Il signor de Tréville riceveva sempre una buonissima compagnia,

s'intende tutta anti-ministeriale. Si capirà dunque che la

conversazione si aggirò tutta, durante il pranzo, sulle due sconfitte

che avevano provate le guardie del ministro. Ora, siccome d'Artagnan

era stato l'eroe di queste due giornate, fu sopra di lui che

caddero tutte le congratulazioni, che Athos, Porthos e Aramis gli

abbandonarono, non solo da buoni camerati, ma da uomini che avevano

avuto abbastanza elogi alla loro volta per lasciargli libera la sua.

Verso le sei ore, il signor de Tréville annunciò che egli era obbligato

di andare al Louvre; ma siccome l'ora dell'udienza accordata da Sua

Maestà era passata, in luogo di reclamare l'entrata dalla piccola

scala, egli si pose coi quattro giovani nell'anticamera. Il re non

era ancora ritornato dalla caccia. I nostri giovani aspettavano da una

mezz'ora appena, immischiati alla folla dei cortigiani, allorchè tutte

le porte si aprirono, e fu annunziato il re.

A questo annunzio d'Artagnan si sentì fremere fino alla midolla delle

ossa. L'istante che doveva seguire, secondo tutte le probabilità,

doveva decidere del resto della sua vita. Così i suoi occhi si

fissarono con angoscia sulla porta per la quale doveva entrare Sua

Maestà.

Luigi XIII comparve, camminando pel primo; era in abito da caccia

ancora tutto polveroso, portava due grandi stivali, ed aveva il

frustino in mano. Al primo colpo d'occhio d'Artagnan giudicò che lo

spirito del re era in tempesta.

Per quanto fosse visibile questa disposizione in cui trovavasi Sua

Maestà, essa però non impedì ai cortigiani di porsi in linea sul suo

passaggio, nelle anticamere reali. Meglio vale ancora essere veduto

con occhio sdegnato di quello che non essere veduto dei tutto. I tre

moschettieri non esitarono dunque un momento, e fecero un passo in

avanti, nel mentre che d'Artagnan al contrario restò nascosto dietro

di loro; ma quantunque il re conoscesse personalmente Athos, Porthos,

e Aramis, egli passò davanti a loro senza parlargli, e come se non gli

avesse mai veduti. In quanto al sig. de Tréville, allorchè gli occhi

del re si fermarono un istante su di lui, egli sostenne questo sguardo

con tanta fermezza, che fu il re che dovè pel primo divergere la vista;

dopo ciò, Sua Maestà, brontolando, rientrò nel suo appartamento.

— Gli affari vanno male, disse Athos sorridendo, e noi questa volta non

saremo fatti cavalieri.

— Aspettate dieci minuti, disse il signor de Tréville, e se in capo

a dieci minuti voi non mi vedrete sortire, ritornate al mio palazzo,

perchè sarà inutile che voi aspettiate più lungamente.

I quattro giovani attesero dieci minuti, un quarto d'ora, venti minuti,

e vedendo che il signor de Tréville non ricompariva, essi sortirono

molto inquieti per quello che poteva accadere.

Il signor de Tréville entrato coraggiosamente nel gabinetto del re

aveva ritrovato Sua Maestà di cattivissimo umore, seduto sopra un

sofà, battendosi gli stivali col manico del frustino, cosa che non gli

aveva impedito di domandargli con tutta la più gran flemma del mondo le

notizie della sua salute.

— Cattive, signore, cattive, rispose il re; io mi annoio.

Era infatti la peggiore malattia di Luigi XIII, e sovente prendeva

uno dei suoi cortigiani, lo attirava ad una finestra, e gli diceva: il

signor tale, annojamoci insieme.

— Come! Vostra Maestà si annoja! disse il signor de Tréville. Non si è

preso oggi il divertimento della caccia?

— Bel divertimento, signore! tutto degenera, sull'anima mia, e io non

so se sia il selvaggiume che non ha più aria, o i cani che non hanno

più naso. Noi lanciammo un cervo di dieci anni, noi lo inseguimmo per

sei ore, e quando fu vicino a tenere, quando San Simone metteva già

il corno alla bocca per suonare la presa, crac! tutta la muta volta

di banda, e si trasporta sopra un cerviatto di due anni. Voi vedrete

che io sarò obbligato di renunciare alla caccia di corsa, come ho

già renunciato alla caccia di volo. Ah! sono un re ben disgraziato,

signor de Tréville: io non aveva più che un girifalco, ed è morto jeri

l'altro.

— In fatti, sire, io comprendo la vostra disperazione, e la disgrazia è

grande; ma mi sembra che vi resti ancora un buon numero di falconi, di

sparvieri, e di moscardi.

— E non un uomo per istruirli; i falconieri se ne vanno, non vi son più

che io che conosca l'arte della caccia. Dopo di me tutto sarà finito, e

si anderà a caccia colle trappole, col vischio, coi lacci. Se io avessi

ancora il tempo di fare degli allievi! ma sì, il ministro è là che non

mi lascia un istante di riposo, che mi parla della Spagna, che mi parla

della Germania, che mi parla dell'Inghilterra! ah! a proposito del

ministro, signor de Tréville, io sono malcontento di voi.

Il signor de Tréville aspettava il re a questa caduta. Egli conosceva

il re da lungo tempo: egli aveva compreso che tutti i suoi lamenti non

erano che una prelazione, una specie di eccitazione per incoraggiare se

stesso, e che egli era finalmente giunto al punto dove voleva arrivare.

— E in che sono io tanto disgraziato per dispiacere a Vostra Maestà?

domandò il signor de Tréville fingendo la più alta meraviglia.

— È così che voi disimpegnate la vostra carica, signore? continuò il

re senza rispondere direttamente alla domanda del signor de Tréville: è

forse per questo che io vi ho nominato capitano dei miei moschettieri,

perchè essi assassinassero un uomo, commovessero un quartiere, e

volessero bruciar Parigi senza che voi me ne diceste una parola? ma del

resto, continuò il re, senza dubbio mi affretto troppo ad accusarvi,

senza dubbio, i perturbatori sono in prigione, e voi ora venite ad

annunziarmi che è stata fatta giustizia.

— Sire, rispose tranquillamente il signor de Tréville, io vengo a

domandarvela.

— E contro chi? gridò il re.

— Contro i calunniatori! disse il signor de Tréville.

— Ah! eccone una nuova, riprese il re. Mi direte voi ora che quei tre

dannati di moschettieri, Athos, Porthos, Aramis, e il vostro cadetto

di Bearn, non si sono gettati come tanti furiosi sul povero Bernajoux,

e non l'hanno maltrattato in modo tale che a quest'ora è più che

probabile che sia per rendere l'anima a Dio? mi direte voi ora ch'essi

non hanno fatto l'assedio al palazzo del duca della Trémouille, e

ch'essi non volevano bruciarlo? cosa che non sarebbe stata una gran

disgrazia in tempo di guerra, atteso che quello è un nido di ugonotti,

ma che in tempo di pace è un tristissimo esempio. Dite, vorrete voi

negarmi tutto ciò?

— E chi ha fatto a Vostra Maestà un così bel racconto? domandò

tranquillamente il signor de Tréville.

— Chi mi ha fatto un così bel racconto, signore e chi volete voi che

sia, se non è quello che veglia quando io dormo, che lavora quando io

mi diverto, che guida tutto al di dentro e al di fuori del regno, in

Francia, come in Europa?

— Sua Maestà vorrà parlare di Dio, senza dubbio, disse il signor de

Tréville, perchè io non conosco che Dio, che sia così possente al

disopra di Vostra Maestà.

— No, signore, io voglio parlare del sostegno dello Stato, del mio

servitore, del mio solo amico, del ministro.

— Non vi è che un solo uomo infallibile, a quanto c'impone di credere

la nostra fede, su questa terra, e la sua infallibilità non si può

estendere a nessun altro.

— Dunque voi volete dire ch'egli m'inganna? volete voi dire ch'egli

mi tradisce? allora voi lo accusate. Vediamo, dite confessatelo

francamente, voi lo accusate?

— No, sire, ma io dico che egli inganna se stesso; io dico che è

male informato, io dico che egli ha troppa fretta nell'accusare i

moschettieri di Vostra Maestà, pei quali egli è ingiusto, e che non è

stato ad attignere le sue informazioni da buone sorgenti.

— L'accusa viene dal duca della Trémouille, dal duca stesso: che

risponderete voi a questo?

— Io potrei rispondere, sire, ch'egli è troppo interessato nella

questione per potere essere un testimone imparziale; ma lungi di là,

sire, io conosco il duca per un leale gentiluomo, io me ne riporterò a

lui, ma a una sola condizione, sire.

— Quale?

— Che vostra Maestà lo faccia venire qui, lo interroghi, ma ella stessa

a quattr'occhi, senza testimoni, e che io riveda Vostra Maestà subito

che avrà veduto il duca.

— Sì! fece il re, e voi vi riportate a ciò che dirà il signore della

Trémouille?

— Sì, sire.

— Voi accetterete il suo giudizio?

— Senza dubbio.

— E voi vi sottometterete alle riparazioni che egli esigerà?

— Interamente.

— La Chesnaye! fece il re, la Chesnaye!

Il cameriere di confidenza di Luigi XIII che stava sempre alla sua

porta, entrò.

— La Chesnaye, disse il re, che si mandi sul momento stesso a cercare

il signore della Trémouille; io voglio parlargli questa sera.

— Vostra Maestà mi dà la sua parola ch'ella non vedrà alcuno oltre il

signore della Trémouille e me?

— Non vedrò alcuno, fede da gentiluomo.

— A dimani, sire, adunque.

— A dimani, signore.

— A qual ora, se piace a Vostra Maestà?

— All'ora che voi vorrete.

— Ma venendo troppo presto io temo di svegliare Vostra Maestà.

— Di svegliarmi! forse che dormo io? io non dormo più, signore; qualche

volta sogno, ecco tutto. Venite dunque di buon mattino quando volete, a

sette ore; ma guai a voi, se i vostri moschettieri sono colpevoli?

— Se i miei moschettieri sono colpevoli saranno rimessi nelle mani di

Vostra Maestà che ordinerà di loro, secondo che più le aggrada. Vostra

Maestà esige ella qualche altra cosa di più? comandi, io sono pronto ad

obbedire.

— No, signore, no: non è senza una ragione che mi chiamano Luigi il

Giusto. A dimani dunque, signore, a dimani.

— Che Dio guardi Vostra Maestà!

Per poco che dormisse il re, il signor de Tréville dormì ancor

meno; egli aveva fatto prevenire fin dalla stessa sera i suoi tre

moschettieri ed il loro compagno, di ritrovarsi da lui a sei ore e

mezzo del mattino. Egli li condusse con sè senza affermar loro niente,

senza prometter niente, e non nascondendo che il loro favore, ed anche

il suo dipendeva da un colpo di dadi.

Giunto ai piedi della scala, egli li fece aspettare. Se il re era

sempre irritato contro di loro, essi si allontanerebbero, senza essere

veduti; se il re acconsentiva a riceverli, non vi avrebbe voluto che

farli chiamare.

Giungendo nell'anticamera particolare del re, il signor de Tréville

trovò la Chesnaye, che gli disse che la sera non avevano ritrovato il

duca della Trémouille nel suo palazzo, ch'egli era rientrato troppo

tardi per potersi presentare al Louvre, ch'egli era giunto da pochi

momenti e che allora parlava col re.

Questa circostanza piacque moltissimo al sig. de Tréville, che in

questo modo fu fatto certo che un'intervenzione straniera non si

sarebbe intromessa fra la deposizione del duca della Trémouille e lui.

Infatti dieci minuti erano appena scorsi, che si aprì la porta del

gabinetto del re, e che il sig. de Tréville ne vide sortire il duca

della Trémouille, il quale venendo direttamente a lui gli disse:

— Signor de Tréville, Sua Maestà mi ha mandato a chiamare per sapere

come sono accadute le cose di ieri mattina, al mio palazzo. Io gli ho

detto la verità, cioè che la colpa è stata delle mie genti, e che era

pronto a farvene le mie scuse. Poichè vi trovo, accettatele, e vogliate

tenermi sempre per uno dei vostri amici.

— Signor duca, disse de Tréville, io era così pieno di confidenza sulla

vostra lealtà, che non ho voluto presso Sua Maestà altro difensore che

voi stesso. Io non mi sono ingannato, e vi ringrazio di avermi provato

che esiste ancora un uomo di cui possa dire senza sbagliarmi ciò che ho

detto di voi.

— Sta bene, sta bene! disse il re che aveva ascoltato tutti questi

complimenti stando fra le due porte; soltanto ditegli, de Tréville,

poichè pretende di essere uno dei vostri amici, che io pure vorrei

essere fra i suoi, ma che egli mi trascura, e che sono oramai tre anni

che non l'ho veduto, e che non lo vedo che quando lo mando a chiamare.

Ditegli ciò per parte mia, poichè queste sono cose che un re non può

dire da se stesso.

— Grazie, sire, grazie, disse il duca, ma che Vostra Maestà creda bene

che non sono quelli, io non dico ciò per il sig. de Tréville, che non

sono quelli che ella vede a tutte le ore del giorno, quelli che le sono

i più affezionati.

— Ah! voi avete inteso ciò che ho detto, tanto meglio, duca, meglio!

disse il re avanzandosi sulla porta. Ah! siete voi, de Tréville, dove

sono i vostri moschettieri? io vi ho detto ieri l'altro di condurmeli,

perchè non lo avete fatto?

— Essi sono da basso, sire, e col vostro permesso la Chesnaye anderà a

dir loro di salire.

— Sì, sì, ch'essi vengano subito; sono in breve le otto, ed io a nove

ore aspetto una visita. Andate, signor duca, e ricordatevi sopra tutto

di ritornare. Entrate de Tréville.

Il duca salutò, e sortì. Al momento in cui apriva la porta i tre

moschettieri e d'Artagnan condotti da la Chesnaye, comparvero sull'alto

della scala.

— Venite, miei bravi, disse il re, venite; io ho da sgridarvi.

I moschettieri si avanzarono inchinandosi, d'Artagnan gli seguiva.

— Come diavolo! continuò il re, voi quattro in due giorni avete messo

fuori di combattimento sette guardie del ministro! questo è troppo,

signori, questo è troppo. Con questi conti, il ministro sarà obbligato

di rinnovare la sua compagnia in tre settimane, ed io sarò costretto di

fare applicare gli editti in tutto il loro rigore. Uno per accidente,

pazienza; ma sette in due giorni, io lo ripeto è troppo, grandemente

troppo.

— Perciò, sire, vostra Maestà vede ch'essi vengono, pentiti e contriti

per fare le loro scuse.

— Benchè pentiti e contriti, hum! fece il re, io non mi fido delle loro

facce ipocrite, vi è particolarmente laggiù una figura da Guascone...

venite qui, signore.

D'Artagnan che comprese essere il complimento indirizzato a lui, si

avvicinò prendendo l'aspetto il più disperato.

— Ebbene, che dite voi dunque che questi è un giovane? un ragazzo,

signor de Tréville, un vero ragazzo. Ed è stato lui che ha dato un così

rozzo colpo di spada a Jussac?

— E gli altri due colpi di spada a Bernajoux.

— Davvero?

— Senza contare, disse Athos, che se non mi avesse liberato dalle mani

di Cabusac, io certamente non avrei l'onore di fare in questo momento

le mie umilissime riverenze a Vostra Maestà.

— Ma questo Bearnese è dunque un vero demonio, _ventegris_! sig. de

Tréville, come avrebbe detto mio padre. In questo mestiere si devono

per forza consumare molti sai, e per forza spezzare molte spade. Ora i

Guasconi sono sempre poveri, non è vero?

— Sire, io debbo dire che non sono ancora state ritrovate delle miniere

d'oro nelle loro montagne, quantunque il Signore dovrebbe far questo

miracolo in ricompensa del modo con cui hanno sostenuto le pretese del

re vostro padre.

— Che è quanto dire che sono stati i Guasconi che hanno fatto re me

pure, non è vero de Tréville, perchè io sono figlio di mio padre.

Ebbene alla buon'ora, io non dico di no. La Chesnaye andate a vedere

se, frugando in tutte le mie saccocce, voi trovate quaranta doppie,

e se le trovate portatemele. E ora vediamo, giovane, una mano sulla

coscienza e raccontatemi lo accaduto.

D'Artagnan raccontò l'avventura del giorno innanzi con tutti i suoi

particolari; in che modo non avendo potuto dormire per la gioia che

avrebbe provato nel vedere Sua Maestà, egli era arrivato presso i

suoi amici tre ore prima dell'udienza; in che modo essi erano andati

assieme al giuoco della palla, e come nel timore che aveva manifestato

di ricevere una palla sul viso, egli era stato messo in ridicolo da

Bernajoux, il quale per poco non aveva pagato colla perdita della vita

le sue villanie, e che il sig. della Trémouille non aveva alcuna colpa

per la sortita che fu fatta dal suo palazzo.

— È così mormorò il re; è precisamente così che mi è stata raccontata

la faccenda dallo stesso duca. Povero ministro! sette uomini in due

giorni e dei più cari; ma basta così, signori; voi vi siete presa la

vostra rivincita della strada Ferou, ed anche al di là; voi dovete

esser soddisfatti.

— Se Vostra Maestà lo è, disse de Tréville, noi lo siamo.

— Sì io lo sono, aggiunse il re, prendendo un pugno d'oro dalla mano

di Chesnaye e mettendolo in quella di d'Artagnan; eccovi diss'egli, una

pruova della mia soddisfazione.

A quell'epoca le idee d'orgoglio che sono in uso ai nostri giorni, non

erano ancora alla moda. Un gentiluomo riceveva del denaro dalla mano

del re, e non ne rimaneva menomamente umiliato. D'Artagnan adunque si

mise le quaranta doppie in saccoccia senza fare alcuna osservazione, ed

anzi ringraziò grandemente Sua Maestà.

— Basta! disse il re guardando l'orologio a pendolo basta! perchè sono

le otto e mezza, ritiratevi; io ve l'ho già detto, aspetto qualcuno a

nove ore. Grazie del vostro attaccamento, signori. Io posso contarvi

non è vero?

— Oh! sire, gridarono ad una sola voce i quattro compagni, noi ci

faremo tagliare a pezzi per Vostra Maestà.

— Bene, bene; ma restate intieri, ciò val meglio, e così mi potrete

essere più utili. De Tréville aggiunse il re a mezza voce nel mentre

che gli altri si ritiravano, siccome voi non avete posti vacanti nei

vostri moschettieri, e che d'altronde per entrare in questo corpo noi

abbiamo deciso che sia necessario un noviziato, situate questo giovane

nella compagnia delle guardie del sig. des Essarts, vostro cognato.

Ah per bacco de Tréville, io mi rallegro delle boccacce che farà il

ministro, egli sarà furioso, ma per me è lo stesso; io faccio uso dei

miei diritti.

E il re salutò con la mano de Tréville che sortì, e andò a raggiungere

i suoi moschettieri, che stavano dividendosi con d'Artagnan le sue

quaranta doppie.

E il ministro, come lo aveva detto Sua Maestà, fu effettivamente

furioso che per otto giorni non intervenne al giuoco, cosa che non

impediva al re di fargli la più buona cera del mondo e di chiedergli

con la voce la più accarezzante tutte le volte che lo incontrava:

— Ebbene sig. ministro come va quel povero Bernajoux, e quel povero

Jussac, che sono delle vostre guardie?

CAPITOLO VII.

L'INTERNO DEI MOSCHETTIERI

Allorquando d'Artagnan fu fuori del Louvre e che consultò i suoi

amici sull'uso che dovea fare della sua parte delle quaranta doppie,

Athos gli consigliò di ordinare un buon pranzo alla Pigna, Porthos di

prendere un lacchè, e Aramis di farsi un'amica conveniente.

Il pranzo fu eseguito lo stesso giorno, e il lacchè era stato fornito

da Porthos. Era uno di Piccardia che il glorioso moschettiere aveva

accaparrato il giorno stesso nel mentre che sul ponte della Tournelle

faceva dei cerchi sputando nell'acqua. Porthos aveva preteso che

questa occupazione era la pruova di una organizzazione riflessiva

e contemplativa, e lo aveva condotto senz'altra raccomandazione.

L'imponente aspetto di questo gentiluomo, per conto del quale egli

si credeva impegnato, aveva sedotto Planchet, che tale era il nome

del giovane di Piccardia, e fu in sua casa una leggera contesa quando

vide che il posto era già preso da un altro confratello chiamato

Mousqueton, e allorchè Porthos gli significò il suo stato di famiglia,

quantunque grande, non gli permetteva di tenere due domestici, e che

gli abbisognava di entrare al servizio di d'Artagnan. Però allorchè

assistè al pranzo dato dal suo padrone, e che quando pagava lo vide

cavare un pugno d'oro di saccoccia credè assicurata la sua fortuna, e

ringraziò il cielo di esser caduto nelle mani di un simil Creso, egli

perseverò in questa opinione fin dopo il festino, cogli avanzi del

quale egli riparò a molte e lunghe astinenze. Ma le chimere di Planchet

svanirono nella sera facendo il letto al suo padrone. Il letto era solo

nell'appartamento, che si componeva di un'anticamera e di una camera

da dormire. Planchet dormì nell'anticamera sopra una coperta tolta dal

letto di d'Artagnan, e di cui d'Artagnan fece senza per l'avvenire.

Athos dal canto suo aveva un cameriere che era stato allevato al suo

servizio in un modo tutto particolare, e che si chiamava Grimaud. Egli

era molto silenzioso questo degno signore. Ben inteso, noi parliamo di

Athos.

Da cinque o sei anni che egli viveva nella più profonda intimità con i

suoi compagni, Porthos e Aramis, questi si ricordavano di averlo veduto

sorridere spesso, ma giammai lo avevano inteso ridere. Le sue parole

erano corte ed espressive, dicendo sempre ciò che voleva dire e niente

più; nessuna galanteria, nessun ricamo arabesco. La sua conversazione

era un fatto senza alcun episodio. Quantunque Athos avesse appena

trent'anni e avesse una gran bellezza di corpo e di spirito, nessuno

sapeva se avesse un'amica. Giammai egli parlava di donne. Soltanto non

impediva che se ne parlasse avanti a lui, quantunque fosse facile il

vedere che questo genere di conversazione, al quale egli non prendeva

parte che per dire parole amare e osservazioni misantropiche molto

disaggradevoli. La sua riserva, la sua selvatichezza, il suo mutismo

ne formavano quasi un vecchio: egli dunque aveva abituato Grimaud,

per non derogare alle sue abitudini, ad obbedirlo sopra un semplice

gesto, o sopra un semplice muover di labbra. Non gli parlava che

nelle circostanze le più interessanti: qualche volta Grimaud, che

temeva il suo padrone come il fuoco, nel mentre che mostrava un grande

attaccamento alla sua persona ed una gran venerazione al suo genio,

credeva di aver capito perfettamente ciò che egli desiderava, si

slanciava per eseguire gli ordini ricevuti e faceva precisamente il

contrario. Allora Athos si stringeva nelle spalle, e senza andare in

collera bastonava Grimaud. In quei giorni parlava alcun poco.

Porthos, come si è potuto vedere, aveva un carattere tutto opposto a

quello di Athos: non solo egli parlava molto, ma ad alta voce; poco

gl'importava del resto: bisognava rendergli questa giustizia, che

fosse o no ascoltato, egli parlava per il piacere di parlare, e per

il piacere di sentirsi; parlava sopra tutte le materie eccetto che di

scienze, protestando su questo argomento il suo odio inveterato che

portava fin dall'infanzia agli scienziati. Egli aveva minore aria di

gran signore di Athos, e il sentimento della sua inferiorità su questo

soggetto lo aveva, nel principio della loro amicizia, reso spesse

volte ingiusto contro questo gentiluomo, che allora si era sforzato

di superare col lusso del suo abbigliamento. Ma con la sua semplice

casacca da moschettiere, e nient'altro che pel modo col quale portava

la testa in addietro ed il piede in avanti, Athos prendeva nel medesimo

istante il posto che gli era dovuto e relegava il fastoso Porthos nel

secondo rango. Porthos se ne consolava riempiendo l'anticamera del

sig. de Tréville e i corpi di guardia del Louvre col rumore delle sue

buone fortune, fortune di cui Athos non parlava mai, e nel momento,

dopo esser passato dalla nobiltà di toga alla nobiltà di spada, dalla

cittadina alla baronesca, non si trattava niente meno per Porthos, che

di una principessa straniera che gli voleva un bene enorme.

Un antico proverbio dice: «tale è il padrone tale è il servitore».

Passiamo adunque dal cameriere d'Athos al cameriere di Porthos, da

Grimaud a Mousqueton.

Mousqueton era un Normanno al quale il suo padrone aveva cambiato

il nome pacifico di Bonifazio in quello infinitamente più sonoro e

più bellicoso di Mousqueton. Egli era entrato al servizio di Porthos

colla condizione di essere vestito ed alloggiato soltanto, ma in un

modo magnifico; egli non reclamava che due ore il giorno per andare

ad un'industria che doveva bastare a provvederlo degli altri suoi

bisogni. Porthos aveva accettato il contratto; e la cosa andava a

meraviglia. Egli faceva tagliare a Mousqueton dei saj dai suoi abiti

vecchi, e dai suoi mantelli di rimonta, e consacrarli, mercè un sartore

molto intelligente che rimetteva a nuovo questi vestiti voltandoli, e

la di cui moglie era in sospetto di far discendere Porthos dalle sue

abitudini aristocratiche. Mousqueton faceva un ottima figura andando

dietro al suo padrone.

In quanto ad Aramis, di cui noi crediamo avere sufficientemente esposto

il carattere, carattere del resto che, come quello dei suoi compagni,

noi potremo seguire nel suo sviluppo, il suo lacchè, che si chiamava

Bazin, mercè la speranza che aveva il suo padrone di entrare un giorno

negli ordini, era sempre vestito di nero, come lo esigeva il suo futuro

carattere. Costui era di Berry, di trentacinque ai quaranta anni;

docile, pacifico, che si occupava a leggere opere pietose, distrazione

che gli accordava il suo padrone, facendo un pranzo strettamente per

due, di pochi piatti ma eccellenti. Del rimanente egli era muto, cieco

sordo e di una fedeltà a tutta pruova. Ora che noi conosciamo, almeno

superficialmente i padroni e i servitori, passiamo agli alloggi che

ciascheduno di essi occupava.

I tre moschettieri, vol. I · 第 6 / 14 段