CAPITOLO III.

La Religione e lo spirito del Rinascimento.

Soggettivismo necessario. — Tendenze mondane. — Tolleranza

verso l'islamismo. — Legittime aspirazioni di tutte le

religioni. — Influenza dell'antichità. — Pretesi epicurei. —

Dottrina del libero arbitrio. — Umanisti devoti. — Indirizzo

mediano degli umanisti in generale. — Primordii della critica

religiosa. — Fatalismo degli umanisti. — Riti esterni pagani.

Ma per giungere a conclusioni definitive sulla religiosità degli

uomini del Rinascimento dobbiamo prendere un'altra via. Dal loro modo

di vivere in generale deve risultare la vera loro posizione tanto di

fronte alla religione del paese, quanto di fronte al concetto allora

prevalente della Divinità.

Questi uomini al tutto moderni, questi rappresentanti della cultura

italiana d'allora, sono nati religiosi non meno degli altri popoli

d'occidente; ma l'indomito loro individualismo li rende nella

religione, come in tante altre cose, _soggettivi_, come la grande

attrattiva che esercita su essi la scoperta del mondo esteriore e del

mondo morale, li rende a preferenza mondani. Nel resto d'Europa invece

la religione rimane ancora a lungo un dato obbiettivo, e nella vita

l'egoismo e la sensualità si alternano immediatamente colla devozione

e la penitenza: quest'ultima però non soffre ancora veruna concorrenza

spirituale, come in Italia, o almeno, se c'è, è infinitamente minore.

Inoltre da tempo remotissimo il frequente e immediato contatto coi

Bizantini e coi Musulmani avea tenuto viva un'abituale _tolleranza_ o

indifferenza religiosa, dinanzi alla quale l'idea etnografica di una

Cristianità occidentale privilegiata perdeva ogni efficacia. E quando

l'antichità classica, co' suoi eroi e le sue istituzioni, divenne

l'ideale della vita umana, la speculazione conforme allo spirito degli

antichi e lo _scetticismo_ dominarono spesso per intero la mente degli

Italiani.

Di più: siccome gl'Italiani furono i primi tra i moderni Europei a

speculare arditamente intorno alla libertà e alla necessità, e ciò

accadde fra circostanze politiche illegali e violente, che troppo

spesso somigliavano a una splendida e durevole vittoria del male contro

il principio del bene, così la loro fede in Dio vacillò, e un tal quale

_fatalismo_ cominciò ad insinuarsi nel loro cuore e a regolare il loro

giudizio. Quando poi la fede soffriva una scossa in una di quelle anime

appassionate, che non possono vivere nel dubbio e nell'incertezza,

allora si cercò un compenso nelle _superstizioni_ ereditate dagli

antichi e dal medio-evo, quali erano, per esempio, l'astrologìa e la

magìa.

Ma finalmente questi atleti del pensiero, questi rappresentanti del

Rinascimento mostrano sotto il punto di vista religioso una qualità,

che è frequente nelle nature giovanili, distinguono cioè con grande

sagacia il bene dal male, ma non intendono che cosa sia il peccato:

ogni turbamento dell'armonia interna sperano di poterlo ricomporre

colle forze loro, e appunto per questo non conoscono verun rimorso;

e conseguentemente si fa meno sensibile in essi il bisogno di una

Redenzione, mentre al tempo stesso, dinanzi alle mire ambiziose e allo

sforzo mentale del momento, svanisce completamente il pensiero di un

mondo avvenire, ovvero assume una forma poetica, anzichè dogmatica.

Se noi facciamo presenti alla nostra mente tutte queste cose, suggerite

e in gran parte anche confuse dalla _fantasia_, che prevale su tutto,

avremo un'immagine dello spirito di quel tempo, che almeno s'accosterà

alla verità assai più, che quelle vaghe querimonie, che sogliono udirsi

sull'indirizzo pagano del tempo moderno. E spingendo poi l'osservazione

più addentro, arriveremo anche a persuaderci, che sotto il velo, che

copre un tale stato di cose, rimane ancor vivo un forte istinto di

schietta e pura religiosità.

Un più ampio sviluppo del sin qui detto deve necessariamente limitarsi

alle prove di fatto le più necessarie.

Che la religione in generale fosse divenuta nuovamente piuttosto

un affare individuale e dipendente dalla maniera d'intenderla di

ciascuno, era cosa inevitabile di fronte alle dottrine della Chiesa

degenerate e tirannicamente mantenute, ed era al tempo stesso una

prova, che lo spirito europeo non era ancora spento del tutto. Egli è

vero però, che ciò si manifesta in modi molto diversi: perchè, mentre

in Germania le nuove sêtte mistiche ed ascetiche crearono una nuova

disciplina più adatta al sentire moderno, in Italia invece ognuno

andò per la sua via, senza curarsi delle credenze e delle opinioni

degli altri, e in tal guisa, gettati nel mare della vita, molti si

perdettero nell'indifferenza religiosa, che più cresceva col crescere

della cognizione degli uomini e delle cose. Tanto più adunque sono da

ammirare coloro, che arrivarono a formarsi una religione da sè, e vi

si attennero stabilmente. Poichè non fu loro colpa se non poterono più

restar fedeli all'antica Chiesa, quale essa era e quale s'imponeva a'

suoi seguaci, e da un altro lato sarebbe stato un pretendere troppo da

singoli individui, che si sobbarcassero all'ingente lavoro spirituale,

che fu il compito dei Riformatori tedeschi. A che cosa generalmente

mirasse questa religione individuale delle persone più colte cercheremo

di dimostrarlo nella conclusione del nostro lavoro.

Lo spirito mondano, per mezzo del quale il Rinascimento sembra trovarsi

in aperto contrasto col medioevo, ha origine innanzi tutto dall'enorme

sovrabbondare delle nuove opinioni e dei nuovi concetti, che si vennero

formando intorno alla natura ed all'umanità. Considerato in sè stesso,

esso non è più ostile alla religione di quello che siano i così detti

interessi della civiltà, che ora ne tengono il posto, salvo che tali

interessi, quali da noi sono intesi, non ci dànno che una pallida

immagine dell'universale entusiasmo, che le molte e grandiose novità

d'allora destarono in tutti gli ordini della vita sociale. Per tal

maniera quel nuovo indirizzo era serio e, oltre a ciò, nobilitato dalla

poesia e dall'arte. Ella è una sublime necessità dello spirito moderno,

alla quale esso non può più sottrarsi, quella di sentirsi attratto

irresistibilmente allo studio degli uomini e delle cose e di credere

che appunto in questo consista la sua missione.[418] In quanto tempo

e per quali vie questo studio sarà per ricondurlo a Dio, e in qual

maniera esso giungerà a mettersi in armonia con gli altri sentimenti

religiosi di ogni individuo, sono questioni, alle quali non si può

rispondere col semplice aiuto del nudo ragionamento. Il medio-evo, che

nel complesso s'era tenuto lontano dall'empirismo e dal libero esame,

non può in questo grande problema portare veruna luce, che ci appiani

la via al suo scioglimento.

Con lo studio dell'uomo e con molte altre cose ancora si collegò

poscia la tolleranza e l'indifferenza di fronte all'Islamismo. Che

gl'Italiani sin dai tempi delle Crociate conoscessero ed ammirassero

l'eminente grado di cultura, cui erano giunti, specialmente prima

dell'invasione mongolica, i popoli islamitici, è cosa posta ormai fuor

d'ogni dubbio; più tardi vi si aggiunsero altre circostanze importanti,

quali il modo di governare mezzo maomettano dei loro principi, la

tacita avversione, anzi il disprezzo verso la Chiesa già corrotta e

degenerata, la frequenza e l'attività sempre maggiori dei viaggi e

dei commerci nei porti orientali e meridionali del Mediterraneo.[419]

Ancora nel secolo XIII non sarebbe difficile a dimostrare come gli

Italiani accettassero di buon grado certe idee maomettane di generosità

e di dignitosa alterezza, che d'ordinario si presupponevano nella

persona di qualche sultano. In genere s'intendono sempre i sultani

ejubidici Mammelucchi d'Egitto, e, se si cita un nome, egli è di solito

quello di Saladino.[420] Perfino i Turchi Osmani, di cui veramente non

s'ignoravano le tendenze brutali e rapaci, non ispirano agl'Italiani,

come è stato dimostrato altrove (v. vol. I, pag. 126 e segg), se non un

mezzo spavento, e intere popolazioni si vanno abituando all'idea di un

possibile accordo con essi.

La più vera e caratteristica espressione di questa indifferenza

è la famosa storia dei tre anelli, che, fra molte altre, Lessing

pose in bocca al suo Natan, dopochè già molti secoli prima un po'

timidamente era stata narrata nelle «Cento novelle antiche» (nov.

72 e 73), e un po' più liberamente poi dal Boccaccio.[421] In quale

angolo del Mediterraneo ed in qual lingua sia stata per la prima

volta esposta, nessuno sarà mai in grado di dirlo; probabilmente però

nelle sue origini essa era molto più esplicita, che non nelle due

versioni italiane. La segreta riserva, che vi sta in fondo, vale a

dire il deismo, apparirà più innanzi nel suo più ampio significato.

La stessa idea, ma sotto forma più grossolana e sforzata, appare nel

noto libello sui «Tre che ingannarono il mondo», vale a dire Mosè,

Cristo e Maometto. Ma se l'imperatore Federico II, che se ne vuole

autore, avesse avuto realmente simili idee, presumibilmente le avrebbe

anche espresse in modo men grossolano. Del resto, esse s'incontrano

frequentemente anche nell'Islamismo d'allora.

Un modo di pensare assai somigliante s'incontra poi, all'epoca più

splendida del Rinascimento, verso la fine del secolo XV, nel «Morgante

maggiore» di Luigi Pulci. Il mondo fantastico nel quale si movono i

suoi personaggi, si divide, come in tutte le epoche romanzesche, in

due campi, il cristiano ed il maomettano. Ora, conforme alle idee del

medio-evo, la vittoria e la riconciliazione tra i combattenti era di

preferenza seguita dal battesimo della parte maomettana soccombente,

e gl'improvvisatori, che avean trattato lo stesso argomento prima

del Pulci, devono aver insistito di frequente su questo punto. Il

vero ufficio del Pulci è quello di parodiare i suoi predecessori,

specialmente i peggiori fra loro, e questo accade già colle invocazioni

di Dio, di Cristo, e della Vergine, con cui comincia ciascuno de' suoi

canti. Ma ancor più espressamente poi egli fa la caricatura delle

loro conversioni e dei loro battesimi, presentandoli al lettore e

all'uditore sotto forme così assurde, che l'ironia salta agli occhi di

tutti. Nè egli s'accontenta di ciò, anzi va tant'oltre da confessare

la propria fede nella bontà relativa di tutte le religioni,[422]

confessione, alla quale, in onta a tutte le sue proteste di

ortodossia,[423] sta in fondo una tendenza essenzialmente deistica.

Oltre a ciò, egli fa ancora un altro gran passo al di là del medio-evo

in un'altra direzione. Le alternative dei secoli precedenti avean

detto: credenti ortodossi o eretici, o cristiani o pagani e maomettani:

ora il Pulci ci ritrae la figura del gigante Margutte,[424] il quale

di fronte a tutte e a ciascuna religione lietamente si professa

seguace di un sensuale egoismo e di tutti i vizi, non riservando

che un punto solo: di non tradir mai chicchessia. Forse il poeta nel

ritrarre questo tipo di furfante, che pure ha una onestà sua propria,

ebbe in mira un concetto elevato, quello di condurlo sulla via del

bene per mezzo di Morgante; ma la figura gli si guastò assai presto

fra le mani, e noi vediamo che ancora nel canto seguente egli gli fa

fare una comica fine.[425] Margutte è stato da alcuni tirato in campo

come una prova della frivolezza del Pulci; ma necessariamente esso è

una parte integrante del mondo poetico del secolo XV. Questo doveva

pure esprimere in qualche modo e con una certa grottesca grandezza

il selvaggio egoismo divenuto indifferente affatto al dogmatismo che

allora regnava, quell'egoismo, al quale non è rimasto che un resto di

sentimento d'onore. Anche in altri poemi ai giganti, ai demonii, ai

pagani ed ai maomettani pongonsi in bocca idee e sentimenti, che nessun

cavaliere cristiano oserebbe manifestare.

In modo affatto diverso influì alla sua volta anche l'antichità, e

propriamente non già per mezzo della sua religione, perchè questa

ormai era anche troppo omogenea al cattolicismo d'allora, ma per mezzo

della sua filosofia. La letteratura antica, che allora si venerava

come qualche cosa di veramente perfetto, era tutta piena delle

vittorie della filosofia sulla cieca fede nelle tradizioni religiose:

un numero rilevante di sistemi e frammenti di sistemi presentaronsi

alla mente degli Italiani, non più come semplici novità od eresie, ma

quasi come dogmi, che ora si tentò non tanto di distinguere, quanto di

conciliare fra loro. Pressochè in tutte queste diverse opinioni e in

questi filosofemi c'era una specie di fede nella Divinità; ma nel loro

complesso essi formavano tuttavia un contrasto assai vivo colla teoria

cristiana della divina Provvidenza regolatrice del mondo. Allora sorse

una questione veramente essenziale, nella soluzione della quale s'era

affaticata senza soddisfacente risultato la teologia del medio-evo, e

che ora appunto pretendeva una risposta dalla sapienza degli antichi:

in quali rapporti, cioè, stieno fra loro la Provvidenza, il libero

arbitrio dell'uomo e la necessità delle cose. Se noi volessimo anche

superficialmente tener dietro alla storia di questa questione dal

secolo XIV in avanti, saremmo condotti a scrivere un libro apposito.

Qui bastino all'uopo pochi fuggevoli cenni.

Se si consulta Dante e i suoi contemporanei, l'antica filosofia in

sulle prime avrebbe inclinato appunto verso quel lato della vita

italiana, che formava il più aperto contrasto col Cristianesimo, vale

a dire, verso l'epicureismo. A quel tempo non si possedevano più gli

scritti di Epicuro, ed anche quelli fra gli antichi che parlavano delle

sue dottrine, ne parlavano da un punto di vista troppo esclusivo e

ristretto; ciò non ostante però bastava quella forma dell'epicureismo,

che si poteva studiare in Lucrezio e più particolarmente poi in

Cicerone, per accorgersi tosto di essere in un mondo del tutto privo di

divinità. Quanto letteralmente sia stata intesa la sua dottrina, non

potrebbe dirsi, come niuno potrà mai dire, se per avventura il nome

dell'enigmatico savio della Grecia non sia divenuto una comoda parola

d'ordine per le moltitudini: e probabilmente l'Inquisizione domenicana

si è servita di questo appellativo per designar anche tutti coloro, sui

quali in verun altro modo non poteva stendere la sua mano. Tali erano

quei beffardi dispregiatori e detrattori della Chiesa, che apparvero

assai per tempo e che difficilmente avrebbero potuto punirsi per

dottrine eretiche determinate: ma, per tirar loro addosso quell'accusa,

bastava la vita spensierata ed allegra, che conducevano. In questo

senso convenzionale infatti anche Giovanni Villani usa evidentemente

questa parola,[426] quando nei due incendj fiorentini del 1115 e del

1117 non vede che una punizione divina per le eresie di molte sêtte e

«intra l'altre della setta degli Epicurei, per vizio di lussuria e di

gola». Di Manfredi egli dice; «tutta sua vita fu epicuria, non curando

quasi Iddio, ne' Santi, se non a diletto del corpo».

Più apertamente ancora si esprime Dante nel nono e decimo canto

dell'Inferno. Lo spaventevole campo seminato di tombe roventi coi

coperchi sospesi, dalle quali uscivano voci di profondo dolore,

albergava le due grandi categorie di coloro, che o furono vinti dalle

armi della Chiesa nel secolo XIII, o ne furono espulsi. Gli uni erano

eresiarchi, e facevano guerra alla Chiesa con determinate dottrine,

che cercarono di diffondere: gli altri epicurei, e la colpa loro

consisteva nell'avere opinato che l'anima muoja col corpo.[427] Ma la

Chiesa sapeva bene che questa opinione, qualora avesse preso piede,

avrebbe nociuto alla di lei potenza assai più che tutte le dottrine

de' Manichei e de' Paterini, perchè toglieva ogni efficacia a quanto

essa dichiara sul destino dei singoli individui dopo la loro morte.

Naturalmente non era da aspettarsi che ella confessasse di aver essa

stessa, coi mezzi di cui si servì nelle sue lotte, spinto appunto i

migliori alla disperazione ed all'incredulità.

L'avversione di Dante per Epicuro e per ciò ch'egli riguardava

come la sua dottrina, era certamente sincera; il poeta del mondo

soprannaturale doveva necessariamente odiare chi negava l'immortalità;

ed un mondo nè creato, nè guidato da Dio, e la sensualità posta a

scopo supremo della vita, erano due concetti troppo lontani dal suo

modo abituale di sentire e di pensare. Tuttavia, se si spinge più

addentro l'osservazione, si vedrà che certi filosofemi degli antichi

non mancarono di produrre anche su lui una certa impressione, la

quale non si troverebbe in troppo buon accordo colla dottrina biblica

della Provvidenza regolatrice del mondo. Ma non potrebbe darsi per

avventura che fosse stata o speculazione sua speciale, od influenza

delle opinioni allora prevalenti o paura altresì della violenza, che

allora regnava universalmente, quella che lo indusse a rinunciare

ad una Provvidenza regolatrice delle cose singole?[428] Dio infatti,

secondo lui, abbandona il governo del mondo ad un essere immaginario,

la fortuna, la quale non si cura d'altro, che di mutare e rimutare

continuamente le cose della terra, e in una indifferente beatitudine

non ode il grido di dolore, che a lei solleva l'umanità. In onta a

tutto questo però egli mantiene inesorabilmente la dottrina della

responsabilità morale dell'uomo: egli crede al libero arbitrio.

La credenza popolare nel libero arbitrio domina in occidente da tempo

antichissimo, come è vero altresì che in tutti i tempi ognuno è stato

tenuto responsabile del fatto proprio, come cosa che implicitamente

si è sempre intesa da sè. Ma assai diversamente accadde rispetto alla

dottrina filosofica e religiosa, che si trovava nella necessità di

mettere d'accordo fra loro la natura dell'umano volere e le grandi

leggi della natura. Qui si ha un più ed un meno, secondo i quali in

generale si regola l'apprezzamento della moralità. Dante non è affatto

indipendente dai delirj astrologici, che rischiaravano di falsa luce

l'orizzonte del suo tempo, ma egli si solleva con tutte le sue forze

verso una elevata contemplazione dell'essere umano. «Le costellazioni,

fa egli dire al suo Marco Lombardo,[429] danno bensì i primi impulsi al

vostro operare, ma _Lume v'è dato a bene ed a malizia, E libero voler,

che se fatica Nelle prime battaglie col ciel dura. Poi vince tutto, se

ben si notrica_».

Altri eran liberi di cercare la necessità, che si contrappone alla

libertà, in qualche altra potenza, fuorchè nelle stelle; — ma in ogni

caso la quistione era posta, e non poteva più essere dissimulata.

Se essa poi fosse quistione sollevata dalle scuole o addirittura da

singoli pensatori isolati, non spetta a noi il deciderlo qui e bisogna

interrogarne la storia della filosofia. Siccome però essa si manifestò

nella coscienza di un numero sempre più esteso d'individui, così è

giusto che noi ce ne occupiamo ancora per pochi istanti.

Il secolo XIV si lasciò commovere in modo speciale dagli scritti

filosofici di Cicerone, il quale, come è noto, passava per eccletico,

ma sostanzialmente influì come scettico, perchè si accontentò sempre

di riferire le teorie di diverse scuole, senza aggiungervi mai nessun

corollario soddisfacente. In seconda linea vengono Seneca e i pochi

scritti di Aristotile, che erano stati tradotti in latino. Ad ogni modo

anche questi studi non furono senza un frutto, e questo fu appunto la

capacità di riflettere sui più importanti problemi, almeno al di fuori

della dottrina della Chiesa, se non in contraddizione con essa.

Col secolo XV crebbe, come vedemmo, il possesso e la diffusione degli

scritti dell'antichità in modo affatto straordinario, e finalmente

vennero nelle mani del pubblico tutti i filosofi greci ancora esistenti

almeno nelle traduzioni latine. Ora, prima d'ogni altra cosa, merita di

esser notato, che per l'appunto alcuni de' fautori principali di questa

letteratura si professano strettamente religiosi, anzi perfin proclivi

all'ascetismo (cfr. vol. I, pag. 365). Di frà Ambrogio Camaldolese

non è il caso di parlare, perchè egli si restrinse unicamente alla

traduzione dei Padri della Chiesa, e solo con grande ripugnanza,

sulle istanze di Cosimo il vecchio, s'indusse a voltare in latino

Diogene Laerzio. Ma i suoi contemporanei Nicolò Niccoli, Giannozzo

Manetti, Donato Acciajuoli, papa Nicolò V congiungono una profonda

cognizione della Bibbia ed una sincera pietà con una cultura umanistica

universale.[430] Anche in Vittorino da Feltre riscontrammo già (v. vol.

I, pag. 282) un indirizzo ben poco diverso. Quel medesimo Maffeo Vegio,

che cantò il tredicesimo canto dell'Eneide, aveva per sant'Agostino e

per sua madre Monica un entusiasmo, che riescirebbe inesplicabile senza

ammettere in lui un sentimento di profonda pietà. Frutto e conseguenza

di tali tendenze fu poscia, che l'Accademia platonica di Firenze si

propose formalmente di compenetrare lo spirito dell'antichità col

Cristianesimo: singolarità affatto caratteristica in mezzo al prevalere

universale delle idee umanistiche.

Queste nella sostanza erano per l'appunto profane, e acquistarono

ogni dì più un tale carattere coll'allargarsi degli studi nel secolo

XV. Gli umanisti, che abbiamo già imparato a conoscere agli avamposti

dell'individualismo già uscito d'ogni tutela, in tutte le loro azioni

di regola si mostrano tali, che perfino la loro religiosità, di cui pur

talvolta essi menano vanto, può parer tale da non doverne tenere alcun

conto. Essi vennero in voce di atei, mentre in sostanza non erano che

indifferenti o tutt'al più tenevano un linguaggio assai franco contro

la Chiesa; infatti, un ateismo di professione o comecchessia dedotto

speculativamente nessuno lo mostrò mai,[431] nè poteva mostrarlo. Se

pure ebbero a base un principio direttivo, questo sarà stato piuttosto

una specie di superficiale razionalismo, un fugace riflesso delle molte

e contradittorie idee degli antichi, tra i quali passarono la loro

vita, nonchè del profondo discredito in cui era caduta la Chiesa colle

sue dottrine. Di quest'ultima specie era sicuramente quel ragionamento,

che condusse Galeotto Marzio sino ai gradini del rogo,[432] e che

l'avrebbe condotto anche sul rogo stesso, se l'antico suo discepolo

Sisto IV non fosse accorso a strapparlo dalle mani dell'Inquisizione.

Infatti Galeotto avea sostenuto, che chi si conduce onestamente e

vive secondo la legge naturale insita in ciascun di noi, sarà salvo,

qualunque sia la schiatta o la religione a cui appartenga.

Consideriamo, in via di esempio, il contegno religioso di uno dei

minori di questa grande schiera, di Codro Urceo,[433] che fu dapprima

maestro privato dell'ultimo degli Ordelaffi, principi di Forlì, e

poscia per lunghi anni professore pubblico a Bologna. Riguardo alla

gerarchia ed al monacato egli abbonda oltre misura delle accuse

obbligate allora in uso: il suo linguaggio è estremamente mordace

in generale, e per di più egli si permette di frammischiare la

propria persona in tutte le cronache e i pettegolezzi cittadini, che

narra. E tuttavia egli parla anche in modo edificante dell'Uomo-Dio

e sa all'uopo raccomandarsi per lettera alle orazioni di un pio

ecclesiastico. Una volta, dopo avere enumerate tutte le follìe della

religione pagana, continua bizzarramente così: «anche i nostri teologi

s'accapigliano fra di loro in questioni _de lana caprina_, quali

l'immacolata Concezione, l'Anticristo, i Sacramenti, la predestinazione

ed altre cose, che sarebbe meglio lasciare in disparte, anzichè

propalarle pubblicamente». Un'altra volta prese il fuoco alla sua

stanza e con essa ad alcuni suoi manoscritti già finiti, mentre egli

era assente: quando ne fu informato, per via, montò in tanto furore,

che, fermatosi dinanzi ad una immagine della Vergine, uscì in queste

parole: «Odi ciò ch'io ti dico: io non sono demente, io parlo di tutto

senno! Se nell'ora della mia morte io dovessi mai invocare il tuo

ajuto, non importa che tu ascolti la mia preghiera e m'accolga fra'

tuoi, perchè io voglio restarmene col demonio per tutta l'eternità!»

Ma, tornato in sè, egli tuttavia stimò prudente, dopo una simile

escandescenza, di tenersi appiattato per ben sei mesi presso un

taglialegne. In mezzo a tutto questo egli era talmente superstizioso,

che si trovava sempre in angustie per qualche augurio o per qualche

prodigio; soltanto per l'immortalità non gli avanzava più alcuna

fede. Interrogato da' suoi discepoli su questo punto, egli soleva

rispondere, che nessuno sa che cosa accada dell'uomo, della sua anima

_ovvero_ del suo spirito dopo la morte, e che tutti i ragionamenti sul

mondo avvenire non sono che spauracchi per le femminette. Ma quando

fu in punto di morte egli raccomandò nel suo testamento l'anima sua

ovvero il suo spirito[434] a Dio onnipotente, ammonì i discepoli,

che gli piangevano intorno, a temer Dio e principalmente a credere

all'immortalità e ad una giustizia retributiva dopo la morte, e

ricevette i sacramenti con grande compunzione. — Non si ha alcuna

garanzia, che uomini della stessa tempra senza paragone più celebri,

anche manifestando opinioni in sè stesse ancor più ardite, sieno

poi stati nella loro vita gran fatto più coerenti. È probabile che

la maggior parte internamente abbiano oscillato tra l'incredulità

e qualche avanzo di cattolicismo succhiato coll'educazione, ed

esteriormente si siano serbati ligi alla Chiesa per mera prudenza.

Siccome poi il loro razionalismo aveva una stretta attinenza coi

primordj della critica storica, così era naturale che qua e là

sorgesse anche qualche timida indagine sulla credibilità del racconto

biblico. Si suol ripetere tradizionalmente una sentenza di Pio II,

che sarebbe stata pronunciata quasi coll'intenzione di prevenire le

accuse:[435] «Quand'anche il cristianesimo non fosse confermato da

miracoli, dovrebbe tuttavia accettarsi almeno per la sua moralità».

Sulle tradizioni leggendarie, in quanto esse contenevano arbitrarie

versioni dei miracoli biblici, molti si permettevano senz'altro di

alzare le risa,[436] e ciò naturalmente esercitava alla sua volta un

terribile contraccolpo. Trattandosi di eretici che inclinavano alle

idee ebraiche, per prima cosa naturalmente negavano la divinità di

Cristo, e questo per avventura fu il caso di Giorgio da Novara, che

intorno al 1500 fu arso in Bologna.[437] Ma nella stessa Bologna

intorno a questo tempo (1497) l'Inquisitore domenicano dovette

lasciar fuggire, accontentandosi di una semplice dichiarazione di

pentimento,[438] il medico Gabriele da Salò, che godeva la protezione

dell'intera cittadinanza, quantunque avesse osato difendere una serie

di proposizioni eretiche, come per esempio, che Cristo non fu mai Dio,

ma figlio di Giuseppe e di Maria, nato da generazione naturale, che

colla sua astuzia seppe trarre in inganno il mondo; che può benissimo

aver subito la crocifissione, ma per delitti commessi; che la sua

religione non tarderebbe a cadere; che nell'ostia consacrata era follìa

il credere vi fosse il suo vero corpo, e finalmente che egli non

operò i suoi miracoli per virtù divina, ma per l'influsso dei corpi

celesti, e simili. Quest'ultima proposizione merita in modo speciale

di esser notata: la fede è perita, ma si fa una riserva in favore della

magìa.[439]

Riguardo al governo del mondo, gli umanisti non si sollevano in

generale al di là di una fredda e rassegnata contemplazione di

ciò che accade sotto l'impero della violenza e del disordine, che

prevalgono dovunque. Da questo modo di sentire emersero i molti libri

sul «Fato», qualunque altro fosse il nome, con cui chiamavano la

necessità suprema delle cose. Essi per lo più non fanno che constatare

il girarsi della ruota della fortuna e l'instabilità delle cose

terrene, specialmente delle politiche: la Provvidenza vi è menzionata

evidentemente soltanto, perchè si ha vergogna ancora di pronunciarsi

pel nudo fatalismo o di rinunciare ad ogni distinzione di causa e di

effetti, od anche di non far altro che sollevare vane querele. Non

senza un certo spirito Gioviano Pontano costruisce la storia naturale

di quell'ente immaginario, che si chiama la Fortuna, desumendola da un

gran numero di esperienze, che ebbe occasione di fare egli stesso.[440]

Più facetamente ancora, sotto forma di una visione avuta in sogno,

Enea Silvio tratta lo stesso argomento.[441] Invece il Poggio, in un

scritto senile,[442] si sforza di mostrare il mondo come una valle

di miserie e di classificare la felicità dei singoli ordini sociali

quanto più bassamente è possibile. Questa intenzione in sostanza rimane

anche in seguito la prevalente: di moltissimi personaggi illustri si

cercano le vicende fortunate e le sfortunate, e nel tirar della somma,

queste generalmente prevalgono sopra quelle. Con linguaggio veramente

dignitoso e quasi elegiaco Tristano Caracciolo[443] ci dipinge il

destino d'Italia e degli Italiani, quale si poteva abbracciar d'uno

sguardo intorno al 1510. Applicando poi ai singoli umanisti questo

sentimento generale allor prevalente, Pierio Valeriano scrisse non

molto dopo il suo celebre libro (v. vol. I, pag. 370). In questo

riguardo qualche tema si presentava talvolta rivestito di attrattive

affatto speciali, come, per esempio, la vita di Leone X. Ciò che

di essa può dirsi dal punto di vista politico, l'ha detto Francesco

Vettori in alcuni tratti veramente magistrali della sua storia: il

lato epicuraico della stessa ce lo dànno Paolo Giovio e l'ignoto suo

biografo:[444] i punti più oscuri e lo svolgersi successivo del suo

destino appariscono con inesorabile fedeltà nel citato Pierio.

Di fronte a tutto ciò desta quasi ribrezzo quando si vede qua e

là qualche latina iscrizione tessere pubblicamente le lodi della

Fortuna. Così — pochi anni appena prima della sua cacciata —

Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna, osò far incidere sulla

torre recentemente costruita presso il suo palazzo, che il suo

merito e la sua fortuna gli avevano procacciato in abbondanza tutti

i beni immaginabili.[445] Gli antichi, parlando a questo modo,

non dissimulavano almeno un certo timore dell'invidia vendicatrice

degl'Immortali. In Italia i primi a menar vanto pubblicamente della

loro fortuna furono probabilmente i Condottieri (v. vol. I, pag. 28 e

segg.).

Del resto la maggior influenza della risorta Antichità sulla religione

non proveniva da un sistema filosofico qualunque o da una dottrina od

opinione qualsiasi degli antichi, ma da una tendenza generale allora

prevalente. Si preferivano gli uomini ed in parte anche le istituzioni

antiche a quelle del medio-evo, si cercava di imitar gli uni e le altre

in tutti i modi, e, preoccupandosi unicamente di questo, non si badava

gran fatto alle differenze di religione. L'ammirazione per la grandezza

storica assorbiva ogni cosa (cfr. vol. I, pag. 201 nota, vol. II, pag.

216).

Quanto ai filologi, vi si aggiungeva inoltre qualche pazzìa speciale,

per la quale attiravano sopra di sè gli occhi di tutti. Quanta

ragione avesse Paolo II di lamentarsi delle tendenze pagane de' suoi

Abbreviatori e dei curiali in generale, non può esser messo del tutto

in chiaro, in quanto che il suo principal biografo, che fu anche la

sua vittima principale, il Platina, (v. vol. I, pag. 304, vol. II,

pag. 77) per rifarsi delle persecuzioni sofferte, ce lo dipinge come

estremamente facile all'ira ed alla vendetta, e ce ne dà in generale

un ritratto, che pende piuttosto nel ridicolo. L'accusa di paganesimo,

d'incredulità, di materialismo ecc.[446] fu sollevata contro i

detenuti soltanto dopochè il processo per alto tradimento non avea

dato verun risultato: inoltre, se siamo bene informati, Paolo non era

l'uomo che fosse in grado di dare un giudizio nel campo scientifico,

e si sa che, privo di cultura egli stesso, raccomandava ai romani

di non portare l'istruzione dei loro figli al di là del leggere e

dello scrivere. È la stessa povertà di vedute, da cui non andò esente

neanche il Savonarola (v. pag. 277), con questo però che a papa Paolo

si avrebbe potuto rispondere, che egli solo e quelli che la pensavano

come lui aveano la colpa principale, se la cultura rendeva gli animi

avversi alla religione. Del resto non v'ha alcun dubbio che egli fosse

seriamente preoccupato delle tendenze pagane, che si vedeva pullulare

d'intorno. Ma quali cose non si saranno permesse gli umanisti alla

corte di un empio, qual'era Sigismondo Malatesta (v. pag. 302, nota)?

Infatti l'unica loro preoccupazione era diretta a sapere fino a qual

punto sarebbe loro stato concesso di spingersi per parte di quelli,

cui volevan piacere. Nelle loro mani il Cristianesimo non è quasi

più riconoscibile, tanta è l'impronta pagana, che essi v'imprimono

(v. vol. I, pag. 348 e 355). Ma nessuno in questo riguardo andò più

innanzi di Gioviano Pontano: presso di lui un santo non solo si chiama

_divus_, ma deus: gli angeli per lui sono addirittura identici coi

genii dell'antichità,[447] e le sue idee sull'immortalità richiamano

l'Eliso e il regno delle ombre. Del resto anche altri non mancano di

trascendere a veri eccessi. Allorchè nel 1526 Siena[448] fu assalita

dal partito che era stato espulso, il buon canonico Tizio (ce lo narra

egli stesso) s'alzò il 22 luglio dal letto avendo in mente un passo del

terzo libro di Macrobio,[449] celebrò la sua messa, e recitò poscia

la formola rituale usata da quell'autore contro i nemici, salvo che

invece di dire _Tellus mater, teque Jupiter obtestor_, mutò e disse:

_Tellus teque Christe Deus obstetor_. Egli ripetè due giorni quella

preghiera, e nel terzo i nemici se ne andarono. Da un lato tali cose

si crederebbero puri esercizi di stile o sacrificii fatti alla moda del

tempo, ma dall'altro hanno l'aspetto di vere apostasìe religiose.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 27 / 34 题