— E quando ella è rientrata più tardi ha riportato il bauletto?

— No.

— La sig. de Lannoy sa ella che cosa conteneva questo bauletto?

— Sì: i puntali in diamanti che Sua Maestà regalò alla regina.

— L'opinione della sig. Lannoy è che ella li abbia regalati a

Buckingham?

— Ella ne è sicura

— In che modo?

— Durante tutta la giornata, la sig. de Lannoy, nella sua qualità di

dama che tiene in custodia le gioie, ha cercato questo bauletto, ha

finto di essere inquieta per non poterlo ritrovare, e ha finito per

domandarne contezza alla regina.

— E la regina allora...?

— La regina è divenuta molto rossa, ed ha risposto che, essendosele

rotto il giorno innanzi uno di questi puntali, lo aveva mandato ad

accomodare dal suo gioielliere.

— Bisogna passarvi per assicurarsi se la cosa è vera o no.

— Vi sono già passato.

— Ebbene! il gioielliere...?

— Il gioielliere non ne ha neppure inteso parlare.

— Bene! bene! Rochefort, tutto non è ancor perduto, e forse... forse,

tutto è per lo meglio!

— Il fatto è che io non dubito punto che il genio di Vostra

Eccellenza:..

— Non ripari alle bestialità del mio agente, non è vero?

— È giusto ciò che io diceva, se Vostra Eccellenza mi lasciava

terminare la frase.

— Ora sapete ove si nascondeva la duchessa de Chevreuse e il duca de

Buckingham?

— No, Eccellenza; i miei agenti non hanno potuto dirmi niente di

positivo su questo argomento.

— Lo so io.

— Voi? Eccellenza?

— Sì, o almeno ne dubito. Essi si nascondevano, l'uno nella strada

Vaugirard n. 25, e l'altro nella strada dell'Arpa n. 75.

— Vostra Eccellenza vuol ella che io li faccia arrestare tutti e due?

— Sarà troppo tardi, essi saranno partiti.

— Non importa ce ne possiamo assicurare.

— Prendete dieci uomini della mia guardia, e perquisite le due case.

— Vado, Eccellenza.

E Rochefort si slanciò fuori dell'appartamento.

Il ministro, rimasto solo, riflettè un istante, e suonò per la terza

volta il campanello.

Ricomparve lo stesso ufficiale.

— Fate entrare il prigioniere, disse il ministro.

Mastro Bonacieux fu di nuovo introdotto, e dietro un segno del ministro

l'ufficiale si ritirò.

— Voi mi avete ingannato, disse severamente il ministro.

— Io! gridò Bonacieux, io ingannare Vostra Eccellenza?

— Vostra moglie andando nella strada Vaugirard e nella strada dell'Arpa

non andava da dei mercanti di tele.

— E dove andava ella, giusto Dio?

— Ella andava dalla duchessa de Chevreuse, e dal duca de Buckingham.

— Sì, disse Bonacieux richiamando tutte le sue rimembranze, sì, è

così, Vostra Eccellenza ha ragione. Io più di una volta ho detto a mia

moglie, che era sorprendente, che dei mercanti di tela abitassero in

simili abitazioni e in case che non avevano insegne. Ah! Eccellenza,

continuò Bonacieux gettandosi ai piedi del ministro, ah! voi realmente

siete il ministro, il gran ministro, l'uomo di genio che tutto il mondo

riconosce.

Il ministro, per quanto fosse mediocre il trionfo che riportava sopra

un essere così volgare, quanto lo era Bonacieux, non ne godè però

meno un istante; quindi, quasi subito, come se gli si fosse presentato

un nuovo pensiero allo spirito, un sorriso increspò il suo labbro, e

stendendo la mano al merciaio:

— Rialzatevi, amico mio, gli disse, voi siete un bravo uomo.

— Il ministro mi ha toccata la mano! io ho toccata la mano del

grand'uomo! gridò Bonacieux: il grande uomo mi ha chiamato suo amico.

— Sì, amico mio, sì, disse il ministro con quel tuono paterno, che

qualche volta sapeva assumere, ma che non ingannava altri che le

persone che non lo conoscevano; e siccome noi abbiamo sospettato su voi

ingiustamente, ebbene! noi vi dobbiamo una indennizzazione. Prendete

questo sacchetto di cento doppie, e perdonatemi.

— Che io vi perdoni, Eccellenza! disse Bonacieux, esitando a prendere

il sacchetto, temendo senza dubbio che questo preteso regalo non fosse

che uno scherzo. Ma voi siete padrone di farmi arrestare, di farmi

torturare, di farmi impiccare. Voi siete il padrone di tutti, ed io non

avrei avuto neppur una parola da opporre. Io perdonare, Eccellenza? su

via, voi non ci pensavate nemmeno!

— Ah mio caro sig. Bonacieux, voi vi ponete della generosità; io lo

vedo, ed io ve ne ringrazio. Così dunque prendete questo sacchetto, e

voi ve ne andate senza esser troppo malcontento?

— Io me ne vado incantato, Eccellenza.

— Addio adunque, o piuttosto a rivederci, poichè spero che noi ci

rivedremo.

— Quando vorrà Vostra Eccellenza, poichè io sono agli ordini di Vostra

Eccellenza.

— Ciò sarà spesso, siate tranquillo, poichè io ho ritrovato un piacere

estremo nella vostra conversazione.

— Oh! Eccellenza!

— A rivederci, signor Bonacieux, a rivederci.

Ed il ministro gli fece un segno con la mano, al quale Bonacieux

rispose inchinandosi fino a terra, quindi sortì andando all'indietro,

e quando fu nella anticamera, il ministro lo intese che, nel suo

entusiasmo, gridava a tutta testa; «Viva Sua Eccellenza! viva il mio

padrone! viva il gran ministro!»

Il ministro ascoltò sorridendo questa rumorosa manifestazione dei

sentimenti entusiastici di Mastro Bonacieux; quindi, quando le grida di

Bonacieux si furono perdute nella lontananza:

— Bene, diss'egli, ecco d'ora in avanti un uomo che si farà uccidere

per me.

E il ministro si mise ad esaminare colla più grande attenzione la carta

della Rochelle, che, come abbiamo detto, era stesa sul suo tavolino,

segnando con la matita la linea per dove doveva passare la diga che,

diciotto mesi dopo, chiudeva il porto della città assediata.

Allorquando egli era nel più profondo delle sue meditazioni le più

strategiche, si riaprì la porta, e Rochefort rientrò.

— Ebbene? disse prestamente il ministro alzandosi con una sveltezza che

provava il grado d'importanza che egli attaccava alla commissione di

cui aveva incaricato il conte.

— Ebbene? disse questi, una donna di ventisei anni circa ed un uomo dai

trentacinque ai quaranta hanno effettivamente alloggiato nelle due case

indicate dall'Eccellenza Vostra; ma la donna è partita questa notte e

l'uomo è partito questa mattina.

— Erano essi! gridò il duca, che guardava al pendolo; ed ora, continuò

egli, è troppo tardi per far loro correr dietro; la duchessa è a Tours,

e il duca a Boulogne. Bisogna dunque raggiungerlo a Londra.

— Eccellenza, quali sono i vostri ordini?

— Non si dica una parola sul passato, che la regina resti nella più

perfetta sicurezza; che ella ignori che noi sappiamo il suo segreto;

che ella creda che noi siamo in traccia di una cospirazione qualunque.

Inviatemi il mio guarda-sigilli Seguier.

— E di quest'uomo, che cosa ne fa l'Eccellenza Vostra?

— Di qual uomo? domandò il ministro.

— Di Bonacieux.

— Io ne ho fatto tutto quello che se ne poteva fare, vale a dire una

spia di sua moglie.

Il conte de Rochefort s'inchinò come uomo che riconosce la grande

superiorità del padrone, e si ritirò.

Rimasto solo, il ministro si assise di nuovo, scrisse una lettera

che egli chiuse con un sigillo particolare; quindi suonò. Il solito

ufficiale ricomparve per la quarta volta.

— Fatemi venire Vitray, diss'egli, e ditegli di prepararsi per un

viaggio.

Un istante dopo, l'uomo che aveva fatto chiamare era in piede davanti a

lui, portando già gli speroni e gli stivali alla cavaliera.

— Vitray, gli disse, voi dovete partire di tutta corsa per Londra. Voi

non dovete fermarvi un istante sulla strada; rimetterete questa lettera

a Milady. Eccovi un buono di duegento doppie; passate dal mio tesoriere

e fatevelo pagare. Ve ne saranno altrettante che vi saranno sborsate se

voi sarete di ritorno qui fra sei giorni, e se voi avete seguita bene

la commissione.

Il messaggiere senza rispondere una sola parola, si inchinò, prese la

lettera, il bono per dugento doppie, e sortì.

Ecco ciò che conteneva la lettera.

«Milady,

«Trovatevi al primo ballo in cui interverrà il duca di Buckingham.

Egli porterà al suo saio dodici puntali di diamanti, avvicinatevi a

lui e tagliatene due.

«Subito che questi puntali saranno nelle vostre mani, datemene

avviso.»

CAPITOLO XV.

LA GENTE DI TOGA, E LA GENTE DI SPADA

L'indomani del giorno in cui erano accaduti questi avvenimenti, non

essendo ricomparso Athos, d'Artagnan e Porthos avvisarono il signor de

Tréville della di lui disparizione.

In quanto ad Aramis, egli aveva domandato un concedo di cinque giorni,

egli era a Rouen, dicevasi per affari di famiglia.

Il signor de Tréville era il padre dei suoi soldati. Il più sconosciuto

tra di loro, dal momento che portava l'uniforme della compagnia era

certo del suo aiuto e del suo appoggio, quanto lo avrebbe potuto essere

un suo fratello stesso.

Egli si rese adunque sull'istante presso il luogo-tenente criminale. Fu

fatto venire l'ufficiale che comandava il posto della Croce-Rossa, e le

successive informazioni fecero conoscere che Athos era momentaneamente

alloggiato nel Forte il Vescovo.

Athos aveva subite tutte le prove che noi abbiamo veduto subire a

Bonacieux.

Noi abbiamo assistito alla scena di confronto fra i due prigionieri.

Athos, che non aveva detto niente fino allora, per timore che

d'Artagnan, venendo anche egli molestato, non avesse avuto il tempo che

gli abbisognava. Athos da quel momento dichiarò che egli si chiamava

Athos e non d'Artagnan.

Aggiunse che non conosceva nè il signore nè la signora Bonacieux, che

non aveva mai parlato nè all'uno nè all'altra; che era andato verso le

dieci di sera per fare una visita al suo amico signor d'Artagnan, ma

che sino a quell'ora egli era rimasto dal signor de Tréville con cui

avea pranzato; venti testimoni, aggiunse egli, potevano attestare il

fatto, e nominò molti gentiluomini distinti, e fra gli altri il duca

della Trémouille.

Il secondo commissario rimase stordito non meno del primo per la

dichiarazione semplice e asseverante di questo moschettiere sul

quale si sarebbe presa volentieri la rivincita che le genti di toga

amano tanto di prendersi sulle genti di spada; ma il nome del sig. de

Tréville, e quello del signor duca della Trémouille meritavano qualche

riflessione.

Athos fu parimente inviato al ministro, ma disgraziatamente il ministro

era al Louvre presso il re.

Era precisamente il momento in cui il sig. de Tréville, sortendo dal

luogo-tenente criminale e dal governatore del Forte il Vescovo, senza

aver potuto trovare Athos, giunse da Sua Maestà.

Come capitano dei moschettieri, il sig. de Tréville aveva ingresso al

re a tutte l'ore.

Si sa quali erano le prevenzioni del re contro la regina, prevenzioni

giuocate abilmente dal ministro, che in fatto d'intrighi diffidavasi

infinitamente più delle donne che degli uomini. Una delle grandi

cause, soprattutto di prevenzioni, era l'amicizia della regina per la

sig. de Chevreuse. Queste due donne lo tenevano inquieto assai più

che le guerre con lo Spagnuolo, le dissenzioni con l'Inghilterra e

gl'imbarazzi delle finanze. Ai suoi occhi e nella sua convinzione la

signora de Chevreuse, non solo serviva la regina nei suoi intrighi

politici, ma, ciò che lo tormentava anche molto di più, nei suoi

intrighi amorosi.

Alla prima parola che disse il ministro, che la sig. de Chevreuse,

esiliata a Tours e che si supponeva in quella città, era stata a Parigi

e vi era rimasta per cinque giorni eludendo la polizia, il re era

entrato in una collera furiosa. Capriccioso ed infedele, il re voleva

esser chiamato _Luigi il Giusto_, e _Luigi il Casto_. La posterità

comprenderà difficilmente questo carattere, che la storia non spiega

che con i fatti e mai con i ragionamenti.

Ma, allorchè il ministro aggiunse che, non solamente la sig. de

Chevreuse era venuta a Parigi, ma ancora, che la regina aveva

riannodato con lei per mezzo di quelle corrispondenze misteriose, che

in quell'epoca si chiamavano cabale, allorchè egli affermò che lui, il

ministro, stava per sciogliere le fila oscure di questo intrigo, quando

al momento di arrestare sul fatto, in flagrante delitto, corredato

di tutte le pruove l'emissaria della regina presso l'esiliata, un

moschettiere aveva osato interrompere violentemente il corso della

giustizia, piombando con la spada alla mano sulle oneste persone di

legge, incaricate di esaminare con imparzialità tutto l'affare per

metterlo sotto gli occhi del re: Luigi XIII non seppe più contenersi;

fece due passi verso l'appartamento della regina, con quella pallida e

muta indignazione che, quando scoppiava, conduceva questo principe fino

alla più fredda crudeltà.

E ciò non ostante, in tutto questo, il ministro non aveva detto ancora

una parola del duca di Buckingham.

Fu allora che il sig. de Tréville entrò freddo, gentile, e in una

tenuta irreprensibile.

Avvertito di ciò che accadeva dalla presenza del ministro e dalla

alterazione della fisonomia del re, il sig. de Tréville si sentì forte

come Sansone davanti ai Filistei.

Luigi XIII metteva già la mano sulla maniglia della porta. Al rumore

che fece il signor de Tréville entrando, il re si voltò.

— Voi giungete a proposito, signore, disse il re, che, allorquando le

passioni erano giunte ad un certo punto, non sapeva più dissimulare, ed

io ne sento delle belle sul conto dei vostri moschettieri.

— Ed io, disse freddamente il sig. de Tréville, io ne ho delle belle da

far sentire a Vostra Maestà sul conto delle sue genti di toga.

— Come sarebbe a dire? disse il re con alterezza.

— Io ho l'onore di far sapere a Vostra Maestà, continuò de Tréville

sul medesimo tuono, che un partito di procuratori, di commessarii e di

agenti di polizia, gente molto stimabile, ma molto accanita, a quanto

sembra contro l'uniforme, si è permesso di arrestare in una casa, di

trascinare in piena strada, e di gettare nel Forte il Vescovo, e tutto

ciò dietro un ordine che si è ricusato di farmi vedere, uno dei miei

moschettieri o piuttosto dei vostri, di una condotta irreprovevole,

di una riputazione quasi illustre, che Vostra Maestà conosce

favorevolmente, il sig. Athos.

— Athos, disse il re macchinalmente; sì, di fatti, io conosco questo

nome.

— Che Vostra Maestà se lo ricordi, disse il sig. de Tréville; il sig.

Athos è quel moschettiere che, nel dispiacente duello che voi sapete,

ha avuto la disgrazia di ferire gravemente il sig. de Cahussac. A

proposito, Eccellenza, continuò de Tréville indirizzandosi al ministro,

il sig. de Cahussac è ristabilito del tutto, non è vero?

— Grazie! disse il ministro mordendosi le labbra per collera.

— Il signor Athos era adunque andato a fare una visita a uno dei suoi

amici in allora assente, continuò il sig. de Tréville, ad un giovane

bearnese, cadetto nelle guardie di Vostra Maestà, compagnia des

Essarts; ma appena egli fu entrato, e prendeva un libro per aspettare

il suo amico; una nube di sbirri e di soldati mischiati assieme venne a

fare l'assedio della casa, sfondò diverse porte.

Il ministro fece al re un segno, che voleva dire:

— È per l'affare di cui vi ho parlato.

— Noi sappiamo; tutto, replicò il re, perchè tutto questo fu fatto per

il nostro servizio.

— Allora, disse da Tréville, fu pure pel servizio di Vostra Maestà

che si afferrò uno dei miei moschettieri innocente, che si pose questo

fra due guardie come un malfattore, e che si condusse in mezzo ad un

popolaccio insolente questo galantuomo, che ha sparso dieci volte il

sangue per servizio di Vostra Maestà e che è pronto a spargerlo di

nuovo.

— Bah! disse il re corrucciato, le cose dunque sono avvenute così?

— Il sig. de Tréville non dice, riprese il ministro con flemma, che

questo moschettiere innocente, che questo galantuomo, era venuto un'ora

avanti a percuotere a colpi di spada quattro commessarii istruttori,

delegati da me per istituire un processo della più alta importanza.

— Io sfido Vostra Eccellenza a provarlo, gridò il sig. de Tréville

colla sua freddezza tutta guascona e colla sua rozzezza militare;

poichè, un'ora prima il sig. Athos, che io lo confiderò a Vostra

Maestà, è un uomo delle più alte qualità, mi faceva l'onore, dopo aver

pranzato meco, di parlare nel salotto del mio palazzo col sig. duca

della Trémouille e col sig. conte de Chalus che vi si trovavano.

Il re guardò il ministro.

— Fu fatto un processo verbale, disse il ministro rispondendo ad alta

voce alla muta interrogazione di Sua Maestà, e le genti maltrattate

hanno redatto il seguente, che io ho l'onore di presentare a Vostra

Maestà!

— Un processo verbale delle persone di toga, rispose fieramente de

Tréville, val forse la parola d'onore di un uomo di spada?

— Andiamo, andiamo; de Tréville, tacete, disse il re.

— Se Sua Eccellenza ha qualche sospetto contro uno dei miei

moschettieri, disse de Tréville, la giustizia del ministro è abbastanza

conosciuta perchè abbia io stesso a domandare un processo.

— Nella casa in cui fu fatta questa discesa della giustizia, continuò

il ministro impassibile, alloggia, io credo, un Bearnese amico del

moschettiere.

— Vostra Eccellenza vuol parlare del sig. d'Artagnan.

— Io voglio parlare di un giovane che voi proteggete, sig. de Tréville.

— Sì, Eccellenza, è lo stesso.

— Non sospettate voi che questo giovane abbia dato dei cattivi

consigli?...

— Al sig. Athos, a un uomo che ha il doppio della sua età? interruppe

il sig. de Tréville; no, Eccellenza. D'altronde il sig. d'Artagnan ha

passato la sera in casa mia.

— E che! disse il ministro, hanno dunque tutti passata la sera in casa

vostra?

— Sua Eccellenza dubiterebbe forse della mia parola, disse de Tréville,

col rossore della collera salito alla fronte.

— No, e Dio me ne guardi, disse il ministro; ma soltanto a che ora era

egli da voi?

— Oh! questo poi posso dirlo scientemente all'Eccellenza Vostra, perchè

quando entrò io osservai l'orologio a pendolo che segnava nove ore e

mezza, quantunque io credessi che fosse più tardi.

— E a che ora è egli sortito dal vostro palazzo?

— A dieci ore e mezza, un'ora giusta dopo l'avvenimento.

— Ma finalmente, riprese il ministro che non sospettava un'istante

sulla lealtà di de Tréville, e che sentiva la vittoria sfuggirgli

di mano; ma finalmente, Athos fu preso in questa casa della strada

Fossoyeurs.

— È egli forse proibito ad un amico di visitare un amico, ad un

moschettiere della mia compagnia di fraternizzare con una guardia della

compagnia del sig. des Essarts.

— Sì, quando la casa ove egli fraternizza con questo amico è sospetta.

— E perchè questa casa è sospetta, de Tréville, disse il re, non lo

sapete voi forse?

— Infatti, sire, io lo ignorava. In ogni caso, ella può essere sospetta

dappertutto, ma nego che possa essere sospetta la parte che abita il

sig. d'Artagnan, perchè io posso affermarvi, o sire, che se io presto

fede a quanto egli ha detto, non esiste un più affezionato servitore di

Vostra Maestà, un ammiratore più profondo del sig. ministro.

— Non è quel d'Artagnan che un giorno ha finito Jussac in quel

disgraziato incontro che ebbe luogo vicino al convento dei Carmelitani

Scalzi? domandò il re, guardando il ministro che arrossiva di dispetto.

— E il giorno dopo ferì Bernajoux. Sì sire, sì, è precisamente quello,

e Vostra Maestà ha buona memoria.

— Andiamo, che cosa risolviamo noi? disse il re.

— Ciò spetta a Vostra Maestà più che a me, disse il ministro. Io

affermo la reità.

— Ed io la nego, disse de Tréville. Ma Vostra Maestà ha dei giudici, e

questi giudici decideranno.

— Va bene così disse il re, rimandiamo la causa davanti ai giudici, il

giudicare è il loro ufficio, ed essi giudicheranno.

— Solamente, riprese de Tréville, è una cosa ben trista che, in

questi disgraziati tempi in cui siamo, la vita più pura, la virtù più

incontrastabile non esima un uomo dalla infamia e dalla persecuzione.

In tal modo l'armata non sarà contenta, io posso risponderne, di essere

in balìa dei trattamenti rigorosi a proposito di affari di polizia.

La parola era imprudente, ma de Tréville, l'aveva lanciata con

conoscenza di causa. Egli voleva una esplosione, perchè in questo caso

la mina fa fuoco ed il fuoco rischiara.

— Affari di polizia! gridò il re, ripetendo le parole del sig. de

Tréville, affari di polizia! e che ne sapete voi, signore! mischiatevi

dei vostri moschettieri, e non mi rompete la testa. Sembra a sentirvi,

che se per disgrazia si arresta un moschettiere, la Francia sia in

pericolo. Ehi quanto rumore per un moschettiere! io ne farò arrestare

dieci, cospetto! anche cento, tutta la compagnia! e non voglio che se

ne dica una parola.

— Dal momento in cui sono sospetti a Vostra Maestà, disse de Tréville,

i moschettieri sono colpevoli; così voi mi vedrete, sire, disposto a

cedere la mia spada, perchè, il sig. ministro, non dubito punto, dopo

avere accusato i miei soldati, finirà con l'accusare anche me stesso;

così, val meglio, che io mi costituisca prigioniere col sig. Athos, che

già è stato arrestato, e col sig. d'Artagnan che in breve sarà senza

dubbio arrestato.

— Testa guascona, non la finirete voi mai? disse il re.

— Sire, rispose de Tréville senza abbassare menomamente la voce,

ordinate che mi sia reso il mio moschettiere, o che sia giudicato.

— Sarà giudicato, disse il ministro.

— Ebbene! tanto meglio, perchè, in questo caso, io domanderò a Sua

Maestà il permesso di perorare per lui.

Il re temeva uno scoppio.

— Se, Sua eccellenza, disse egli, non aveva personalmente qualche

motivo...

Il ministro vide venire il re, e andò all'avvantaggio:

— Perdono, disse egli, ma dal momento che Vostra Maestà vede in me un

giudice prevenuto, mi ritiro.

— Vediamo, disse il re, mi giurate voi per mio padre, che il sig. Athos

era in casa vostra durante l'avvenimento, e che egli non vi ha preso

parte.

— Per il glorioso vostro padre, e per voi stesso, che siete quanto io

amo e venero di più su questa terra, io ve lo giuro.

— Vogliate riflettere, sire, disse il ministro, che se noi rilasciamo

così il prigioniere, non si potrà più conoscere la verità.

— Il sig. Athos sarà sempre qui, riprese il signor de Tréville, pronto

a rispondere quando parrà alle vostre genti di toga d'interrogarlo.

Egli non diserterà, sig. ministro: siate tranquillo, io rispondo di

lui.

— Veniamo al fatto: egli non diserterà, disse il re; si ritroverà

sempre, come dice il sig. de Tréville. Da altronde, aggiunse egli

abbassando la voce e guardando con occhio supplichevole Sua Eccellenza,

concediamo loro la sicurezza: questo sta in politica.

Questa politica di Luigi XIII fece sorridere Richelieu.

— Ordinate, sire, diss'egli; voi avete il dritto di grazia.

— Il dritto di grazia non si applica che ai colpevoli, disse de

Tréville, che voleva dire l'ultima parola, e il mio moschettiere è

innocente. Non è dunque una grazia quella che farete, sire; è una

giustizia.

— Ed egli, è al forte il Vescovo? disse il re.

— Sì, sire, è in una secreta, in una prigione come l'ultimo dei

malfattori.

— Diavolo! diavolo! mormorò il re, e che si ha a fare?

— Sottoscrivere l'ordine che sia messo in libertà, e tutto sarà fatto,

riprese il ministro; io credo, come Vostra Maestà, che la garanzia del

sig. de Tréville sia più che sufficiente.

De Tréville s'inchinò rispettosamente con una gioia non scevra di

timore; egli avrebbe preferito una resistenza ostinata del ministro a

questa improvvisa facilità.

Il re sottoscrisse l'ordine, e de Tréville se ne impossessò senza

ritardo.

Al momento in cui stava per sortire, il ministro gli fece un sorriso

amichevole, e disse al re:

— Regna una buona armonia fra il capo ed i soldati dei vostri

moschettieri, sire: ecco ciò che è profittevole al servizio, ed

onorevole per tutti.

Egli mi prepara senza dubbio un qualche cattivo giuoco, diceva

de Tréville; non si ha mai l'ultima parola con un uomo simile. Ma

affrettiamoci, poichè il re può cambiare d'avviso in un momento; e in

fin del conto, è molto più difficile il rimettere alla Bastiglia o al

Forte il Vescovo un uomo che ne è sortito, di quello che conservarvi un

prigioniero che vi è già.

Il sig. de Tréville fece trionfalmente la sua entrata nel Forte il

Vescovo, di dove liberò il moschettiere, che non aveva abbandonato la

sua pacifica indifferenza.

Quindi, la prima volta che rivide d'Artagnan:

— Voi l'avete scappata bella, diss'egli; ecco pagato il vostro colpo di

spada a Jussac. Resta ancora a pagarsi quello dato a Bernajoux, ma non

bisogna fidarvisi.

I tre moschettieri, vol. I · 第 13 / 14 段