La bravura è sempre rispettata anche fra nemici: i moschettieri

salutarono Biscarrat colle loro spade, e le rimisero nel fodero.

D'Artagnan fece altrettanto, quindi aiutato da Biscarrat, il solo che

fosse rimasto in piedi, portò sotto il portico del convento Jussac,

Cabusac e quello fra gli avversari d'Aramis che non era che ferito.

Il quarto, come lo abbiamo detto, era morto. Quindi suonarono la

campanella, e portando seco quattro spade su cinque, s'incamminarono

ebbri di gioia verso il palazzo del sig. de Tréville.

Si vedevano intrecciati, occupare tutta la larghezza della strada,

chiamando ciascun moschettiere che incontravano, di modo che alla

fine divenne una marcia trionfale. Il cuore di d'Artagnan nuotava

nell'ebbrezza; egli camminava fra Athos e Porthos stringendoli

teneramente.

— Se io non sono ancora un moschettiere, diss'egli ai suoi nuovi amici

oltrepassando la porta del palazzo del sig. de Tréville, almeno eccomi

ricevuto come alunno, non è vero?

CAPITOLO VI.

SUA MAESTÀ IL RE LUIGI DECIMOTERZO

L'affare fece un gran rumore; il sig. de Tréville sgridò molto ad

alta voce i suoi moschettieri, ma si congratulò con loro sotto voce,

e siccome non vi era tempo da perdere per prevenire il re, il sig. de

Tréville si sollecitò di andare al Louvre. Era già troppo tardi, il re

era racchiuso col ministro, e fu detto al sig. de Tréville, che il re

era occupato e non poteva ricevere in quel momento. La sera il signor

de Tréville, venne al giuoco del re. Il re guadagnava, e siccome Sua

Maestà era molto avara, così era di un eccellente umore, e scoperse di

lontano il sig. de Tréville.

— Venite qui sig. capitano, diss'egli, venite che io vi sgridi; sapete

voi che il ministro è venuto da me a farmi delle lagnanze sui vostri

moschettieri? e ciò con una tale emozione che questa sera il ministro

è malato: e che! ma sono diavoli a quattro, gente da forca i vostri

moschettieri!

— No, sire, rispose de Tréville, che vide al primo colpo come la cosa

andava a piegare, no, tutto al contrario, essi sono buone creature,

docili come gli agnelli, e che non hanno altro desiderio, io me ne

faccio garante, che quello di non cavare la spada dal fodero, che pel

servizio di Vostra Maestà. Ma che volete? le guardie del ministro sono

senza posa a muover loro lite, e anche per l'onore del corpo, quei

poveri giovani sono costretti a difendersi.

Ascoltate il sig. de Tréville! disse il re, ascoltatelo! Non si direbbe

che egli parla di una comunità di frati? In verità, mio capitano, ho

volontà di togliervi il vostro brevetto e di darlo a madamigella de

Chemerault, alla quale ho promesso un abbazia. Ma non crediate già

che io voglia credere così alla vostra parola. Mi si chiama Luigi il

Giusto, sig. de Tréville, e or ora noi lo vedremo.

— Ah! è perchè mi fido a questa giustizia, sire, che io aspetterò

pazientemente e tranquillamente il comodo di Vostra Maestà.

— Aspettate dunque, signore, aspettate dunque, disse il re, io non mi

farò attendere lungamente.

Infatti, la sorte si cambiava, e siccome il re cominciava a perdere

quello che aveva vinto, non era dispiacente di ritrovare un pretesto

per fare, che ci si passi l'espressione da giuocatore di cui, noi lo

confessiamo, non conosciamo l'origine, per fare Carlomagno. Il re si

alzò dunque dopo un istante, e mettendosi in saccoccia il denaro che

era avanti a lui, la maggior parte del quale era vinto al giuoco:

— Vieuville, diss'egli, prendete il mio posto; bisogna che io parli al

sig. de Tréville per un affare di importanza. Ah!... io aveva ottanta

luigi avanti a me. Mettete voi pure la medesima somma, affinchè quelli

che hanno perduto non abbiano a lamentarsi. La giustizia prima di ogni

altra cosa.

Poi rivolgendosi verso il sig. de Tréville, e conducendolo nel vano di

una finestra.

— Ebbene! signore, continuò egli, voi dite che sono state le guardie

del ministro che hanno mosso lite ai vostri moschettieri?

— Sì, come fanno sempre.

— E come è andata la cosa? vediamo: perchè voi lo sapete, mio caro

capitano, bisogna che un giudice ascolti ambedue le parti.

— Ah! mio Dio! nel modo il più semplice ed il più naturale. Tre dei

miei migliori soldati, che Vostra Maestà conosce di nome, e di cui

ella più di una volta ha apprezzato i servigi, e che hanno, io posso

affermarlo al re, molto a cuore il loro servigio; tre dei miei migliori

soldati, diceva, i signori Athos, Porthos e Aramis, avevano combinata

una partita di piacere con un cadetto di Guascogna; che io aveva

loro raccomandato la stessa mattina. La partita doveva aver luogo a

San Germano, io credo, e si erano dati l'appuntamento ai Carmelitani

scalzi, allorchè fu guastata dal sig. Jussac, e dai signori Cabusac,

Biscarrat e altre due guardie, che certamente non si trovavano là così

in numerosa compagnia senza cattive intenzioni contro gli editti.

— Ah! ah! voi mi ci fate pensare, disse il re; senza dubbio essi erano

là per battersi fra di loro stessi.

— Io non accuso nessuno, sire, ma lascio a Vostra Maestà l'apprezzare

ciò che potevano andare a fare cinque uomini armati in un luogo così

deserto come lo sono le vicinanze dei Carmelitani.

— Sì, voi avete ragione, de Tréville, voi avete ragione.

— Allora, quando essi hanno veduto i miei moschettieri, essi hanno

cambiato d'idea, ed hanno dimenticato la loro contesa particolare per

l'odio che portano al mio corpo; perchè Vostra Maestà non ignora che

i moschettieri, che sono tutti pel re, e per nessun altro che pel re,

sono i nemici naturali delle guardie che sono soltanto pel ministro.

— Sì, de Tréville, sì, disse il re, malinconicamente, ed è cosa ben

trista, credetemi, di vedere, in tal modo due partiti in Francia, due

teste al regno; ma tutto ciò finirà, de Tréville, tutto ciò finirà. Voi

dite dunque che le guardie hanno mossa contesa ai moschettieri?

— Io dico che è probabile che le cose siano andate così, ma io non ne

giuro, sire. Voi sapete quanto sia difficile a conoscere la verità,

ammeno chè non si sia dotato di quell'ammirabile istinto che fa

chiamare Luigi XIII il Giusto...

— E avete ragione, de Tréville; ma essi non erano soli i vostri

moschettieri, vi era con loro un ragazzo?

— Sì, sire, e un uomo ferito, dimodochè tre moschettieri del re, fra

i quali un ferito, e un ragazzo, non solo hanno tenuto testa a cinque

delle più terribili guardie del ministro, ma ancora ne hanno messe

quattro a terra.

— Ma questa è una vittoria! gridò il re tutto raggiante, una vittoria

completa!

— Sì, sire, tanto completa quanto quella del ponte di Cè.

— Quattro uomini, fra i quali un ferito e un fanciullo, dite voi?

— Un giovinotto appena. Il quale anzi si è condotto così bene in questa

occasione, che io mi prenderei la libertà di raccomandarlo a Vostra

Maestà.

— Come si chiama?

— D'Artagnan, sire. Questi è figlio di uno dei miei più antichi amici,

il figlio di un uomo che ha fatto col re vostro padre, di gloriosa

memoria, la guerra dei partigiani.

— E voi dite che si è condotto bene questo giovane? raccontatemi

de Tréville; voi sapete che io amo i racconti di guerre e di

combattimenti.

E il re Luigi XIII, rialzò con orgoglio i suoi baffi appoggiandosi

sull'anca.

— Sire, riprese de Tréville, come ve l'ho detto, il sig. d'Artagnan è

quasi un ragazzo; e siccome egli non ha l'onore di essere moschettiere,

era in abito di borghese: le guardie del ministro, riconoscendo la

sua giovinezza, e di più che non apparteneva al corpo, lo invitarono a

ritirarsi prima di dare l'attacco.

— Allora, voi vedete bene, de Tréville, interruppe il re, che sono

stati essi che hanno attaccato.

— È giusto, sire; così non vi è più alcun dubbio; essi a lui intimarono

di ritirarsi, ma egli era moschettiere di cuore, e tutto per Vostra

Maestà: così dunque egli rimase coi sig. moschettieri.

— Bravo il giovane! mormorò il re.

— Infatti, egli dimorò con essi, e Vostra Maestà ha in lui un così

forte campione, che fu egli stesso che dette a Jussac quel terribile

colpo di spada che mette tanto in collera il ministro.

— Fu lui che ferì Jussac? gridò il re; lui, un fanciullo! questo, de

Tréville, è impossibile.

— Eppure è così, come ho l'onore di dire a Vostra Maestà.

— Jussac! una delle migliori lame del regno!

— Ebbene! sire, egli ha ritrovato il suo maestro.

— Io voglio vedere questo giovane, de Tréville, io voglio vederlo, e se

se ne può far qualche cosa, ebbene! noi ce ne occuperemo.

— Quando sarà che Vostra Maestà si degnerà di riceverlo?

— Domani a mezzogiorno, de Tréville.

— Lo condurrò io solo?

— No, conducetemeli tutti quattro assieme. Io voglio ringraziarli tutti

in una volta. Gli uomini affezionati sono rari, de Tréville, e bisogna

ricompensare la devozione.

— A mezzogiorno, sire, noi saremo al Louvre.

— Ma! per la piccola scala, de Tréville, per la piccola scala. È

inutile che il ministro sappia...

— Sì, sire.

— Voi capite, de Tréville, un editto è sempre un editto; in fin dei

conti il battersi è proibito.

— Ma questo incontro, sire, sorte del tutto dallo condizioni ordinarie

del duello; è una rissa, e la prova si è che essi erano cinque guardie

del ministro contro i miei tre moschettieri ed il sig. d'Artagnan.

— È giusto, disse il re, ma non importa, de Tréville. Venite pure per

la piccola scala.

De Tréville sorrise. Ma siccome era già molto l'avere ottenuto che

questo fanciullo si rivoltasse contro il suo maestro, egli salutò

rispettosamente il re, e con pieno contento prese congedo da lui.

Fin dalla stessa sera, i tre moschettieri furono avvisati dell'onore

che loro accordava il re. Siccome essi conoscevano da lungo tempo

il re, non ne furono molto riscaldati, ma d'Artagnan, colla sua

immaginazione guascona, vi vide venir la sua fortuna, e passò la notte

facendo sogni d'oro. Così dall'ott'ore del mattino egli era presso

Athos.

D'Artagnan ritrovò il moschettiere già vestito e pronto a sortire.

Siccome non avevano l'appuntamento dal re che a mezzogiorno, egli aveva

fatto il progetto con Porthos e Aramis di andare a fare una partita

alla palla in un recinto situato vicino alle scuderie del Luxembourg.

Athos invitò d'Artagnan a seguirli, e malgrado la sua ignoranza in

questo giuoco a cui non aveva mai giuocato, questi accettò, non sapendo

che fare del tempo dalle nove ore del mattino, che appena erano, fino

al mezzogiorno.

I due moschettieri erano già arrivati e giuocavano assieme.

Athos, che era molto forte in tutti gli esercizi del corpo passò con

d'Artagnan dalla parte opposta, e li sfidò. Ma al primo movimento

che provò, quantunque giuocasse con la mano sinistra, capì che la sua

ferita era ancora troppo recente per permettergli un simile esercizio.

D'Artagnan rimase dunque solo, e siccome dichiarò ch'egli era inesperto

per sostenere una partita in regola, si continuò soltanto a inviarsi

delle palle senza tener conto del giuoco! Ma una di queste palle

lanciate dal pugno ercolino di Porthos, passò così da vicino al viso di

d'Artagnan, che egli pensò che se invece di passargli da un lato, lo

avesse colto in faccia, la sua udienza era perduta, attesochè sarebbe

stato probabilmente nell'assoluta impossibilità di presentarsi al re.

Ora, siccome da questa udienza, nella sua immaginazione guascona,

dipendeva tutto il suo avvenire, egli salutò gentilmente Porthos e

Aramis, dichiarando, che egli non riprenderebbe la partita, che allora

quando fosse in istato di tener loro testa, e ritornò a prender posto

nella galleria vicino alla corda.

Disgraziatamente per d'Artagnan, fra gli spettatori si ritrovava una

guardia del ministro, il quale tutto riscaldato ancora dalla sconfitta

dei suoi compagni accaduta il giorno innanzi soltanto, si era promesso

di afferrare la prima occasione per vendicarla; egli credè dunque che

questa occasione fosse venuta, e indirizzandosi al suo vicino:

— Non è da maravigliarsi, disse egli, che questo giovinetto abbia paura

di una palla, egli senza dubbio è un alunno dei moschettieri.

D'Artagnan si voltò come se fosse stato morso da un serpente, e guardò

fissamente la guardia che aveva detto una così insolente proposizione.

— Per bacco! riprese questi arricciandosi insolentemente i baffi,

guardatemi quanto volete, mio piccolo signore; io ho detto ciò che ho

detto.

— E siccome quello che voi avete detto è troppo chiaro perchè le vostre

parole abbiano bisogno di una spiegazione, rispose d'Artagnan a bassa

voce, io vi pregherei a seguirmi.

— E quando? domandò la guardia con la stessa insolenza.

— Subito, se vi fa piacere.

— E sapete voi chi sono io?

— Io? Lo ignoro completamente, e non me ne inquieto punto.

— Voi avete torto, perchè se sapeste il mio nome, non avreste forse

tanta fretta.

— Come vi chiamate voi?

— Bernajoux, per servirvi.

— Ebbene! sig. Bernajoux, disse tranquillamente d'Artagnan, io vado ad

aspettarvi sulla porta.

— Andate, signore, io vi seguo.

— Non abbiate troppa fretta, signore, che non si accorgano che noi

sortiamo assieme, voi capirete che, per quello che andiamo a fare,

molta gente c'incomoderebbe.

— Sta bene, rispose la guardia maravigliata che il suo nome non avesse

prodotto verun effetto sul giovinetto.

Infatti, il nome di Bernajoux era conosciuto da tutto il mondo,

eccettuato il solo d'Artagnan, forse perchè era uno di quelli che

figuravano il più spesso nelle risse giornaliere, che tutti gli editti

del re e del ministro non avevano potuto reprimere.

Porthos e Aramis erano tanto occupati della loro partita, e Athos li

guardava con tanta attenzione che essi non videro neppure sortire

il loro giovane compagno, il quale, come aveva detto alla guardia

del ministro, si fermò sulla porta: un istante dopo questi discese

anch'egli. Siccome d'Artagnan non aveva tempo da perdere per cagione

dell'udienza del re, che era fissata per il mezzogiorno, girò gli occhi

intorno a sè, vedendo che la strada era deserta:

— In fede mia, signore, disse egli al suo avversario, è una fortuna per

voi, quantunque voi vi chiamate Bernajoux, di non avere a fare che con

un alunno dei moschettieri, però siate tranquillo, io farò il meglio

che potrò. In guardia!

— Ma, disse colui che d'Artagnan provocava in tal modo, mi sembra

che il luogo sia mal scelto, e che noi staremmo assai meglio dietro

l'Abbazia S. Germano nel Prato dei Chierici.

— Ciò che voi dite è pieno di buon senso, rispose d'Artagnan;

disgraziatamente io ho poco tempo da perdere, avendo un appuntamento

per il mezzogiorno preciso. In guardia adunque, signore, in guardia!

Bernajoux non era uomo da farsi ripetere due volte un simile

complimento. Nel medesimo istante la sua spada brillò nella sua mano,

e piombò con un fendente sul suo avversario che, mercè la sua gran

giovinezza, egli sperava intimidire.

Ma d'Artagnan avea fatto il suo noviziato nel giorno innanzi, e ancora

tutto fresco della sua vittoria, e gonfio del suo futuro favore, era

risoluto di non dare addietro di un passo: per tal modo i due ferri

si ritrovarono impegnati sino alla guardia, e siccome d'Artagnan si

teneva fermo al suo posto, fu il suo avversario che fece un passo di

ritirata. Ma d'Artagnan approfittò del momento, e in questo movimento,

in cui il ferro di Bernajoux deviava dalla linea, egli disimpegnò

il suo, andò a fondo, e toccò l'avversario in una spalla. Subito

d'Artagnan a sua volta fece un passò in addietro e rialzò la sua spada;

ma Bernajoux gli gridò che non era niente, e andando a fondo ciecamente

su lui, s'infilzò da se stesso. Però, siccome non cadeva, siccome non

si dichiarava vinto, ma rompeva soltanto dalla parte del palazzo del

signor della Trémouille, al servizio del quale egli aveva un parente,

d'Artagnan ignorando egli stesso la gravità dell'ultima ferita che

il suo avversario aveva ricevuta, lo stringeva vivamente dappresso, e

senza dubbio lo avrebbe finito con una terza ferita, allorchè il rumore

che si innalzava dalla strada essendosi esteso fino al giuoco della

palla, due degli amici della guardia che lo avevano inteso cambiare

qualche parola con d'Artagnan, e che lo avevano veduto sortire in

seguito di queste parole, si precipitarono con la spada alla mano fuori

del recinto del giuoco e piombarono sul vincitore. Ma tosto Athos,

Porthos e Aramis comparvero alla lor volta, e al momento in cui le due

guardie attaccarono il giovane camerata li costrinsero a voltarsi.

In questo momento, Bernajoux cadde, e siccome le guardie erano due

soltanto contro quattro, essi si misero a gridare: «a noi, palazzo

della Trémouille»; a queste grida tutti quelli ch'erano nel palazzo

sortirono precipitandosi sui quattro compagni, che dalla loro parte si

posero a gridare: «a noi moschettieri!»

Questo grido era ordinariamente inteso, perchè si sapeva che i

moschettieri erano nemici del ministro, ed erano amati per l'odio

che portavano al ministro. Così le guardie delle altre compagnie

che non appartenevano al Duca Rosso, come lo aveva chiamato Aramis,

prendevano generalmente parte in questa specie di contese per i

moschettieri del re. Di tre guardie della compagnia del signor des

Essarts che passavano, due vennero in aiuto dei quattro compagni, nel

mentre che l'altro corse al palazzo del sig. de Tréville gridando:

«a noi moschettieri! a noi!» Come d'ordinario, il palazzo del signor

de Tréville era pieno di soldati di quest'arma, che accorsero in

soccorso dei loro camerati. La mischia divenne generale, ma la forza

era pei moschettieri. Le guardie del ministro e le genti del sig.

della Trémouille, si ritirarono nel palazzo, di cui chiusero le

porte in tempo appena per impedire che i loro nemici non vi facessero

un'irruzione insieme con loro. In quanto al ferito, fin dal principio

era stato trasportato, e come si disse, in condizioni molto cattive.

L'agitazione era al suo colmo fra i moschettieri ed i loro alleati,

e già si dibatteva se, per punire l'insolenza, che avevano avuta

i domestici dei signor della Trémouille, di fare una sortita sui

moschettieri dei re, si dovesse mettere il fuoco al suo palazzo.

La proposizione sarebbe stata accettata, messa in esecuzione con

entusiasmo se fortunatamente non battevano le undici ore: d'Artagnan

ed i suoi compagni si ricordarono della loro udienza, e siccome loro

avrebbe rincresciuto che si fosse fatto un sì bel colpo senza di loro,

essi giunsero a calmare le teste; si contentarono adunque di gettare

qualche sasso contro le porte, ma le porte resistettero, ed allora

si stancarono. D'altronde, quelli che dovevano essere risguardati

come i capi dell'intrapresa avevano da qualche istante lasciato il

gruppo, e s'incamminavano verso il palazzo del sig. de Tréville, che li

aspettava, ed era già al corrente di questa nuova bravata.

— Presto, al Louvre, diss'egli, al Louvre senza perdere un momento, e

procuriamo di vedere il re prima che egli sia prevenuto dal ministro;

noi gli racconteremo la cosa come una conseguenza dell'affare di jeri,

e le due passeranno insieme.

Il signor de Tréville, accompagnato dai quattro giovani si incamminò

verso il Louvre, ma, a gran sorpresa del capitano dei moschettieri, gli

fu annunziato che il re era andato alla caccia del cervo nella foresta

di S. Germano. Il signor de Tréville si fece ripetere due volte questa

notizia, ed a ciascheduna volta i suoi compagni videro il suo volto

imbruttirsi.

— È forse da jeri, domandò egli, che Sua Maestà aveva il progetto di

fare questa caccia?

— No, Eccellenza, rispose il cameriere, è stato il gran cacciatore

che questa mattina è venuto ad annunziare, che in questa notte si era

relegato un cervo a sua disposizione. Sulle prime ha risposto che non

vi sarebbe andato, quindi non ha potuto resistere al piacere che gli

prometteva questa caccia, e dopo pranzo è partito.

— E il re ha egli veduto il ministro? domandò il sig. de Tréville.

— Sì, secondo tutte le probabilità, rispose il cameriere, perchè questa

mattina ho veduto i cavalli alla carrozza del ministro, ho domandato

dove andava, e mi fu risposto: a S. Germano.

— Noi siamo stati prevenuti, disse il sig. de Tréville. Signori,

io vedrò il re questa sera, ma in quanto a voi non vi consiglio di

azzardarvici.

L'avviso era troppo ragionevole, e soprattutto veniva da un uomo

che conosceva troppo bene il re, perchè i quattro giovani tentassero

di contraddire il signor de Tréville. Gli invitò dunque a rientrare

ciascuno alle loro stanze e di aspettare le sue notizie.

Rientrando nel suo palazzo, il sig. de Tréville pensò che bisognava

prender data portando querela pel primo. Egli inviò uno dei suoi

domestici al signor della Trémouille con una lettera nella quale egli

lo pregava di metter fuori di casa sua le guardie del ministro, e

di rimproverare le sue genti dell'audacia che avevano avuta di fare

una sortita contro i moschettieri. Ma il signor della Trémouille, di

già prevenuto dal suo scudiero, di cui come si sa, Bernajoux era il

parente, gli fece rispondere che non spettava nè al signor de Tréville,

nè ai moschettieri il lamentarsi, ma al contrario a lui, al quale i

moschettieri avevano battuti e feriti i domestici, ed avevano voluto

bruciare il palazzo. Ora siccome la dissensione fra questi due signori

avrebbe potuto durare lungo tempo, dovendo naturalmente sostenere

ciascuno la sua opinione, il signor de Tréville pensò ad un espediente

che aveva per iscopo di finire tutto: ed era di andare egli stesso dal

sig. della Trémouille.

Egli si portò adunque subito al di lui palazzo, e si fece annunziare.

I due signori si salutarono gentilmente, perchè se non v'era amicizia

fra di loro, vi era almeno stima. Entrambi erano uomini di coraggio e

di onore, e siccome il signor della Trémouille, protestante, vedeva

raramente il re, non era di alcun partito, egli in generale non

apportava alcuna prevenzione nelle sue relazioni sociali. Questa volta,

ciò non ostante, il suo ricevimento, quantunque gentile; fu più freddo

dell'ordinario.

— Signore, disse de Tréville, noi crediamo di avere a lamentarci l'uno

dell'altro, e sono venuto io stesso perchè assieme rischiariamo questo

affare.

— Volentieri, rispose della Trémouille; ma vi prevengo che io sono

bene informato, e che tutto il torto sta dalla parte dei vostri

moschettieri.

— Voi siete un uomo troppo giusto e troppo ragionevole, signore, disse

de Tréville, per non accettare la proposizione che vengo a farvi.

— Dite, signore, io ascolto.

— Come sta il signor Bernajoux, il parente del vostro scudiero?

— Male, signore, molto male. Oltre il colpo di spada che egli ha

ricevuto nel braccio, e che non è altrimenti pericoloso, egli ne ha

ancora raccolto uno che gli traversa il polmone, di modo che il medico

ha ben poche speranze.

— Ma il ferito ha conservato l'uso delle sue facoltà?

— Perfettamente.

— Parla egli?

— Con difficoltà, ma parla.

— Ebbene! signore, portiamoci da lui, scongiuriamolo nel nome di quel

Dio davanti al quale egli andrà forse a comparire, di dire la verità,

io lo prendo per giudice nella sua propria causa, signore, e ciò che

dirà io lo crederò.

Il signor della Trémouille riflettè un istante, quindi, siccome era

difficile il poter fare una proposizione più ragionevole, egli accettò.

Entrambi discesero nella camera ove era il ferito. Questi vedendo

entrare i due nobili signori che venivano a fargli visita, tentò di

sollevarsi sul suo letto, ma egli era troppo debole e spossato dallo

sforzo che aveva fatto, ricadde quasi senza conoscenza.

Il signor della Trémouille si avvicinò a lui, e gli fece aspirare dei

sali che lo richiamarono alla vita. Allora il signor de Tréville, non

volendo che si potesse accusare di avere influito sul malato, invitò il

signor della Trémouille a interrogarlo egli stesso.

Ciò che aveva preveduto il de Tréville, accadde. Posto fra la vita e

la morte, come lo era Bernajoux, non ebbe neppure l'idea di tacere un

momento la verità, e raccontò ai due signori esattamente le cose tali

quali erano accadute.

Era tutto ciò che voleva il sig. de Tréville; egli augurò a Bernajoux

una pronta convalescenza: prese congedo dal signore della Trémouille,

rientrò al suo palazzo; e fece tosto avvertire i quattro amici ch'egli

gli aspettava a pranzo.

I tre moschettieri, vol. I · 第 5 / 14 段