— Ma io vi dico che sono la padrona della casa, signori, io vi dico

che sono la moglie di Bonacieux, io vi dico che sono al servizio della

regina e che appartengo a lei! gridava la disgraziata donna.

— La signora Bonacieux! mormorò d'Artagnan, sarei io abbastanza felice

per aver ritrovato tutto ciò che altri cercano?

— È precisamente voi che noi aspettavamo, ripresero gl'interrogatori.

La voce divenne più soffocata. Un movimento tumultuoso si ripercosse

sul palco di legno. La vittima resisteva tanto, quanto può resistere

una donna a quattro uomini.

— Perdono, signore, perdono...! mormorò la voce che non fece più

sentire che suoni inarticolati.

— Essi la legano, essi forse la trascineranno! gridò d'Artagnan,

raddrizzandosi come una molla. La mia spada! buono, essa è al mio

fianco. Planchet!

— Signore.

— Corri a cercare Athos, Porthos e Aramis. L'uno dei tre sarà

certamente in casa, forse saranno rientrati tutti e tre. Che essi

prendano le armi, che vengano, che accorrano. Ah! ora mi ricordo! Athos

è dal signor de Tréville.

— Ma dove andate voi signore? dove andate?

— Io discendo dalla finestra, gridò d'Artagnan, per fare più presto!

tu, rimetti la pietra, accomoda il pavimento, sorti dalla porta, e

corri dove io ti ho detto.

— Oh! signore, signore, voi vi ucciderete, gridò Planchet.

— Taci imbecille! disse d'Artagnan.

E, aggrappandosi con la mano allo stipite della finestra, si lasciò

cadere dal primo piano, che fortunatamente non era molto alto, senza

farsi nemmeno una sgraffiatura. Andò subito dopo a battere alla porta

mormorando:

— Io pure vado a farmi prendere in trappola, ma disgraziati quei gatti

che prenderanno simili sorci.

Appena il martello ebbe ripercosso sotto la mano del giovane, che il

tumulto cessò, che alcuni passi si avvicinarono, che la porta si aprì,

e che d'Artagnan colla spada sguainata si slanciò nell'appartamento di

mastro Bonacieux, la di cui porta, senza dubbio mossa dalle suste, si

richiuse da se stessa dietro a lui.

Allora quelli che abitavano ancora la disgraziata casa di Bonacieux,

ed i vicini più prossimi, intesero delle grandi grida, un pestìo, un

percuotersi di spade ed uno strepito prolungato di mobili. Quindi, un

momento dopo, quelli che, sorpresi da questo rumore, si erano messi

dalle finestre per conoscere la causa, poterono vedere la porta aprirsi

e quattro uomini vestiti di nero, non sortire, ma slanciarsi come corvi

infuriati lasciando per terra e agli angoli dei pezzi di penne delle

loro ali, vale a dire dei brani dei loro vestiti, e degli avanzi dei

loro mantelli.

D'Artagnan era vincitore, bisogna però dirlo, senza molta pena,

perchè un solo di quei birri era armato e si difendeva ancora per

sola formalità. Egli è però vero che gli altri tre avevano cercato

di accoppare il giovane colle sedie, gli scanni e la terraglia; ma

due o tre sgraffiature fatte colla spadaccia del Guascone li avevano

spaventati. Dieci minuti erano stati sufficienti a questa sconfitta, e

d'Artagnan era rimasto padrone del campo di battaglia.

I vicini che avevano aperte le loro finestre col sangue freddo

particolare agli abitanti di Parigi in quei tempi di sommosse e di

risse perpetue, le richiusero dappoichè ebbero veduto fuggire i quattro

uomini neri; il loro istinto loro indicava che pel momento tutto era

finito.

D'altronde si faceva tardi, e, allora come adesso, si andava a letto di

buon'ora nel quartiere del Luxembourg.

D'Artagnan, rimasto solo con la sig. Bonacieux, si voltò verso di

lei. La povera donna era rovesciata sopra un sofà e mezzo svenuta.

D'Artagnan l'esaminò con un rapido colpo d'occhio.

Era una graziosa donna di venticinque ai ventisei anni, bruna, cogli

occhi blu, col naso un tantino rialzato, i denti ammirabili, un

colorito marmorizzato di color rosa e opale. Là però si fermavano

i segni che potevano farla confondere con una gran dama: le mani

erano bianche, ma senza finezza di forme; i piedi non annunziavano

la donna di qualità. Fortunatamente d'Artagnan non era ancor giunto a

preoccuparsi di questi dettagli.

Nel mentre che d'Artagnan esaminava la sig. Bonacieux, e, come abbiam

detto non era ancora giunto ai piedi, egli vide in terra un fazzoletto

di fina battista, che egli raccolse, secondo la sua abitudine; e ad

un angolo del quale riconobbe la stessa cifra che aveva veduta nel

fazzoletto che per poco non fu causa che si tagliasse la gola con

Aramis.

Da quel tempo d'Artagnan non si fidava dei fazzoletti con lo stemma,

egli rimise dunque quello che aveva raccolto nella saccoccia della sig.

Bonacieux.

In questo momento la sig. Bonacieux riprendeva i suoi sensi. Ella aprì

gli occhi, guardò con terrore intorno a lei, vide che l'appartamento

era vuoto, e che ella era sola col suo liberatore. Ella gli stese

subito le mani sorridendo. La sig. Bonacieux aveva il più grazioso

sorriso del mondo.

— Ah! signore, disse ella, siete voi che mi avete salvata? permettetemi

che io vi ringrazii.

— Signora, disse d'Artagnan, io non ho fatto che quello che avrebbe

fatto qualunque altro gentiluomo nel mio posto: voi dunque non mi

dovete alcun ringraziamento.

— Sia pure, signore, sia pure, io spero potervi provare che voi non

avete reso servigio ad un'ingrata. Ma che cosa dunque volevano da me

quegli uomini, che in sulle prime io presi per ladri? e perchè il sig.

Bonacieux non è egli qui?

— Signora questi uomini erano molto più pericolosi di quello che

potevano essere dei ladri, poichè erano agenti del ministro; e in

quanto a vostro marito, signora Bonacieux, egli non si ritrova qui,

perchè ieri sono venuti a prenderlo per condurlo alla Bastiglia.

— Mio marito alla Bastiglia! gridò la signora Bonacieux; oh! mio Dio, e

che cosa ha dunque fatto? povero e caro uomo! egli pure è innocente!

E qualche cosa come un sorriso comparve sulla figura ancora spaventata

della giovane donna.

— Che cosa ha fatto signora? disse d'Artagnan, io credo che il solo suo

delitto sia quello di avere la fortuna ad un tempo e la disgrazia di

essere vostro marito.

— Ma, signore, voi dunque sapete...?

— Io so che voi siete stata rapita, signora.

— E da chi? lo sapete voi? oh! se voi lo sapete, ditemelo.

— Da un uomo dai quaranta ai cinquanta anni, coi capelli neri, colorito

fosco e una cicatrice sulla tempia sinistra.

— È lui, è lui: ma il suo nome?

— Ah! il suo nome? è appunto quello che io non so.

— E mio marito sapeva egli che io era stata rapita?

— Egli ne era stato avvisato per mezzo di una lettera che gli aveva

scritto il vostro stesso rapitore.

— Ed egli sospettava, domandò la signora Bonacieux con imbarazzo, la

causa di questo rapimento?

— Egli l'attribuiva, io credo, ad una causa di politica.

— Io ne ho dubitato sulle prime, ed ora la penso come lui. Così adunque

questo caro Bonacieux non ha sospettato di me un solo istante?

— Ah! ben lontano da questo, signora, egli era troppo orgoglioso della

vostra saggezza e soprattutto del vostro amore.

Un secondo sorriso quasi impercettibile sfiorò le rosee labbra della

bella giovane sposa.

— Ma, continuò d'Artagnan, e come avete potuto fuggire?

— Io ho profittato di un momento in cui mi hanno lasciata sola,

e siccome sapeva fino da questa mattina che cosa pensare del mio

rapimento, coll'aiuto dei miei drappi, io sono discesa dalla finestra;

allora credendo che mio marito fosse qui, io sono accorsa.

— Per mettervi sotto la sua protezione?

— Oh! no, povero e caro uomo, io sapeva bene che egli era incapace di

difendermi; ma siccome egli poteva servirmi in qualche altra cosa, io

voleva prevenirlo.

— Di che?

— Oh! questo non è mio secreto e perciò non posso dirvelo.

— D'altronde, disse d'Artagnan, (perdono, signora, che quantunque

semplice guardia, io vi richiami alla prudenza) d'altronde credo che

qui non siamo in luogo opportuno per fare delle confidenze. Gli uomini

che io ho messi in fuga ritorneranno ben presto con un rinforzo, e,

se essi ci ritrovano qui, noi siamo perduti. È vero che io ho fatto

avvisare tre dei miei amici, ma chi sa se sono stati ritrovati in casa.

— Sì, sì, voi avete ragione, gridò la signora Bonacieux spaventata;

fuggiamo, salviamoci!

A queste parole ella passò il suo braccio sotto quello di d'Artagnan e

lo trascinò vivamente.

— Ma dove fuggire? disse d'Artagnan, ove salvarci?

— Prima allontaniamoci da questa casa, quindi poi vedremo.

E i due giovani, senza darsi la pena di chiudere la porta discesero

rapidamente la strada Fossoyeurs, innoltraronsi nella strada

Fosser-Monsieur-le-Prince e non si fermarono che alla piazza S.

Sulpicio.

— E ora, che cosa faremo noi? domandò d'Artagnan, ed ove volete voi che

io vi conduca?

— Sono molto imbarazzata a rispondervi, io ve lo confesso, disse la

signora Bonacieux; la mia intenzione era di far prevenire il sig.

Laporte da mio marito, affinchè il signor Laporte potesse dirci

precisamente ciò che è accaduto al Louvre in questi tre giorni, e se vi

è nessun pericolo per me di presentarmivi?

— Ma io, disse d'Artagnan, io posso andare a prevenire il sig. Laporte.

— Senza dubbio, soltanto vi è una disgrazia: ed è, che il sig Bonacieux

è conosciuto al Louvre, e si lascia passare, nel mentre che voi non

siete conosciuto, e vi si chiuderebbe la porta.

— Ahi bah! disse d'Artagnan; voi avrete bene una qualche porta secreta

del Louvre, un portinaro che vi sia affezionato, e che mercè una parola

d'ordine...

La sig. Bonacieux guardò fissamente il giovane.

— E se io vi dicessi questa parola d'ordine, diss'ella, la

dimentichereste voi subito dopo che ve ne siete servito?

— Parola d'onore, fede di gentiluomo! disse d'Artagnan con un accento,

sulla veracità del quale non v'era da sbagliarsi.

— Tenete, io vi credo; voi avete l'aspetto di un bravo giovane.

D'altronde la vostra fortuna può forse dipendere dal vostro

affezionamento.

— Io farò senza promessa e di coscienza tutto ciò che potrò fare per

servire il re e per rendermi gradito alla regina, disse d'Artagnan;

disponete dunque di me come di un amico.

— Ma dove mi metterete in questo tempo?

— Non avete voi una persona presso cui il sig. Laporte possa venirvi a

prendere?

— No, io non voglio fidarmi di nessuno.

— Aspettate; disse d'Artagnan, noi siamo alla porta di Athos. Sì, è

quella.

— Chi è questo Athos?

— È uno dei miei amici.

— Ma, se egli è in casa sua, e che mi vede?...

— Egli non v'è, ed io porterò meco la chiave dopo avervi chiusa nel suo

appartamento.

— Ma se egli ritorna?

— Egli non ritornerà! d'altronde gli verrà detto che io ho condotto una

donna, e che questa donna è nelle sue stanze.

— Ma ciò mi comprometterà moltissimo, sapete voi?

— Che importa! voi non siete conosciuta; d'altronde noi siamo in una

situazione da dover passare sopra queste convenienze.

— Andiamo adunque da questo vostro amico. Ove sta egli?

— Strada Ferou, a due passi di qui.

— Andiamo.

E tutti e due ripresero la loro corsa. Come lo aveva preveduto

d'Artagnan, Athos non era in casa; egli prese la chiave che si aveva

l'abitudine di consegnarli come ad un amico di famiglia, salì la scala

introdusse la signora Bonacieux nel piccolo appartamento di cui abbiamo

già fatta la descrizione.

— Voi siete, in casa vostra, diss'egli, aspettate, chiudete la porta

per di dentro e non aprite ad alcuno, ammenochè non sentiate batter tre

colpi così.

Egli battè tre volte, due colpi vicini l'uno all'altro ed abbastanza

forti, e un colpo distante e più leggero.

— Sta bene, disse la sig. Bonacieux. Ora sta a me il darvi le mie

istruzioni.

— Ascolto.

— Presentatevi alla porta secreta del Louvre dalla parte dalla strada

l'Echelle, e domandate di Germano.

— Sta bene; e poi?

— Egli vi domanderà ciò che volete; voi gli risponderete con queste

due parole, _Tours_ e _Brusselle_. Egli, si metterà subito ai vostri

ordini.

— E cosa dovrò io ordinargli?

— Di andare a cercare il signor Laporte, il cameriere della regina.

— E quando sarà stato a cercarlo, e che il sig. Laporte sarà venuto?

— Voi me lo invierete.

— Sta bene; ma dove e come vi rivedrò io?

— Avete molta premura a rivedermi?

— Certamente.

— Ebbene riposate su me di questa cura e siate tranquillo.

— Io conto sulla vostra parola.

— Contatevi.

D'Artagnan salutò la sig. Bonacieux, lanciandole lo sguardo più

amoroso che gli fu possibile di concentrare sulla di lei piccola e

graziosa persona, e nel mentre che egli discendeva la scala, intese

la porta chiudersi dietro a lui a doppio giro. In due salti fu al

Louvre, sonavano le dieci ore quando egli giunse alla porta secreta

dell'Echelle. Tutti gli avvenimenti che noi abbiamo raccontati erano

accaduti in una mezz'ora. Tutto passò come lo aveva annunziato la sig.

Bonacieux. Alla parola d'ordine convenuta, Germano s'inchinò; dieci

minuti dopo Laporte era nel corridoio; in due parole d'Artagnan lo mise

al fatto e gl'indicò ove era la sig. Bonacieux. Laporte si assicurò

per due volte dell'esattezza dell'indirizzo e partì correndo. Però, non

appena ebbe fatti dieci passi che ritornò addietro.

— Giovane, diss'egli a d'Artagnan; un consiglio.

— Quale?

— Voi potreste essere molestato per ciò che è accaduto.

— Voi lo credete?

— Sì, avete voi qualche amico che abbia il suo orologio a pendolo che

vada tardi?

— Ebbene!

— Andatelo a ritrovare affinchè egli possa testimoniare che voi eravate

da lui a nove ore e mezza. Con termine di tribunale questa si chiama

un'_alibi_.

D'Artagnan trovò il consiglio prudente; egli si mise le sue gambe

in collo, e giunse presso il sig. de Tréville; ma invece di passare

nel salotto con tutta la società, egli chiese di entrare nel suo

gabinetto. Siccome d'Artagnan era uno fra quelli che più frequentavano

il palazzo, non gli si fece alcuna difficoltà di arridere alla sua

domanda, e si andò e prevenire il sig. de Tréville che il suo giovane

compatriota, avendo qualche cosa d'importante da dirgli, chiedeva

un'udienza particolare. Cinque minuti dopo, il sig. de Tréville domandò

a d'Artagnan cosa poteva fare per servirlo, e qual cosa gli procurava

una sua visita in un'ora così tarda.

— Perdono, signore, disse d'Artagnan che aveva approfittato del momento

in cui era rimasto solo per mandarne indietro l'orologio di tre quarti

d'ora, ma io ho pensato che, non essendo che nove ore e venticinque

minuti, fosse ancor tempo di potermi presentare da voi.

— Nove ore e venticinque minuti? grido il signor de Tréville guardando

il pendolo; ma questo è impossibile.

— Guardate, piuttosto, signore, disse d'Artagnan, ecco là chi fa fede.

— È giusto, disse il sig. de Tréville, io avrei creduto che fosse più

tardi. Ma vediamo cosa volete dirmi?

Allora d'Artagnan fece al signor de Tréville una lunga storia sulla

regina. Gli espose i timori che egli avea concepiti in riguardo a Sua

Maestà, gli raccontò ciò che egli aveva inteso dire dei progetti del

ministro sul conto di Buckingham, e tutto ciò con una tranquillità ed

una calma di cui il sig. de Tréville ne fu tanto meglio ingannato, in

quanto che egli stesso, come abbiamo detto, aveva rimarcato esservi

qualche disappunto nuovo fra il ministro, il re e la regina. Quando

sonarono le dieci d'Artagnan lasciò il sig. de Tréville, che lo

ringraziò delle sue informazioni, e gli raccomandò di aver sempre

a cuore il servizio del re e della regina, e rientrò nel salone. Ma

quando d'Artagnan si trovò in fondo alle scale si ricordò che aveva

dimenticata la sua mazza; in conseguenza egli rimontò precipitosamente,

rientrò nel gabinetto, con un giro di dito rimise il pendolo alla sua

vera ora, affinchè nell'indomani non avessero ad accorgersi che era

stato spostato, e sicuro oramai di avere un testimonio per provare il

suo _alibi_, ridiscese la scala e si ritrovò ben presto sulla strada.

CAPITOLO XI.

L'INTRIGO SI ANNODA

Fatta la sua visita al sig. de Tréville, d'Artagnan prese tutto

pensieroso la strada più lunga per ritornarsene a casa.

A che cosa pensava d'Artagnan, che in tal guisa si allontanava dalla

sua strada guardando le stelle del cielo, ora sospirando ora ridendo?

Egli pensava alla sig. Bonacieux. Per un alunno moschettiere, la

giovane sposa era quasi un amoroso ideale. Bella, misteriosa, iniziata

in quasi tutti i secreti della corte che riverberavano tanta graziosa

gravità sugli affabili di lei lineamenti, era sospettata di non essere

insensibile, cosa che forma un'attrattiva irresistibile per gli amanti

novizi; di più, d'Artagnan l'aveva liberata dalle mani dei suoi demoni

che volevano frugarla e maltrattarla, e questo importante servizio

aveva stabilito fra lei e lui uno di quei sentimenti di riconoscenza

che tanto più facilmente prendono un carattere più tenero.

D'Artagnan si vedeva già, tanto i sogni camminano presto sulle ali

della immaginazione! si vedeva già accostato da un messaggere della

giovane sposa che gli rimetteva qualche biglietto di appuntamento, una

catena d'oro, un diamante ec. Noi abbiamo detto che i giovani cavalieri

ricevevano senza vergognarsi dei danari dai re, aggiungiamo che in

quei tempi di corrotta morale, essi non avevano maggior vergogna sul

conto delle loro amiche, e queste lasciavano lor sempre dei preziosi

e durevoli ricordi, come se esse avessero tentato di conquistare la

fragilità dei loro sentimenti colla solidità dei loro regali.

Allora si faceva la sua carriera per mezzo delle donne senza arrossire.

Quelle che non eran che belle, andavano superbe della loro bellezza, e

di là veniva senza dubbio il proverbio: la più bella giovane riporta la

palma e domina le volontà; quelle che erano ricche profondevano inoltre

una parte del loro danaro, e si potrebbe citare un buon numero di eroi

di quell'epoca galante che non avrebbero guadagnato nè i loro speroni

in sulle prime, nè le loro battaglie in seguito, senza la borsa più o

meno piena che la loro amica attaccava all'arcione della loro sella.

D'Artagnan non possedeva niente, l'esitazione del provinciale, vernice

leggera, fiore effimero, amo da pesca, si era evaporata al vento dei

consigli poco ortodossi che i tre moschettieri davano al loro amico.

D'Artagnan seguendo lo strano costume del tempo si riguardava a Parigi

come in campagna, e ciò nè più ne meno che nelle Fiandre: lo Spagnuolo

laggiù, la donna qui, dappertutto vi è un nemico da combattere, delle

contribuzioni da cogliere.

Ma diciamolo, in questo momento d'Artagnan era commosso da un

sentimento più nobile e disinteressato. Il merciaio gli aveva detto

che egli era ricco; il giovane aveva potuto indovinare che con uno

sciocco, come il sig. Bonacieux, doveva essere la donna che doveva

tenere la chiave della borsa. Ma tutto ciò non aveva influito niente

sul sentimento prodotto dalla vista della signora Bonacieux, e

l'interesse era rimasto quasi del tutto estraneo a questo principio

d'amore che ne era stato la conseguenza. Noi diciamo quasi del tutto,

perchè l'idea che una giovane bella, graziosa, spiritosa, e nello

stesso tempo ricca, non toglie niente a questo principio di amore, anzi

al contrario lo corrobora. Vi è nel bene stare una folla di premure

e di capricci aristocratici che vanno d'accordo con la bellezza. Una

calza fina e bianca, una veste di seta, uno sciallo di merletti, una

bella scarpa al piede, un nastro nuovo sulla testa, non fanno bella una

donna brutta, ma fanno più bella una donna bella; senza contare le mani

che guadagnano in tutto questo, le mani, particolarmente nelle donne,

hanno bisogno di restare oziose per restare belle. Quindi d'Artagnan,

come lo sa benissimo il lettore al quale non abbiamo tenuto nascosto lo

stato della sua fortuna, d'Artagnan non era milionario; egli sperava

bene di divenirlo un giorno, ma il tempo che egli si prefiggeva da

se stesso per questo felice cambiamento era molto lontano. Frattanto,

quale disperazione di vedere una donna che si ama desiderare quei mille

niente di cui le femmine compongono la loro felicità e di non poterle

dare questi mille niente! almeno quando la donna è ricca e che l'amante

non lo è, ciò che egli non può offrirle, ella se lo offre da se stessa,

e quantunque ordinariamente sia col denaro del marito che ella si

procura questi godimenti, è difficile che sia a lui che ne venga la

riconoscenza.

Quindi d'Artagnan, disposto ad essere l'amante più tenero, era

frattanto l'amante più affezionato, in mezzo ai suoi progetti amorosi

sulla moglie del merciaio, egli non dimenticava i suoi. La bella

signora Bonacieux era donna da condurre al passeggio sulla spianata di

S. Dionigi, o alla fiera di S. Germano in compagnia d'Athos, Porthos e

di Aramis ai quali d'Artagnan sarebbe stato superbo di poter mostrare

una tal conquista. Quando uno poi ha camminato lungamente, viene la

fame; d'Artagnan da qualche tempo aveva fatto osservazione a questo. Si

sarebbero fatti di quei piccoli pranzi graziosi in cui da una parte si

tocca la mano all'amico e dall'altra il piede all'amica. Finalmente,

nei momenti pressanti, nelle posizioni estreme, d'Artagnan sarebbe il

salvatore dei suoi amici.

E il signor Bonacieux, che d'Artagnan aveva spinto nelle mani degli

sbirri rinnegandolo ad alta voce e promettendogli a bassa voce di

salvarlo? noi dobbiamo confessare ai nostri lettori che d'Artagnan non

vi pensava in alcun modo; e che se egli vi pensava era per dire che

egli stava bene dov'era, qualunque fosse il luogo. L'amore è la più

egoista di tutte le passioni.

Frattanto i nostri lettori si assicurino che, se d'Artagnan dimentica

il suo ospite, o fa sembianza di dimenticarlo sotto il pretesto che non

sa ove lo hanno condotto, noi non lo dimentichiamo e noi sappiamo dove

egli è. Ma pel momento facciamo come l'amoroso Guascone. In quanto al

degno merciaio noi vi ritorneremo più tardi.

D'Artagnan riflettendo ai suoi futuri amori ora parlando alla luna,

ora sorridendo alle stelle, risaliva la strada di Cerca mezzogiorno

o Caccia-mezzogiorno, come si chiamava allora. Quando egli si ritrovò

nel quartiere di Aramis, gli venne idea di andare a fare una visita al

suo amico per dargli qualche spiegazione sui motivi che gli aveva fatto

inviare Planchet con l'invito di portarsi immediatamente alla trappola.

Ora, se Aramis si era ritrovato in casa quando Planchet vi era venuto,

egli era senza dubbio accorso alla strada Fossoyeurs, non trovandovi

forse alcuno se non che i suoi compagni, non avevano dovuto sapere nè

l'uno nè gli altri ciò che questo voleva dire. Questo incomodo adunque

meritava una spiegazione; ecco ciò che diceva a se stesso d'Artagnan ad

alta voce.

Poi sotto voce diceva che per lui sarebbe stata una occasione di

parlare della piccola e bella Bonacieux, di cui il suo spirito, se

non il suo cuore ne era già tutto pieno. Non è sul conto di un primo

amore che abbisogni di domandare secretezza. Questo primo amore è

accompagnato da una gioia sì grande che bisogna che questa gioia

straripi, senza di che ella vi soffocherebbe.

Da più di due ore Parigi era tetro e cominciava ad essere deserto;

cominciavano a suonare le undici ore a tutti gli orologi del sobborgo

S. Germano, faceva un tempo dolce. D'Artagnan seguiva una stradella

situata nel luogo ove in oggi passa la strada d'Assas; respirando le

emanazioni imbalsamate che venivano col vento dalla strada di Vaugirard

e che erano inviate dai giardini rinfrescati dalla rugiada della sera

e dalla brezza della notte. Da lungi si risonavano, assorditi però

da delle buone invetriate, i canti di alcune bettole, sparse nella

pianura. Giunto all'estremità della stradella, d'Artagnan voltò a

sinistra. La casa che abitava Aramis era posta fra la strada Cassette e

la strada Servandoni.

D'Artagnan aveva appena oltrepassata la strada Cassette e riconosceva

già la porta della casa del suo amico, nascosta dalle foglie e dalle

piante di sicomori e di clematidi che formavano un vasto tendinaggio

dinanzi ad essa, allorquando si accorse che qualche cosa a guisa di

un'ombra sortiva dalla strada Servandoni. Questo qualche cosa era

avviluppata in un mantello, e d'Artagnan credè sulle prime che fosse un

uomo; ma alla piccolezza della statura, all'incertezza del portamento,

all'imbarazzo dei passi, egli riconobbe ben presto una donna, quasi

che non fosse stata ben sicura della casa che cercava, alzava gli occhi

per riconoscerla, si fermava, tornava addietro, poi ritornava ancora,

D'Artagnan fu intrigato.

I tre moschettieri, vol. I · 第 9 / 14 段