ciò che mi è assolutamente impossibile di dirvi, visto che io stesso
l'ignoro; ma, a colpo sicuro, non è per avere disgustato, almeno
scientemente, il signor ministro.
— Pure bisogna che abbiate commesso un qualche delitto, poichè voi
siete accusato di alto tradimento.
— Di alto tradimento! gridò Bonacieux spaventato, di alto tradimento! e
come volete voi che un povero merciaio, che detesta gli ugonotti e che
abborre gli Spagnuoli, sia accusato di alto tradimento? rifletteteci,
signore, la cosa è materialmente impossibile.
— Signor Bonacieux, disse il commessario guardando l'accusato come
se i suoi piccoli occhi avessero avuta la facoltà di leggere nel più
profondo dei cuori, signor Bonacieux, voi avete moglie?
— Sì, signore, rispose il merciaio tremando, e sentendo che là i suoi
affari si andavano a imbrogliare, vale a dire, io ne aveva una.
— Come, voi ne avevate una? e che ne avete voi fatto, se non l'avete
più?
— Mi è stata portata via, signore.
— Vi è stata portata via! disse il commessario. Ah! Bonacieux sentì a
quell'ah che l'affare si andava sempre più imbrogliando.
— Vi è stata portata via! riprese il commessario; e sapete voi chi è
l'uomo che ha commesso questo ratto?
— Io credo di conoscerlo.
— Chi è egli?
— Pensate che io non affermo niente, signor commessario, e che io
sospetto solamente.
— Chi sospettate voi! sentiamo, rispondete francamente.
Il signor Bonacieux era nella grande perplessità; doveva egli negar
tutto o tutto dire? negando tutto, si poteva credere che egli la sapeva
troppo lunga per confessare; dicendo tutto, faceva prova di buona
volontà. Egli si decise dunque a dire tutto.
— Io sospetto, diss'egli, che sia un uomo grande e bruno, di alta
statura, il quale ha tutti i tratti di un gran signore; egli ci ha
seguiti molte volte, a quanto mi è sembrato, quando io aspettava mia
moglie d'avanti alla porta segreta del Louvre per ricondurla a casa.
Il commessario parve provare qualche inquietezza.
— E il suo nome? diss'egli.
— Oh? in quanto al suo nome io non ne so niente; se io mai lo
incontrassi, lo riconoscerei sul momento stesso, ve io garantisco,
fosse egli ancora tra mille persone.
La fronte del commessario si intorbidì.
— Voi lo riconoscereste fra mille, dite voi continuò egli.
— Cioè, riprese Bonacieux che si accorse di essere entrato in una falsa
strada, cioè...
— Voi avete risposto che lo riconoscereste, disse il commessario. Sta
bene, per oggi basta. Prima che andiamo più innanzi, bisogna che un
tale sappia che voi conoscete il rapitore di vostra moglie.
— Ma io non ho detto che lo conosco! gridò Bonacieux alla disperazione.
Io vi ho detto al contrario...
— Conducete il prigioniere, disse il commessario alle due guardie.
— Ove si deve condurre? domandò lo scrivano.
— In una prigione.
— In quale?
— Oh! mio Dio, nella prima che vi capita, purchè sia ben chiusa,
rispose il commessario con una indifferenza, che penetrò d'orrore il
povero Bonacieux.
— Ahimè! Ahimè! disse a sè stesso, la disgrazia è sulla mia testa.
Mia moglie avrà commesso qualche orribile delitto; mi si crederà suo
complice, e mi si punirà con lei: ella avrà confessato che m'aveva
detto tutto; una donna è così debole! Una prigione! la prima che vi
capita! ecco qua! una notte presto si passa; e domani, alla ruota, alla
tortura! oh! mio Dio! mio Dio! abbiate pietà di me!
Senza ascoltare menomamente le lamentazioni di mastro Bonacieux,
lamentazioni alle quali d'altronde essi dovevano essere abituati, le
due guardie presero il prigioniere per un braccio, e lo condussero via,
nel mentre che il commessario scriveva in tutta fretta una lettera che
lo scrivano aspettava.
Bonacieux non chiuse occhio, non già che la sua prigione fosse troppo
cattiva, ma perchè le sue inquietudini erano troppo grandi. Egli rimase
tutta la notte sopra il suo sgabello rabbrividendo al più piccolo
rumore, e quanto i primi raggi del giorno vennero a penetrare nella sua
camera, l'aurora gli parve aver preso tinte funebri.
Ad un tratto egli sentì tirare il catenaccio, e provò un terribile
sussulto. Egli credeva che lo venissero a prendere per condurlo
al patibolo; cosichè allora quando vide comparire puramente e
semplicemente il suo commessario ed il suo scrivano della sera innanzi,
invece del carnefice, come egli si aspettava, fu sul punto di saltar
loro al collo.
— Il vostro affare si è molto complicato da ieri sera a questa parte;
mio brav'uomo, gli disse il commessario, ed io vi consiglio dire tutta
la verità, poichè il solo vostro pentimento può calmare la collera del
ministro.
— Ma io sono pronto a dir tutto, gridò Bonacieux, almeno tutto quello
che io so. Interrogatemi, io ve ne prego.
— Primieramente, dov'è vostra moglie?
— Ma dappoichè vi ho detto che mi è stata rapita...
— Sì ma da ieri alle cinque ore pomeridiane, mercè vostra, è fuggita.
— Mia moglie è fuggita? gridò Bonacieux, oh! disgraziata! signore, se
ella è fuggita non è per colpa mia, io ve lo giuro.
— Che cosa siete dunque andato a fare dal signor d'Artagnan, vostro
vicino, col quale aveste una lunga conferenza nella giornata?
— Ah! sì, sig. commessario, sì ciò è vero e lo confesso che ho avuto
torto. Sì, io sono stato dal sig. d'Artagnan.
— Quale era la scopo di questa visita?
— Di pregarlo ad aiutarmi per ritrovare mia moglie; io credeva di avere
il diritto di reclamarla. Io mi sbagliava, a quanto sembra, e ve ne
domando perdono.
— E che cosa ha risposto il signor d'Artagnan!
— Il signor d'Artagnan mi ha promesso il suo aiuto; ma io mi sono ben
presto accorto che egli mi tradiva.
— Voi volete eludere la giustizia! il signor d'Artagnan ha fatto
un patto con voi, e in virtù di questo patto egli ha messo in fuga
gli uomini di polizia, che avevano arrestata vostra moglie, e l'ha
sottratta a tutte le ricerche.
— Il signor d'Artagnan ha rapita mia moglie? ah! che cosa mi dite mai?
— Fortunatamente, il sig. d'Artagnan è nelle nostre mani, e voi sarete
confrontato con lui.
— Ah! in fede mia, io non domando di meglio, gridò Bonacieux; non sarò
malcontento di vedere una figura di mia conoscenza.
— Fate entrare il sig. d'Artagnan, disse il commessario alle guardie.
Le due guardie fecero entrare Athos.
— Signor d'Artagnan, disse il commessario indirizzandosi ad Athos,
dichiarate voi a questo signore ciò che è passato fra voi e lui.
Gridò Bonacieux, non è il signor d'Artagnan quello che qui mi mostrate!
— Come non è il sig. d'Artagnan! gridò il commessario.
— Niente affatto, rispose Bonacieux.
— E come si chiama il signore? domandò il commessario.
— Io non posso dirvelo, perchè non lo conosco.
— Come, voi non lo conoscete?
— No.
— Voi non l'avete mai veduto?
— Può darsi; ma io non so come si chiami.
— Il vostro nome? domandò il commessario.
— Athos, rispose il moschettiere.
— Ma questo non è un nome di uomo, questo è un nome di montagna! gridò
il povero interrogatore, che cominciava a perdere la testa.
— Questo è il mio nome, disse tranquillamente Athos.
— Ma voi avete detto che vi chiamavate d'Artagnan.
— Io?
— Sì, voi.
— Cioè, a me che fu detto: «voi siete il sig. d'Artagnan?» io ho
risposto «lo credete voi?» le mie guardie hanno gridato che ne erano
sicure. Io non ho voluto contrariarle, d'altronde io poteva sbagliarmi.
— Signore, voi fate insulto alla maestà della giustizia.
— In nessun modo, disse tranquillamente Athos.
— Voi siete il sig. d'Artagnan.
— Vedete bene, che siete voi che me lo dite.
— Ma, gridò a sua volta Bonacieux, io vi dico, sig. commessario, che
non vi può essere nessun dubbio. Il sig. d'Artagnan è mio ospite, e
quantunque non paghi la sua pigione, è anzi precisamente per questa
causa che io debbo conoscerlo. Il signor d'Artagnan è un giovane di
diciannove ai vent'anni appena, e questo signore ne ha almeno trenta;
il sig. d'Artagnan è nelle guardie del sig. des Essarts, ed il sig.
è nella compagnia dei moschettieri dei sig. de Tréville; guardate
l'uniforme.
— È vero, mormorò il commessario, per bacco! è vero.
In questo momento si aprì la porta, e un messaggiere, introdotto dal
carceriere della Bastiglia, rimise una lettera al commessario.
— Oh! disgraziata! gridò il commessario.
— Come! che cosa dite? di chi parlate? non è già di mia moglie io spero?
— Al contrario, è precisamente di lei. Il vostro affare va bene, andate
avanti!
— E che! gridò il merciaio esasperato fatemi il piacere di dirmi,
signore, in qual modo il mio affare può peggiorare per ciò che fa mia
moglie, mentre io sono in prigione.
— Perchè quello che ella fa è la conseguenza di un piano stabilito fra
di voi, un piano infernale!
— Io vi giuro, sig. commessario, che voi siete nel più grande errore,
che io non so niente affatto di ciò che doveva fare mia moglie, che io
sono intieramente estraneo a tutto quanto ella ha fatto, e che se ella
fa delle pazzie, io la rinego, io la smentisco, io la maledico.
— E che! disse Athos al commessario, se voi non avete più bisogno
di me, rimandatemi in qualche luogo. Il vostro sig. Bonacieux è
noiosissimo.
— Riconducete i prigionieri nelle loro secrete, disse il commessario,
indicando con un gesto Athos e Bonacieux, e che essi sieno custoditi
più severamente che mai.
— Però, disse Athos con la solita sua calma, se voi cercate il signor
d'Artagnan, non vedo troppo il perchè io debba qui rimpiazzarlo.
— Fate ciò che ho detto! gridò il commessario, nella secreta la più
ristretta. Intendete voi?
Athos seguì le sue guardie stringendosi nelle spalle, e il sig.
Bonacieux mandava gemiti da fendere il cuore di una tigre.
Il merciaio fu ricondotto nel carcere ove aveva passata la notte, e vi
fu lasciato tutto il giorno. Tutto il giorno Bonacieux pianse come un
vero merciaio, non essendo un uomo di spada per niente affatto, come ci
ha detto egli stesso.
La sera verso le nove ore, al momento in cui stava per decidersi di
andare in letto, egli intese de' passi nel corridoio. Questi passi si
avvicinarono al carcere, la porta si aprì, e comparvero due guardie.
— Seguitemi, disse un caporale che veniva dietro le guardie.
— Seguirvi! gridò Bonacieux, seguirvi a quest'ora! mio Dio ove mi
conducete?
— Dove abbiamo l'ordine di condurvi.
— Ma questa non è una risposta.
— Eppure è la sola che noi possiamo darvi.
— Ah! mio Dio! mio Dio! gridò il povero merciaio, questa volta son
perduto!
E seguì macchinalmente e senza resistenza le guardie che erano venute a
prenderlo.
Egli ripassò nello stesso corridoio che aveva già percorso, traversò
un primo cortile, quindi un secondo corpo di fabbrica; finalmente,
alla porta del cortile di entrata, egli trovò una carrozza circondata
da quattro guardie a cavallo. Fu fatto salire in questa carrozza, il
caporale si pose vicino a lui, fu chiuso lo sportello a chiave, e tutti
e due si ritrovarono in una prigione ambulante.
La carrozza si mise in movimento, lenta come un carro funebre.
Attraverso la persiana chiusa a catenaccio il prigioniere scorgeva
le case e il pavimento, e nient'altro; da vero Parigino che egli era,
Bonacieux riconosceva tutte le strade dalle insegne, dai riverberi, dai
marciapiedi. Al momento di giungere a S. Paolo, luogo ove si fanno le
esecuzioni dei condannati della Bastiglia, per poco non si svenne e si
segnò due volte. Avea creduto che la carrozza si fosse fermata lì. La
carrozza però passò oltre. Più lontano fu preso da gran terrore, e fu
costeggiando il cimiterio di S. Giovanni, ove si sepellivano i rei di
stato. Una cosa sola lo tranquillizzava un poco, ed era che prima di
seppellirli generalmente tagliavano loro la testa, e la sua testa era
ancora sulle sue spalle.
Ma allorchè vide che la carrozza voltava per la strada Gréve, e che
scoperse i tetti acuti del Palazzo di Città, e che la carrozza passava
sotto l'arcata, egli credè che tutto fosse finito per lui, volle fare
la sua confessione al caporale, e dietro il suo rifiuto mandò grida
così commoventi, che il caporale gli annunziò che, se continuava
ad assordirlo in tal modo, gli avrebbe messo la mordacchia. Questa
minaccia tranquillizzò alcun poco Bonacieux: se avessero dovuto
giustiziarlo sulla piazza di Gréve, non meritava la pena di metterglisi
la mordacchia, poichè erano quasi arrivati al luogo della esecuzione.
Infatti la carrozza traversò la piazza fatale senza fermarsi. Non
restava più a temersi che la Croce-del-Trahoir: la carrozza infatti
prese quella strada.
Questa volta non v'era più alcun dubbio; era alla Croce-dei Trahoir
che si giustiziavano i rei subalterni; Bonacieux si era lusingato,
credendosi degno della piazza S. Paolo o della piazza di Gréve. Era
alla Croce-del-Trahoir che andava a finire il suo viaggio ed il suo
destino! egli non poteva ancora vedere questa malaugurata Croce, ma
egli la sentiva in qualche modo venirgli incontro. Allorquando egli
non fu più che a una ventina di passi, sentì un rumore e la carrozza
fermarsi; ciò era più di quanto poteva sopportare il povero Bonacieux,
di già annientato dalle emozioni successive che aveva provate, mandò un
debole gemito, che si sarebbe potuto prendere per l'ultimo sospiro di
un moribondo, e si svenne.
CAPITOLO XIV.
L'UOMO DI MÉUNG
Questo rumore era prodotto da un attruppamento di popolo il quale non
era già riunito nell'aspettativa di un uomo che si dovesse impiccare,
ma nella contemplazione di uno già impiccato. La carrozza, fermata per
un momento, riprese dunque il suo cammino, traversò la folla, continuò
la sua strada, e infilò la contrada S. Onorato, voltò per la strada dei
Buoni-Fanciulli, e si fermò davanti ad una porta bassa.
La porta si aprì, due guardie ricevettero nelle loro braccia Bonacieux,
sostenuto dal caporale: fu spinto in un corridoio, gli fu fatta salire
una scala e fu deposto in un'anticamera. Tutti questi movimenti furono
da lui operati macchinalmente; egli aveva camminato come si cammina
in sogno; egli aveva traveduto gli oggetti attraverso una nebbia; le
sue orecchie avevano concepito dei suoni senza intenderli; si sarebbe
potuto giustiziarlo in quel momento che egli non avrebbe fatto un gesto
per intraprendere la sua difesa, che non avrebbe mandato un grido per
implorare pietà.
Egli rimase dunque così sulla panchetta, col dorso appoggiato al muro e
le braccia pendenti, nello stesso luogo ove era stato deposto dalle sue
guardie.
Però, siccome guardando intorno a se stesso non vedeva alcun oggetto
minaccioso, siccome nessuna cosa indicava che egli corresse un reale
pericolo, siccome la panchetta era convenientemente imbottita, siccome
il muro era ricoperto da un bel cuoio di Cordova, siccome un gran
tendinaggio di damasco rosso fluttuava davanti la finestra, sostenuto
da belle borchie d'oro, egli comprese a poco a poco che il suo spavento
era esagerato, e cominciò a muovere la testa da diritta a sinistra e
dal basso in alto. Da questo movimento, che nessun gl'impediva, egli
riprese un poco di coraggio, e si arrischiò a smuovere una gamba, poi
l'altra; finalmente aiutandosi con le mani, si sollevò sulla panchetta
e si trovò in piedi.
In questo momento, un ufficiale di buon aspetto alzò una portiera,
continuò a scambiate alcune parole con una persona che si trovava nella
camera vicina, e rivoltandosi verso il prigioniero:
— Siete voi, gli disse, che vi chiamate Bonacieux?
— Sì, signor ufficiale, balbettò il merciaio più morto che vivo, per
servirvi.
— Entrate, disse l'ufficiale.
Egli si scansò perchè il merciaio potesse passare, questi obbedì senza
replica, entrò nella camera ove sembrava che fosse aspettato.
Era un gran gabinetto coi muri guerniti di armi offensive e difensive,
con camminetto e stufa, nei quali vi era già fuoco quantunque non
si fosse appena che verso la fine del mese di settembre. Una tavola
quadrata, coperta di libri e di carte, sui quali era svolta un immensa
pianta della città della Rochelle occupava il mezzo dell'ambiente. In
piedi davanti al camminetto stava un uomo di mezzana statura, colla
fisonomia altera e fiera, cogli occhi scrutatori, con fronte larga, una
faccia magrita, allungata da un pizzo alla reale sormontato da un paio
di baffi. Quantunque quest'uomo non avesse che trentasei anni appena,
capelli, baffi e pizzo andavano imbiancandosi. Quest'uomo, menocchè la
spada, avea tutto l'aspetto di un uomo di guerra, e i suoi stivali di
bufalo ancora leggermente ricoperti di polvere, indicavano che egli era
stato a cavallo durante la giornata.
Quest'uomo era Armando-Giovanni Duplessis duca de Richelieu non già
come ce lo rappresentano, indebolito, vecchio sofferente come un
martire, col corpo ammalato, la voce estinta, sepolto in un gran
seggiolone come una tomba anticipata, non vivendo più che per la forza
del genio, e non sostenendo più la lotta coll'Europa che per l'eterna
applicazione del suo pensiero; ma tale quale egli era realmente in
quell'epoca, vale a dire destro e galante cavaliere, già debole di
corpo, ma sostenuto da quella potenza morale che ha formato di lui uno
degli uomini i più estraordinarii che sieno esistiti, preparandosi
infine, dopo aver sostenuto il duca di Nevers nel suo ducato di
Mantova, dopo aver preso Nimes, Castres e Uzes, a scacciare gl'inglesi
dall'isola del Re e a fare l'assedio della Rochelle.
Il povero merciaio dimorò in piedi davanti la porta, nel mentre che gli
occhi del personaggio che noi abbiamo descritto, si fissavano su lui, e
sembravano voler penetrare fino al profondo del suo pensiero.
— È questo qua il signor Bonacieux? domandò egli dopo un momento di
silenzio.
— Sì, mio signore, riprese l'ufficiale.
— Sta bene; datemi quelle carte, lasciateci.
L'ufficiale prese sul tavolo le carte indicate, le rimise a quello che
le domandava, s'inchinò fino a terra e sortì.
Bonacieux riconobbe in quelle carte i suoi interrogatorii della
Bastiglia. Di tratto in tratto l'uomo del camminetto alzava gli occhi
dal di sopra delle scritture e li immergeva come due pugnali fino al
fondo del cuore del povero merciaio.
Dopo dieci minuti di lettura e dieci secondi di esame, il ministro avea
fissato.
— Quella testa là non ha mai cospirato, mormorò egli; ma non importa,
vediamo pure.
— Voi siete accusato di alto tradimento, disse lentamente il ministro.
— È ciò che mi hanno già detto, mio signore, gridò Bonacieux, dando al
suo interrogatore il titolo che aveva inteso dargli dall'ufficiale; ma
io vi giuro che non ne sapeva niente.
Il ministro represse un sorriso.
— Voi avete cospirato con vostra moglie, colla signora de Chevreuse, e
con milord duca di Buckingham...
— Infatti, mio signore, rispose il merciaio, io ho inteso pronunciare
tutti questi nomi.
— E in quale occasione?
— Ella diceva che il ministro duca de Richelieu aveva attirato il
duca di Buckingham a Parigi per perderlo, e perdere insieme con lui la
regina.
— Ella diceva così! gridò il ministro con violenza.
— Sì, mio signore, ma io le ho risposto che ella aveva torto a tenere
simili propositi, e che il ministro era incapace...
— Tacete, voi siete un imbecille, riprese il ministro.
— Questo è quanto mi rispondeva precisamente mia moglie.
— Sapete voi chi vi ha rapito vostra moglie?
— No, mio signore.
— Voi però avete de' sospetti?
— Sì, mio signore, ma questi sospetti hanno sembrato portar dispiacere
al signor commessario, ed io non li ho più.
— Vostra moglie è fuggita, lo sapevate voi?
— No mio signore, io l'ho saputo mentre ero prigione col mezzo del sig.
commessario, che è un uomo molto amabile.
Il ministro represse un secondo sorriso.
— Allora voi non sapete ciò che è avvenuto di vostra moglie in seguito
alla fuga?
— No assolutamente, mio signore, ma ella sarà rientrata al Louvre.
— A un'ora dopo la mezzanotte non era ancora rientrata al Louvre.
— A un'ora dopo mezzanotte non era ancora rientrata! ah! mio Dio! e che
cosa è dunque avvenuto di lei?
— Si saprà, siate tranquillo, non si tiene nulla nascosto al ministro,
il ministro sa tutto
— In questo caso, mio signore, credete voi che il ministro acconsentirà
a farmi sapere che cosa è avvenuto di mia moglie?
— Forse, ma prima di tutto bisogna che confessiate tutto ciò che ne
sapete relativamente alle relazioni di vostra moglie colla signora di
Chevreuse.
— Ma io non ne so niente, non l'ho mai veduta.
— Quando andavate a prendere vostra moglie al Louvre, ritornava ella
direttamente a casa con voi?
— Quasi mai, ella aveva molte faccende da sbrigare con dei mercanti di
tela presso i quali io l'accompagnava.
— E quanti ne aveva di questi mercanti di tela?
— Due, mio signore.
— Dove abitavano?
— Uno nella strada Vaugirard, l'altro nella strada dell'Arpa.
— Voi entravate con lei?
— Mai, mio signore, io l'aspettava alla porta.
— E di qual pretesto usava per poter entrar sola?
— Ella non aveva bisogno di addurmi dei pretesti, ella mi diceva di
aspettarla, ed io l'aspettava.
— Voi siete un marito molto compiacente, mio caro signor Bonacieux,
disse il ministro.
— Egli mi ha chiamato, suo caro signore, disse fra se stesso il
merciaio; peste! gli affari vanno bene!
— Riconoscereste voi queste porte?
— Sì.
— Nè sapete i numeri?
— Sì.
— Quali sono?
— Il numero 25 della strada Vaugirard, e il n. 75 della strada Arpa.
— Sta bene, disse il ministro.
A queste parole prese un campanello d'argento, lo suonò e l'ufficiale
entrò
— Andate, gli disse sottovoce, andate a cercarmi Rochefort, e che egli
venga sull'istante introdotto.
— Il conte è di là, disse l'ufficiale, e chiede istantemente di parlare
con Vostra Eccellenza.
— Vostra Eccellenza! mormorò Bonacieux risovvenendosi che questo era il
titolo che d'ordinario si dava al ministro; Vostra Eccellenza!
— Allora che venga, che venga! disse prestamente Richelieu.
L'ufficiale sì slanciò fuori dell'appartamento con quella rapidità che
d'ordinario impiegavano tutti i servitori del ministro nell'obbedire ai
suoi ordini.
— Ah! Vostra Eccellenza! continuava a mormorare Bonacieux, spalancando
due occhi stravolti, e rimproverandosi di non averci pensato prima.
Cinque minuti dopo la scomparizione dell'ufficiale, si aprì la porta,
ed entrò un nuovo personaggio.
— È lui! gridò Bonacieux
— Chi lui? domandò il ministro.
— Quegli che mi ha rapito mia moglie.
Il ministro suonò una seconda volta. L'ufficiale ricomparve.
— Riconducete quest'uomo nelle mani delle sue due guardie, e che egli
aspetti che lo richiami davanti a me.
— No, Eccellenza, no, non è lui! gridò Bonacieux; no io mi sono
sbagliato, è un altro che non gli rassomigliava niente affatto; questo
signore è un galantuomo.
— Conducete via questo imbecille, disse il ministro.
L'ufficiale prese Bonacieux sotto il braccio; e lo ricondusse
nell'anticamera, ove egli ritrovò le sue due guardie.
Il nuovo personaggio che era stato introdotto, seguì con occhi
impazienti Bonacieux, fino a tanto che fu sortito, e quando la porta si
richiuse dietro a lui:
— Essi si sono veduti, diss'egli avvicinandosi vivamente al ministro.
— Chi? domandò Sua Eccellenza.
— Ella ed egli.
— La regina e il duca! gridò Richelieu.
— Sì.
— E dove?
— Al Louvre.
— Ne siete voi sicuro?
— Perfettamente sicuro.
— Chi ve lo ha detto?
— La signora di Lannoy, che è tutta dedicata a Vostra Eccellenza, come
voi ben sapete.
— E perchè non lo ha detto più presto?
— Sia combinazione, sia diffidenza, la regina ha fatto dormire la
signora de Surgis nella sua camera, e l'ha tenuta presso di se tutta la
giornata.
— Sta bene, noi siamo stati battuti. Cerchiamo di prendere la rivincita.
— Io vi aiuterò con tutta l'anima, Eccellenza, siate tranquillo.
— E come è andata la faccenda?
— A mezzanotte e mezzo, la regina era con le sue damigelle.
— Dove?
— Nella sua camera da dormire.
— Bene.
— Allorquando sono venuti a portarle un fazzoletto per parte della
guarda-robiera.
— E dopo?
— La regina ha subito manifestato una grande emozione, e ad onta del
rosso di cui aveva tutto il viso coperto, ella impallidì.
— E dopo, dopo?
— In questo mentre la regina si è alzata, e con voce alterata ha
detto: «mie signore, aspettatemi qui dieci minuti, che quindi sarò di
ritorno»; ed ella ha aperto la porta della sua alcova ed è sortita.
— Ed in che modo la signora de Lannoy non è venuta nell'istesso istante
a prevenirvi?
— Non vi era ancora niente di positivo; d'altronde la regina aveva
detto: «mie signore, aspettatemi» ed ella non ha osato disobbedire alla
regina.
— E quanto tempo la regina è rimasta fuori della sua camera?
— Tre quarti d'ora.
— Nessuna delle sue cameriere l'accompagnava?
— Donna Stefania soltanto.
— Ed in seguito è ella ritornata?
— Sì, ma per prendere un piccolo bauletto di legno rosa colla sua
cifra, ed è subito partita.