— Ed io signora.... disse d'Artagnan imbarazzato, voi mi avevate

promesso...

— Prendete il mio braccio signora, disse lo straniero, e continuiamo la

nostra strada.

Frattanto d'Artagnan stordito, atterrato, annientato per tutto ciò

che gli accadeva, restava ritto colle braccia incrociate davanti al

moschettiere ed alla signora Bonacieux.

Il moschettiere fece due passi in avanti e allontanò con la mano

d'Artagnan.

D'Artagnan fece un salto in addietro e cavò fuori la sua spada.

Nello stesso tempo, e colla rapidità del lampo, lo sconosciuto cavò

fuori la sua.

— In nome del cielo! milord, gridò la sig. Bonacieux gettandosi in

mezzo ai combattenti e prendendo le spade a piene mani.

— Milord! gridò d'Artagnan illuminato da una subitanea idea; milord!

perdono, signore, ma sapeva io forse che voi eravate...? milord,

signora, perdono, cento volte perdono; ma io l'amava, milord, io era

geloso; voi sapete che cosa è amare, milord; perdonatemi, e ditemi come

posso farmi ammazzare per la vostra grazia.

— Voi siete un bravo giovane, disse Buckingham stendendo la mano a

d'Artagnan che questi strinse rispettosamente; voi mi offrile i vostri

servigi, io gli accetto; seguiteci a venti passi di distanza fino al

Louvre e se qualcuno ci spia, uccidetelo!

D'Artagnan mise la sua spada sotto il braccio, lasciò prendere alla

sig. Bonacieux e al duca il vantaggio di venti passi, e li seguì,

pronto ad eseguire alla lettera le istruzioni del nobile ed elegante

ministro di Carlo I.

Ma fortunatamente il giovane di scorta non ebbe alcuna occasione di

dare al duca questa pruova della sua devozione, e la giovine sposa e

il moschettiere entrarono al Louvre, per la porta secreta, senza essere

inquietati da alcuno.

In quanto a d'Artagnan egli si portò subito all'osteria della Pigna,

ove trovò subito Porthos e Aramis che lo aspettavano.

Ma, senza dar loro spiegazione sull'incomodo che loro aveva cagionato,

disse che aveva terminato il suo affare pel quale egli aveva un istante

creduto di aver bisogno del loro intervento.

E ora, trasportati come noi siamo dal nostro racconto, lasciamo i

nostri tre amici ritornare ognuno alle proprie abitazioni, e seguiamo

nei laberinti del Louvre il duca di Buckingham e la sua guida.

CAPITOLO XII.

GIORGIO WILLIERS DUCA DI BUCKINGHAM

La signora Bonacieux e il duca entrarono al Louvre senza difficoltà;

la sig. Bonacieux era conosciuta per essere al servizio della regina:

il duca portava l'uniforme dei moschettieri del sig. de Tréville, che,

come abbiamo detto, erano di guardia in quella sera. D'altronde Germano

era negli interessi della regina, e se accadeva qualche cosa, la sig.

Bonacieux sarebbe stata accusata di avere introdotto il suo amante

al Louvre, ecco tutto; ella prendeva sopra di se la colpa, la sua

riputazione sarebbe stata perduta è vero; ma di una piccola merciaia?

Una volta entrati nell'interno della corte il duca e la giovane

seguirono il piede del muro per lo spazio di circa venticinque passi;

percorso questo spazio la sig. Bonacieux spinse una piccola porta di

servizio, che il giorno stava aperta, ma che ordinariamente si chiudeva

nella notte; la porta cedè; entrambi si introdussero e si trovarono

nella oscurità, ma la sig. Bonacieux conosceva tutti i giri e rigiri

di questa parte del Louvre, destinata alla bassa corte. Ella chiuse

le porta dietro di se, prese il duca per la mano, fece qualche passo

a tastone afferrò una bronca della scala, toccò con un piede il primo

scalino, e cominciò a salire; il duca contò due piani. Allora ella

prese a destra, seguì un lungo corridoio, tornò a discendere un piano,

fece qualche passo ancora, introdusse una chiave nella serratura, aprì

una porta e spinse il duca in un appartamento illuminato soltanto da

una lampada da notte, dicendogli:

— Restate qui, milord duca, fra poco verrà.

Quindi ella sortì per la medesima porta, che chiuse a doppio giro,

dimodochè il duca si trovò prigioniero alla lettera.

Però, quantunque si trovasse isolato, bisogna dirlo, il duca

di Buckingham non provò un'istante di timore; una delle parti

caratteristiche del suo naturale era la ricerca delle avventure e

l'amore da romanzo. Coraggioso, ardito, intraprendente non era la

prima volta che arrischiava la sua vita in simili tentativi; egli avea

saputo che questo preteso messaggio della regina, sulla fede del quale

egli era venuto a Parigi, era un laccio, e invece di ritornarsene in

Inghilterra, abusando della posizione in cui era stato messo, aveva

dichiarato alla regina che egli non partirebbe senza averla prima

veduta. Sulle prime la regina aveva positivamente ricusato, quindi

finalmente aveva temuto che il duca, esasperato, non facesse qualche

follia. Ella si era già decisa a riceverlo e a supplicarlo di partire

subito, allorchè, la stessa sera della decisione, la signora Bonacieux,

che era stata incaricata di andare a cercare il duca e condurlo al

Louvre, fu rapita. Per due giorni si ignorò affatto ciò che fosse

accaduto di lei, e tutto rimase sospeso. Ma una volta libera, una volta

rimessa in rapporto con la corte, le cose avevano preso un altro corso,

ed ella eseguiva la perigliosa intrapresa che senza il suo arresto,

ella avrebbe compiuta tre giorni prima.

Buckingham, rimasto solo, si avvicinò ad uno specchio. Quell'abito da

moschettiere gli andava a meraviglia. A trentacinque anni, che egli

aveva allora, egli passava a giusto titolo per il più bel gentiluomo

e per il più elegante cavaliere di Francia e d'Inghilterra. Favorito

da due re, ricco di milioni, che tutto poteva in un regno che

egli sconvolgeva a suo capriccio o calmava a sua fantasia, Giorgio

Williers, duca di Buckingham aveva intrapresa una di quelle esistenze

favolose che rimangono nei corso dei secoli come una meraviglia per

la posterità. Così, sicuro di se stesso, convinto della sua possanza,

certo che non potevano colpirlo le leggi che reggono gli altri uomini,

andava dritto alla meta che si era prefisso, fosse pure stata questa

meta così elevata e così risplendente che sarebbe stato follia per un

altro il sognarlo soltanto. Fu così che egli giunse ad avvicinarsi

diverse volte alla bella ed orgogliosa regina di Francia, a forza

d'abbagliare.

Giorgio Williers si pose adunque avanti di uno specchio, come lo

abbiamo detto, rese alla sua bella capigliatura bionda le ondulazioni

che il peso del suo cappello le avevano fatto perdere, arricciò i suoi

baffi, e col cuore gonfio di gioia, felice, e sapendo di toccare un

momento che egli aveva desiderato sì lungamente sorrise a se stesso

d'orgoglio e di speranza.

In questo momento una porta nascosta dalla tappezzeria si aprì, e

comparve una donna. Buckingham vide questa apparizione nello specchio,

gettò un grido; era la regina!

La regina aveva allora ventisei o ventisette anni, vale a dire che ella

si ritrovava in tutto lo splendore della bellezza. Il suo andamento

era veramente quello di una regina, o meglio ancora di una dea; i suoi

occhi, che gettavano dei riflessi di smeraldo, erano perfettamente

belli e pieni ad un tempo di dolcezza e di maestà; la sua bocca era

piccola e vermiglia, e quantunque il suo labbro inferiore avanzasse

leggermente sull'altro, ella era eminentemente graziosa nel sorriso

ma altrettanto profondamente sdegnosa nel disprezzo. La sua pelle era

citata per la sua bianchezza e pel suo vellutato, la sua mano e le sue

braccia erano di una bellezza sorprendente, e tutti i poeti dell'epoca

le decantavano come incomparabili. Finalmente i suoi capelli, che,

di biondi che erano nella sua gioventù, erano diventati castagni, e

che ella portava arricciati e aspersi di molta polvere, contornavano

ammirabilmente il suo viso, al quale la censura più rigida non avrebbe

potuto augurare che un poco meno di rosso, e i più esigenti desiderare

un poco più di affilatezza nel naso.

Buckingham rimase per un istante abbagliato; giammai la regina gli

era sembrata più bella in mezzo ai balli, alle feste ed ai tornei, di

quello che gli apparve in quel momento, vestita con una semplice stoffa

bianca; e accompagnata da donna Stefania, la sola delle cameriere

spagnuole che non fosse stata scacciata dalla gelosia del re, o dalle

persecuzioni di Richelieu.

Anna fece due passi in avanti: Buckingham si precipitò ai suoi

ginocchi, e primachè la regina avesse potuto impedirlo, le baciò

l'estremità della sua veste.

— Duca, voi sapete di già che non sono stata io che vi ho fatto qui

venire.

— Oh! sì, signora, sì, Vostra Maestà, gridò il duca; io so che sono

stato un pazzo, un insensato a credere che la neve potesse riscaldarsi,

che il marmo potesse animarsi; ma che volete! quando si ama, si crede

facilmente all'amore, d'altronde io non ho perduto tutto in questo

viaggio poichè vi vedo.

— Sì, rispose Anna, ma voi sapete perchè e come io vi vedo, milord. Io

vi vedo per pietà di voi stesso, io vi vedo perchè, insensibile voi

a tutte le mie pene, vi siete ostinato a rimanere in una città ove,

rimanendo, correte rischio della vita, e a me fate correr rischio del

mio onore; io vi vedo per dirvi che tutto ci separa, la profondità del

mare, l'inimicizia dei regni, la santità dei giuramenti. Il lottare

contro tante cose è un sacrilegio, milord. Io vi vedo infine per dirvi

che è indispensabile che noi non ci vediamo più.

— Parlate, signora, parlate regina, disse Buckingham, la dolcezza della

vostra voce cuopre la durezza delle vostre parole.

— Milord, disse la regina, voi non potete rimproverare il mio modo di

parlarvi; voi dimenticate che io non vi ho mai detto che vi amava.

— Ma voi non mi avete neppur detto mai che non mi amavate, e veramente

il dirmi simili parole, sarebbe stato per parte di Vostra Maestà,

una troppo grande ingratitudine. Poichè, ditemi, ove troverete un

amore eguale al mio, un amore che nè il tempo nè la lontananza nè la

disperazione possono estinguere, un amore che si contenta di un nastro

perduto, di uno sguardo smarrito, di una parola sfuggita? Sono tre

anni, signora, che vi ho veduta per la prima volta, e dopo tre anni

io vi amo egualmente. Volete voi che io vi dica come eravate vestita

la prima volta che vi vidi? volete voi che io vi dettagli tutti gli

ornamenti della vostra toeletta? Ascoltate; io vi vedo ancora: voi

eravate seduta sopra un dado, alla moda di Spagna, avevate una stoffa

di seta verde broccata d'oro e d'argento, colle maniche pendenti e

riannodate sulle belle vostre braccia, su quelle braccia ammirabili,

con grossi diamanti; voi avevate un collare increspato e chiuso, un

piccolo _bonetto_ sulla vostra testa, del colore della vostra veste, e

sopra questo bonetto una piuma d'airone. Oh sentite, sentite, io chiudo

gli occhi e vi vedo tale quale eravate allora; io li riapro e vi vedo

tale quale siete adesso, vale a dire cento volte più bella ancora!

— Quali follie! mormorò Anna, che non aveva il coraggio di irritarsi

col duca per avere così bene conservato il suo ritratto nel di

lui cuore; quale follia di nutrire una passione inutile con simili

rimembranze.

— E con che volete voi dunque che io viva? Io non ho che delle

rimembranze. Queste sono la mia felicità, il mio tesoro, la mia

speranza. Ciascheduna volta che vi vedo, è un diamante di più che

io racchiudo nello scrigno del mio cuore. Questo è il quarto che voi

lasciate cadere e che io raccolgo. Poichè in tre anni, signora, non vi

ho veduta che quattro volte; questa prima che vi diceva, la seconda in

casa della sig. Chevreuse, la terza nei giardini d'Amiens...

— Duca, disse la regina arrossendo, non parlate di quella serata.

— Oh! parliamone, al contrario, signora, parliamone: è la serata felice

e raggiante della mia vita. Vi ricordate voi la bella notte che faceva?

come l'aria era dolce e profumata? come il cielo era azzurro e smaltato

di stelle? ah! quella volta, signora, potei rimanere un istante con

voi; quella volta eravate disposta a dirmi tutto, l'isolamento della

vostra vita, le afflizioni del vostro cuore. Voi eravate appoggiata

al mio braccio; guardate, a questo qui. Abbassando la mia testa dalla

vostra parte, io sentiva i vostri bei capelli sfiorare il mio viso,

ed ogni volta che essi lo sfioravano, io rabbrividiva dalla testa ai

piedi. Oh! regina! oh! voi non sapete tutto ciò che vi ha di felicità

e di gioia racchiuso in un simile supremo momento! I miei beni, la mia

fortuna, la mia gloria, tutti i giorni che mi restano a vivere io li

darei per un simile istante, per una simile notte; poichè quella notte,

signora, quella notte voi mi amavate, io ve lo giuro.

— Milord, è possibile, sì, che l'influenza del luogo, che le attrattive

di quella bella sera, che l'affascinazione del vostro sguardo, che

quelle mille circostanze, in fine, che qualche volta si riuniscono

per perdere una donna, si sieno raggruppate intorno a me in quella

sera fatale; ma voi lo avete veduto, milord, la regina è venuta in

soccorso della donna indebolita; alla prima parola che voi avete osato

di dire, alla prima arditezza alla quale io ho dovuto rispondere, io ho

chiamato.

— Oh! sì, sì, è vero, e un altro amore fuori del mio si sarebbe

infranto e questa pruova; ma il mio amore ne è sortito più ardente

e più eterno. Voi avete creduto di fuggirmi ritornando a Parigi, voi

avete creduto che io non oserei lasciare il tesoro che dal mio sire

sono stato incaricato di custodire. Ah! che importano a me tutti i

tesori del mondo, e tutti i re della terra! otto giorni dopo io era di

ritorno, o signora. Quella volta voi non avevate niente a dirmi: io

aveva arrischiato il mio favore, la mia vita per vedervi un secondo,

io non ho neppure toccata la vostra mano, e voi mi avete perdonato

vedendomi così sottomesso e così pentito.

— Sì, ma la calunnia si è impadronita di tutte queste follie, nelle

quali io non aveva parte, voi lo sapete bene, milord. Il re, eccitato

dal ministro, ha fatto un rumore terribile; la signora di Vernet

fu scacciata; Putange fu esiliato; la signora Chevreuse cadde in

disfavore; e allorchè voi avete voluto ritornare come ambasciadore in

Francia, il re stesso, sovvenitevene milord, il re stesso si è opposto.

— Sì, e la Francia pagherà con una guerra il rifiuto del suo re. Io

non posso più vedervi, signora? ebbene! io voglio che ciascun giorno

voi sentiate a parlare di me. Che scopo credete voi che abbia avuta

questa spedizione e questa lega coi protestanti della Rochelle che io

progetto? il piacere di vedervi. Io non ho la speranza di penetrare a

mano armata fino a Parigi, lo so bene, ma questa guerra potrà fruttare

una pace; a questa pace necessiterà un negoziatore; questo negoziatore

sarò io. Non si oserà più di rifiutarmi allora, e io ritornerò a

Parigi, e vi rivedrò, e sarò felice un istante. Migliaia d'uomini, è

vero, avranno pagato la mia felicità colla loro vita, ma che importa

a me purchè vi riveda? tutto questo è forse da insensato; ma, ditemi

qual donna ha avuto un amante più innamorato? qual regina ha avuto un

servitore più ardente?

— Milord, milord! voi invocate a vostra difesa cose che ancor più vi

accusano; milord tutte queste prove d'amore, che volete darmi, sono

altrettanti delitti.

— Perchè voi non mi amate, signora; se voi mi amaste, vedreste tutto

ciò bene altrimenti; sarebbe per me troppo grande felicità, e io ne

diventerei pazzo. Ah! la signora de Chevreuse è stata meno crudele di

voi. Halland l'amò, ed ella corrispose al suo amore.

— La signora de Chevreuse non era regina, mormorò Anna, vinta a suo

malgrado dall'espressione di un amore così profondo.

— Voi mi amereste dunque se non la foste, signora? dite, voi mi

amereste dunque? posso dunque credere che è la dignità sola del vostro

rango che vi fa crudele verso di me? posso adunque credere che se voi

foste stata la sig. de Chevreuse, il povero Buckingham avrebbe potuto

sperare? grazie di queste dolci parole, oh! mia bella Maestà, cento

volte grazie!

— Ah! milord, voi avete inteso male, male interpretato, io non ho

voluto dire...

— Silenzio! silenzio! disse il duca; se io sono felice di un errore,

non abbiate la crudeltà di togliermelo. Voi lo avete detto, voi stessa,

io sono attirato in un laccio, io vi lascerò forse la vita, poichè,

osservate, è strano, da qualche tempo io ho dei presentimenti di dover

morire.

E il duca sorrise con un sorriso tristo ad un tempo e grazioso.

— Oh! mio Dio, gridò Anna con un accento di spavento che provava quale

interesse, maggiore di quello che voleva dire, ella portava al duca.

— Io non vi dico ciò per spaventarvi, signora, no; ciò che vi dico

è anzi ridicolo, e credete che io non mi preoccupo niente di questi

sogni; ma questa parola che voi mi avete detta, questa speranza che voi

quasi mi avete data, avrà pagato tutto, fosse ancora la mia vita.

— Ebbene! disse Anna, io pure duca, io ho dei presentimenti; io pure ho

dei sogni. Io ho sognato che vi vedeva steso, insanguinato, atterrato

da una ferita.

— Alla parte sinistra, non è vero e con un coltello? interruppe

Buckingham.

— Sì, è così, milord, è così; alla parte sinistra con un coltello.

Chi ha potuto dirvi che io aveva fatto questo sogno? io non l'ho che

confidato a Dio, e anche nelle mie preghiere.

— Io non voglio saperne di più, voi mi amate, signora, sta bene;

— Io vi amo?

— Sì, voi! il cielo vi manderebbe forse gli stessi sogni che a me, se

voi non mi amaste? avremmo noi gli stessi presentimenti, se le nostre

due esistenze non si toccassero col cuore? voi mi amate, o regina, e

voi mi piangerete!

— Oh! mio Dio, mio Dio! gridò Anna, questo è più di quanto io possa

sopportare. Sentite, duca, in nome del cielo, partite, ritiratevi; io

non so se vi ami o se non vi ami, ma quello che io so si è, che io non

sarò mai spergiura. Abbiate dunque pietà di me; e partite. Obi se voi

foste colpito in Francia, se voi moriste in Francia, se io potessi

supporre che il vostro amore per me fosse causa della vostra morte,

io non mi consolerei mai più; io ne diverrei pazza. Partite dunque,

partite, io ve ne supplico.

— Oh! quanto siete bella così! oh! quanto io v'amo! disse Buckingham.

— Partite! partite! io ve ne supplico, e ritornate più tardi; ritornate

come ambasciatore, ritornate come ministro, ritornate circondato da

guardie che vi difendano, da servitori che veglino su voi, e allora,

allora io non temerò più pei vostri giorni, e sarò contenta nel

rivedervi.

— Oh! ed è vero quanto mi dite?

— Sì...

— Ebbene! un pegno della vostra indulgenza, un oggetto che venga

da voi, e che mi ricordi che io non ho fatto un sogno: qualche cosa

che voi abbiate portata, e che possa portare anch'io; un anello, una

collana, una catena!

— E partirete, partirete, se vi do quanto domandate?

— Sì.

— Sull'istante medesimo?

— Sì.

— Lascerete voi la Francia? ritornerete voi in Inghilterra?

— Sì, io ve lo giuro!

— Aspettate, allora, aspettate.

E Anna rientrò nel suo appartamento, e ne sortì quasi subito, tenendo

in mano un bauletto di legno di rosa colla sua cifra incrostata d'oro.

— Prendete, milord duca, prendete, diss'ella, conservatelo per mia

memoria.

Buckingham prese il bauletto, e cadde una seconda volta il ginocchio.

— Voi mi avete promesso di partire sull'istante, disse la regina.

— Ed io vi mantengo la mia parola; la vostra mano, la vostra mano,

signora, e io parto.

Anna stese la sua mano chiudenda gli occhi, e appoggiandosi con l'altra

sopra Stefania, poichè sentiva che le sue forze venivano meno.

Buckingham appoggiò con passione le sue labbra su quella bella mano,

quindi rialzandosi:

— Prima di sei mesi, diss'egli, se io non sono morto, io vi avrò

riveduto, signora, dovessi per questo mettere sottosopra il mondo.

E, fedele alla promessa che aveva fatta, si slanciò fuori

dell'appartamento.

Nel corridoio egli incontrò la signora Bonacieux che l'aspettava, e

che, colle medesime precauzioni e la medesima fortuna, lo ricondusse

fuori del Louvre.

CAPITOLO XIII.

IL SIGNOR BONACIEUX

Vi era in tutto questo come si è potuto rimarcare, un personaggio di

cui ad onta della sua posizione precaria, non era sembrato che alcuno

se ne inquietasse, se non che molto mediocremente. Questo personaggio

era il signor Bonacieux, rispettabile martire degli intrighi politici

ed amorosi che si allacciavano così bene gli uni con gli altri in

quell'epoca, tanto cavalleresca ad un tempo e tanto galante.

Fortunatamente, il lettore se lo ricorda, o non se lo ricorda,

fortunatamente noi abbiamo promesso di non perderlo di vista.

Gli stallieri che lo avevano arrestato lo condussero direttamente alla

Bastiglia, ove lo si fece passare tutto tremante davanti un plotone di

soldati che caricavano i loro moschetti.

Di là, fu introdotto in una galleria semi-sotterranea: egli fu, per

parte di quelli che lo aveano condotto, l'oggetto delle più grossolane

ingiurie, e dei più feroci maltrattamenti. Gli sbirri vedevano che

non avevano a che fare con un gentiluomo, e lo trattavano come un vero

birbone.

In capo a mezz'ora circa, uno scrivano venne a metter fine a queste

torture, ma non alle sue inquietudini, dando l'ordine di condurre il

sig. Bonacieux nella camera degli interrogatorii. Ordinariamente i

prigionieri s'interrogavano nel loro carcere, ma con Bonacieux non si

facevano tanti complimenti.

Due guardie, s'impadronirono del merciaio, gli fecero traversare

un cortile, lo fecero entrare in un corridoio, in cui v'erano tre

sentinelle, aprirono una porta, e lo spinsero in una camera bassa, ove

non v'erano altri mobili che una tavola, una sedia e un commessario.

Il commessario era assiso sulla sedia, ed occupato a scrivere sulla

tavola.

Le due guardie condussero il prigioniero davanti alla tavola, e, ad un

segno del commessario, si allontanarono fuori della portata della voce.

Il commessario, che fino allora aveva tenuto la sua testa abbassata

sulle carte, la rialzò per vedere con chi aveva a che fare. Questo

commissario era un uomo di fisonomia dispettosa, col naso puntuto,

cogli zigomi gialli e sporgenti, cogli occhi piccoli, ma investigatori

e vivi, colla fisonomia che partecipava ad un tempo della faina e della

volpe. La sua testa, sopportata da un collo lungo e mobile, sortiva

dalla sua larga toga nera, librandosi con un movimento presso a poco

simile a quello della tartaruga, quando cava fuori la testa dal suo

guscio crostaceo.

Egli cominciò dal domandare al signor Bonacieux i suoi nomi, il

cognome, l'età, lo stato, il domicilio.

L'accusato rispose ch'egli si chiamava Giacomo Michele Bonacieux, che

aveva l'età di cinquant'anni, che era merciaio, e che dimorava nella

strada Fossoyeur: al n. 11.

Il commissario allora, invece di continuare ad interrogarlo, gli

fece un lungo discorso sul pericolo che vi è, per un oscuro borghese,

nell'immischiarsi di cose politiche.

Egli complicò quest'esordio con una esposizione nella quale raccontò

la potenza e gli atti del signor ministro, di questo ministro

incomparabile, di questo vincitore dei ministri passati, di questo

modello dei ministri futuri: atti e potenze ai quali nessuno poteva

opporsi impunemente.

Dopo questa seconda parte del suo discorso, fissando il suo sguardo da

sparviero sul povero Bonacieux, lo invitò a riflettere sulla gravità

della sua situazione.

Le riflessioni del merciaio erano già tutte fatte; egli mandava al

diavolo l'istante in cui il signor de Laporte aveva avuto l'idea di

maritarlo con la sua figlioccia, e l'istante soprattutto in cui questa

figlioccia era stata ricevuta custode della biancheria presso la

regina.

Il fondo del carattere di mastro Bonacieux era un profondo egoismo

mischiato ad una sordida avarizia, il tutto condito con una estrema

poltroneria. L'amore che gli aveva inspirato la sua giovane sposa, era

un sentimento del tutto secondario, nè poteva lottare coi sentimenti

primitivi che noi abbiamo enumerati.

Bonacieux riflettè infatti su ciò che gli era stato detto.

— Ma, il signor commessario, diss'egli timidamente, credete bene

che io conosco, e che apprezzo più che alcun altro, il merito

dell'incomparabile ministro dal quale noi abbiamo l'onore di esser

governati.

— Davvero? domandò il commessario con un'aria di dubbio, ma se fosse

veramente così come sareste voi alla Bastiglia?

I tre moschettieri, vol. I · 第 11 / 14 段