CAPITOLO IV.

Innesto di antica e moderna superstizione.

L'astrologia. — Sua diffusione ed influenza. — Suoi

avversari in Italia. — Confutazione di Pico e suoi effetti. —

Superstizioni diverse. — Superstizione degli umanisti. Spettri

di persone morte. — Credenza nei demoni. — La strega italiana.

— Il paese classico delle streghe presso Norcia. — Fusione e

rapporti colla stregonerìa del nord. — Malìe delle meretrici.

— L'incantatore e lo scongiuratore. — I demonii sulla via di

Roma. — Singole specie di malìe: i telesmi. — Magìa del getto

dei fondamenti. — Il negromante presso i poeti. — Storiella

magica di Benvenuto Cellini. — La magìa in decrescenza. —

Specie affini della stessa; l'alchimia.

Ma l'Antichità esercitò anche un altro impulso essenzialmente

pernicioso e precisamente di indole dogmatica: essa comunicò al

Rinascimento le proprie superstizioni. Qualcuna di esse si era

già mantenuta viva attraverso tutto il medio-evo; e così tanto più

facilmente ora risorsero tutte. S'intende da sè che in ciò ebbe una

parte grandissima la fantasia. Essa sola poteva imporre silenzio allo

spirito essenzialmente investigatore degli Italiani.

La fede nella divina Provvidenza era, come s'è detto, negli uni

notevolmente scossa per il cumulo di mali e di violenze, che si

vedevano; gli altri, come ad esempio Dante, abbandonavano la vita

terrena in balìa al caso e a' suoi capricci, e se, in onta a ciò,

mantennero viva in sè stessi la fiaccola della fede, ciò non proveniva

se non dalla profonda persuasione, che era in loro, di una superiore

destinazione dell'uomo in un mondo avvenire. Ma non appena cominciò

a vacillare anche questa persuasione, il fatalismo guadagnò il

sopravvento — o, viceversa, dove prevalse il fatalismo, mancò la fede

nell'immortalità.

Nella lacuna per tal modo aperta entrò innanzi tutto la scienza

astrologica degli antichi, e più tardi anche quella degli Arabi. Da

ogni singola posizione dei pianeti fra loro e in relazione ai segni del

zodiaco essa indovinava gli eventi futuri e intere vite d'uomini, e per

tal modo influiva sulle più importanti deliberazioni. In molti casi il

modo di agire, al quale taluno si lasciava indurre pel creduto influsso

delle stelle, può non essere stato più immorale di quanto sarebbe

stato se di tale influsso non si fosse tenuto conto veruno; ma assai di

frequente le decisioni sembrano essere state prese a tutto pregiudizio

della coscienza e dell'onore. Egli è sempre sommamente istruttivo il

vedere, come nessun lume e nessuna cultura sieno stati in grado di

vincere questo delirio, perchè esso aveva la sua radice nella fantasia

estremamente facile a impressionarsi, e nel vivo desiderio di conoscere

e di determinare anticipatamente il futuro, e perchè l'Antichità vi

aggiungeva il suggello della sua autorità.

Col secolo XIII l'astrologia acquistò improvvisamente una notevole

prevalenza nella vita degli Italiani. Federico II conduce sempre con

sè il suo astrologo Teodoro, ed Ezzelino da Romano[450] addirittura

un'intera corte, e assai lautamente stipendiata, di tali uomini, tra

i quali il celebre Guido Bonatto e il saraceno Paolo di Bagdad (dalla

lunga barba). Essi erano obbligati di prestabilire il giorno e l'ora di

qualsiasi impresa importante, e le enormi carneficine, di cui egli si

aggravò la coscienza, in non piccola parte possono benissimo non essere

state, che non semplice conseguenza delle loro profezie. D'allora in

poi nessuno si perita più di far interrogare le stelle; non solo i

principi, ma anche i governi repubblicani[451] mantengono regolarmente

degli astrologi, e nelle Università[452] dal XIV sino al XVI secolo

vengono nominati appositi professori di questa pretesa scienza, accanto

agli astronomi veri. La maggior parte dei Papi consentono che sieno

consultati i pianeti,[453] e se Pio II forma tra essi una onorevole

eccezione,[454] non curando neanche l'interpretazione dei sogni, dei

prodigi e degl'incantesimi, Leone X invece sembra essersi gloriato che

sotto il suo pontificato l'astrologia fiorisse,[455] e Paolo III non

tenne mai nessun concistoro[456] senza che gli astrologi non gliene

avessero indicato il momento.

Ora, quanto agli spiriti più illuminati, si può benissimo supporre

che essi, oltre un certo limite, non si lasciassero nelle loro azioni

determinare dai pianeti, e che vi fosse realmente un punto, al di là

del quale la religione e la coscienza non permettevano di andare. Ma

nel fatto uomini valenti e pii non solo parteciparono a questi delirii,

ma se ne fecero perfino sostenitori e rappresentanti. Uno di questi

fu maestro Pagolo da Firenze,[457] nel quale si vede presso a poco

la stessa tendenza a moralizzare l'astrologia, che negli ultimi tempi

di Roma si scorge in Firmico Materno.[458] La sua vita era quella di

un santo anacoreta: non si cibava che assai scarsamente, disprezzava

ogni bene mondano e non cercava d'arricchirsi d'altro, fuorchè di

libri: dotto medico, egli limitava l'esercizio pratico della sua arte

ai bisogni di alcuni amici, ponendo loro per condizione che prima si

confessassero. Le persone colle quali trattava, erano quel ristretto,

ma celebre circolo, che si raccoglieva nel convento degli Angeli

intorno a frà Ambrogio Camaldolese (v. pag. 307), e Cosimo il vecchio,

specialmente ne' suoi ultimi anni; imperocchè anche Cosimo faceva gran

conto della scienza astrologica e se ne serviva, benchè soltanto per

oggetti speciali e probabilmente d'ordine secondario. Del resto, Pagolo

non dava responsi astrologici se non agli amici più intimi. — Ma,

anche senza una tale rigidezza di costumi, l'astrologo poteva essere

un uomo stimato e intervenire dovunque, e in Italia se ne aveva un

numero senza paragone maggiore, che in qualunque altro paese d'Europa,

dove non s'incontrano che nelle corti più ragguardevoli, e anche

quivi a tempi determinati. Per contrario, chiunque anche tra i privati

avesse una casa talqualmente considerevole in Italia non tralasciava,

specialmente quando l'uso divenne generale, di avere anche il suo

astrologo, il quale per altro era anche non di rado retribuito assai

scarsamente.[459] Oltre a ciò, avendo questa scienza acquistato una

grande diffusione ancor prima dell'invenzione della stampa, erano sorti

in gran numero i dilettanti, che s'attennero quanto più facilmente

potevano ai maestri di essa. La specie detestata degli astrologi

era quella soltanto, che non prendeva in aiuto le stelle se non per

congiungervi le arti della magìa, e che cercava di coprir queste

all'ombra di quella scienza.

Ma anche senza questa deplorevole aggiunta l'astrologia è pur sempre

un malaugurato elemento della vita italiana d'allora. Qual dolorosa

impressione non fanno quegli uomini superiori, ricchi di tanta cultura

e così tenaci nelle loro idee, quando la cieca smania di conoscere e di

scongiurar l'avvenire obbliga la loro potente volontà individuale ad

abdicare a se stessa! Vero è che talvolta, se le stelle presagiscono

qualche cosa di veramente sinistro, essi sorgono risolutamente,

agiscono indipendentemente da tali presagi e si consolano col motto:

_Vir sapiens dominabitur astris_;[460] — ma tosto dopo noi li vediam

ricadere nell'antico delirio.

Innanzi tutto si fa l'oroscopo di tutti i figli d'illustri famiglie,

e dietro ciò si trascina mezza la vita, aspettando inutilmente

avvenimenti, che non si verificano.[461] Poi vengono interrogati gli

astri per ogni importante deliberazione dei potenti, specialmente

per l'ora di cominciarla. I viaggi dei principi, i ricevimenti degli

ambasciatori stranieri,[462] il getto delle fondamenta di qualche

grande edificio si fanno dipendere da tali pronostici. Un esempio

assai parlante se ne ha nella vita del già citato Guido Bonatto, il

quale e per la sua grande attività e per una grande opera scritta su

questo argomento[463] può dirsi il restauratore dell'astrologia del

secolo XIII. Per porre un termine al parteggiare de' Guelfi e de'

Ghibellini in Forlì egli persuase gli abitanti a ricostruire a nuovo

le mura della città e a cominciare solennemente quel lavoro sotto

una certa costellazione, che egli indicò, assicurando, che se alcuni

rappresentanti di entrambi i partiti gettassero contemporaneamente una

pietra nelle fondamenta, non vi sarebbe stata per tutta l'eternità più

discordia alcuna a Forlì. Furono scelti un guelfo ed un ghibellino:

giunse il solenne momento, ambedue tenevano la loro pietra in mano,

i lavoratori stavano in attesa con gli strumenti alla mano, e Bonatto

diede il segnale. — Il ghibellino fu pronto a gettare la sua pietra;

ma il guelfo indugiò, e da ultimo si rifiutò affatto, perchè il

Bonatto stesso passava per ghibellino e poteva sottintendere qualche

cosa di misteriosamente nocivo ai guelfi. Allora l'astrologo gli fu

sopra con queste parole: «Dio sperda te e il tuo partito e la vostra

diffidente malignità! questo segnale non riapparirà più per lo spazio

di cinquecento anni sopra la nostra città!» Infatti Dio disperse più

tardi i guelfi di Forlì, ma ora (scrive il cronista intorno all'anno

1480) guelfi e ghibellini sono affatto riconciliati fra loro, e non si

ode più neanche il nome dei due partiti.[464]

Ciò che più d'ogni altra cosa si fa dipendere dalle stelle, sono

le risoluzioni relative alla guerra. Lo stesso Bonatto procurò al

celebre capo dei ghibellini Guido da Montefeltro un gran numero di

vittorie, indicandogli la vera ora segnata dalle stelle per uscire

in campo: quando il Montefeltro non lo ebbe più presso di sè,[465]

gli mancò affatto il coraggio di sostenersi ulteriormente nella sua

tirannide e si rinchiuse in un convento di Minori Osservanti, dove

sopravisse ancora lunghi anni. I Fiorentini nella guerra pisana del

1362 si fecero precisare dal loro astrologo l'ora della partenza per

la spedizione;[466] e furono quasi in ritardo, perchè improvvisamente

venne l'ordine di tenere una via diversa dalla solita, nell'attraversar

la città. Le altre volte infatti erano sempre usciti per la via

di Borgo S. Apostolo ed aveano avuto sempre un esito sfavorevole:

evidentemente a questa via, quando si dovea marciar contro Pisa, si

connetteva un sinistro augurio, e appunto per ciò le truppe furono

ora condotte fuori per Porta Rossa; ma perchè quivi le tende distese

al sole non erano state tolte, si dovette (e fu un nuovo sinistro

augurio) portar le bandiere abbassate. In generale l'astrologia era

inseparabile dall'arte della guerra pel fatto che tutti i Condottieri

vi credevano. Jacopo Caldora, colpito da grave infermità, era

tranquillo, perchè sapeva che sarebbe morto in campo, come in fatto

gli accadde.[467] Bartolommeo Alviano era persuaso che le sue ferite

alla testa gli fossero toccate, al par che il suo comando, per volere

delle stelle:[468] Nicolò Orsini-Pitigliano per la conclusione del suo

contratto con Venezia (1495) si fa indicare dal fisico ed astrologo

Alessandro Benedetto[469] il momento astronomico favorevole. Allorchè

i fiorentini nel primo di giugno del 1498 investirono solennemente

della sua dignità il nuovo lor Condottiero Paolo Vitelli, lo scettro

del comando, che gli fu presentato, era fornito di una copia della

costellazioni e precisamente per desiderio del Vitelli stesso.[470]

Talvolta non è ben certo, se in circostanze politiche di gran rilievo

sieno stati previamente consultati i pianeti, o se gli astrologi per

sola curiosità a cose compiute abbiano calcolato la costellazione,

che dovrebbe aver signoreggiato in quel dato momento. Allorchè Gian

Galeazzo Visconti (v. vol. I, p. 18) con un tratto veramente astuto

giunse a far prigioniero suo zio Bernabò e tutta la sua famiglia

(1385), Giove, Saturno e Marte stavano nella costellazione dei

Gemelli, dice un contemporaneo,[471] ma non si saprebbe dire se ciò

abbia contribuito a fargli prendere quella risoluzione. Non di rado è

probabile che un certo senso politico, più che l'andamento dei pianeti,

abbia guidato l'astrologo nelle sue predizioni.[472]

Se l'Europa per tutta la seconda metà del medio-evo s'era lasciata

terrorizzare dalle predizioni astrologiche, che da Parigi e da Toledo

annunciavano pestilenze, guerre, tremuoti, inondazioni ecc., anche

l'Italia in questo riguardo non si rimase in addietro degli altri

paesi. Allo sventurato anno 1494, che aperse per sempre la Penisola

alle invasioni straniere, precorsero innegabilmente delle predizioni

assai tristi,[473] ma bisognerebbe sapere se tali predizioni non si

tenessero già pronte per ogni anno qualunque.

Senonchè il sistema si estese nella sua piena, antica coerenza anche

in regioni, dove meno si sarebbe creduto di dover poi incontrarlo. Se

poi tutta la vita esterna ed interna dell'individuo è misteriosamente

legata al fatto della sua nascita, anche la vita dei popoli e delle

religioni si lega similmente colle loro primitive origini, e siccome le

costellazioni di questi grandi fatti sociali sono variabili, variabili

sono pure questi fatti in sè stessi. L'idea che ogni religione abbia

il suo giorno di prevalenza sulle altre nel mondo s'insinua per questa

via astrologica anche nella vita e nella civiltà degli Italiani.

La congiunzione di Giove con Saturno, fu scritto,[474] produsse la

religione ebraica, quella con Marte la caldaica, quella col Sole

l'egiziana, quella con Venere la maomettana, quella con Mercurio la

cristiana, e quella con la Luna produrrà quando che sia la religione

dell'Anticristo. In modo affatto sacrilego Cecco d'Ascoli aveva già

calcolato la nascita di Cristo e dedottane la sua crocifissione, e

questa profanazione lo condusse nel 1327 al rogo in Firenze.[475]

Dottrine simili finivano col portare nelle ultime loro conseguenze

un'incertezza assoluta nel campo del soprannaturale.

Ma appunto per ciò in tanto maggior pregio è da tenersi la lotta,

che il lucido spirito degli Italiani sostenne contro tutto questo

tessuto di sogni e di delirii. Accanto alle grandi monumentali

illustrazioni dell'astrologia, quali sono gli affreschi del salone di

Padova[476] e quelli della residenza d'estate (Schifanoja) di Borso

da Ferrara, accanto alle lodi impudenti, che si permette perfino

Beroaldo il vecchio,[477] suona tanto più viva e solenne la protesta

di quelli, che non si lasciarono traviare da simili follie. Anche in

questo riguardo l'Antichità aveva in certo modo additato la via, ma

quei saggi non parlano per imitare gli antichi, bensì per quel sano

criterio naturale che era in essi e per le lezioni, che aveano raccolte

dall'esperienza. Il Petrarca, che conobbe a fondo gli astrologi per

contatti personali avuti con essi, non ha per loro che parole di

derisione e di scherno,[478] dalle quali apertamente traluce quanto

menzognero e fallace sia il loro sistema. Anche la novella sin dalla

sua nascita, cioè sin dalle «Cento novelle antiche», è quasi sempre

ostile agli astrologi.[479] I cronisti fiorentini poi levano energiche

voci di protesta, quando sono costretti a menzionare quel delirio,

perchè s'innesta nelle tradizioni patrie. Giovanni Villani ripetè

più d'una volta:[480] «nessuna costellazione può sottoporre alla

necessità il libero volere dell'uomo, nè il consiglio di Dio»; Matteo

Villani biasima l'astrologia come un vizio, che i Fiorentini avrebbero

ereditato dai loro antenati gentili, i Romani. Ma la questione non

s'arrestò nel solo campo letterario, e divenne una vera questione

sociale pei partiti, che a questo riguardo si formarono. Nella

terribile inondazione dell'anno 1333, e di nuovo in quella del 1345,

sorsero dispute accanitissime tra gli astrologi e i teologi intorno

all'influsso delle stelle, e al volere di Dio, e alla sua giustizia

retributiva.[481] Queste lotte non cessarono poi più del tutto per

l'intero periodo del Rinascimento,[482] e si può crederle sincere,

perchè presso i potenti sarebbe stato più facile e più utile il

difendere, che non il combattere l'astrologia.

Fra i più illustri platonici che circondavano Lorenzo il Magnifico,

regnava su questo punto un vero dissidio. Marsilio Ficino difendeva

l'astrologia e fece l'oroscopo dei figli della casa regnante, e si

vuole che a Giovanni (che fu poi papa Leone X) abbia presagito sin

dalla nascita il Pontificato.[483] Per converso Pico della Mirandola

scrisse la sua famosa confutazione, che fa veramente epoca nella

storia dell'astrologia.[484] Nella fede che si presta all'influsso

dei pianeti egli trova la radice di ogni empietà ed immoralità; se

l'astrologo vuol credere a qualche cosa, dovrebbe piuttosto adorare

i pianeti come divinità, dal momento che da essi fa derivare ogni

felicità od infelicità; anche tutte le altre superstizioni troverebbero

nell'astrologia una legittima espressione, mentre la geomanzia, la

chiromanzia ed ogni altra specie d'incantesimi si rivolgono innanzi

tutto ad essa per la designazione del momento fatale. Riguardo alla

moralità egli dice: un maggiore incoraggiamento non può darsi al

male, quanto col farne autore il cielo stesso, e in tal caso svanirà

necessariamente ogni fede nell'eterna beatitudine o dannazione. Pico

s'è dato perfin la pena di riveder le bucce agli astrologi in via

empirica, e delle loro profezie climatologiche, su trenta giorni, egli

ne trovò false più di venti. Ma la cosa più importante è questa, che

egli (nel quarto libro) mise innanzi una teoria cristiana positiva

sulla Provvidenza reggitrice del mondo e sul libero arbitrio, che su

tutti gli uomini colti della nazione sembra aver fatto una maggiore

impressione, che non tutte le prediche degli oratori popolari, alle

quali questa classe di persone restava oggimai indifferente.

Innanzi tutto egli sconsiglia gli astrologi dalla pubblicazione delle

loro dottrine,[485] e nel fatto coloro che sino a quel momento le

aveano fatte stampare, ne restarono più meno svergognati. Gioviano

Pontano, per esempio, aveva accettato nel suo libro «Del Fato»

(v. pag. 312) tutta questa scienza erronea, e l'aveva poi esposta

sistematicamente in una sua grande opera,[486] alla maniera di Firmico;

ora nel suo dialogo «Egidio» non rinnega del tutto l'astrologia, ma gli

astrologi, esalta il libero arbitrio e limita l'influsso dei pianeti

alle cose corporali. Così la cosa continuò ad aver vigore praticamente,

ma senza padroneggiar, come prima, tutti i rapporti della vita. La

pittura, che nel secolo XV aveva illustrato con tutte le sue forze

quel delirio, esprime ora un modo di pensare affatto diverso: Raffaello

nella cupola della cappella Chigi[487] rappresenta tutto all'intorno le

divinità dei pianeti e il cielo stellato, ma sotto la sorveglianza e la

guida di splendide figure d'angeli e obbedienti al cenno dell'eterno

Padre, che siede in alto. Anche gli spagnuoli, allor dominanti in

Italia, non vollero mai sentir parlare dell'astrologia, e chiunque

voleva mettersi in grazia dei loro generali non aveva a far altro che

dichiararsi nemico aperto di questa scienza, ch'essi riguardavano come

mezzo eretica, perchè in buona parte maomettana.[488] Ciò non ostante

ancora nel 1529 il Guicciardini scrive: «quanto sono più felici gli

astrologi che gli altri uomini! Quelli, dicendo tra cento bugie una

verità, acquistano fede in modo che è creduto loro il falso: questi,

dicendo tra molte verità una bugia, la perdono in modo che non è più

creduto loro il vero».[489] E nemmeno è da credere che il disprezzo per

l'astrologia conducesse necessariamente a credere nella Provvidenza,

poichè molte volte accadde che i più s'accontentarono di adagiarsi in

un vago ed indeterminato fatalismo.

L'Italia in questo, come in altri riguardi, non ha potuto usufruttare

completamente l'impulso venutole dalla cultura del Rinascimento, perchè

vi ostarono le conquiste straniere e la Contro-riforma. Senza di ciò

essa avrebbe probabilmente rinunciato da sè a quelle pazze fantasie.

Ora chi pensa che l'invasione e la reazione cattolica sieno state

una necessità, di cui la colpa si deve unicamente apporre al popolo

italiano, troverà anche giusta la pena dei danni intellettuali che ne

derivarono. Peccato, che con ciò anche l'Europa intera abbia fatto una

perdita immensa!

Di gran lunga più innocua che l'astrologia appare la fede nei

pronostici. Tutto il medio-evo ne aveva ereditato un grande corredo

dalle diverse antichità gentilesche, nè certamente l'Italia sarà

rimasta neanche in ciò al di sotto delle altre nazioni. Ma ciò che dà

qui alla cosa un colorito speciale è l'aiuto, che l'umanismo porge

a questo delirio popolare: esso viene in soccorso ad una specie di

paganesimo ereditario con un paganesimo d'indole letteraria.

Notoriamente le superstizioni popolari degli Italiani si riferiscono

a presentimenti e conseguenze che si traggono dai pronostici,[490] e

vi si aggiunge anche un po' di magìa, per lo più innocua. Quelli che

innanzi tutti ce le fanno conoscere sono appunto taluni dotti umanisti,

che le vengono enumerando per metterle in derisione. Quello stesso

Gioviano Pontano, che scrisse quella grande opera astrologica, di cui

già s'è parlato (v. pag. 330), nel suo «Caronte» nomina con senso di

compassione tutti i pregiudizi, di cui son vittime i Napoletani: lo

sgomento delle donne, se un pollo od un'oca soffrono di pipita; la

profonda angustia di que' signori, se un falcone cacciatore tarda

a tornare o se un cavallo si torce un piede; il motto magico dei

contadini pugliesi, che essi pronunciano nella notte di tre sabbati

consecutivi, quando cani rabbiosi mettono a pericolo il paese, e così

via. In generale gli animali avevano il privilegio dei pronostici,

come nell'antichità, e in modo particolare i leoni, i leopardi e simil

fiere, che si mantenevano a spese pubbliche (v. pag. 19 e segg.),

col loro contegno davano tanto più da pensare al popolo, in quanto

involontariamente si era abituati a vedere in essi il simbolo dello

Stato. Quando, durante l'assedio del 1529, un'aquila ferita volò

dentro Firenze, la Signoria diede a colui che gliela portò un premio

di quattro ducati, perchè era un favorevole augurio.[491] V'erano

inoltre luoghi e tempi determinati per determinate ceremonie di

buono o cattivo augurio od anche soltanto per prendere una decisione

qualunque. I fiorentini credevano, testimonio il Varchi, che il sabbato

fosse il loro giorno augurale, nel quale solevano compiersi tutti

gli avvenimenti più importanti, favorevoli o sfavorevoli. Della loro

superstiziosa ripugnanza di andare al campo passando per una strada

determinata s'è già parlato (v. pag. 324). Presso i Perugini invece

una delle loro porte, la così detta Porta Eburnea, avevasi in conto di

fausta e propizia, tanto che i Baglioni in ogni spedizione facevano

uscire le truppe per quella.[492] Aggiungansi le meteore e i segni

celesti, che ora riguadagnarono il posto che aveano avuto per tutto

il medio-evo, per cui da strani agglomeramenti di nubi la fantasia

non tardò anche ora a creare eserciti di combattenti e credette di

sentirne il fragore nell'aria.[493] E finalmente la superstizione

divenne ancor più funesta quando ripeteva la sua origine da cose

sacre, come quando, ad esempio, certe immagini della Vergine movevano

gli occhi[494] o piangevano, o allorchè certe pubbliche calamità

susseguivano immediatamente a qualche vero o preteso delitto, di cui

il popolo domandava ad alta voce l'espiazione (v. pag. 284). Allorchè

Piacenza nel 1478 ebbe a soffrire di piogge violente e continue,

fu detto che queste non avrebbero cessato sino a che il corpo di un

usuraio, che da poco era stato seppellito in san Francesco, non fosse

stato di là trasportato a giacere in luogo non consacrato. E siccome

il vescovo ricusava di lasciar disseppellire il cadavere, la gioventù

popolana andò a prenderlo di viva forza, lo fece a brani per le vie

in mezzo ad un tumulto che destava abbominio e ribrezzo, e lo gettò

da ultimo nelle acque del Po.[495] Nè tali pregiudizi furono sempre un

privilegio esclusivo del popolo, che noi vediamo parteciparne perfino

un Angelo Poliziano, quando viene a parlare di Jacopo de' Pazzi, uno

dei principali promotori della congiura denominata dal nome della sua

famiglia, ordita a Firenze nello stesso anno 1478. Egli ci narra che

quando costui si trovò avvinto dal capestro, con orribili imprecazioni

consegnò l'anima propria a Satana. Ora anche quivi sopravvenne una

pioggia tale, che il reddito dei grani minacciava di andar perduto, ed

anche quivi una turba di popolo (per lo più del contado) disseppellì il

cadavere dalla chiesa, e tosto scomparvero le nubi e tornò a splendere

il sole: «tanto fu favorevole la fortuna all'opinione popolare»

aggiunge il grande filologo.[496] Subito dopo il cadavere fu seppellito

in terra non consacrata, ma il giorno susseguente fu tratto anche di là

e, dopo un'orribile scorribanda per la città, fu gettato nell'Arno.

Questi e somiglianti tratti sono essenzialmente popolari e potrebbero

essere avvenuti nel secolo X, ugualmente che nel XVI. Ma qui pure

si scorge l'influenza della classica antichità. Degli umanisti si

sa in modo certo ed esplicito, che essi credevano ai prodigii ed

agli augurii, e ne recammo già qualche esempio (v. pag. 320). Ma se

occorresse altra prova, basta il Poggio solo ad offrircela. Quel

medesimo pensatore radicale, che nega ogni titolo di nobiltà e le

disuguaglianze sociali (v. pag. 116), non solamente crede a tutte

le apparizioni di spiriti e di demonii, che ebbero tanta voga nel

medio-evo (fol. 167, 179), ma anche a tutti i prodigii d'indole antica,

come, per esempio, a quelli, che furono annunciati in occasione

dell'ultima visita di Eugenio IV a Firenze.[497] «Allora si videro

nelle vicinanze di Como in sulla sera quattromila cani, che presero la

via della Germania; a questi seguì una schiera di buoi, poi un esercito

di armati a piedi e a cavallo, parte senza testa, e parte con teste

appena visibili, e finalmente un gigante a cavallo, al quale seguiva

un'altra truppa di buoi». Il Poggio crede anche ad una battaglia di

piche e di mulacchie (fol. 180). Anzi, forse senza accorgersene,

egli racconta un fatto che si direbbe tolto di pianta dall'antica

mitologia. Sulle coste della Dalmazia apparve un tritone fornito di

barba e di piccole corna, qual vero satiro marino, terminando colle

parti inferiori nel corpo di un pesce ricoperto di squamme; esso

rapiva in sulla spiaggia donne e fanciulli, sino a che cinque ardite

lavandaie con pietre e verghe lo uccisero.[498] Un modello in legno di

quel mostro, che si fa vedere a Ferrara, basta per rendere credibile

al Poggio tutta la leggenda. Bensì non s'aveano più gli oracoli e

non si potevano più interrogare gli Dei, ma in compenso tornò di

moda il consultare Virgilio e l'interpretarne i passi augurali, che

s'incontravano nelle sue opere (_sortes virgilianae_).[499] Oltre a

ciò la credenza nei demonii, propria di tempi molto remoti, non rimase

certamente senza un influsso su quella del Rinascimento. Gli scritti di

Jamblico e di Abammone intorno ai misteri degli Egiziani, che potevano

servire a quest'uopo, furono stampati già sin dal finire del secolo XV

in una traduzione latina. Perfino l'Accademia platonica di Firenze non

andò del tutto esente da un delirio simile e in generale da tutti i

sogni neoplatonici del basso tempo romano. Ora egli è appunto di questa

fede nei demonii, e della magìa che strettamente vi si connette, che

qui dobbiamo dire una parola.

La credenza popolare in quello che si chiama il mondo degli

spiriti,[500] in Italia è presso a poco la stessa, che negli altri

paesi d'Europa. Innanzi tutto anche qui ci sono fantasmi, vale a

dire apparizioni di morti, e se il modo di considerarle si discosta

talqualmente da quello dei paesi settentrionali, ciò non si riduce

in sostanza ad altro, fuorchè a questo che in Italia i fantasmi

si chiamano coll'antica denominazione di _ombre_. Anche oggidì, se

qualcuna di queste ombre si mostra, si fa celebrare un paio di Messe

pel suo riposo. Che le anime dei reprobi appariscano sotto forma

spaventevole, è cosa che s'intende da sè, ma quest'idea si associa

ordinariamente ad un'altra, che i fantasmi dei morti in generale sono

sempre maligni. «Molte fiate i morti guastano le creature» dice un

cappellano presso il Bandello.[501] Probabilmente egli separa nel

suo pensiero l'ombra dall'anima, perchè questa espia le sue colpe

nel Purgatorio, e, se appare, d'ordinario non fa che supplicare e

lamentarsi. Altre volte ciò che appare, non è tanto l'ombra di un uomo

particolare, quanto un simbolo personificato di un avvenimento, di uno

stato di cose già passato. Così i vicini spiegano l'apparizione del

demonio nel vecchio palazzo visconteo presso S. Giovanni in Conca a

Milano: infatti quivi una volta Bernabò Visconti avea fatto torturare

e strozzare innumerevoli vittime della sua tirannide, e non era quindi

meraviglia, se qualcosa vi si mostrava.[502] Ad un amministratore

infedele della Casa dei poveri in Perugia una sera, mentre egli stava

enumerando del danaro, apparve una turba di morti con fiaccole nelle

mani e danzò la ridda intorno a lui; ma una figura più grande delle

altre parlò in tuono minaccioso per essi; era S. Alò, protettore delle

case di Ricovero.[503] — Queste visioni erano così universalmente

ammesse, che anche i poeti potevano trovarvi un tema ordinario alle

loro poesie. Il Castiglione, per esempio, assai bellamente fa apparire

sotto le mura dell'assediata Mirandola l'ombra dell'ucciso Lodovico

Pico.[504] Del resto è un fatto che la poesia preferisce tali allusioni

precisamente allorquando il poeta, ripudiando il comune pregiudizio,

crede meno di ogni altro alla verità di quanto viene narrando.

In seguito l'Italia fu piena delle credenze popolari intorno ai

demonii, quali regnavano presso tutti i popoli nel medio-evo. Si aveva

la piena persuasione che Dio permetta talvolta agli spiriti maligni di

qualsiasi specie una perniciosa influenza su alcune parti del mondo e

della vita umana; soltanto si concedeva che l'uomo, al quale i demonii

s'accostavano per tentarlo, era sempre libero di far uso della sua

volontà per resistervi. In Italia specialmente il lato diabolico degli

avvenimenti naturali assume nella bocca del popolo assai facilmente

una certa grandezza poetica. La notte della grande inondazione della

valle dell'Arno nell'anno 1333 uno dei santi eremiti dei dintorni di

Vallombrosa udì dalla sua cella un tumulto infernale, si fece il segno

della croce, s'affacciò alla porta e scorse neri e spaventosi cavalieri

passare a cavallo armati di tutto punto. Dietro un suo scongiuro uno di

essi si fermò e gli disse: «andiamo ad affogare la città di Firenze per

le sue colpe, se Dio lo permette».[505] E con questa si può paragonare

la quasi contemporanea apparizione, che si pretende accaduta a

Venezia (1340), dalla quale poi un qualche grande maestro della scuola

veneziana, probabilmente Giorgione, cavò un quadro maraviglioso, vale a

dire, quella galera piena di demonii, che colla velocità di un uccello

correva sulla tempestosa laguna per devastare la peccatrice città, sino

a che i tre Santi, che non conosciuti erano saliti sulla barca di un

povero pescatore, col loro scongiuro precipitarono i demonii e la loro

nave negli abissi del mare.

Ora a questo credenze s'associa l'errore, che l'uomo, mediante lo

scongiuro, possa avvicinarsi ai demonii ed usare del loro aiuto pe'

suoi scopi mondani d'interesse, d'ambizione e di sensualità. In questo

riguardo furono forse più gli accusati, che i veri rei; e precisamente

quando si cominciarono ad ardere i pretesi maghi e le streghe, gli

scongiuri o gl'incantesimi si fecero più frequenti. Dal fumo dei

roghi, sui quali furono sacrificati quegli uomini sospetti, salì per

la prima volta un vapore inebbriante, che animò un numero maggiore di

uomini perduti ad abbracciar la magìa. Ad essi si unirono poi audaci

impostori.

La forma popolare e primitiva, sotto la quale questi pregiudizi

si mantennero forse senza interruzione sino dal tempo dei Romani,

sono le malìe della _strega_.[506] Questa può protestarsi pressochè

come completamente innocente sino a che si restringe alla sola

divinazione,[507] ma il passaggio dal semplice pronostico alla

cooperazione attiva per l'esecuzione di un fatto spesso può essere

impercettibile, e tuttavia esercitare un'influenza decisiva sull'azione

stessa. Trattandosi d'incantesimi attivi, alla strega vuolsi

principalmente attribuire l'eccitamento all'amore o all'odio tra

uomo e donna, o qualche maleficio tendente a nuocere e danneggiare,

specialmente a far morire di consunzione teneri fanciulli, sebbene

talvolta la causa di ciò apparisca più evidente nell'abbandono e nella

stolta incuria dei loro parenti. Ma, anche prescindendo da ciò, come

decidere quanto, dei danni recati dalla strega, sia da attribuire alle

sue ceremonie, alle sue formole magiche e incomprensibili, ed anche

alla volontaria invocazione del demonio, e quanto invece ai medicamenti

ed ai veleni, che per avventura essa può aver somministrato con piena

coscienza del loro effetto?

Come poi in modo molto più innocente anche alcuni frati mendicanti

pretendessero di rivaleggiare con essa o di farle concorrenza, lo

apprendiamo, in via di esempio, dalla strega di Gaeta, di cui ci parla

il Pontano in uno de' suoi dialoghi.[508] Il suo Suppazio, viaggiando,

arriva alla di lei abitazione appunto nel momento in cui ella dà

udienza ad una giovane e ad una fantesca, che vennero con una gallina

nera, con nove uova deposte in venerdì, con un'anitra e con filo

bianco, attesochè è il terzo giorno dopo la luna nuova: pel momento

esse vengono rimandate e invitate a tornare per l'ora del crepuscolo.

Probabilmente non trattasi che di un pronostico: la padrona della

fantesca è stata ingravidata da un frate; alla fanciulla l'amante s'è

reso infedele e s'è chiuso in un convento. La strega si lagna: «dopo la

morte di mio marito, io vivo di questi affari, e potrei star meglio,

perchè le nostre donne di Gaeta sono molto credule; ma i frati mi

rubano il mestiere, spiegando sogni, vendendo per danaro la protezione

dei Santi, promettendo un marito alle fanciulle, un figlio maschio alle

donne incinte, un figlio qualunque alle sterili, oltre che di notte,

quando i mariti escono per la pesca, le visitano di soppiatto, dopo

aver preso gli opportuni concerti nella chiesa». Suppazio l'avverte di

non tirarsi addosso le ire del convento con simili discorsi, ma essa

non ha paura di nulla, perchè il guardiano è un'antica sua pratica.

Ma il delirio cresce, e dà origine ad una specie ancor peggiore

di streghe: quelle che con malefici tolgono agli uomini la salute

e la vita. In questi casi, quando una maligna occhiata non basta,

si ricorre innanzi tutto all'aiuto di spiriti superiori. La loro

punizione, come vedemmo già parlando della Finicella (v. pag. 268),

è il rogo; e tuttavia il fanatismo inclina ancora a qualche accordo:

nello Statuto di Perugia infatti troviamo che, pagando quattrocento

lire, possono riscattarsi.[509] Ciò vuol dire che in allora la cosa

non si trattava ancora con quella logica inesorabile, che si adottò

più tardi. Nel territorio della Chiesa, in un'altura dell'Appennino

e precisamente nella patria di san Benedetto, a Norcia, pare che

esistesse il centro di ogni stregoneria ed incantesimo. La cosa era

universalmente nota. Quegli che ce ne dà contezza è Enea Silvio,

in una sua lettera giovanile.[510] Egli scrive a suo fratello: «il

latore di questa lettera è venuto da me per chiedermi se io conoscessi

un Monte Venere in Italia, dove pretendesi che s'insegnino le arti

magiche, delle quali è curiosissimo il suo padrone, un grande astronomo

sassone.[511] Io risposi, che conosceva un Porto Venere non lungi da

Carrara, sulla costa dirupata della Liguria, dove passai tre notti

nel mio viaggio a Basilea: trovai altresì, che in Sicilia esiste un

monte consacrato a Venere, l'Erico, ma non so che quivi s'insegni

magìa. Tuttavia nel dialogo mi risovvenne, che nell'antico ducato

(Spoleto), non lungi dalla città di Norcia, v'è un sito, dove sotto

una scoscesa rupe trovasi una caverna, nella quale scorre dell'acqua.

Quivi, come ben ricordo di aver udito, havvi un convegno di streghe

(_striges_), di demonii e di ombre notturne, e chi ne ha il coraggio,

può vedervi gli spiriti (_spiritus_), e parlar con loro e apprendere

le arti magiche.[512] Ma io non l'ho veduto, nè mi sono interessato

di vederlo, perchè ciò che non può apprendersi se non per via di

peccato, meglio è non apprenderlo». Ciò non ostante, egli nomina la

persona che lo informò e richiede suo fratello, che voglia condurre

il latore della lettera da quella, se è ancora in vita. Come si vede,

Enea per compiacere quell'illustre personaggio va tanto innanzi da

compromettersi quasi egli stesso, eppure personalmente niuno era più

lontano di lui da ogni credenza superstiziosa (v. pag. 285 e 319),

e in questo riguardo ha sostenuto delle prove, che anche oggidì non

tutte le persone colte sarebbero in grado di sostenere. Quand'egli,

al tempo del Concilio di Basilea, giunse a Milano ammalato di febbre

da ben settantacinque giorni, non fu possibile indurlo ad accettare

consulti medici fatti col mezzo della magìa, quantunque gli sia stato

condotto al letto un uomo, che poco prima si pretendeva avesse curato e

guarito in modo maraviglioso dalla febbre ben duemila soldati nel campo

del Piccinino. Egli invece ancor sofferente intraprese il disastroso

viaggio delle montagne per recarsi alla sua destinazione, e guarì

cavalcando.[513]

Oltre a ciò, noi apprendiamo qualche cosa dei dintorni di Norcia anche

dal negromante, che cercò di aver nelle sue mani il grande artista

Benvenuto Cellini. Trattavasi di far la consacrazione di un nuovo

libro magico,[514] e il luogo più opportuno erano appunto quelle

montagne. Bensì il maestro dell'incantesimo ne consacrò un altro nelle

vicinanze dell'abbazia di Farfa, ma incontrò delle difficoltà, che non

si sarebbero incontrate a Norcia; oltre a ciò, i contadini di Norcia

erano gente sicura, avevano una certa pratica di tali cose, e, in caso

di bisogno, potevano prestare un valido aiuto. Ma l'escursione non ebbe

luogo; diversamente Benvenuto con molta probabilità avrebbe imparato a

conoscere anche i manutengoli dell'impostore. In allora quella regione

era affatto proverbiale. L'Aretino in qualche punto delle sue opere

parla di una fonte ammaliata, dove abitavano la sorella della sibilla

di Norcia e la zia della fata Morgana. E intorno al medesimo tempo il

Trissino ebbe il coraggio di celebrare nel suo lungo poema[515] quelle

località con tutta la pompa della poesia e dell'allegoria, come la sede

delle vere profezie.

In seguito tutti sanno che, dopo la celebre Bolla di Innocenzo VIII

(1482), le persecuzioni piovvero sulle streghe in modo veramente

spaventevole.[516] Siccome poi i principali strumenti di quelle

persecuzioni furono i domenicani tedeschi, così bisogna concludere

che la Germania si risentisse più particolarmente di quella piaga,

e in Italia quei paesi che erano più prossimi alla Germania. Infatti

anche le ordinanze e le Bolle dei Papi si riferiscono in modo speciale

alla Lombardia e più particolarmente alle diocesi di Brescia, di

Bergamo e di Cremona.[517] Inoltre dal celebre Manuale di Sprenger,

il _Malleus Maleficarum_, si apprende che a Como, ancor nel primo

anno dopo la pubblicazione della Bolla, furono arse non meno di

quarant'una streghe, e si sa altresì che numerosi drappelli di donne

italiane si rifugiarono nel territorio dell'arciduca Sigismondo, dove

credevano di trovar sicurezza. Per ultimo noi veggiamo la stregoneria

stabilirsi in modo invincibile in alcune sventurate valli delle Alpi,

segnatamente nella valle Camonica,[518] dove le popolazioni parvero

avervi una predisposizione affatto particolare. Queste stregonerie

d'origine essenzialmente tedesca costituiscono quelle diverse varietà,

alle quali corre il pensiero nel leggere storie e novelle accadute

in Milano, in Bologna ed altrove.[519] Se in Italia non ebbero una

maggior diffusione, ciò dipendette forse dal fatto che qui si aveva già

una stregoneria propria, che si basava essenzialmente sopra elementi

al tutto diversi. La strega italiana esercita un vero mestiere ed ha

bisogno di danaro, e sopra tutto di avvedutezza e buona memoria. Dei

sogni isterici delle streghe del nord, di viaggi aerei, di incubi e

succubi qui non si parla nemmeno: il compito della strega è quello di

procurare altrui qualche piacere. Se anche di lei si suppone che possa

assumere diverse forme e trasportarsi a volo da luogo a luogo, essa

non vieta che lo si creda, in quanto anche ciò contribuisce a darle

un credito sempre maggiore; ma la cosa le può tornare estremamente

pericolosa, se il sentimento prevalente che ispira, è la paura, se la

si suppone maligna e vendicativa e se le si attribuiscono specialmente

de' maleficii a danno di fanciulli, di bestiami e di raccolti

campestri. In tal caso gl'Inquisitori e le autorità possono guadagnarsi

una grande popolarità, condannandola al rogo.

Ma il campo di gran lunga più importante per la strega sono e rimangono

gl'intrighi amorosi, sotto il qual nome si comprende l'eccitamento

all'amore ed all'odio, l'ordire inganni per ispirito di vendetta, il

disperdere il frutto di un colpevole amore, e secondo le circostanze

il premeditare anche la morte di chi tradisce la fede data con arti

magiche o con bevande avvelenate.[520] Siccome in tali donne non si

aveva che una fiducia assai condizionata, così cominciarono a pullulare

i dilettanti, che, avendo appreso da esse ora un segreto, ora l'altro,

esercitavano poi l'arte per conto proprio. Le meretrici romane, per

esempio, cercavano di aiutare il prestigio della propria persona anche

con apposite malìe, alla maniera della Canidia di Orazio. L'Aretino

non solo ne sa qualche cosa,[521] ma è anche in grado di darne piena

contezza. Egli enumera tutti gli spaventosi attrezzi, che si trovano

raccolti nei loro armadii: capelli, cranii, costole, denti, occhi di

persone morte, pelli d'uomini, umbilichi di piccoli fanciulli, suole da

scarpe e vestimenti rapiti a cadaveri; nè contente di ciò, vanno esse

stesse a disseppellire nei cimiteri le carni imputridite, e le danno

mascheratamente a mangiare ai loro galanti, oltre ad altre nefandità

impossibili a riferire. Di più, fanno bollire alla rinfusa nell'olio

rubato alle lampade delle chiese capelli, spilli, frammenti d'unghie

del loro amante. Dei loro scongiuri il più innocente è quello, con cui

formano un cuore di cenere calda, e vi pungono dentro cantando:

«Prima che'l fuoco spenghi,

«Fa ch'a mia porta venghi:

«Tal ti punga il mio amore,

«Quale io fo questo cuore».

Del resto usano anche formole magiche allo splendor della luna, segni

misteriosi sul terreno, figure in cera od in bronzo, che senza dubbio

rappresentano l'amante, e di cui si servono secondo le circostanze.

Ma a tali cose si era talmente avvezzi, che una donna, la quale senza

bellezza e gioventù esercitasse tuttavia un certo fascino sugli uomini,

cadeva senz'altro in sospetto di stregoneria. La madre del Sanga,[522]

segretario di Clemente VII, avvelenò la di lui amante, che era una di

queste; ma sfortunatamente perì anche il figlio e con lui un'intera

società d'amici, che mangiarono un'insalata avvelenata.

Ora si fa innanzi, non come aiutatore, ma come rivale della strega,

il mago od _incantatore_, ancor più esperto di tutte le arti le più

pericolose. Talvolta egli è altrettanto, od anche più astrologo, che

mago: più spesso però sembra essersi egli spacciato per astrologo

per non essere perseguitato come mago, molto più che quest'ultimo

non poteva prescindere da un po' di astrologia, per conoscere le ore

favorevoli e indicarle (v. pag. 321 e 328). Ma siccome molti spiriti

sono buoni od indifferenti,[523] così anche il loro scongiuratore

può godere di una abbastanza buona reputazione, e Sisto IV nel

1474 dovette con un Breve apposito[524] chiamare al dovere alcuni

Carmelitani bolognesi, che dal pulpito predicavano non esservi alcuna

colpa nell'interrogare i demonii sulle cose future. La cosa in sè

non sembrava niente affatto impossibile a molti; una prova indiretta

se ne ha in questo, che anche le persone le più timorate dal canto

loro credevano a visioni di buoni spiriti, ch'esse stesse avevano

ardentemente invocato. Il Savonarola è pieno di queste ubbie; i

platonici fiorentini parlano di una mistica unione con Dio e Marcello

Palingenio (v. vol. I, pag. 354 e segg.) lascia apertamente intendere,

ch'egli ha che fare con degli spiriti dell'altro mondo.[525] Egli

è anche persuaso dell'esistenza di un'intera gerarchia di maligni

spiriti, che, dimorando negli spazi aerei tra la terra e la luna,

insidiano alla vita dell'uomo e tentano sconvolgere le leggi della

natura,[526] anzi egli dice di conoscerne taluni personalmente. Ora,

siccome lo scopo del nostro libro non ci permette una esposizione

diffusa e sistematica delle opinioni, che allora prevalevano intorno

a queste credenze spiritistiche, così ci accontenteremo qui di

riferire un sunto della relazione del Palingenio, a guisa di saggio od

esempio.[527]

Egli s'è fatto istruire da un pio anacoreta del monte Soratte, a s.

Silvestro, sulla nullità delle cose terrene e sul niun valore della

vita dell'uomo, e poi sul far della notte s'è messo in via alla

volta di Roma. Allora, splendendo la luna, egli s'abbatte in tre

viandanti, che s'associano a lui, ed uno di questi, chiamandolo a

nome, gli chiede da quale parte egli venga. Palingenio risponde: dal

santo anacoreta del monte. «O stolto, rispose l'altro, credi tu che

sulla terra vi sia qualcuno veramente saggio? La saggezza non è che

privilegio degli esseri superiori (_Divi_), e del numero di questi

siamo noi tre, quantunque rivestiti di forme umane: io mi chiamo

Saracil e costoro Satiele e Jana: il nostro regno è precisamente in

prossimità della luna, dove in generale dimora la grande schiera degli

esseri intermediarii, che dominano sulla terra e sul mare». Palingenio

domanda, non senza interno spavento, che cosa vanno a fare a Roma?

E n'ha in risposta: «uno dei nostri compagni, Ammone, è trattenuto

per forza d'incanto prigione di un giovane di Narni, del seguito del

cardinale Orsini: ed anche in ciò voi, uomini, dovreste vedere una

prova implicita della vostra immortalità, potendo avere tanta autorità

sopra di noi: io stesso una volta, chiuso in un'ampolla, ho dovuto

servire un tedesco, sino a che un monacello barbuto mi liberò. Ora

noi vogliamo tentare di rendere in Roma un simile servigio al nostro

compagno, e con questa occasione cercheremo di condurre con noi questa

notte all'Orco un paio di ragguardevoli personaggi». A queste parole

del demonio si leva un venticello, e Satiele dice: «udite, il nostro

Remisses vien già da Roma; questo venticello lo annunzia». Infatti

tosto dopo appare un quarto, che essi lietamente salutano, e lo

interrogano sulle cose di Roma. Le sue risposte contengono una severa

condanna contro il Papato: Clemente VII s'è nuovamente collegato con

gli spagnuoli e spera di sradicare la dottrina di Lutero non più con

buone ragioni, ma colle armi di Spagna: guadagno netto pei demonii, che

nella grande carneficina che ne seguirà, condurranno all'inferno una

turba d'anime innumerevole. Dopo tali discorsi, nei quali Roma vien

dipinta come pienamente caduta in potere dello spirito maligno, per

causa della sua immoralità, i demonii spariscono e lasciano solo il

poeta a proseguir la sua via.[528]

Chi voglia formarsi un'idea della diffusione che presero questi

rapporti coi demonii, che in allora potevansi ancora pubblicamente

confessare, ad onta del _Malleus Maleficarum_ ecc., non ha che a

consultare il libro, del resto assai letto, «Della occulta filosofia»

di Agrippa di Nettesheim. Bensì egli sembra originariamente averlo

scritto prima di recarsi in Italia,[529] ma nella dedicatoria

al Tritemio egli nomina, fra molte altre, anche delle importanti

fonti italiane, sebbene soltanto per guastarle insieme con quelle.

Trattandosi di uomini di genere tanto ambiguo, quale era Agrippa,

e di furfanti e pazzi, quali possono dirsi gli altri per la maggior

parte, non ci può interessare gran fatto neanche il sistema, sotto il

quale essi si mascherano con una farraggine di formole, suffumigi,

unguenti, pentacoli, ossa di morti e simili.[530] Ma in primo luogo

questo sistema è ricchissimo di citazioni delle superstizioni antiche;

poi l'influenza ch'esso esercita nella vita degli Italiani e nelle

loro passioni, è talvolta grandissima e caratteristica. A prima vista

si direbbe che soltanto i più corrotti fra i grandi debbono esservisi

accostati, ma le passioni sfrenate conducono a consultar gli stregoni

anche uomini di gran conto e di mente svegliatissima in qualsiasi

condizione, e la persuasione, che nell'incantesimo ci sia un fondo di

vero, toglie anche a quelli che se ne tengono lontani, un po' di quella

fede che hanno in una Provvidenza suprema dispensatrice delle cose

umane. Con un po' di danno e un po' di pericolo pareva che si potessero

saltare a piè pari impunemente tutti gli ostacoli posti dal senso

comune e dalla morale e trascurare tutte le gradazioni intermedie, che

si frappongono tra l'uomo e i suoi scopi leciti o illeciti.

Consideriamo innanzi tutto un tratto di magìa un po' vecchio e già sul

punto di sparire affatto. Dalle tenebre più fitte del medio-evo, anzi

dall'Antichità stessa qualche città italiana conservò una ricordanza,

che i suoi destini fossero inseparabili da quelli di certi edifici, di

certe statue e simili. Gli antichi una volta avean parlato di sacerdoti

addetti ai riti inaugurali, detti _telesti_, il cui ufficio sarebbe

stato quello di assistere alla solenne fondazione di alcune città,

garantendone la futura prosperità con appositi monumenti, ed anche col

seppellire nelle fondamenta, ma in via segreta e misteriosa, oggetti

determinati (_telesmata_). Se qualche cosa ancora sopravviveva per

tradizione orale e popolare del tempo romano, erano appunto ricordi

di questo genere: salvo che l'augure antico naturalmente nel corso

dei secoli fu tramutato in un mago, perchè non si comprendeva più il

lato religioso dell'opera sua, quale era nell'antichità. In alcuni

prodigi attribuiti in Napoli a Virgilio[531] sopravvive evidentemente

la ricordanza antichissima di un teleste, il cui nome coll'andare

del tempo fu sostituito da quello del sommo poeta. Altrettanto dicasi

della ceremonia, colla quale si rinchiudeva una misteriosa immagine

della città in una botte; o di quell'altra, per cui Virgilio passa

pel fondatore delle mura di Napoli. La fantasia popolare esagerò,

amplificandole, quelle tradizioni, sino a che Virgilio divenne anche

l'autore principale del cavallo di bronzo, delle teste che sono sopra

la porta Nolana, delle mosche pure di bronzo che figurano su qualche

altra porta, della grotta di Posilipo e così via; — cose tutte,

che fissano magicamente le sorti particolari di alcuni luoghi di

Napoli, mentre quei due tratti primi sembrano stabilirne il destino

in generale. Anche la Roma medievale aveva confuse ricordanze di

questo genere. In sant'Ambrogio a Milano trovavasi un antico Ercole

in marmo; si disse, che sino a che esso fosse rimasto al suo posto,

avrebbe sussistito l'Impero, probabilmente quello di Germania, usando

gl'Imperatori tedeschi di coronarsi in quella chiesa.[532] I Fiorentini

erano persuasi[533] che il loro tempio di Marte (più tardi trasformato

in Battistero) avrebbe perdurato sino alla consumazione dei secoli,

conformemente a quanto segnava la costellazione, sotto la quale fu

costruito al tempo di Augusto: è vero che essi tolsero di là la statua

equestre di Marte in marmo, quando si fecero cristiani; ma, siccome la

distruzione di essa avrebbe apportato grandi sventure alla città, —

e ciò pure per l'influsso di una costellazione, — così la si collocò

sopra una torre lungo l'Arno. Allorquando Totila distrusse Firenze,

l'immagine cadde nell'acqua e non fu ripescata se non quando Carlomagno

riedificò di nuovo la città: allora fu collocata sopra un piedistallo

all'ingresso del Ponte Vecchio, — e quivi precisamente nel 1214 il

Buondelmonte fu ucciso, e per tal guisa il risvegliarsi della gran

lotta tra Guelfi e Ghibellini è un fatto, che si lega intimamente a

quell'idolo tanto temuto. Nell'inondazione del 1333 però esso scompare

per sempre.[534]

Ma lo stesso telesma s'incontra anche altrove. Guido Bonatto, già

menzionato, nel gettar le fondamenta delle mura di Forlì non si

accontentò di esigere quella scena simbolica della concordia de'

Guelfi e dei Ghibellini, di cui parlammo (v. pag. 323); ma, per mezzo

di una statua equestre di bronzo o di marmo, che egli con espedienti

astrologici o magici giunse a procacciarsi e vi seppellì,[535] credette

anche di aver guarentito quella città da ogni distruzione, anzi da

ogni sorpresa o saccheggio per l'avvenire. Allorquando il cardinale

Albornoz (v. vol. I, pag. 140), circa sei decennii più tardi, ebbe in

suo potere la Romagna, scavando accidentalmente, fu trovata e mostrata

quella statua, probabilmente per ordine del cardinale stesso, affinchè

il popolo comprendesse, con quali mezzi il crudele Montefeltro s'era

sostenuto contro la Chiesa. Ma di nuovo un secolo più tardi (1410),

quando una sorpresa ostile fallì contro la città, si tornò a parlare

dell'influenza miracolosa di quel telesma, che forse era stato salvato

e nuovamente sepolto. Ma questa deve essere stata l'ultima volta che se

ne parlò: poichè ancor nel secolo susseguente la città effettivamente

fu presa. — Nelle fondazioni degli edifici prevale ancora per tutto

il secolo XV un pregiudizio astrologico (v. pag. 322), ma si hanno

anche indizi evidenti di sortilegi magici. Si sa infatti che lo stesso

papa Paolo II fece seppellire una enorme quantità di medaglie d'oro

e d'argento nei fondamenti degli edifici, ch'egli eresse,[536] e il

Platina non è malcontento di poter riconoscere in ciò un omaggio fatto

ai riti pagani. Ma certamente nè Paolo, nè il suo biografo non avevano

una piena coscienza del significato religioso, che nel medio-evo

s'attribuiva a tali consacrazioni.[537]

Ciò non ostante questa magia ufficiale, che non era per lo più che una

tradizione popolare, non agguagliò di gran lunga l'importanza, che ebbe

la magia segreta usata per iscopi puramente privati e personali.

Qual parte essa avesse nella vita ordinaria appare in modo speciale

da una commedia dell'Ariosto intitolata «il Negromante».[538] Il suo

eroe è uno dei molti ebrei espulsi dalla Spagna, quantunque egli si

spacci per greco, per egiziano, per africano, e cangi continuamente

maschera e nome. Egli ha bensì il potere di far abbuiare co' suoi

scongiuri il giorno e di rischiarare la notte, di far muovere la

terra, di rendersi invisibile, di tramutar gli uomini in animali e

così via, ma queste millanterie non sono che una mostra esteriore:

il suo vero scopo è di vivere a spese dei mariti gelosi e delle mogli

infedeli, e le tracce che in queste pratiche egli lascia dopo di sè,

somigliano alla bava di una lumaca e spesso anche al guasto, che lascia

dopo di sè la procella. Per giungere a' suoi intenti egli porta le

cose ad un punto, che si crede che il canestro, dove sta nascosto un

amante, sia pieno di spiriti, o ch'egli possa far parlare un cadavere

e simili. In mezzo a ciò egli è almeno un buon sintomo che poeti e

novellieri possano versare su tali uomini a piene mani il ridicolo,

essendo certi di trovar assenso ed approvazione da parte di tutti. Il

Bandello non solo dipinge le arti magiche di un frate lombardo come

vere ribalderie, meschine nell'invenzione e spaventevoli talvolta

nelle loro conseguenze,[539] ma mostra altresì, non senza un senso di

indignazione, tutti i danni e le sciagure, cui si espongono coloro che

vi prestano fede.[540] «Taluno con la clavicola di Salomone e con mille

altri libri d'incantagioni spera ritrovare gli occulti tesori nel seno

della terra, indurre la sua donna al suo volere, saper i segreti dei

principi, andar da Milano a Roma in un atomo e far molti altri effetti

mirabili. E quanto più l'incantatore si trova ingannato, più nel fare

incantagioni persevera... Sovvengavi, signor Carlo, del tempo che quel

nostro amico, per ottenere la sua innamorata, che mai non ottenne, fece

della sua camera un cimitero, avendovi più teste ed ossa di morti, che

non è a Parigi agli Innocenti». Gl'incanti si compiono talvolta con

mezzi abbominevoli, per esempio, col cavare tre denti ad un cadavere,

con lo strappargli un'unghia ecc., e se finalmente lo scongiuro riesce,

gl'infelici, che lo fanno, ne restan vittime e muoiono talvolta di

spavento.

Benvenuto Cellini non morì assistendo al noto grande scongiuro magico,

che ebbe luogo (1532) a Roma nel Colosseo,[541] quantunque egli e i

suoi compagni ne sieno usciti colmi di spavento: il prete siciliano,

che probabilmente vedeva in lui un utile ausiliario per l'avvenire, lo

lodò anzi del coraggio mostrato, dicendogli di non aver mai trovato

un uomo d'animo così forte. Sull'avvenimento in sè stesso ogni

lettore può formarsi quel concetto che crede; e forse più di tutto

agirono i vapori narcotici che esalavano d'ogni parte e la fantasia

già anticipatamente predisposta alle cose le più terribili, per cui

anche il fattorino che Benvenuto condusse con sè, come il più giovine

e il più impressionabile, vide o credette vedere più di tutti. Ma

che principalmente si avesse in mira di guadagnar Benvenuto, si può

facilmente presumerlo, in quanto che, diversamente, per un'impresa

così pericolosa non ci sarebbe stato altro scopo, fuorchè la semplice

curiosità. Infatti della bella Angelica Benvenuto non si ricorda se

non quando è invitato dal negromante a chiedere agli spiriti qualche

cosa, e questi medesimo gli dice poi espressamente, che gli intrighi

amorosi sono vane pazzie in paragone del vantaggio, che può ritrarsi

dal ritrovamento di qualche tesoro. Per ultimo non è da dimenticare,

che anche la vanità poteva trovarsi lusingata, qualora si avesse

potuto dire: i demoni mi hanno tenuto parola, ed Angelica fu in mio

potere precisamente al tempo, in cui mi era stata promessa (cap. 68).

Ma quand'anche Benvenuto si fosse a poco a poco indotto ad innestar

qualche menzogna in tutto questo racconto, esso avrebbe però sempre un

valore incontestabile, come saggio delle opinioni in questo riguardo

allora prevalenti.

Del resto gli artisti italiani, anche «i più strani, capricciosi

e bizzarri», non si occupano gran fatto di cose magiche; bensì uno

di essi, in occasione di studi anatomici, si fece un giubboncello

della pelle di un cadavere, ma dietro le ammonizioni di un frate, a

cui confessò la cosa, la depose nuovamente in una tomba.[542] Non

è improbabile, che appunto lo studio frequente dei cadaveri abbia

contribuito a scemare sempre più la fede nella virtù magica di alcune

parti dei medesimi, mentre al tempo stesso l'assidua contemplazione

e riproduzione delle forme mostrava all'artista la possibilità di una

potenza magica d'altro genere.

In generale la magia appare al principio del secolo XIV, in onta

agli esempi addotti, in notevole diminuzione, e ciò vuol dire in un

tempo, in cui fuori d'Italia toccava il colmo delle sue fortune, per

modo che i viaggi dei maghi ed astrologi italiani nel nord sembrano

cominciare soltanto, quando già in patria non trovavano più chi

prestasse fede alle loro arti. Era il secolo XIV che trovava necessaria

la sorveglianza del lago che è sul monte di Pilato presso Scariotto

per impedire ai negromanti la consacrazione dei loro libri.[543] Nel

secolo XV poi accaddero altri fatti, come per esempio, l'offerta

di provocare forti acquazzoni, per mettere in fuga un esercito di

assedianti; ma anche allora il comandante della città assediata —

Niccolò Vitelli in Città di Castello — ebbe il buon senso di cacciare

da sè gli autori della pioggia, come empi impostori.[544] Nel secolo

XVI tali fatti sotto forma ufficiale non s'incontrano più, quand'anche

nella vita privata si ricorra ancora in più guise alle imposture degli

scongiuratori. Ora egli è per l'appunto questo il tempo, in cui la

Germania ha il massimo de' suoi negromanti, il dottore Giovanni Faust,

mentre il maggiore degli Italiani, Guido Bonatto, appartiene al secolo

XIII.

Tuttavia anche qui bisogna soggiungere che lo scemare della fede negli

scongiuri non si mutò necessariamente tutto ad un tratto nella credenza

contraria in una Provvidenza ordinatrice e regolatrice delle cose

umane; che anzi in alcuni non lasciò che un cieco fatalismo, nè più nè

meno come avea fatto l'astrologia, quando scomparve.

Ma qui lasciamo completamente da parte la piromanzia e la

chiromanzia[545] e simili specie secondarie di magìa, le quali

non acquistarono un po' di voga se non quando scaddero la magìa

propriamente detta e l'astrologia, e non crediamo nemmeno di occuparci

della fisiognomia, che allora cominciava bensì a sorgere, ma priva

affatto di quell'interesse, che il solo nome farebbe supporre. Infatti

essa non appare già come strettamente affine all'arte figurativa ed

alla psicologia pratica, ma più particolarmente come una specie nuova

di sogno fatalistico, come una rivale dichiarata dell'astrologia,

quale sembra essere stata presso gli Arabi. Bartolommeo Cocle, per

esempio, autore di un Manuale fisiognomico, e che si pavoneggiava

del pomposo titolo di metaposcopo,[546] la cui scienza però, giusta

l'espressione del Giovio, rassomigliava piuttosto ad una delle maggiori

arti liberali, non s'accontentava di spacciare le sue profezie

per i pusillanimi, che giornalmente accorrevano a consultarlo, ma

scrisse anche addirittura un «Prospetto delle persone, alle quali

erano imminenti diversi gravissimi pericoli». Il Giovio, quantunque

invecchiato nell'incredulità romana — _in hac luce romana_! —,

confessa che le profezie contenute in quel Prospetto non fecero che

verificarsi anche troppo esattamente.[547] Sta però di fatto altresì,

che in tali occasioni quelli che erano colpiti da queste od altre

simili profezie, si vendicavano terribilmente dei profeti: Giovanni

Bentivoglio fece per ben cinque volte sfracellare alla parete Luca

Gaurico appeso ad una fune, che era attaccata ad un'alta scala a

chiocciola, perchè gli aveva predetto la perdita della signoria:[548]

Ermete Bentivoglio fece inseguire il Cocle da un assassino, perchè

l'infelice metaposcopo gli aveva, benchè a malincuore, profetizzato che

sarebbe morto fuggiasco in una battaglia. L'assassino schernì, a quanto

sembra, il morente, ripetendogli che anche a lui aveva predetto, che

avrebbe vituperosamente commesso un assassinio! — Una fine ugualmente

infelice ebbe il nuovo fondatore della chiromanzia, Antioco Tiberto

da Cesena,[549] per volere di Pandolfo Malatesta da Rimini, al quale

aveva presagito la cosa più dolorosa che possa toccare ad un tiranno,

la morte nell'esiglio e nell'estrema miseria. Tiberto era un uomo

di grande ingegno, che notoriamente dava i suoi responsi, non tanto

servendosi della chiromanzia, quanto della profonda conoscenza che

aveva del cuore umano: per le sue molte cognizioni egli era rispettato

perfin da quei dotti, che non tenevano nessun conto delle sue

divinazioni.[550]

L'alchimia finalmente, che nell'antichità non viene nominata se non

assai tardi, cioè sotto Diocleziano, non ha nell'epoca più splendida

del Rinascimento che un'importanza affatto secondaria.[551] Anche di

questa malattia l'Italia era stata tocca molto tempo prima, nel secolo

XIV, quando il Petrarca, nella sua polemica contro essa, confessava

che il far bollire l'oro era un uso diventato universale.[552] Ma da

quel tempo in poi s'era fatta sempre più rara in Italia quella specie

particolare di fede, di entusiasmo e di isolamento, che si richiede

per l'esercizio dell'alchimia, mentre i seguaci di essa, italiani e

forestieri, cominciarono nel nord ad usufruttuare in larga misura

la credulità dei grandi signori.[553] Sotto Leone X i pochi fra

gl'italiani che ancora attendevano a questo studio,[554] passavano per

uomini strani ed eccentrici (_ingenia curiosa_), ed Aurelio Augurelli,

che dedicò a quel Papa dissipatore un poemetto sul modo di far l'oro,

vuolsi n'abbia avuto in ricompensa una magnifica borsa, ma vuota. Il

mistico fanatismo, che in seguito condusse gli alchimisti a cercare,

oltre l'oro, anche la famosa pietra filosofale, nella quale doveva

trovarsi ogni fortuna, non è che un tardo germoglio settentrionale,

spuntato dalle teorie di Paracelso e di altri.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 28 / 34 题