— Ecco il momento di fare la mia pace con questo galantuomo, sì

disse a se stesso d'Artagnan, che si era tenuto in disparte durante

l'ultima parte di questa conversazione; e, con questo buon sentimento

ravvicinandosi ad Aramis che si allontanava senza fare attenzione a

lui:

— Signore, gli disse, io spero, che voi mi scuserete.

— Ah! signore, interruppe Aramis, permettetemi di farvi osservare che

in questa circostanza voi non avete mai agito come doveva farlo un uomo

galante.

— Che! signore, voi supponete...

— Io suppongo, signore, che voi non siete un imbecille, e che voi

sapete bene, quantunque veniate dalla Guascogna, che non si tiene un

piede sopra un fazzoletto da tasca senza il suo perchè. Che diavolo!

Parigi non è già selciato di battista.

— Signore, voi avete torto di cercare di umiliarmi, disse d'Artagnan,

in cui il naturale litigioso cominciava a parlare più alto che le

risoluzioni pacifiche. Io sono di Guascogna è vero, e, poichè voi

lo sapete, io non avrò bisogno di dirvi che i Guasconi sono un poco

rozzi, dimodochè quando si sono scusati una volta fosse ancora di una

sciocchezza, essi sono convinti che hanno già fatto la metà di più di

quello che non dovevano.

— Signore, ciò che vi ho detto, rispose Aramis, non è per muovervi

contesa. Grazie a Dio! io non sono uno spadaccino, e non essendo

moschettiere che provvisoriamente, io non mi batto che allora quando vi

son costretto, e sempre ancora con una gran ripugnanza. Ma questa volta

l'affare è grave, perchè ecco qui una donna compromessa per cagione

vostra.

— Per causa vostra, dovete dire! gridò d'Artagnan.

— Perchè avete voi avuto la goffaggine di rendermi questo fazzoletto?

— Perchè avete avuto voi quella di lasciarlo cadere?

— Io l'ho detto, e lo ripeto, questo fazzoletto non è sortito dalla mia

tasca.

— Ebbene! voi avete mentito due volte, signore! perchè io ve l'ho

veduto sortire.

— Ah! voi la prendete su questo tuono, signor Guascone? ebbene io vi

insegnerò a vivere!

— Ed io vi rimanderò alla vostra abbazia, signore abate! degnatevi, se

vi piace, e sull'istante.

— No; se vi piace, mio bello amico, no qui almeno: Non vedete voi

che noi siamo dirimpetto al palazzo d'Aiguillon, il quale è pieno di

creature del ministro? chi mi dice che non sia il ministro che vi ha

incaricato di procurargli la mia testa? ora io ho un ridicolo trasporto

per la mia testa, atteso che mi sembra ch'ella sia adattatissima alle

mie spalle. Io voglio dunque uccidervi, siate tranquillo, ma uccidervi

dolcemente, in un luogo chiuso e coperto, là ove voi non possiate

vantarvi con alcuno della vostra morte.

— Io mi vi adatto, ma non vi fidate troppo, e portate con voi il

vostro fazzoletto, che vi appartenga o no; forse avrete l'occasione di

servirvene.

— Il signore è Guascone? domandò Aramis.

— Sì, ma il signore non mi fissa l'appuntamento per prudenza.

— La prudenza, signore, è una virtù molto inutile al moschettiere,

ma indispensabile nelle altre condizioni, e siccome io non sono

moschettiere che provvisoriamente, ho cura di rimanere prudente. A due

ore io avrò l'onore di aspettarvi al palazzo del sig. de Tréville.

— Là io v'indicherò il luogo opportuno.

I due giovani si salutarono, quindi Aramis si allontanò risalendo la

strada che conduceva al Luxembourg, nel mentre che d'Artagnan, vedendo

che l'ora si avanzava, prendeva la strada dei Carmelitani-Scalzi

dicendo fra se stesso:

— Decisamente io non ne posso uscire, ma almeno se io sarò ucciso, lo

sarò da un moschettiere.

CAPITOLO V.

I MOSCHETTIERI DEL RE, E LE GUARDIE DEL MINISTRO

D'Artagnan non conosceva nessuno a Parigi. Egli andò dunque

all'appuntamento d'Athos senza condur seco un padrino, risoluto di

contentarsi di quello che avrebbe scelto il suo avversario. D'altronde

la sua intenzione era formale di fare cioè al bravo moschettiere tutte

le scuse convenienti ma senza debolezza, temendo che resultasse da

questo duello ciò che resulta sempre dispiacente in un affare di questo

genere, quando un uomo giovane, e vigoroso si batte con un avversario

ferito e debole: vinto, egli raddoppia il trionfo del suo antagonista;

vincitore, è accusato di prevaricamento e di facile audacia.

Del resto, o noi abbiamo male esposto il carattere del nostro cercatore

di avventure o il nostro lettore ha già dovuto rimarcare che d'Artagnan

non era un uomo ordinario. Così, mentre ripeteva a se stesso che

la sua morte era inevitabile, egli non si rassegnava punto a morire

dolcemente, come un altro, meno coraggioso e meno moderato di lui,

avrebbe fatto nel suo posto. Egli rifletteva ai diversi caratteri di

quelli coi quali doveva battersi, e cominciò a veder più chiaro nella

sua situazione. Egli sperava, mercè le scuse leali che si riserbava,

di farsi un amico in Athos, la di cui aria di gran signore, e la

fisonomia austera gli erano molto aggradite. Si lusingava di far paura

a Porthos coll'avventura della bandoliera, che poteva, se non era

ucciso sull'atto raccontare a tutti, racconto che, spinto destramente

all'effetto, doveva coprire Porthos di ridicolo; finalmente in quanto

al circospetto Aramis, non aveva una gran paura, e, supponendo che egli

potesse giungere fino a lui, s'incaricava di spedirlo bene e meglio, o

almeno di ferirlo sul viso, come Cesare aveva raccomandato di fare ai

soldati di Pompeo, di guastare cioè per sempre quella bellezza di cui

andavano superbi.

In seguito, vi era in d'Artagnan quel fondo irremovibile di risoluzione

che avevan deposto nel suo cuore i consigli di suo padre, consigli,

la di cui sostanza era: non tollerare niente da nessuno fuorchè dal

re, dal ministro e dal sig. de Tréville. Egli volò dunque piuttostochè

camminò verso il convento dei Carmelitani Scalzi o meglio _Deschaux_,

come si dicevano in quell'epoca, specie di fabbricato senza finestre,

circondato da prati aridi, succorsale del Prato dei Chierici, e che

serviva d'ordinario agli incontri delle persone che non avevano tempo

da perdere.

Allorchè d'Artagnan giunse in vista del piccolo terreno vago, che si

estendeva ai piedi di questo monastero, Athos lo aspettava da cinque

minuti soltanto, e mezzogiorno suonava. Egli dunque era puntuale come

la Samaritana, ed il più rigoroso esigente in rapporto ai duelli non

poteva avere niente da dire.

Athos, che soffriva sempre crudelmente della sua ferita, quantunque

fosse stata medicata di nuovo dal chirurgo del sig. de Tréville, si

era assiso sopra una riva, e aspettava il suo avversario con quel

contegno pacifico, e quell'aria dignitosa che non l'abbandonavano

mai. All'aspetto di d'Artagnan, egli si alzò, e fece gentilmente

qualche passo incontro a lui. Questi, dal suo canto si presentò al suo

avversario con il cappello in mano e la sua piuma trascinante fino a

terra.

— Signore, disse Athos, io ho fatto prevenire due dei miei amici che mi

serviranno da testimonj, ma questi due amici non sono ancora giunti. Io

mi meraviglio ch'essi ritardino: questa non è la loro abitudine.

— Io non ho testimonj, signore, disse d'Artagnan, perchè, giunto da

jeri soltanto a Parigi, non vi conosco altri che il sig. de Tréville,

al quale sono stato raccomandato da mio padre, che ha l'onore di essere

qualche poco fra i suoi amici.

Athos riflettè un istante.

— Voi non conoscete che il sig. de Tréville? domandò egli.

— Sì, signore, non conosco che lui.

— Ma; continuò Athos, parlando metà a se stesso e metà a d'Artagnan, ma

se io vi uccido avrò l'aria di essere un mangiatore di ragazzi!

— Non troppo, signore, rispose d'Artagnan con un saluto che non era

privo di dignità; non troppo, poichè mi fate l'onore di cavare la spada

contro di me con una ferita di cui dovete essere molto incomodato.

— Incomodato moltissimo, sulla mia parola, e voi mi avete fatto un male

del diavolo, io debbo dirlo; ma io adoprerò la mano sinistra, è la mia

abitudine in simili circostanze. Non crediate dunque che io vi faccia

una grazia, io mi batto egualmente con entrambe le mani, anzi voi

avrete lo svantaggio: un mancino è sempre incomodo a quelli che non ne

sono prevenuti. Mi dispiace dunque di non avervi fatto parte prima di

questa circostanza.

— Voi veramente siete, signore, disse d'Artagnan inchinandosi di nuovo,

di una cortesia di cui io vi sono al più alto grado riconoscente.

— Voi mi confondete, rispose Athos con la sua aria da gentiluomo;

parliamo dunque di altra cosa, io vi prego a meno che ciò non vi

dispiaccia. Ah! per bacco, quanto mi avete fatto male! la spalla mi

brucia.

— Se voi vorreste permettermi... disse d'Artagnan con timidezza.

— Che cosa, signore?

— Io ho un balsamo miracoloso per le ferite, un balsamo che mi è stato

dato da mia madre, e del quale io stesso ho fatto la prova.

— Ebbene?

— Ebbene, io sono sicuro che in meno di tre giorni questo balsamo vi

guarirà; e in capo a tre giorni, quando voi sarete guarito, ebbene!

signore, avrò sempre per un grande onore di essere il vostro uomo.

D'Artagnan disse queste parole con una semplicità che faceva onore alla

sua cortesia, senza offendere menomamente il suo coraggio.

— Per bacco! signore, disse Athos, ecco una proposizione che mi piace;

non che io l'accetti, ma essa sa di gentiluomo da una lega. Era in

tal modo che parlavano e facevano i prodi del tempo di Carlomagno, sui

quali ogni cavaliere dovrebbe cercare di modellarsi. Disgraziatamente

non siamo più ai tempi del grande imperatore, noi siamo ai tempi di

un ministro, e di qui a tre giorni si saprebbe, per quanto fosse ben

custodito il segreto, si saprebbe, diceva, che noi dobbiamo batterci,

e si opporrebbero al nostro combattimento. Ma che questi signori non

vengono dunque?

— Se voi avete fretta, signore, disse d'Artagnan ad Athos colla stesso

semplicità che un momento prima gli aveva proposto di differire il

duello a tre giorni, se voi avete fretta, che vi piaccia di spedirmi

subito, voi non vi prendete pena, io ve ne prego.

— Ecco un'altra proposizione che mi piace, disse Athos, facendo un

grazioso segno di testa a d'Artagnan, questa non è da uomo senza

cervello, è un colpo sicuro di un uomo di coraggio. Signore, io amo

la gente della vostra tempra, e io credo che se noi non ci ammazziamo

l'uno con l'altro, ritroverò più tardi un vero piacere nella vostra

conversazione. Aspettiamo questi signori, io vi prego, io ho tutto il

tempo, e ciò sarà più in regola. Ah! eccone qui uno, io credo.

Infatti all'estremità della strada Faugirard cominciava a comparire il

gigantesco Porthos.

— Che! gridò d'Artagnan, il vostro primo testimonio è il sig. Porthos?

— Si; vi dispiacerebbe forse?

— No, menomamente.

— Ecco il secondo.

D'Artagnan si voltò dalla parte indicata da Athos, e riconobbe Aramis.

— Che! gridò egli con un accento ora più maraviglioso della prima

volta, il vostro secondo testimonio è il sig. Aramis?

— Senza dubbio, non sapete voi che giammai ci si vede l'uno senza

l'altro, e che ci chiamano nei moschettieri, nelle guardie, alla corte

e in città, Athos, e Porthos, e Aramis, o i tre inseparabili? dopo ciò,

siccome voi giungete da Dax o da Pau...

— Da Tarbes, disse d'Artagnan.

— Vi è permesso d'ignorare questo dettaglio, disse Athos.

— In fede mia, riprese d'Artagnan, voi siete ben chiamati, signori, e

la mia avventura, se ella farà qualche rumore, proverà almeno che la

vostra unione non è fondata sui contrasti.

In questo mentre, Porthos si era avvicinato, aveva salutato con la mano

Athos; quindi, voltandosi verso d'Artagnan, era rimasto meravigliato.

Diciamolo di passaggio, egli aveva cambiata la bandoliera e lasciato il

suo mantello.

— Ah! ah! fece egli, che cosa è questo?

— È con il signore che io mi batto? disse Athos mostrando con la mano

d'Artagnan, e salutandolo con lo stesso gesto.

— È con lui che io pure mi batto? disse Porthos.

— Ma a un'ora soltanto, rispose d'Artagnan.

— Ed io pure mi batto col signore, disse Aramis, avvicinandosi

anch'egli sul terreno.

— Ma soltanto a due ore, disse d'Artagnan con la medesima calma.

— Ma a proposito di che ti batti tu Athos? domandò Aramis.

— In fede mia non lo so molto bene, egli mi ha fatto male alla spalla;

e tu Porthos?

— In fede mia, io mi batto perchè mi batto, rispose Porthos arrossendo.

Athos che non perdeva niente, vide passare un fino sorriso sulle labbra

del Guascone.

— Noi abbiamo avuto una piccola discussione sulla toletta, disse il

giovane.

— E tu Aramis? domandò Athos.

— Io mi batto per un punto di filosofia, riprese Aramis, facendo un

segno a d'Artagnan col quale lo pregava di tenere segreta la causa del

suo duello.

Athos vide passare un secondo sorriso sulle labbra d'Artagnan.

— Veramente disse Athos.

— Sì, sopra una sentenza di Platone, sulla spiegazione della quale non

ci siamo d'accordo, disse il Guascone.

— Decisamente egli è un uomo di spirito, mormorò Athos.

— Ed ora che voi siete riuniti, signori, disse d'Artagnan, permettetemi

di farvi le mie scuse.

Alla parola _scuse_, una nube passò sulla fronte d'Athos, un sorriso

altero sfiorò sulla labbra di Porthos, e un segno negativo fu la

risposta d'Aramis.

— Voi non mi capite, signori, disse d'Artagnan rialzando la sua testa,

sulla quale cadeva in quel momento un raggio di sole che ne indorava

le linee fine ed ardite; io vi domando scusa nel caso che io non

potessi soddisfare il mio debito con tutti e tre; poichè il sig. Athos

ha il diritto di ammazzarmi per il primo, cosa che toglie molto del

suo valore al vostro credito, sig. Porthos e che rende quasi nullo il

vostro, sig. Aramis. Ed ora, signori, io ve lo ripeto, scusatemi, ma

soltanto di questo, e in guardia!

A queste parole, e col gesto il più cavalleresco che si potesse vedere,

d'Artagnan sfoderò la spada.

Il sangue era salito alla testa di d'Artagnan, e in quel momento

avrebbe cavata la spada contro tutti i moschettieri del regno, come ora

lo faceva contro Athos, Porthos e Aramis.

Era mezzogiorno e un quarto. Il sole era al suo zenit, e la posizione

scelta per essere il teatro del duello si ritrovava esposta a tutto il

suo ardore.

— Fa molto caldo, disse Athos, cavando anch'egli la sua spada, e pure

non mi saprei levare il sajo, perchè, anche poco fa ho sentito che la

mia ferita mandava sangue, e temerei d'incomodare il signore facendogli

vedere del sangue che non fosse cavato da lui.

— È vero, signore, disse d'Artagnan; è cavato da un altro o è cavato da

me: io vi assicuro che vedrò sempre con gran dispiacere il sangue di un

così bravo gentiluomo; io mi batterò dunque col sajo come voi.

— Andiamo, andiamo, disse Porthos, non fate tanti complimenti, e

pensate che noi aspettiamo la nostra volta.

— Parlate per voi solo, Porthos, quando volete dire simili

incongruenze, interruppe Aramis. In quanto a me, io ritengo le cose che

questi signori si dicono per molto ben dette, e affatto degne di due

gentiluomini.

— Quando volete, signore, disse Athos mettendosi in guardia.

— Aspettava i vostri ordini, disse d'Artagnan incrociando il ferro.

Ma le due spadazze erano appena incrociate, che una squadra di guardie

del ministro, comandata dal sig. de Jussac, si mostrò all'angolo del

convento.

— Le guardie del ministro! gridarono ad un tempo Porthos e Aramis. La

spada nel fodero, signori! la spada nel fodero!

Ma era troppo tardi; i due combattenti erano stati veduti in una

posizione che non permetteva di dubitare delle loro intenzioni.

— Olà! gridò Jussac avanzandosi verso di loro e facendo segno ai suoi

uomini di fare altrettanto; olà! moschettieri? e degli editti, che

facciamo?

— Le signore guardie sono molto generose, disse Athos pieno di rancore,

perchè Jussac era stato uno degli aggressori dell'antivigilia. Se noi

vi vedessimo battere, io vi garantisco che noi ci guarderessimo bene

dall'impedirvelo. Lasciateci dunque fare, e voi ci avrete piacere senza

prendervi incomodo.

— Signore, disse Jussac, è con gran dispiacere che io vi dichiaro

che la cosa è impossibile. Il nostro dovere prima di tutto: rimettete

dunque le vostre armi, e seguiteci.

— Signore, disse Aramis, parodiando Jussac, sarebbe con grandissimo

piacere che noi obbediremmo al vostro grazioso invito, se ciò

dipendesse da noi; ma disgraziatamente la cosa è impossibile; il signor

de Tréville lo ha a noi proibito. Continuate dunque la vostra strada,

che è ciò che voi potete fare di meglio.

Questa celia esasperò Jussac.

— Noi dunque vi caricheremo, diss'egli; se voi disobbedite.

— Essi sono cinque, disse Athos a mezza voce, e noi non siamo che tre;

noi saremo anche una volta battuti, e ci abbisognerà morire qui poichè

io dichiaro, che io non tornerò a ricomparire davanti al mio capitano

dopo essere stato vinto.

Questo solo momento bastò a d'Artagnan per prendere il suo partito: era

questo uno di quegli avvenimenti che decidono della vita di un uomo,

era una scelta da farsi fra il re ed il ministro, e fatta la scelta

bisognava perseverare. Battersi, voleva dire disobbedire alla legge,

voleva dire arrischiare la sua testa, voleva dire diventare ad un sol

tratto il nemico di un ministro più potente del re stesso, ecco ciò

che travide il giovine, e diciamolo a sua gloria, egli non esitò un

secondo. Voltandosi adunque verso Athos ed i suoi amici:

— Signori diss'egli, io aggiungerò, se il permettete qualche cosa alle

vostre parole. Voi avete detto che non siete che in tre, ma mi sembra

che noi siamo in quattro.

— Ma voi non siete dei nostri, disse Porthos.

— È vero rispose d'Artagnan, io non ho l'abito, ma ho l'anima. Il mio

cuore è di moschettiere, lo sento bene, signore, e questo mi guida.

— Allontanatevi, giovane, gridò Jussac, che senza dubbio dai gesti

e dalla espressione del suo viso aveva indovinato il disegno di

d'Artagnan. Voi potete ritirarvi, noi vi acconsentiamo, salvate la

vostra pelle, e andate presto.

D'Artagnan non si mosse.

— Decisamente voi siete un bravo giovane, disse Athos, stringendo la

mano a d'Artagnan.

— Andiamo, andiamo, prendiamo un partito, riprese Jussac.

— Vediamo, dissero Porthos e Aramis, facciamo qualche cosa.

— Il signore è pieno di generosità, disse Athos.

Ma tutti e tre pensavano alla gioventù di d'Artagnan, e temevano la sua

inesperienza.

— Noi non saremmo che tre, e fra questi un ferito, più un ragazzo,

riprese Athos, e ciò nonostante si dirà che noi eravamo quattro uomini.

— Sì, ma rinculare! disse Porthos.

— È difficile, riprese Athos.

— È impossibile, disse Aramis.

D'Artagnan comprese la loro irresoluzione.

— Signori, provatemi pure, disse egli, ed io vi giuro sul mio onore,

che non voglio muovermi di qui se noi siamo vinti.

— Come vi chiamano, mio bravo? disse Athos.

— D'Artagnan, signore.

Ebbene! Athos, Porthos, Aramis e d'Artagnan, in avanti! gridò Athos.

— Ebbene! vediamo, signori, vi decidete voi, a battervi? gridò per la

terza volta Jussac.

— È fatto, signori, disse Athos.

— E qual partito prendete? domandò Jussac.

— Noi avremo l'onore di darvi la carica, rispose Aramis alzando con una

mano il suo cappello e cavando con l'altra la spada.

— E voi volete resistere? gridò Jussac.

— Per bacco! ciò vi fa meraviglia.

E i nove combattenti si precipitarono gli uni sugli altri con una

furia, che non escludeva una certa tattica. Athos prese un certo

Cabusac favorito del ministro; Porthos ebbe Biscarrat, e Aramis si vide

in faccia due avversarj.

In quanto a d'Artagnan, egli si trovò lanciato contro lo stesso Jussac.

Il cuore del giovane guascone gli batteva in un modo da rompergli

il petto, non già di paura, grazie a Dio, egli non ne aveva neppur

l'ombra, ma di emulazione; egli si batteva come una tigre in furore,

girando dieci volte intorno al suo avversario, e cambiando venti volte

le sue guardie ed il suo terreno. Jussac era, come si diceva allora,

ingordo di lama ed aveva molta pratica; ciò non ostante aveva tutta la

pena del mondo a difendersi contro un avversario agile e svelto, che

si scartava ad ogni momento dalle regole ricevute, attaccando da tutte

le parti ad un tempo, e con tutto ciò difendendosi e riparando i colpi

come un uomo che porta un gran rispetto alla sua epidermide. Finalmente

questa lotta finì col far perdere la pazienza a Jussac. Furioso di

esser tenuto in scacco da colui che aveva guardato come un ragazzo,

egli si riscaldò e cominciò a far degli sbagli. D'Artagnan, che in

mancanza di pratica aveva una profonda teoria, raddoppiò di agilità.

Jussac, volendo finirla portò un colpo terribile al suo avversario

fendendo al fondo; ma questi parò di prima, e mentre che Jussac si

rialzava, e strisciando come un serpente sul suo ferro, gli passò la

sua spada attraverso al corpo. Jussac cadde come un masso.

D'Artagnan gettò allora un colpo d'occhio inquieto e rapido sul campo

di battaglia.

Aramis aveva già ucciso uno dei suoi avversari, ma l'altro lo stringava

d'appresso. Però Aramis era in buona situazione e poteva ancora

difendersi.

Biscarrat e Porthos si erano dati dei colpi forati. Porthos aveva

ricevuto un colpo di spada attraverso il braccio e Biscarrat uno

attraverso la coscia. Ma siccome nè l'una nè l'altra di queste ferite

erano gravi, non facevano che battersi con maggiore accanimento.

Athos, ferito di nuovo da Cabusac impallidiva a vista d'occhio, ma non

rinculava di un piede; egli aveva soltanto cambiata la mano alla spada

e si batteva con la sinistra.

D'Artagnan secondo le leggi del duello di quell'epoca, poteva

soccorrere qualcuno; e mentre cercava con lo sguardo quale dei suoi

compagni aveva più bisogno del suo ajuto egli si accorse di un colpo

d'occhio di Athos. Questo colpo d'occhio era di una sublime eloquenza.

Athos sarebbe morto piuttosto che domandar soccorso; ma egli poteva

guardare, e con lo sguardo domandava un appoggio. D'Artagnan lo

indovinò, fece uno sbalzo terribile, e piombò sul fianco di Cabusac,

gridando.

— A me, signora guardia, io vi uccido! Cabusac si voltò ed era tempo.

Athos, che si sosteneva solo per il suo gran coraggio, cadde sopra un

ginocchio.

— Per bacco! gridò egli a d'Artagnan, non lo ammazzate, giovane io ve

ne prego: ho un vecchio affare da finire con lui, quando sarò guarito

e starò bene. Disarmatelo soltanto; legategli la spada. Così. Bene!

benissimo!

Questa esclamazione era strappata ad Athos dalla spada di Cabusac che

saltava venti passi da lui lontana. D'Artagnan e Cabusac si slanciarono

assieme, l'uno per riprenderla, l'altro per impadronirsene; ma

d'Artagnan più svelto arrivò il primo, e vi mise un piede sopra.

Cabusac corse a quella guardia ch'era stata uccisa da Aramis,

s'impadronì della sua spadaccia, e volle ritornare sopra d'Artagnan; ma

sul suo cammino si incontrò in Athos che durante la pausa d'un istante,

che gli aveva accordata d'Artagnan, aveva ripreso lena e che, per

timore che d'Artagnan gli uccidesse il suo nemico, voleva ricominciare

il combattimento.

D'Artagnan capì che sarebbe stato un disgustarsi Athos non lo lasciando

fare. In fatti, qualche secondo dopo, Cabusac cadde colla gola

trapassata da un colpo di spada.

Nel medesimo istante Aramis appoggiava la sua spada contro il petto del

suo avversario rovesciato, per costringerlo a domandare mercede.

Restavano Porthos e Biscarrat. Porthos battendosi faceva mille

fanfaronate, domandando a Biscarrat che ora poteva essere, e gli faceva

i suoi complimenti sulla compagnia che aveva ottenuta suo fratello

nel reggimento Navarra: ma sempre sforzando non guadagnava niente.

Biscarrat, era uno di quegli uomini di ferro che non cadono se non che

morti.

Ciò non pertanto bisognava finirla. Poteva sopraggiungere una ronda

e prendere tutti i combattenti feriti e non feriti, realisti e

ministeriali. Athos, Aramis e d'Artagnan, circondarono Biscarrat, e gli

intimarono d'arrendersi. Quantunque solo contro tutti, e con un colpo

di spada che gli traversava una coscia, Biscarrat voleva far fronte: ma

Jussac che si era alzato sul gomito gli gridò d'arrendersi. Biscarrat

era un Guascone come d'Artagnan, egli fece il sordo e si contentò di

ridere, e fra due parate trovare il tempo di fare un segno per terra

colla punta della sua spada:

— Qui, diss'egli, qui morrà Biscarrat, solo di quelli che sono con lui.

— Ma essi sono quattro contro di te: finiscila, io te l'ordino.

— Ah! se tu lo ordini, allora è un'altra cosa, disse Biscarrat, siccome

tu sei il mio brigadiere, io debbo obbedire.

E facendo un salto in addietro, spezzò la spada contro il suo

ginocchio, e per non renderla, ne gettò i pezzi per disopra al muro

del convento, ed incrocio le sue braccia fischiando una canzone

ministeriale.

I tre moschettieri, vol. I · 第 4 / 14 段