
LA GILIARDI
a Marino.
Quei temi? Nel pomeriggio?
MARINO
No. Se vuole, appena avrò sbrigata la marchesa. Aspetta di là?
DEL BASSO
Io vado.
Mostrando un sacco a corda
con pagnotte.
«Pianger sentii nel sonno i miei figlioli — ch'eran con meco e dimandar
del pane».... E io porto a casa il pane!
Dianora è apparsa. I
Professori salutano col
capo. Del Basso scivola via.
La Giliardi fa un cenno
rapidissimo ed esce dietro a
lui. Cappelli si è fermato
sulla soglia.
SCENA V.
CAPPELLI — MARINO — DIANORA.
DIANORA
bella, sorridente, luminosa
in un fresco abito
mattutino, saluta lietamente
Cappelli.
Cappelli, c'è anche lei?
E gli stende la mano.
Bravo Cappelli, come sono contenta! Così mi presenta e mi aiuta.
CAPPELLI
baciandole la mano.
Presentarla, è un piacere e un onore. Aiutarla, non so in che, e perciò,
marchesa, la prego, me ne dispensi.
E presenta.
Il professor Marino Serralunga, la marchesa Dianora di Primasco.
Marino irrigidito piega
appena il capo.
Ecco fatto. — Marchesa, se mi permette....
E vuol prendere congedo.
DIANORA
Se ne vuol proprio andare. A quando? Viene domani a pranzo da noi?
CAPPELLI
La ringrazio, marchesa. Ma vado a Torino.
DIANORA
Questa Torino! questa Torino! Chi ci sarà mai a Torino che ce lo ruba
ogni settimana?
CAPPELLI
sorride.
C'è Torino. Passerò a sentire se lei avesse ordini.
DIANORA
Avrà già tanto da fare! A rivederci, Cappelli. E se non è domani, si
faccia vedere al ritorno. Non si renda troppo prezioso.
CAPPELLI
Marchesa!
Le bacia la mano ed esce.
SCENA VI.
DIANORA — MARINO.
DIANORA
a Marino che non accenna a
dirle di sedere.
Professore, lei non ha impegni urgenti? Perchè mi dispiacerebbe
disturbare.
Accennando a quelli che sono
usciti.
Erano forse in seduta?
MARINO
No, signora. Dica pure quel che ha da dire. Si accomodi.
DIANORA
Ecco: grazie.
Siede.
Non si stupisca di vedermi qui. Costumi semplici a Salduggio. Avrei
potuto incaricare il conte Cappelli di pregarla di venire lei da me.
Sorride.
Passavo: sono entrata.
Sorride.
È anche più gentile, no?
Sorride.
Prima domanda.... se non sono indiscreta: mi può dire l'esito dell'esame
di mio nipote? o non può? Se non può, non chiedo infrazioni alla legge.
Poichè Marino tace:
sorridendo.
Ho capito: non può.
MARINO
Posso. Ma la signora saprà già....
DIANORA
Se sapessi non domanderei.
MARINO
Suo nipote?
Secco.
L'ho bocciato.
DIANORA
sorridendo.
Ah! sì? Ha fatto benissimo.
MARINO
Lei trova?...
E ne è sorpreso, sviato.
DIANORA
Benissimo: perchè se lo merita. E glielo avevo anche predetto. Non
studia, per conseguenza non sa. Mi ero persino stupita che si fosse
salvato allo scritto.
Ride.
Forse ha copiato da qualche compagno, ma è legittimo che sia caduto agli
orali. Penserà suo padre a farlo studiare: a noi non è riuscito, — e se
lo riprenderà a casa. Diceva: «Sì zia, sì zia bella....»
Arrossisce.
È indulgente come tutti i ragazzi — ma poi.... Giustizia è fatta.
Sorride e cambia tono.
Seconda domanda.... Non si spaventi: è l'ultima, per oggi: il professor
Cappelli mi ha parlato molto di lei.
MARINO
borbotta.
O guarda!
DIANORA
La conosce da poco tempo: dieci, quindici giorni? — ma lei può già
considerarlo come un amico e un ammiratore.
MARINO
Circa l'amicizia ci conto; circa l'ammirazione è troppo facile.
DIANORA
No, prego: il conte Cappelli non si abbandona ad entusiasmi e sa pesare
gli uomini. «Se sentisse come parla; se leggesse come scrive; se vedesse
come disegna». — Lei troverà naturale che le parole di Cappelli abbiano
acceso in me il desiderio di conoscerla.
MARINO
Ma si guardi, signora, che il Cappelli....
DIANORA
sorridendo.
Mi lasci prima finire. Siamo in una piccola città, quasi un paese. Le
occasioni d'intrattenersi con persone d'ingegno e dottrina sono così
rare! Lei sa tante belle cose, ha tanto buon gusto.... vorrei essere tra
quelli che se ne avvantaggiano. Concludo: se domani Cappelli non parte,
tanto meglio, e allora viene con lui; ma se lui va a Torino, mi vuole
usare la cortesia di pranzare domani da noi? La invito a pranzo perchè
trovi anche mio marito. In altra ora è difficile che ce lo incontri. Gli
uomini, si sa, stanno poco in casa: il mio poi!
MARINO
La ringrazio, signora. Ma sono qui a Salduggio da pochi giorni con tante
cose da mettere a posto! E ne ho tante da sbrigare.
DIANORA
L'avrà pure un'ora per il pranzo! Subito dopo la lascierò andar via.
Almeno per questa prima volta mi accontenterò di poco: non le rubo che
un'ora.
MARINO
Il Cappelli che le ha parlato tanto di me, le avrà pur detto che io sono
un orso.
DIANORA
sorride.
Sì, me lo ha detto. E per questo sono venuta di persona.... a stanare la
belva.
MARINO
E allora sarò schietto. Io sono uomo di studio, e senza risorse, per lo
meno di quelle facili, che riescon gradite alle signore. Con persone del
bel mondo, mi tedio e le tedio. Se mi lascio prendere nel giro delle
visite, dei pranzi, dei tè finisco col non attendere più ai miei lavori
— noiosi, sa — ed io non mi posso permettere il lusso di far lo svagato
e il farfallone notturno. Oltre il resto, son povero. E fumo sigari
toscani. Mi spiace rispondere con un deciso rifiuto e ricambiare una
cortesia con una rusticheria, ma preferisco esser villano che mentitore.
Dianora si leva.
È offesa?
DIANORA
semplice.
Io? No. Mi alzo perchè ho finito. L'ho invitato per rispondere più che a
un mio desiderio — la schiettezza le piacerà in tutti e per tutti — a un
desiderio del conte Cappelli che voleva ch'io la conoscessi e sperava
incontrarla anche da me. Non speravo, no, in una accettazione
entusiastica da parte sua, ma in un rassegnato consenso. Poi si sarebbe
adattata, e poi fors'anche — veda un po' — ci si sarebbe
Sorridente.
trovato bene. Amico, ma libero. In casa mia non tengo gabbie, nemmeno
per gli orsi. Ma lei ha da lavorare! Dio mi guardi dal farle perdere un
tempo prezioso. Se lei, non dico muta pensiero, — tra le sue molte virtù
avrà anche quella della tenacia! — ma trova un qualche ritaglio di
tempo, lei sa dove stiamo. Io le ho fatto una visita: se crede e quando
crede, me la restituisce. Quando sono in casa, ogni giorno è buono: e se
non mi trova, meglio per lei. Buongiorno.
MARINO
d'un tratto, quasi
trattenendola.
Ma io lei l'avevo già veduta. — Non qui.
DIANORA
Ah! sì?
MARINO
E ammirata.
DIANORA
Nientemeno. Quando? Mi lasci sentire.
Risiede.
MARINO
L'orso è sgraziato nei movimenti, ma pure lui ha occhi per vedere e
orecchi per intendere. Io ho fatto molta strada con lei: in treno.
Viaggiavo anch'io in prima classe, da signore, perchè ero ufficiale e
viaggiavo per servizio. Fu l'altra estate, e posso dire anche il giorno:
il tre settembre. Lei salì alla stazione di Bergamo, ma proveniva da San
Pellegrino, in compagnia di un bel signore bianco.
DIANORA
Lei ha buona memoria ed è preciso. Mio padre c'era andato per cura. Come
fa a ricordarsi?
MARINO
Io? Sempre. È così facile! Basta guardare le persone e le cose ogni
volta come se si dovessero vedere per l'ultima volta. Nel suo caso, poi,
lei disse parole argute, pronunziò giudizi assennati sulla bellezza dei
luoghi e sul carattere delle signore colle quali s'era intrattenuta a
San Pellegrino. Sentii: non per indiscrezione: lei parlava forte e io
non dormivo. Poi disse di Bergamo con accenni gustosi, personalissimi,
sulle opere d'arte viste in quella medesima giornata, specie sui Tiepolo
della Cappella, che non eran frutto di erudizione mal digerita o
risciacquatura di vecchie Guide. Ho studiato anch'io i Tiepolo, ho avuto
occasione di vederne molti — tra i pittori moderni lo prediligo — e
posso dire che non è facile trovar chi dimostri conoscenza così piena di
quell'artista. Specie tra le signore.
DIANORA
sorride.
La ringrazio molto. E mi scusi se oggi non l'ho ravvisato.
MARINO
Non c'era motivo perchè lei mi dovesse riconoscere, ce n'era più d'uno
perchè io riconoscessi lei. Io ero in uniforme, e me ne stavo in
silenzio rannicchiato in un angolo. Lei era in piena luce e parlava.
DIANORA
E non dicevo spropositi? nè d'arte nè di lingua? Ma come bisogna
sorvegliarsi! Anche là dove meno si aspetta c'è un giudice. Ora vado via
contenta.... o quasi.
Sorride.
perchè mi pare d'intendere che il suo rifiuto di poco fa non risponde ad
una spiacevole impressione del primo incontro, ma a tutto un suo sistema
di vita. In fondo, chissà, forse ha ragione lei a starsene appartato.
Buon lavoro, professore. E addio....
Si leva, gli porge la mano.
O a rivederci. Sta a lei.
MARINO
non risponde, le dà la mano,
s'inchina, l'accompagna fino
alla porta, poi torna
indietro, solleva fieramente
il capo, scuote le chiome.
Ah, perdio, no! non mi pigliano! Ho di meglio a fare io che salamelecchi
e madrigali.
E accende un mezzo toscano.
Nell'atto lo sorprende
Cappelli. Marino si volta.
To'! Sei qui ancòra?
SCENA VII.
MARINO — CAPPELLI.
CAPPELLI
Ho visto dalla finestra della Direzione la Marchesa che usciva e son
tornato a sentire.
MARINO
Di' un po'; sei conte tu?
CAPPELLI
Io sì. Perchè?
MARINO
L'ho imparato adesso. Non me lo avevi detto.
CAPPELLI
Perchè non ha importanza: ma non perchè me ne vergogni. Non è un
disonore.
MARINO
Disonore no. Niente. Per me un titolo vale meno di questo mezzo sigaro.
CAPPELLI
Perchè vieni di famiglia popolana.
MARINO
Credi che se io fossi nobile me ne terrei?
CAPPELLI
Forse. Non si può sapere. Dunque? Che altro ti ha detto la marchesa? Non
avrete parlato tutto il tempo di me.
MARINO
La conoscevo. Sì, la signora la conoscevo già. L'ho ravvisata sùbito, di
sulla porta, e gliel'ho anche detto. L'avevo incontrata l'anno scorso in
treno, a Bergamo, ma non c'eravamo scambiati parola.
CAPPELLI
E oggi che ci hai parlato, che impressione ti ha fatto?
MARINO
concedendo.
Sì, sì, è una bella signora.
CAPPELLI
E ti ha chiesto del nipote?
MARINO
Anche. Ma il mio sospetto era ingiusto perchè trova anche lei che è un
bestione. Dice che tu le hai parlato molto bene di me.... e mi ha
invitato a pranzo per domani.
CAPPELLI
Ci vai?
MARINO
Io no.
CAPPELLI
Se ci vai rinunzio alla gita a Torino per accompagnarti. Io sono di
casa.
MARINO
Ti ringrazio. Ma non sono abbastanza elegante io.
CAPPELLI
La marchesa non bada al taglio degli abiti.
MARINO
Nemmeno nei modi.
CAPPELLI
Non è vero.
MARINO
E nemmeno mi finisce di piacere. Dev'essere una posatrice.
CAPPELLI
Invece è una donna così semplice!
MARINO
non persuaso.
Uhm! Intanto il nome è pretenzioso: Dianora.
CAPPELLI
Se anche, non l'ha scelto lei. Invece ci dovresti venire. Anche per
toglierti da quell'abbrutimento serale che è lo scopone al caffè Rossini
tra Del Basso che ringhia e Cerettoni che trema. Venire al castello una
volta, non ti obbliga a nulla. Se ti trovi a disagio non ci torni.
Prova.
MARINO
Meglio non far nemmeno la prova.
CAPPELLI
Sei un testone.
MARINO
E il marito? Sì, com'è il marito?
CAPPELLI
In che senso?
MARINO
In tutti i sensi.
CAPPELLI
È un bell'uomo, giovane, che bada alle sue proprietà, intelligente....
MARINO
Duro, prepotente, accaparratore di quadri vecchi e di donne giovani,
competente in fatto d'arte, ma più in fatto di femmine....
CAPPELLI
E allora, perchè chiedi?
MARINO
Somiglia? il ritratto. E allora ti dirò che anche per questo mi tengo
lontano dalla sua casa.
CAPPELLI
Sì, il ritratto somiglia. Per lo meno le ombre ci sono. Tutte quante. Ma
è anche questione di come si guarda un ritratto, di chi lo guarda.
Intanto è generoso. È veramente munifico.
MARINO
E prolifico. A casa sua no. Ma fuori, si rifà. Mi dicono che ha seminato
figlioli un po' dappertutto.
CAPPELLI
Riconosco lo stile Del Basso. Esagerazioni dell'informatore. E comunque
anche fosse
Ride.
tu che hai da temere? Non sei nè un contadino ignorante cui possa
rapinare le robe, nè una fanciulla cui possa insidiare l'onore. E vale
la pena di tollerarne la presenza per quel po' di tempo che si trattiene
in casa, per il molto che ci sta la marchesa. Lei con la sua grazia, col
suo sorriso....
MARINO
quasi con dispetto.
Sorride sempre?
CAPPELLI
Sempre. Come gli altri respirano. Eppure non è felice. Ma è una di
quelle creature che ti riconciliano col genere umano. Venne qui appena
sposa. Durante gli anni di guerra fu una benedizione per il paese.
Pensa: non c'è chi non le perdoni la bellezza, la ricchezza, il
marchesato.... Di questi tempi, ce ne vuole! La calunnia non la può
toccare: è una lastra che non si appanna.
MARINO
Tu ne parli come un innamorato.
CAPPELLI
Tutti ne sono innamorati.
MARINO
Allora anche tu.
CAPPELLI
Naturalmente.
MARINO
Oh! Giudizio!
CAPPELLI
Perchè?
MARINO
Se è così una santa, niente da fare.
CAPPELLI
Si capisce.
MARINO
piano piano incuriosito, ma
sempre delicato e lento
nell'inchiesta.
Allora innamorato.... per modo di dire. O sei stato grave?
CAPPELLI
Sto meglio.
MARINO
Ma non bene. E lei? possibile che non se ne sia accorta?
CAPPELLI
Si è accorta e mi ha distolto senza sdegni, con delicatezza. Perfetta,
purtroppo. Perfetta.
MARINO
E.... hai fatto una cura per migliorare?
CAPPELLI
Sì, ho fatto una cura: omeopatica. _Similia similibus._ Ma non ha
servito. E così riprendo ed andar via il sabato e a tornare il lunedì
sera. A Torino giro i teatri, i caffè e peggio. Mi imbestialisco un
poco. Quando torno, come maschio, come.... animale, scegli tu, sono
sazio....
MARINO
E perchè non chiedi addirittura un trasloco? Guariresti.
CAPPELLI
Perchè mi piace essere malato.
MARINO
Sei preso bene!
CAPPELLI
Preso, sì: bene non direi.... Zitto! La Giliardi.
Infatti la Giliardi è
apparsa sulla porta. Si è
accorta che hanno interrotto
il discorso.
SCENA VIII.
CAPPELLI — MARINO — LA GILIARDI.
LA GILIARDI
Se disturbo posso anche tornare.
CAPPELLI
Non disturba affatto.
LA GILIARDI
Mi era parso.
Breve silenzio.
E così, professore, la marchesa?
MARINO
È andata.
LA GILIARDI
Lo vedo.
MARINO
Niente raccomandazione per il nipote. Altra roba.
LA GILIARDI
Meglio così. Bella, eh?
MARINO
Sì, sì, bella.
LA GILIARDI
Cappelli, ringrazi.
CAPPELLI
seccato, cercando di
evitare.
Che c'entro io?
LA GILIARDI
non cede e incalza.
Non è un ammiratore? Scommetto ne avete parlato sino ad ora!
A Cappelli.
E lei s'è interrotto quando mi ha visto apparire. Ma ci sto anch'io a
cantarne le lodi, che diavolo! È una civetta della specie più
pericolosa, ma....
CAPPELLI
Lei non dica sciocchezze.
LA GILIARDI
Sciocchezze?
A Marino.
Giudicherà lei, quando la conoscerà meglio, se dico sciocchezze. A meno
che anche lei non perda la testa. E la perderà, è probabile: è l'omaggio
di rito. Anche lei cadrà in ginocchio. Ma badi che la signora marchesa
non è di quelle che si compromettono. È di quelle che prendono, lei: non
di quelle che dànno.
CAPPELLI
quasi la investe.
Io non arrivo a capire questa sua sfuriata a freddo.
LA GILIARDI
Scommetto che Serralunga capisce.
MARINO
Io le assicuro che....
E si mette la mano al petto.
LA GILIARDI
va avanti senza badargli.
Figuriamoci se Del Basso non l'ha sùbito informato!
MARINO
Io le giuro....
LA GILIARDI
Ma sì, di me col signore.
Indica Cappelli.
CAPPELLI
cercando d'imporsi.
Ora basta, eh? Lei forse non se ne accorge, ma tutto quello che dice e
che fa adesso è grottesco e di pessimo gusto.
LA GILIARDI
E lei? Anche lei! Anche lei, che mezz'ora fa, davanti ai colleghi mi ha
chiesto perchè non sposo il Burlandi, che mi consigliava a sposare il
Burlandi. Lei lo sa, il perchè. Perchè io non porto a un galantuomo gli
avanzi di nessuno, io non imbroglio nessuno.
CAPPELLI
la investe ma è addolorato
più che offeso.
Che cosa vuole da me? Vuol proprio una spiegazione? Meglio che ci sia un
testimone. — Non erano offensive od ironiche le mie parole di prima. Per
lo meno la mia intenzione era un'altra. Dissero — io non lo sapevo — che
un signor Burlandi la vuole per moglie. Poichè — in altri tempi — io
avevo avuto la sorte d'interessarla — non sono stato io a raccontarlo a
Serralunga: lo ha detto lei — e poichè tutto è finito — non per volontà
mia — lei lo sa — mi pareva un dovere dichiararle — sia pure di
sfuggita, in forma leggera quasi scherzosa — ch'io la consideravo
perfettamente libera di sè.
LA GILIARDI
Ah! lo so. Lei m'ha sempre considerata libera. Perchè lei si è sentito
libero sempre. Ma la mia con lei non è stata un'avventura, per me. Per
lei, sì, per me no. Uomini cui piacessi per divertirmi, non avevo che da
scegliere. Ma io non vedevo che lei, non amavo che lei. E solo in
apparenza, io ho voluto finire, ma in realtà è stato lei.
CAPPELLI
debolmente.
Io?
LA GILIARDI
Che crede? che non sapessi, che non vedessi? Mi ero voluta illudere e
tacevo, ma si sopporta fintanto che si spera di salvare comunque un
brandello d'amore. Trattenendolo a forza non salvavo nulla; nemmeno la
mia dignità. E così, tornando a Salduggio, dopo mesi, dopo poche lettere
gelide ho detto: basta e ho voluto finire. Lei è tornato qui da quindici
giorni: così, per convenienza o per abitudine, ha tentato, una volta, di
riprendere. Ho detto di no: non mi ha chiesto nemmeno il perchè, tanto
era contento di riscattarsi, di tornare finalmente sincero.
CAPPELLI
dopo un breve silenzio.
Ebbene: se anche tutto questo fosse vero....
LA GILIARDI
È vero.
CAPPELLI
Se anche fosse vero, non occorre mischiare il nome di persona che non ha
nulla a che fare con queste nostre miserie.
LA GILIARDI
Non ha nulla a che fare? Perchè mentisce ora? Se è stato con me ma non
pensava che a lei? se non ha amato, se non ama che lei? Neghi, se può!
CAPPELLI
accennandole a tacere.
La prego. La prego. — Tu Serralunga, ti fermi ancòra? A più tardi.
Esce.
SCENA IX.
MARINO — LA GILIARDI.
MARINO
silenzio d'imbarazzo. I due
si trovano a disagio.
Se vuole che rimandiamo....
LA GILIARDI
si è ricomposta. Ora è
calma.
Scusi: e non ci giudichi troppo male. Quel veder qui la signora.... ho
pensato che fosse venuta per lui.... che aver chiamato lei fosse un
pretesto.... Stupidaggini: mi credevo forte, e invece sono peggio di una
bambina cui si è portato via il giocattolo. Che volgarità questa mia!
non mi riconosco più! — Be'.... torniamo a fare i professori; dove sono
questi temi?
MARINO
va a una cassetta chiusa
della tavola, la apre con
una chiavetta che si leva
dalla tasca, ne trae un
fascio di pagine piegate a
mezzo, lo richiude, poi
prima ancòra di mettersi a
sedere.
Lei non mi permette di chiedere a Cappelli?...
Non sa nemmeno lui che cosa.
LA GILIARDI
Nulla. Perchè non c'è nulla da fare. Io sola ho avuto torto; e non
soltanto oggi: sempre; e perciò sono io che pago, come di dovere. Mi
sono innamorata di uno ch'era innamorato di un'altra. Storie vecchie. E
lo sapevo!
MARINO
Lo sapeva?
LA GILIARDI
Già! Lo sapevo. Ma m'illudevo di diventare io la più forte; storia
vecchia anche questa. Invece no: non si lotta. Con quella donna, poi!
MARINO
esitando.
Gran civetta, eh?
LA GILIARDI
Oh! no. Non badi a quello che ho detto prima: sono gelosa ed ero stata
offesa: credevo di essere stata offesa. Che colpa ci ha lei se ha tutto
per interessare, per piacere? E come potevo mai vincere? Ci pensi! Lei è
una cavallina di razza e io sono una bestia da fatica. È naturale che
gli piaccia lei e non io, che ami lei e non me, perchè anche lui,
Cappelli, è un cavallo di razza, per nascita, per istinto, per
consuetudine: loro due sono vicini: noi due invece.... sì, possiamo fare
lo stesso mestiere, e incontrarci per strada, ma poi.... Non ne parliamo
più. — Rivediamo questi temi.
MARINO
Vuol proprio?
LA GILIARDI
si è impadronita del fascio
di pagine.
Ma sì.
Guarda sul fianco della
prima.
Chi è questo? Fausto Belvilieri del secondo corso. È un ripetente.
Quanto ha assegnato?
MARINO
ora s'immerge nel lavoro
professionale. Le due teste
sono quasi confuse sulla
stessa pagina.
Cinque. Svolgimento sbagliato; qualche errore di lingua e d'ortografia
deturpa quel poco....
La Giliardi si copre il viso
con le mani: forse piange.
Marino fa un vago gesto di
pietà.
CALA LA TELA.
ATTO SECONDO.
Luglio. — Una delle tante sale del palazzo dei Primasco: il
salotto dove d'ordinario riceve la Marchesa. In fondo
un'arcata a vetri, sicchè si vedono passare le persone prima
che entrino e mentre passano ad altre sale. Soffitto a
cassettoni. Arazzi alle pareti. Sala vasta, dove una
scrivania per signora, i mobili di stile, il pianoforte non
ingombrano. Segni evidenti di ricchezza non fastosa ma antica
e di buon gusto.
Quando si alza la tela non è ancora buio. La scena è vuota.
Poco dopo Marino, che tiene un piccolo dipinto in legno tra
le mani è introdotto da un servo in livrea che s'inchina poi
domanda:
SCENA PRIMA.
MARINO — IL SERVO — poi DIANORA.
IL SERVO
Professore, vuole che accenda?
MARINO
Mi par presto.
IL SERVO
Come vuole lei.
Ed esce. Marino riguarda il
dipinto, lo avvicina a sè,
lo allontana, scuote la
testa con dispregio. Quando
vede apparire dietro la
vetrata Dianora, lo depone
sulla scrivania.
DIANORA
sorridente.
Buona sera, Serralunga.
Gli porge le mani.
MARINO
s'inchina.
Buona sera, signora.
DIANORA
Mi dica la verità, ha pranzato?
MARINO
Io sì; son venuto troppo presto?
DIANORA
sorride.
Ma no. Io mi alzo adesso da tavola. Non l'ho mandata a chiamare per non
levarla anche oggi a suo padre. Ero sola perchè i miei uomini sono
andati alla Primaschina e, secondo l'ora, tornano.... mangiati o da
mangiare.
Marino si tura le orecchie.
Dianora ride e suona.
MARINO
Anche il signor principe è fuori?
DIANORA
Sì, anche papà. La gita alla Primaschina è per lui, per mostrargli gli
ultimi lavori. Lei li ha già visti, vero? Io non sono andata: troppo
caldo.
Apparisce un altro servo.
Da bere.
Il servo s'inchina, esce.
E allora hanno caricato a forza il Cappelli. Se c'era anche lei,
volevano anche lei. Ma al Ginnasio non c'era, così lei si è salvato e il
povero Cappelli no.
MARINO
Cappelli per amor suo farebbe questo e altro.
DIANORA
sorride.
Ma io non facevo parte della comitiva.
MARINO
Questo è vero. E il signor principe si trattiene ancora?
DIANORA
Fino a sabato, perchè lunedì si riapre il Senato. Ci pensi! a metà
luglio!
Entrano due servi gallonati,
quel di prima e un altro,
con la guantiera, il
secchiello del ghiaccio,
siroppi, che depongono su un
tavolinetto basso, poi
Dianora, a tempo, li congeda
col gesto.
Papà deve avere una grande simpatia per lei. Spremuta di limone, vero?
MARINO
conferma col gesto.
Simpatia ricambiata.
DIANORA
Perchè lei l'ha battuto a scacchi, e tuttavia non le serba rancore. Io
gliel'ho detto «Serra....» perchè io d'ora in poi la chiamo Serra....
Serralunga è troppo lungo, «Marino Serra» mi piace di più....
Dianora serve, Marino beve.
Permette?
MARINO
magnanimo, con gesto largo.
Permetto! Sebbene tutto è questione d'abitudine. Il suo nome, prima, mi
garbava poco....
DIANORA
Lo so: me lo disse Cappelli.
MARINO
minaccioso col gesto.
Ah! birbante. Ebbene, ora trovo che le si adatta alla persona come una
veste. «Dianora». È pulito. Non ricordo nella storia o nella leggenda
peccatrici di tal nome. È luminoso e sonoro. «Dianora».
DIANORA
sorride.
Ma guardi un po' quante cose è!
MARINO
gaio.
E poi è ricco di rime: facili ma non volgari.
Quasi canticchiando.
«Ridi, ridi, ridi ancora — bella bocca di Dianora.» «Quando sorgi appar
l'aurora — Tutto intorno s'incolora.» «L'aria, il prato, il ciel
s'indora.» E si potrebbe seguitare per un pezzo.
Ride.
E lei, pur mantenendo la rima, può mandare.... «il poeta alla malora».
Ma sa perchè mi piace lei — la persona oltre che il nome? Glielo voglio
dire.
DIANORA
Bravo, me lo dica: così ci ripenserò questi tre mesi che lei starà via.
Se sapesse quanto lei mi mancherà!
MARINO
Non mi faccia insuperbire, che son già orgoglioso di mio.
DIANORA
Dunque mi dica; perchè le piaccio?
MARINO
Perchè è una donna per bene, di una bella sanità fisica e morale. Non ha
la bellezza gracile e fuggitiva di certi fiori esotici: è una bellezza
italiana. E a me piacciono gli scrittori pastosi, i pittori ricchi di
colore, e le donne che riposano e non tormentano.
S'inchina.
Lei, signora, mi piace. Eccole fatta, a mio modo, la mia dichiarazione.
DIANORA
Sì, sì! Ma in casa mia non ci voleva venire.
MARINO
Ma poi ci sono venuto fin troppo.
DIANORA
Troppo no.
MARINO
Se non le par troppo, bontà sua, ma son qui da loro quasi ogni sera, e
il professsor Del Basso ci ha scritto su un epigramma.
DIANORA
Ah! Sì?
MARINO
Lo vuol sentire? Sì? glielo dico: «Quando giunse al castel torvo, Marino
— Guarda si disse: — che bel can mastino! — Non passò un anno da quel
giorno ancora; — Si dice: — Che bel cane da signora!»
DIANORA
Non c'è mica male!
MARINO
Soltanto, come cane da signora, sono mal pettinato.
DIANORA
E ci ha il fiocco di traverso. Si aggiusti la cravatta che è storta....
MARINO
Così?
E tira.
DIANORA
ridendo.
Ma no.... Se non si guarda allo specchio....
MARINO
si accomoda allo specchio,
poi si dà una gran manata ai
capelli.
Bah! come muso non c'è poi tanto male!
E dà in una allegra risata.
DIANORA
La sua dama come lo trova?
MARINO
Mai avuto dame.
DIANORA
Evvia!
MARINO
Le mie dame; prima la licenza liceale, poi la laurea, e prima e poi
l'Italia. Permio! Se è bella! Viva l'Italia, permio!
E poichè si trova con una
giravolta innanzi al
pianoforte aperto mette le
dita sulla tastiera.
DIANORA
Bravo! Giacchè è lì canti qualche cosa.
MARINO
Ah, no!
E chiude il piano.
DIANORA
Un'aria antica, che le canta così bene.... Anzi, mi spiega perchè per
tanti mesi nascose a tutti le sue capacità musicali?
MARINO
Primo: perchè sono scarse....
Dianora protesta.
Si fidi di me, sono scarse. Secondo: perchè non volevo apparire il
saputello in conversazione o, Dio ci liberi tutti, la ragazzina
assetatuzza che parla francese, tedesco, dipinge fiori e stonicchia
romanze da salotto.
DIANORA
scherzando.
Io penso che lo fece per civetteria.
MARINO
Questo mai.
DIANORA
Comunque le riuscì bene. Sentirla cantare fu una dolce sorpresa.
MARINO
malizioso.
Dolce anche per Cappelli? Non credo.... Lo sa che adesso è geloso di me?
DIANORA
Mi sono accorta. Ma che ci posso fare? Volta a volta è stato geloso di
tutti. Poi si avvede che non c'è un motivo e si acquieta. — E quella
professoressa, sempre innamorata di lui?
MARINO
Sempre. Poverina, mi fa una gran pena. A volte la sorprendo che lo
guarda con tanto accoramento che mi commuove! Quella, pel suo amore, è
capace di qualunque sacrificio e di qualunque delitto.
DIANORA
Come tutte le donne.
MARINO
Tutte non crederei. Lei per esempio, no.
DIANORA
Anche lei va dietro alla solita leggenda che io son fredda, insensibile,
diamantina? Trasparente ma gelida? Falso. Ho anch'io le mie nausee e i
miei turbamenti. Soltanto li tengo per me, non li dò in pasto alla
gente. E creda che con un marito come il mio....
Si ferma, cambia discorso.
Accendo.
Dianora ora vede il dipinto.
Ah! ha riportato il quadro.
E lo prende.
E dunque?
MARINO
Confermo la diagnosi: venti lire a pagarlo il suo prezzo.
DIANORA
No, via.
MARINO
Io, venti lire non le darei. E suo marito l'ha pagato cinquemila, mi
pare!...
DIANORA
Sì, cinquemila.
MARINO
Questa volta il signor marchese è stato buscherato. E ci ho gusto.
DIANORA
scherzosamente.
Professore! Certe compiacenze almeno le tenga per sè.
MARINO
imperterrito.
Sì, perchè lui passa la vita a buscherare gli altri: si provi anche lui!
A meno che il marchese non abbia voluto comprare un falso, sapendolo
falso.
DIANORA
A che scopo?
MARINO
Per dare le cinquemila lire.
DIANORA
Ma a che scopo?
MARINO
conferma.
Dare cinquemila lire a persona che interessa cui si deve un favore, un
servizio! Non so: un modo di pagare senza offendere o senza averne
l'aria.
DIANORA
Ma no! Se ha comprato dal Barancola, il padre dell'Isolina.
MARINO
con una risata.
Allora! Non cinque.... diecimila!
DIANORA
Perchè?
MARINO
con un gesto largo.
Eeh!
DIANORA
L'Isolina!? No, non è possibile!
MARINO
vuol deviare e si alza.
Allora vogliamo fare un po' di musica? Ma io suono e lei canta. Oppure
lei canta e suona, e io sto a sentire.... Beatitudine piena! Una bella
voce calda come la sua, vetrate aperte sul giardino fiorito e in cielo
tutto un spolverìo di stelle.
Dianora è pensosa.
Guardi, guardi il cielo.
DIANORA
L'Isolina! Ma no, via!
Tutto questo come a sè, più
forte.
Del resto
Si avvia.
ora sentiamo.
E suona.
MARINO
Che fa, signora? che fa?
DIANORA
La chiamo e le domando.
MARINO
Io vado via.
DIANORA
No. Non è forse nelle usanze, ma voglio che senta anche lei. Perchè
potrebbe ricredersi e smentire questa stupida calunnia.
Apparisce un servo.
Mandatemi l'Isolina.
Il servo esce.
MARINO
Dunque lei non sapeva? Eppure suo marito non si fa un riguardo.... E
generalmente si pensava che lei si sentisse superiore a queste miserie.
DIANORA
Di altre sì, sapevo e tacevo; ma di questa....
S'interrompe.
È qui.
SCENA II.
DIANORA — MARINO — ISOLINA.
ISOLINA
bionda, fresca, graziosa nel
suo vestitino da cameriera,
saluta appena col capo
Marino e rivolta a Dianora
chiede.
Voleva?
DIANORA
Vieni avanti. Qui il professor Serralunga dice che il quadro che tuo
padre ha venduto al marchese è falso.
ISOLINA
Quale quadro?
DIANORA
Non sai che il marchese ha comperato un quadretto di proprietà di tuo
padre, un vecchio quadro che avevate in casa — dice lui — e lo ha pagato
cinquemila lire?
ISOLINA
Io no. Non so nulla.
DIANORA
che diffida.
Questo qui. Guarda.
E le mostra il dipinto.
Lo conosci?
ISOLINA
Io non so nulla. La signora marchesa sa che io vedo mio padre, sì e no,
due volte l'anno. Lui sta a Novara e fa i suoi affari; io sto qui e non
me ne occupo.
MARINO
a Dianora.
Mi pare che non occorra altro.
DIANORA
Puoi andare.
Quando Isolina è sulla porta
la richiama.
Eh! no! Isolina, senti un po'. Sai che cosa mi son venuti a raccontare?
Bada, io non ci credo.
La fissa.
Che tu te la intendi con mio marito. — Esiti? Dunque è vero!
ISOLINA
fredda.
Ma allora perchè non ha cominciato a chiedermi del marito invece che del
quadro?
MARINO
d'impeto.
Che maniere son queste?
ISOLINA
E lei che c'entra? Io non ho da renderle i conti.
DIANORA
A me, rispondi a me. Dunque di mio marito....
ISOLINA
Non son io che sono andata a cercarlo.
DIANORA
Io ti ho beneficata, ti ho accolta, e tu....
ISOLINA
Beneficata in che modo? Lei mi paga e io la servo. Dunque, benefici
niente.
DIANORA
Ma è il tuo padrone, ma è mio marito!...
ISOLINA
Proprio per questo!
DIANORA
Ma tu fai i tuoi fagotti _sùbito_ e te ne vai: _sùbito_. La tua roba te
la manderemo a Novara.
ISOLINA
Nossignora: no a Novara, a Torino, perchè non torno a casa. Lascio
l'indirizzo alla Caterina.
Il fragore di un'automobile
che si ferma.
Sente? Sono i signori. Vuol dire che al signor marchese glielo dice lei
che non sono più al servizio. — Signora.
Esce tranquilla, sfrontata.
DIANORA
nauseata e furiosa.
E non ha vent'anni. Che schifo! Ah! Ma tutto ha un limite. Buona, sì,
imbecille, no.
MARINO
Ma lasci diguazzar nel pantano chi è nel pantano, lei che è pulita!
SCENA III.
DIANORA — MARINO — IL PRINCIPE DI MELISANGRO — IL MARCHESE ANDREA — I
SERVI.
Entra prima il Principe di
Melisangro, poi Andrea,
tutti e due polverosi. Il
Principe sessantenne, ma
valido, ancor bello. Andrea
trentacinquenne, barbuto,
naso aquilino, occhi
lucenti, modi bruschi e
recisi d'imperio. I servi
passano dietro le invetriate
con le maschere, gli
spolverini dei padroni. Il
servo gallonato che ha
schiuso le porte per far
entrare il Principe, attende
che entri anche il marchese
Andrea ed esce soltanto
quando è entrato lui.
IL PRINCIPE
Ciao, Dianora.
E la bacia sulle guance
senza troppo accostarsi a
lei.
Buona sera, professore. La mano no: troppa polvere.
MARINO
Signor principe....
IL PRINCIPE
a Marino.
Ha pranzato colla marchesa?
A Dianora.
Hai avuto buona compagnia.
DIANORA
No, è venuto dopo.
IL PRINCIPE
a Marino.
Mi darà la rivincita a scacchi?
MARINO
Quando vuole!
IL PRINCIPE
Ma sono già rassegnato al mio destino. Troppo forte!
ANDREA
che entra solo adesso perchè
si è intrattenuto a leggere
un telegramma.
Dianora, noi non abbiamo pranzato.... Addio, professore....
Riprende.
Ma occorre aspettare Cappelli: lo abbiamo deposto a casa. Formalista,
lui! Se non è in abito nero.... Ma io rimango così, se permetti. Andiamo
a levarci la polvere.
Il Principe lo precede per
uscire, Andrea lo segue, poi
si ferma.
Di' tu a Dianora quel che ti è parso della Primaschina.
IL PRINCIPE
Superba! Un tenimento superbo. Ci avete speso, ma è raddoppiato di
valore. Ci dovreste passare qualche mese, godervela.
ANDREA
Speso relativamente poco.
Guardando Marino.
Di versi non m'intendo, vero, professore? ma di affari....
DIANORA
che intanto ha preso il
dipinto, lo mette quasi
sotto gli occhi del marito e
dice seccamente.
È falso.
ANDREA
Ah! sì?
Al Principe.
Va' intanto. Vengo sùbito.
Il Principe, che era già
sulla porta, esce.
Chi lo dice?
A Marino.
Lei?... Ne è sicuro?
MARINO
Sicurissimo.
ANDREA
freddo.
Sarà. Ma io lo faccio vedere a un altro.
MARINO
Che se ne intenda più di me.
ANDREA
Si capisce.
MARINO
Non la consiglio. Ci scapiterà il suo buon nome d'intenditore.
ANDREA
Non occorre dire che l'ho già comperato. Se confermerà, butteremo sul
fuoco. Ma anche il più esperto a volte ci casca.
DIANORA
Bell'imbroglione quel Barancola che te l'ha venduto!
ANDREA
Se credi che io ci perda l'appetito!
A Marino.
Venga ad assistere e vedrà.
Esce.
DIANORA
Ha visto? Imperturbabile! Quasi quasi mi piace più la serva del padrone.
MARINO
Ci pensa ancora? Non mi faccia pentire di aver parlato.
DIANORA
Lei? Le ho detto: lei mi ha dato una prova di amicizia.
Si volta.
Ecco Cappelli.
E gli va incontro.
Buona sera, Cappelli.
SCENA IV.
MARINO — DIANORA — CAPPELLI.
CAPPELLI
che entra.
Buona sera, marchesa.
Le bacia la mano.
MARINO
da lontano.
Ciao, Cappelli.
CAPPELLI
lo vede solo ora e ne è
seccato.
Ah! sei qui anche tu? Ciao.
DIANORA
a Marino.
Magari sapeva anche Cappelli e non mi ha detto nulla.
CAPPELLI
Che cosa, marchesa? Mi dica.
DIANORA
Poi, poi, a suo tempo. Ci divertiremo un po' tutti.
CAPPELLI
Di cattivo umore anche lei?
DIANORA