Athos abitava Strada Ferou a due passi dal Luxembourg; il suo

appartamento si componeva di due piccole camere ammobiliate con

molta proprietà in una casa guernita, la di cui albergatrice, ancor

giovane e veramente bella, gli faceva inutilmente gli occhi dolci.

Qualche rimasuglio di un grande splendore passato, spiccava qua e

là sui muri di questo modesto alloggio; era per esempio, una spada

riccamente damascata, che rimontava all'epoca di Francesco I, e la

di cui sola impugnatura incrostata di pietre preziose, poteva valere

dugento doppie, e che ciò non ostante nei momenti della più grande

ristrettezza, Athos non aveva mai acconsentito nè ad impegnare, nè a

vendere. Questa spada aveva attirato da lungo tempo la ambizione di

Porthos. Porthos avrebbe dato dieci anni della sua vita per possedere

quella spada.

Un giorno che egli aveva un appuntamento con una duchessa, tentò

eziandio di chiederla in imprestito ad Athos. Athos senza dir niente,

vuotò le sue saccocce, riunì tutti i suoi gioielli, borse, spinette,

catene d'oro, e offrì il tutto a Porthos: ma in quanto alla spada gli

disse, ella era sigillata al suo posto, e non doveva lasciarlo che

allora quando il suo padrone lascerebbe egli stesso il suo alloggio.

Oltre questa spada, vi era ancora un ritratto rappresentante un signore

del tempo di Enrico III, vestito con la più grande eleganza, e che

portava l'ordine dello Spirito Santo, e questo ritratto aveva con

Athos certe rassomiglianze di linee, certe similitudini di famiglia

che indicavano che questo gran signore, cavaliere degli ordini del

re, era un suo antenato. Finalmente un magnifico bauletto colle stesse

armi in oro che portava la spada ed il ritratto formava il centro del

camminetto che faceva orribilmente scomparire tutto il resto della

mobilia. Athos portava sempre la chiave di questo bauletto con se. Ma

un giorno egli l'aveva aperto davanti a Porthos, il quale aveva potuto

assicurarsi che questo bauletto non conteneva che lettere e carte;

lettere senza dubbio amorose, e carte di famiglia.

Porthos abitava un appartamento molto vasto e di una apparenza

sontuosissima. Strada del Vecchio Colombajo. Ciascheduna volta che egli

passava con qualche amico davanti alle sue finestre, a una delle quali

Mousqueton stava sempre in gran-livrea, Porthos alzava la testa e la

mano, e diceva _ecco la mia dimora_. Ma mai si faceva trovare in casa,

mai invitava nessuno a salire, e nessuno poteva farsi un'idea delle

ricchezze reali che racchiudeva quella sontuosa apparenza.

In quanto ad Aramis, egli abitava un piccolo alloggio, composto di

un gabinetto, di un salotto da mangiare e di una camera da dormire,

la qual camera, situata come il resto dell'appartamento al pian

terreno, guardava sopra un piccolo giardino fresco, verde, ombroso e

impenetrabile agli occhi de' vicini.

In quanto a d'Artagnan, noi sappiamo come era alloggiato, ed abbiamo

già fatta conoscenza col suo lacchè, mastro Planchet.

D'Artagnan che era molto curioso di sua natura, come del resto sono

tutte le persone che hanno il genio dell'intrigo, fece tutti gli sforzi

per sapere chi erano al vero, Athos, Porthos e Aramis, perchè sotto

questi nomi di guerra, ciascuno dei giovani nascondeva il suo nome di

gentiluomo; Athos particolarmente, che riconosceva per un gran signore

alla distanza di una lega. Si indirizzò adunque a Porthos per essere

informato sopra Athos e Aramis, e s'indirizzò ad Aramis, per conoscere

Porthos.

Disgraziatamente Porthos stesso nulla sapeva della vita del suo

silenzioso camerata che ciò che ne aveva traspirato. Si diceva che egli

aveva avute gran disgrazie nei suoi affari amorosi, e che un orribile

tradimento aveva avvelenata per sempre la vita di questo galantuomo. In

che consisteva questo tradimento? tutti lo ignoravano.

In quanto a Porthos, eccettuato il suo vero nome che il sig. de

Tréville soltanto sapeva, come pure quello dei due camerati, la sua

vita era facile a conoscersi. Pieno di vanità e di indiscrezione, si

vedeva attraverso a lui come attraverso ed un cristallo, la sola cosa

che avrebbe potuto far sbagliare l'investigatore sarebbe stata che si

fosse creduto tutto quel bene che egli diceva di se stesso.

In quanto ad Aramis, mentre aveva l'aspetto di non avere alcun

secreto, era un giovane tutto ripieno di misteri, poco rispondendo

alle interrogazioni che a lui si facevano su gli altri, e deludendo

quelle che gli si facevano su lui stesso. Un giorno d'Artagnan dopo

averlo lungamente interrogato su Porthos, ed avere saputo il rumore che

correva sulla buona fortuna del suo moschettiere con una principessa,

volle saper pure che cosa doveva credere sulle avventure amorose del

suo interlocutore.

— E voi mio caro compagno, gli disse egli, voi che parlate delle

baronesse, delle contesse e delle principesse degli altri?

— Perdono, interruppe Aramis, io ho parlato perchè Porthos ne parla

egli stesso, perchè egli ha vociferate avanti a me tutte queste belle

cose. Ma credetemi bene, mio caro d'Artagnan, che se io le avessi

da una altra sorgente o me le avesse confidate egli stesso, egli non

avrebbe potuto avere un amico più secreto di me.

— Io non ne dubito, riprese d'Artagnan, ma infine mi sembra che voi

pure siate molto familiare con gli stemmi, testimonio ne sia un certo

fazzoletto orlato, al quale io debbo l'onore della vostra conoscenza.

Aramis questa volta non s'inquietò, ma prese l'aspetto suo più umile, e

rispose affettuosamente.

— Mio caro, non dimenticate lo stato che un giorno voglio abbracciare,

e che io fuggo tutte le occasioni mondane. Questo fazzoletto che voi

avete veduto non mi era stato confidato, ma era stato dimenticato da

uno dei miei amici. Io ho dovuto raccoglierlo per non compromettere lui

e la dama che egli ama. In quanto a me io non ho, e non voglio avere

amiche, seguendo in ciò l'esempio giudiziosissimo di Athos, che non ne

ha più che me.

— Ma che diavolo! voi non siete ancora frate, siete un moschettiere.

— Moschettiere provvisoriamente, come dice il ministro, moschettiere, e

contro mia voglia, ma uomo devoto nel fondo del mio cuore: credetemi.

Athos e Porthos mi hanno incastrato qua dentro per tenermi occupato;

ebbi alcune difficoltà al momento di compiere i miei desiderii, una

piccola difficoltà con... ma ciò non vi può interessare, ed io vi

faccio perdere un tempo prezioso.

— Niente affatto, ciò anzi m'interessa moltissimo, gridò d'Artagnan, e

pel momento non ho cosa alcuna da fare.

— Sì, ma io ho le mie preci da dire, rispose Aramis, quindi alcuni

versi da comporre, che mi ha domandato la signora d'Aiguillon; in

seguito devo passare nella strada S. Onorato, per comprare del rossetto

per la sig. de Chevreuse: voi vedete, mio caro amico, che se voi non

avete fretta, io ne ho moltissima.

E Aramis, stese affettuosamente la mano al suo giovane compagno, e

prese da lui congedo.

D'Artagnan non potè, per quanta pena si desse, saperne di più su i suoi

amici. Egli prese adunque il partito di credere nel presente tutto ciò

che si diceva del passato, sperando rivelazioni più sicure e più estese

dall'avvenire. Frattanto egli considerò Athos come un Achille, Porthos

come un Aiace, e Aramis come un Giuseppe.

Del resto la vita dei quattro giovani era gioconda. Athos giuocava

e sempre disgraziatamente. Però egli non domandava mai in prestito

un soldo ai suoi amici, quantunque la sua borsa fosse sempre a loro

disposizione; e quanto egli aveva giuocato sulla parola, faceva sempre

risvegliare il suo creditore a sei ore del mattino per pagargli il

suo credito della sera innanzi. Porthos aveva delle sfuriate, quei

giorni, se egli guadagnava. Lo si vedeva insolente e splendido; se

egli perdeva, scompariva completamente per alcuni giorni, dopo i quali

ricompariva col viso smunto e la fisonomia allungata, ma con dei denari

in saccoccia. In quanto ad Aramis, egli non giocava mai. Era il più

cattivo moschettiere ed il più insulso convitato che si potesse vedere.

Egli aveva sempre bisogno di travagliare; qualche volta in mezzo ad

un pranzo, quando ciascuno nel trasporto del vino e nel calore della

conversazione, credeva che vi fosse ancora qualche ora da restare a

tavola, Aramis guardava il suo orologio, si alzava con un grazioso

sorriso, e prendeva congedo dalla società, adducendo per scusa di

dovere andare da un professore di filosofia per discutere sul valore

di alcune sentenze. Altre volte egli ritornava al suo alloggio per

scrivere una tesi, e pregava i suoi amici di non distrarlo. Frattanto

Athos sorrideva con quel grazioso sorriso melanconico, che tanto

siedeva bene sulla sua nobile figura, e Porthos beveva e giurava che

Aramis non si sarebbe mai fatto frate.

Planchet, il cameriere di d'Artagnan, sopportò nobilmente la

buona fortuna. Egli riceveva trenta soldi il giorno, e per un mese

egli ritornava all'alloggio gaio come un piccione e affabile col

suo padrone. Quando il vento dell'avversità cominciò a soffiare

nell'economia domestica della strada dei Fossoyeurs, vale a dire

quando le quaranta doppie del re Luigi XIII furono terminate o poco

meno, cominciarono i lamenti che Athos trovava nauseabondi, Porthos

indecenti, e Aramis ridicoli. Athos consigliò dunque a d'Artagnan di

licenziare il mariuolo. Porthos voleva che prima fosse bastonato,

e Aramis pretendeva che un padrone non dovesse ascoltare che i

complimenti a lui diretti.

— Ciò vi è ben facile a dire, riprese d'Artagnan, a voi, Athos, che gli

proibite di parlare, e che per conseguenza non avete mai degli alterchi

con lui: a voi, Porthos, che menate un treno magnifico e che siete un

idolo per il vostro cameriere, Mousqueton: a voi finalmente, Aramis,

che sempre distratto dai vostri studi filosofici, inspirate un profondo

rispetto al vostro servitore Bazin, uomo dolce e affettuoso; ma io

che sono senza consistenza e senza risorse, io che non sono ancora nè

moschettiere, nè guardia, che dovrò fare per inspirare l'affezione, il

terrore o il rispetto a Planchet?

— La cosa è grave, risposero i tre amici; è un affare dell'interno;

accade dei servitori ciò che accade delle donne, bisogna metterli

fin dal primo momento sul piede in cui si desidera che restino.

Rifletteteci dunque.

D'Artagnan riflettè, e risolse di percuotere Planchet in via di

provvisione, cosa che fu eseguita colla coscienza che d'Artagnan

metteva in tutti gli affari, poi dopo averlo ben bastonato, gli proibì

di lasciare il suo servizio senza il suo permesso!

— Perchè, soggiunse, l'avvenire non può mancarmi, io aspetto

inevitabilmente tempi migliori. La tua fortuna adunque è fatta se tu

resti con me, e io son troppo buon padrone per non lasciarti sfuggire

la fortuna accordandoti il congedo che tu mi domandi.

Questa maniera d'agire incusse molto rispetto ai moschettieri per la

politica di d'Artagnan. Planchet fu egualmente preso dall'ammirazione

e non parlò più di andarsene. La vita dei quattro giovani era divenuta

comune; d'Artagnan che non aveva alcuna abitudine, che giungeva dalla

sua provincia e cadeva in mezzo ad un mondo tutto nuovo per lui,

prese tosto le abitudini dei suoi amici. Si alzavano verso le sei

ore nell'estate, andavano a prendere la parola d'ordine e l'andamento

degli affari dal signore de Tréville. Quantunque d'Artagnan non fosse

moschettiere, ne faceva il servizio con una puntualità ammirabile; egli

era sempre di guardia, perchè teneva sempre compagnia a quello dei suoi

tre amici che la montava. Era conosciuto alla caserma dei moschettieri;

e tutti lo ritenevano per un buon camerata. Il sig. de Tréville, che

lo aveva apprezzato col primo colpo d'occhio e che gli portava una vera

affezione, non cessava di raccomandarlo al re.

Dal canto loro i tre moschettieri amavano moltissimo il giovine

camerata. L'amicizia che univa questi quattro uomini, e il bisogno

di vedersi tre o quattro volte il giorno, sia per affari, sia per un

duello, sia per un divertimento li faceva incessantemente correre l'uno

dietro l'altro come ombre, e s'incontravano sempre gli inseparabili che

si cercavano dal Luxembourg alla piazza S. Sulpicio, o dalla strada

del Vecchio-Colombaio al Luxembourg. Frattanto le promesse del sig.

de Tréville tenevano la loro strada. Un bel giorno, il re comandò al

sig. Capitano des Essarts di prendere d'Artagnan come cadetto nella sua

compagnia delle guardie. D'Artagnan indossò sospirando quell'uniforme,

che egli avrebbe voluto, a prezzo di dieci anni della sua esistenza,

cambiare colla saccoccia di moschettiere. Ma il sig. de Tréville

promise questo favore dopo un noviziato di due anni, noviziato che

del resto, poteva essere accorciato se l'occasione si presentava per

d'Artagnan di rendere qualche importante servigio al re, o di fare

qualche azione rumorosa. D'Artagnan si ritirò su questa promessa, e il

giorno dopo cominciò il suo servizio.

Allora toccò il turno ad Athos, a Porthos ed ad Aramis di montare

la guardia con d'Artagnan ogni qual volta egli era di guardia. La

compagnia del sig. Cav. des Essarts prese così quattro uomini invece di

uno, il giorno che prese d'Artagnan.

CAPITOLO VIII.

UN INTRIGO DI CORTE

Frattanto le quaranta doppie di Luigi XIII, come tutte le cose di

questo mondo, dopo avere avuto un principio, avevano avuto un fine, e

dopo questo fine i quattro compagni erano caduti in angustie. Sulle

prime Athos aveva sostenuto per qualche tempo l'associazione coi

suoi proprii denari, Porthos gli tenne dietro, e mercè una di quelle

disperazioni alle quali si erano abituati, egli aveva per quasi

quindici giorni ancora sovvenuto ai bisogni di tutti, in fine era

arrivata la volta d'Aramis che si era disimpegnato di buona grazia, e

che era pervenuto, diceva egli, vendendo qualche libro di filosofia a

procurarsi alcune doppie.

Allora si ebbe ricorso, come d'ordinario, al sig. de Tréville, che fece

qualche anticipazione sul soldo, ma queste anticipazioni non potevano

condurre molto avanti tre moschettieri, che avevano già dei conti

arretrati, e una guardia che non ne aveva ancora.

Finalmente, quando si vide che si andava a restar senza del tutto,

si riunì con un ultimo sforzo otto o dieci doppie che Porthos giocò.

Disgraziatamente egli era in cattiva vena, egli perdè tutto, e più

venticinque doppie sulla parola.

Allora l'angustia divenne miseria; si videro gli affamati seguiti dai

loro lacchè correre le strade ed i corpi di guardia, annasando presso i

loro amici del di fuori tutti i pranzi, che potevano ritrovare, poichè,

seguendo il consiglio di Aramis, si doveva nella prosperità seminare

dei pranzi a dritta e a sinistra, per andarne raccogliendo qualcuno

nella disgrazia.

Athos fu invitato quattro volte, e ciascheduna volta condusse seco i

suoi amici coi lacchè. Porthos ebbe sei occasioni e ne fece egualmente

godere ai suoi camerati: Aramis ne ebbe otto. Era un uomo, come si è

già potuto scorgere, che faceva poco rumore e molte faccende. In quanto

a d'Artagnan, che non conosceva alcuno nella capitale, non trovò che

una colazione di cioccolatte in casa di un prete del suo paese e un

pranzo da un trombetta delle guardie. Egli condusse la sua armata in

casa del prete, al quale venne divorata la sua provvisione di due mesi;

e presso il trombetta, e che fece delle meraviglie; ma come diceva

Planchet, non si mangia sempre che una volta, anche quando si mangia

molto.

D'Artagnan dunque si ritrovò umiliato di non aver potuto provvedere che

un pasto e mezzo, perchè la colazione del prete non poteva calcolarsi

che un mezzo pasto, da offrirsi ai suoi compagni in cambio dei festini

che si erano procurati Athos, Porthos ed Aramis. Egli si credeva a

carico della società, dimenticando, nella sua buona fede giovanile

che egli aveva nudrito questa società per un mese, e il suo spirito

preoccupato si mise a travagliare attivamente. Egli riflettè che questa

coalizione di quattro uomini, giovani, coraggiosi, intraprendenti e

attivi doveva avere un altro scopo che quello delle passeggiate oziose,

delle lezioni di scherma e dei lazzi più e meno spiritosi.

Infatti, quattro uomini come loro, quattro uomini affezionati gli

uni agli altri dalla borsa fino alla vita, quattro uomini che si

sostenevano sempre, non rinculando mai, eseguendo isolatamente o

collettivamente le risoluzioni prese in comune; quattro bravi che

minacciavano i quattro punti cardinali, o che, se si voltavano verso

un sol punto, dovevano inevitabilmente, sia sotterraneamente, sia in

pieno giorno, sia colla mina, sia colla breccia, sia colla furberia,

sia colla forza aprirsi un cammino verso lo scopo che si erano prefissi

per quanto ben difeso o per quanto lontano egli si fosse. La sola cosa

che meravigliava d'Artagnan era che i suoi compagni non avessero ancora

pensato a questo.

Egli vi pensava seriamente, crivellandosi il cervello per trovare una

direzione a questa forza unica moltiplicata quattro volte, colla quale

egli non dubitava che, come la leva che cercava Archimede, non si fosse

giunto a sollevare il mondo, allorchè fu dolcemente battuto alla sua

porta. D'Artagnan risvegliò Planchet, e gli ordinò di andare ad aprire.

Che da questa frase: d'Artagnan risvegliò Planchet, il lettore non vada

a pensare che fosse notte, o che il giorno non fosse ancora spuntato:

quattro ore dopo il mezzogiorno suonavano in quel momento. Due ore

prima, Planchet era venuto a domandare da pranzo al suo padrone, il

quale gli aveva risposto col proverbio: «chi dorme pranza». E Planchet

pranzava dormendo.

Fu introdotto un uomo di aspetto molto semplice e che aveva l'aria d'un

borghese.

Planchet per frutti, avrebbe voluto sentire la conversazione; ma

il borghese dichiarò a d'Artagnan che ciò che aveva a dirgli era

importante e confidenziale, e che desiderava rimanere a quattr'occhi

con lui.

D'Artagnan congedò Planchet, e fece sedere il suo visitatore.

Vi fu un momento di silenzio; durante il quale i due uomini si

guardarono come per fare una esordiente conoscenza; dopo di che,

d'Artagnan s'inchinò in segno che egli ascoltava.

— Io ho inteso parlare del sig. d'Artagnan, giovane molto bravo, disse

il borghese, e questa riputazione di cui gode a giusto titolo mi ha

deciso di confidargli un secreto.

— Parlate, signore, parlate, disse d'Artagnan che per istinto annasò

qualche cosa di avvantaggioso.

Il borghese fece una novella pausa quindi continuò:

— Io ho mia moglie che tiene la biancheria della regina, signore, e che

non è priva nè di bellezza, nè di saggezza. Mi si fece sposarla, sono

ormai dieci anni, quantunque ella non avesse che un piccolo capitale,

poichè il sig. de Laporte, il porta-mantello della regina, è suo

padrino e la protegge.

— Ebbene, signore? domandò d'Artagnan.

— Ebbene! riprese il borghese, ebbene! signore, mia moglie mi è stata

rapita ieri mattina quanto sortiva dalla camera di lavoro.

— E da chi è stata rapita vostra moglie?

— Io non ne so niente sicuramente, ma ho sospetto su qualcuno.

— E chi è questa persona di cui sospettate?

— Un uomo che la perseguitava da lungo tempo.

— Diavolo!

— Ma volete voi che io ve la dica, signore? continuò il borghese: io

sono convinto che vi è meno amore che politica in tutto ciò.

— Meno amore che politica! riprese d'Artagnan con un'aria molto

riflessiva, e che cosa sospettate voi?

— Io non so se debba dirvi ciò che sospetto...

— Signore, vi farò osservare che io non vi ho domandato assolutamente

niente. Siete voi che siete venuto, siete voi che avete detto che avete

un secreto da confidarmi. Fate dunque quello che più vi accomoda, siete

ancora in tempo di ritirarvi.

— No, signore, no, voi avete la ciera di un onesto giovane, e io avrò

confidenza in voi. Io credo adunque che non sia per cagione dei suoi

amori che mia moglie è stata arrestata, ma a cagione di quelli di una

dama più grande di lei.

— Ah! ah! sarebbe forse a cagione degli amori della signora di

Bois-Tracy? fece d'Artagnan, che volle aver l'aria, rimpetto al suo

borghese, di essere al corrente degli affari della corte.

— Più alta, signore, più alta.

— Della signora d'Aiguillon?

— Più alta ancora.

— Della signora de Chevreuse?

— Più alta, molto più alta!...

— Della?

D'Artagnan si fermò.

— Sì, signore, rispose tanto sottovoce, che appena si potè intendere,

il borghese spaventato.

— E con chi?

— Con chi può essere, se non è col Duca de?...

— Il duca de...?

— Sì, signore, rispose il borghese dando alla sua voce un'intonazione

ancor più sorda.

— Ma voi come sapete tutto ciò?

— Ah! come lo so io?

— Sì, come lo sapete voi? non fate mezze confidenze, o... voi capite.

— Io lo so da mia moglie, signore, da mia moglie stessa.

— Che lo sa... da chi?

— Dal sig. de Laporte. Non vi ho detto che ella era la figlioccia del

sig. de Laporte, l'uomo di confidenza della regina? Ebbene, il sig.

de Laporte l'aveva messa vicino a Sua Maestà, perchè la nostra povera

regina avesse almeno qualcuno con cui confidarsi, abbandonata come

ella è dal re, spiata come ella è dal ministro, tradita come ella è da

tutti.

— Ah! ah! ecco che si spiega, disse d'Artagnan.

— Ora, mia moglie è venuta che sono quattro giorni, signore; una

delle condizioni era che ella dovesse venirmi a vedere due volte la

settimana; perchè ho avuto l'onore di dirvi, mia moglie mi ama molto;

mia moglie è dunque venuta, e mi ha confidato che la regina in questo

momento aveva grandi timori.

— Veramente?

— Sì; il ministro a quanto pare, la incalza e la perseguita più che

mai, egli non può perdonarle la storia della _sarabanda_. Voi sapete la

storia della sarabanda?

— Per bacco se la so! rispose d'Artagnan che non ne sapeva niente

affatto, ma che voleva aver l'aria di essere al corrente.

— Di modo che ora non è più l'odio, è la vendetta.

— Davvero?

— E la regina crede?

— Ebbene! che cosa crede la regina?

— Ella crede che sia stato scritto al sig. duca de Buckingham in nome

suo.

— In nome della regina?

— Sì, per farlo venire a Parigi, e una volta venuto a Parigi, per

attirarlo in qualche laccio.

— Diavolo! ma vostra moglie, mio caro signore, che cosa ha che fare con

tutto questo.

— Si conosce la sua affezione per la regina, e si vuole allontanarla

dalla sua padrona, o intimorirla per avere i secreti di Sua Maestà, o

sedurla per servirsi di lei come di una spia.

— È probabile, disse d'Artagnan; ma l'uomo che l'ha rapita, lo

conoscete voi?

— Vi ho detto che credo di conoscerlo.

— Il suo nome?

— Non lo so; quello che so soltanto si è che egli è una creatura del

ministro, la sua anima dannata.

— Ma voi lo avete veduto?

— Sì, un giorno mia moglie me lo ha mostrato.

— Ha egli nessuna singolarità alla quale si possa riconoscerlo?

— Oh certamente; è un signore di alta statura, di pelo nero, di

colorito pallido, coll'occhio penetrante, i denti bianchi, ed una

cicatrice alla tempia.

— Una cicatrice alla tempia! gridò d'Artagnan, e con essa denti

bianchi, occhio penetrante, però nero, questi è il mio uomo di Méung.

— È il vostro uomo, dite voi?

— Sì, sì, ma ciò non fa niente alla cosa. No, io mi sbaglio, ciò anzi

semplifica di molto la cosa: se il vostro uomo è pure il mio, farò

due vendette con un colpo solo, ecco tutto; ma dove il raggiungerò

quest'uomo?

— Non ne so niente.

— Non avete presa alcuna informazione sulla sua dimora?

— Nessuna; un giorno che io riconduceva mia moglie al Louvre, egli

sortiva quando essa entrava, e me lo fece vedere.

— Diavolo! diavolo! mormorò d'Artagnan tuttociò è bene incerto. Da chi

avete saputo il rapimento di vostra moglie?

— Dal signor de Laporte.

— Vi ha dato qualche dettaglio?

— Egli non ne aveva alcuno.

— E voi non avete saputo niente altro?

— Sì, ho ricevuto...

— Che?

— Ma io non so se commetta una grande imprudenza...

— Voi ritornate ancora come prima; però io vi farò osservare che ora è

troppo tardi per ritornare indietro.

— Così io non mi ritiro, per bacco! gridò il borghese giurando per

riscaldarsi la testa. D'altronde, fede di Bonacieux...

— Voi vi chiamate Bonacieux? interruppe d'Artagnan.

— Sì, questo è il mio nome.

— Voi diceste adunque, fede di Bonacieux! perdonate se io vi ho

interrotto, ma mi sembrava che questo nome non mi fosse nuovo.

— È possibile, signore. Io sono il vostro padrone di casa.

— Ah! ah! fece d'Artagnan sollevandosi per metà, e inchinandosi. Ah!

voi siete il signor proprietario della casa?

I tre moschettieri, vol. I · 第 7 / 14 段