CAPITOLO V.

Crollo della fede in generale.

La confessione del Boscoli. — Confusione religiosa e

scetticismo generale. — Contesa sull'immortalità. — Il cielo

dei pagani. — Il mondo avvenire di Omero. — Abbandono delle

dottrine del Cristianesimo. — Il deismo italiano.

In istretta relazione con queste superstizioni e in generale colle

massime dell'antichità allora universalmente adottate era la fede

nell'immortalità dell'anima. Ma questa questione, presa nel suo

complesso, ha anche attinenze più larghe e profonde con lo sviluppo

dello spirito moderno in generale.

Una delle fonti principali d'ogni dubbio nell'immortalità era il

desiderio di non dover essere obbligati in nulla ad una Chiesa

universalmente abborrita, come era allora la romana. Vedemmo già come

essa chiamasse col nome di epicurei coloro che la pensavano a questo

modo (v. pag. 303 e segg:). Può ben essere accaduto che taluno nel

momento supremo della morte cercasse il conforto de' Sacramenti; ma

questo era nulla in paragone dei moltissimi, che per tutta la loro

vita, e specialmente poi negli anni della loro maggiore attività,

non si curarono affatto di seguire qualsiasi principio religioso.

Che da questa indifferenza poi parecchi fossero condotti ad una

compiuta incredulità è cosa, che, oltre all'essere evidente da sè,

viene storicamente testificata d'ogni parte. Sono coloro dei quali

l'Ariosto scriveva: non credono a nulla al di sopra del tetto della

loro casa.[555] In Italia, e più specialmente a Firenze, si poteva

senza pericolo alcuno vivere in una palese incredulità, purchè non

si provocasse con offese dirette la collera della Chiesa. Infatti

era di uso, che il confessore chiamato ad assistere un delinquente,

che dovesse subire l'estremo supplizio, prima d'ogni altra cosa lo

interrogasse se credeva: «essendo corsa una falsa voce, ch'egli non

avesse fede alcuna».[556]

Il povero peccatore, al quale qui si allude, quel Pierpaolo Boscoli,

di cui già facemmo menzione (v. vol. I, pag. 79), e che nel 1513

ebbe parte in una cospirazione contro la famiglia dei Medici appena

ristabilita, è divenuto in questa occasione l'espressione la più

perfetta della confusione, che allora regnava nelle idee religiose.

Devoto per tradizioni famigliari al partito del Savonarola, egli aveva

poi concepito un certo entusiasmo per la libertà intesa al modo antico

e per altre idee del vecchio paganesimo; ma, mentre egli langue nel

carcere, i mistici partigiani del frate s'interessano nuovamente per

lui e cercano ogni mezzo perchè egli muoia cristianamente e salvi

l'anima sua. Il pio testimonio e narratore del fatto è uno della

famiglia artistica dei Della Robbia, il dotto filologo Luca. «Ohimè,

sospira il Boscoli, aiutatemi a dimenticar Bruto, perchè io possa

morire da buon cristiano!» — E Luca gli risponde: «purchè voi vogliate,

ciò non vi riescirà malagevole; voi sapete già che le imprese degli

antichi romani non ci furono tramandate nella loro schietta genuinità,

ma _con arte accresciute»_. Allora quegli fa violenza a sè stesso

per credere, e si rimprovera che la sua fede non sia spontanea. Se

soltanto gli fosse concesso ancora di passare un mese in compagnia

di buoni monaci, egli sarebbe certo di riformare il cuore e la mente

a pensieri e sentimenti cristiani! — Da ciò che segue emerge poi con

tutta evidenza, che questi seguaci del Savonarola conoscevano assai

poco la Bibbia: il Boscoli non conosce altre preghiere che il _Pater_

e l'_Ave_, e supplica istantemente Luca a voler dire agli amici, che

studino la Sacra Scrittura, perchè nell'ora suprema non si trova se

non ciò che s'è appreso durante la vita. Dopo ciò, Luca gli legge

e gli spiega la Passione secondo il Vangelo di S. Giovanni: in modo

veramente strano quell'infelice vede chiara la divinità di Cristo,

mentre invece non sa capacitarsi della sua umanità: e se ne cruccia, e

vorrebbe poter vedere anche quest'ultima con tale evidenza, «come se

Cristo gli venisse incontro uscendo da un bosco»: allora l'amico lo

esorta all'umiltà e lo avverte che i dubbi non sono che ispirazioni

perverse dello spirito maligno. — Più tardi egli si risovviene di

un suo voto giovanile non mai compiuto, di andare in pellegrinaggio

alla Madonna dell'Impruneta, e Luca gli promette di compierlo in

sua vece. Frattanto giunge il confessore, un frate del convento del

Savonarola, come egli l'aveva chiesto, e gli dà innanzi tutto quegli

schiarimenti, che altrove abbiamo accennato, intorno all'opinione di

s. Tommaso d'Aquino sul tirannicidio, eccitandolo poscia a sostenere

la morte con animo forte. Il Boscoli risponde: «padre, non perdete

su questo punto il vostro tempo; a ciò mi bastano già i filosofi:

aiutatemi a subire la morte per amore di Cristo». Le cose ulteriori, la

comunione, il commiato e l'esecuzione, ci vengono narrate in modo assai

commovente; più particolarmente però merita d'esser notato un tratto

al tutto caratteristico, ed è che, mentre il Boscoli poneva la testa

sul ceppo, pregò il carnefice a sospendere il colpo ancora un momento,

«perchè egli, sin da quando ebbe l'annunzio della propria condanna,

avea fatto ogni sforzo per unirsi con Dio, ma sempre indarno, ed ora

voleva fare uno sforzo supremo per abbandonarsi del tutto nelle sue

mani». Evidentemente egli ripeteva un'idea del Savonarola, che, intesa

soltanto per metà, lo teneva inquieto ancora in quell'estremo momento.

Se noi possedessimo parecchie altre confessioni di questo genere,

avremmo un'immagine ben più completa della vita morale di quel tempo,

di quello che non ci sia dato di raccoglierla da tanti trattati e da

tante poesie. Noi vedremmo anche meglio quanto forte fosse l'innato

istinto religioso, e quanto subbiettivi e vacillanti i rapporti d'ogni

individuo colle verità religiose, e finalmente quali potenti nemici

osteggiassero queste ultime. Che uomini cresciuti con tali sentimenti

non fossero quelli che si domandavano per fondare una nuova Chiesa, è

cosa per sè evidentissima; ma la storia del pensiero degli occidentali

sarebbe pur sempre incompiuta, se non si tenesse conto di quest'epoca

di sommo fermento fra gli Italiani, che non s'incontra presso le altre

nazioni, perchè queste non vi presero alcuna parte. Ma torniamo alla

questione dell'immortalità.

Se l'incredulità a questo riguardo fece così rapide ed estese

conquiste nella classe degli uomini più colti, ciò dipendette

essenzialmente dalla circostanza che il compito affatto terreno

di scoprire e riprodurre il mondo mediante la parola e le immagini

assorbì in alto grado tutte le forze mentali e morali degli Italiani.

L'esser mondano all'uomo del Rinascimento fu una necessità (v. pag.

298). Ma da ciò derivò anche che l'arte e la indagine scientifica

apersero universalmente la via ad uno scetticismo, che, se non appare

evidentissimo nella letteratura e se non s'accinse alla critica della

storia biblica (v. pag. 311) in modo degno del tempo, tuttavia non può

dirsi che non abbia esistito. Esso passò piuttosto inosservato in quel

gran bisogno di dare a tutto forma e colore, che è lo stimolo positivo

dell'arte; senza contare gl'impedimenti creati dal potere dispotico

usurpato dalla Chiesa, che si sarebbe dichiarata mortale nemica di

chiunque avesse osato sciogliere la questione teoricamente. Questo

spirito di dubbio nondimeno doveva volgersi inevitabilmente al problema

dello stato dell'anima umana dopo la morte per motivi già per sè troppo

evidenti, perchè abbiano bisogno di essere additati.

Ed ora sopravvenne l'Antichità ed influì su tutta questa questione

in doppio modo. In primo luogo si cercò appropriarsi la psicologia

degli antichi e si torturò minuziosamente Aristotele per averne una

risposta definitiva. In uno dei dialoghi imitati da Luciano a quel

tempo[557] Caronte racconta a Mercurio, come egli abbia interpellato

Aristotele stesso, mentre lo tragittava sulla sua barca, intorno a

ciò che egli pensasse intorno all'immortalità: il cauto filosofo,

quantunque corporalmente fosse morto e tuttavia vivesse spiritualmente,

non avea nemmeno allora voluto compromettersi con una chiara e netta

risposta: come adunque, dopo tanti secoli, potevano gl'interpreti

essere più fortunati di lui? — Ma appunto perciò si questionava

con maggiore accanimento sulle opinioni emesse da lui e da altri

antichi sulla vera natura dell'anima, sulla sua origine, sulla sua

preesistenza, sulla sua unità in tutti gli uomini, e sulla sua assoluta

eternità, anzi anche intorno alle diverse sue trasmigrazioni, e tali

questioni furono portate perfin sul pergamo.[558] La disputa assunse

ancora nel secolo XV proporzioni assai larghe e s'accalorava ogni dì

più: gli uni dimostravano che Aristotele senz'altro dà l'anima come

immortale;[559] altri deploravano la durezza di cuore degli uomini,

che vorrebbero vedersi l'anima seder dinanzi sopra una sedia, per

credere alla di lei esistenza:[560] Filelfo nella sua orazione funebre

per Francesco Sforza adduce una serie di sentenze diverse di filosofi

antichi ed anche d'Arabi a sostegno dell'immortalità, e chiude questa

miscela di testimonianze, che nella stampa occupano due pagine e mezza

molto compatte in folio,[561] con due righe: «oltre a ciò abbiamo

il Testamento vecchio ed il nuovo, che tengono il luogo di qualsiasi

certezza ed autorità». In mezzo a ciò sopravvennero i Platonici colla

dottrina dell'anima di Platone, e taluni anche, come per esempio il

Pico, con notevoli aggiunte desunte dalle dottrine del Cristianesimo.

Ma gli avversari riempivano il mondo erudito delle loro opinioni.

Al principio del secolo XVI lo scandalo, che ne risentì la Chiesa,

era talmente grande, che Leone X nel Concilio Lateranense (1513)

dovette pubblicare una costituzione[562] a difesa della immortalità e

individualità dell'anima, quest'ultima contro coloro che insegnavano

non esser l'anima in tutti gli uomini che una sola. Pochi anni dopo

però apparve il libro del Pomponazzo, dove si mostra l'impossibilità di

una prova filosofica dell'immortalità, ed allora la lotta si svolse in

confutazioni ed apologie, e non tacque se non di fronte alla reazione

cattolica. La preesistenza dell'anima in Dio, più o meno conforme alle

dottrine ontologiche di Platone, rimase a lungo come un'idea assai

diffusa e tornò comoda specialmente ai poeti.[563] Evidentemente non si

pensò più da vicino, quali conseguenze vi andassero connesse intorno al

modo di esistere dopo la morte.

Il secondo influsso dell'Antichità venne principalmente da quel

notevole frammento del libro sesto della Repubblica di Cicerone,

che è noto sotto il nome di «Sogno di Scipione». Senza il commento

di Macrobio probabilmente anch'esso sarebbe andato perduto, come

tutta la seconda metà di quest'opera; ma allora era assai diffuso in

innumerevoli manoscritti[564] e, quando nacque l'arte tipografica, in

moltissime ristampe, e fu in più guise commentato. È la designazione

della vita gloriosa, che aspetta i grandi uomini dopo la morte nel

concento delle sfere celesti. Questo cielo del mondo pagano, pel

quale a poco a poco trovaronsi anche altre testimonianze antiche, si

venne mano mano sostituendo al cielo promesso ai cristiani in quella

stessa misura, nella quale l'ideale della grandezza storica e della

fama gettò nell'ombra le idealità della vita cristiana, e, ciò non

ostante, il sentimento non ne restava tanto offeso, come colla dottrina

della morte definitiva di tutto l'uomo. Ancora il Petrarca cominciò a

fondare le sue speranze principalmente su questo Sogno di Scipione,

su altre espressioni che si riscontrano in Cicerone e sul Fedone di

Platone, senza nemmeno menzionare la Bibbia.[565] «Perchè, esclama

egli in qualche parte de' suoi scritti, non dovrei io come cattolico

partecipare ad una speranza, che trovo accettabile presso i pagani?».

Un po' più tardi Coluccio Salutati scrisse le sue «Fatiche d'Ercole»

(che sussistono ancora manoscritte), dove nella conclusione si prova,

che agli uomini attivi e operosi, che sulla terra sostennero lotte

straordinarie, di diritto appartiene un seggio sopra le stelle.[566]

E se anche Dante confinò rigorosamente i grandi del paganesimo (ai

quali certamente egli accordava il Paradiso) nel Limbo, ch'egli pone al

limitare dell'Inferno,[567] ora invece la poesia si mostrò più corriva

e diffuse idee molto più larghe intorno al mondo avvenire. Cosimo il

Vecchio, giusta una poesia di Bernardo Pulci scritta in occasione della

sua morte, era stato accolto in cielo da Cicerone, che al pari di lui

fu detto «padre della patria», dai Fabj, da Curio, da Fabrizio e da

molti altri, coi quali sarà un nuovo ornamento di quel coro, nel quale

non cantano che le anime scevre d'ogni colpa e d'ogni rimprovero.[568]

Ma negli antichi autori c'era anche un altro concetto, e d'assai meno

lusinghiero, del mondo futuro, vale a dire il regno delle ombre di

Omero e di quei poeti, che non avevano saputo ancora dar forma umana

a quel modo di esistere. Anche questo concetto impressionò l'animo di

taluni. Gioviano Pontano in qualche punto delle sue opere pone in bocca

al Sannazzaro il racconto di una visione[569] avuta di buon mattino nel

sonno. In essa gli appare un amico morto, Ferrando Gennaro, col quale

egli altre volte s'era intrattenuto sull'immortalità dell'anima: egli

lo interroga, se sia vera l'eternità e l'atrocità delle pene infernali?

L'ombra, dopo qualche istante di silenzio, risponde al tutto nel senso

della risposta di Achille ad Odisseo: «di questo ti faccio certo, che

noi usciti dalla vita corporale portiamo il più grande desiderio di

ritornare in essa». Poi saluta e scompare.

Non si può assolutamente disconoscere che simili idee implicavano

affatto la distruzione dei dogmi fondamentali del Cristianesimo. I

concetti della prima caduta dell'uomo e della Redenzione devono essere

scomparsi quasi del tutto. Nè bisogna lasciarsi illudere dall'effetto

prodotto dai giubilei e dalle penitenze pubbliche, di cui s'è parlato

altrove (v. pag. 264 e seg. e 290 e seg.); poichè, ammesso anche che

v'abbiano partecipato, al pari di tutti gli altri, altresì gli uomini

individualmente più colti ed istrutti, tale partecipazione non era

tanto l'effetto di un vivo sentimento religioso, quanto è assai più

un bisogno di cercar forti commozioni, una sensazione violenta degli

spiriti dinanzi a qualche grande calamità, un grido di disperazione

lanciato verso il cielo, perchè mandasse un aiuto straordinario. Il

risvegliarsi della coscienza non portava di necessità il sentimento

della corruzione umana e del bisogno di una Redenzione, anzi anche

una grande penitenza esteriore non implicava per sè un pentimento

assoluto in senso cristiano. Se taluni, dotati di una energia

straordinaria, ci narrano che il loro principio era quello di non voler

pentirsi giammai di nulla,[570] può ben essere che ciò si riferisca

innanzi tutto a cose per sè stesse indifferenti, a viste o ad errori

commessi nel campo della vita pratica, ma il passaggio da questo al

campo morale è facilissimo, quando la sorgente di quel principio è

universale e risiede nel sentimento individuale della propria forza.

Il Cristianesimo passivo e contemplativo, colle sue speranze in una

vita migliore al di là della tomba, non aveva più alcun predominio su

questi uomini. Il Machiavelli lancia espressamente l'ultima parola su

esso, affermandolo dannoso allo Stato e inutile alla difesa delle sue

libertà.[571]

Ora qual forma doveva dunque assumere negli uomini più serii il

sentimento religioso, che, in onta a tutto questo, ancora esisteva?

Il Teismo o Deismo, comunque lo si voglia chiamare. Quest'ultimo nome

parrebbe convenir meglio a quel modo di pensare, che ha già abbandonato

ogni credenza cristiana, senza cercare o trovare un ulteriore compenso

per soddisfare ai bisogni del sentimento. Il Teismo invece si riconosce

in una più elevata e positiva devozione verso l'Ente divino, che il

medio-evo non aveva mai conosciuto. Una tale devozione non esclude per

nulla il Cristianesimo, e può benissimo in ogni tempo conciliarsi colle

sue dottrine sul peccato, sulla redenzione e sull'immortalità, ma può

anche sussistere senza di esse.

Talvolta essa si manifesta con una ingenuità quasi infantile, anzi con

un colorito mezzo pagano: in Dio essa vede l'Essere onnipotente, che è

meta e compimento di tutti i desideri. Agnolo Pandolfini racconta,[572]

come, dopo le sue nozze, egli si sia ritirato colla propria consorte

dinanzi all'altare domestico, dove era l'immagine di Nostra Donna,

orando non solo a lei, ma anche a Dio Padre, perchè fosse loro concesso

un giusto uso dei beni di fortuna, una lunga convivenza in pace e

in concordia, e molti discendenti maschi: «per me chiesi ricchezza,

amicizie ed onori, per lei integrità e onestà e che fosse buona

massaia». Se poi accade, che la preghiera abbia nella espressione un

forte colorito d'antichità, si ha talvolta molta difficoltà a sceverare

in essa lo stile, che è pagano, dal senso, che è pure sempre quello di

un Teismo cristiano.[573]

Questo sentimento si manifesta qua e là con molta verità nella

sventura. Degli ultimi anni del Firenzuola, che giacque lungamente

ammalato di febbre, ci restano alcune preghiere a Dio, nelle quali

egli incidentalmente accentua le sue credenze cristiane, e tuttavia

ci appare imbevuto di sentimenti teistici i più pronunciati.[574]

Egli non considera punto i suoi dolori come una conseguenza delle sue

colpe o come una prova e preparazione alla vita avvenire; è un affare

immediato tra lui e Dio solo, che fra l'uomo e la disperazione ha posto

il potente amor della vita. «Io impreco, esclama egli, ma contro alla

natura soltanto; imperocchè la tua grandezza mi vieta di nominarti....

dammi la morte, o Signore, io te ne supplico, dammi tosto la morte!»

Vero è che una prova evidente di un Teismo manifesto e sentito si

cercherebbe indarno in questa e in simili espressioni; quelli che le

emisero, credevano ancora in parte di essere cristiani e rispettavano,

oltre a ciò, per motivi diversi la dottrina emanata dalla Chiesa. Ma al

tempo della Riforma, quando il pensiero fu costretto a manifestarsi in

tutta la sua pienezza, questo modo di pensare acquistò una coscienza

esplicita; un buon numero di protestanti italiani si dichiararono

Anti-trinitarj, e i Sociniani fuggiaschi in lontane regioni fecero

perfino il notevole tentativo di costituire una Chiesa in questo senso.

In ogni modo dal fin qui detto apparirà per lo meno evidentemente,

che, oltre ai razionalisti della scuola umanistica, anche altri spiriti

seguivano arditamente questa corrente.

Un centro di Teismo pronunciatissimo fu l'Accademia Platonica di

Firenze, e in essa nessuno lo professò così apertamente come Lorenzo

il Magnifico. Le opere dottrinali e perfino le lettere famigliari di

quel circolo di dotti non ci danno che la metà dei loro sentimenti e

del loro pensiero. Egli è vero che Lorenzo dalla sua gioventù sino alla

fine della sua vita si dichiarò in fatto di credenze cristiano,[575] e

che Pico fu anzi ligio alle idee del Savonarola e piegò a sentimenti

di un ascetismo claustrale.[576] Ma negli inni di Lorenzo,[577] che

siamo tentati di designare come il maggior prodotto dello spirito

di quella scuola, parla aperto il Teismo, e precisamente nel senso,

che riguarda il mondo come un gran Cosmo fisico e morale. Mentre gli

uomini del medio-evo considerano questo stesso mondo soltanto come una

valle di lagrime, che il Papa e l'Imperatore debbono guidare sino alla

venuta dell'Anticristo, mentre i fatalisti del Rinascimento oscillano

perplessi tra momenti di violenta energia e di cupa rassegnazione o di

delirj superstiziosi, qui un'eletta schiera di spiriti superiori[578]

coltiva l'idea, che il mondo visibile sia stato creato da Dio per solo

amore, e che esso sia una riproduzione del tipo esistente in lui, e

ch'egli ne sia pur sempre l'eterno motore e conservatore. L'uomo,

riconoscendo Iddio, può attirarlo nella sua cerchia ristretta, ma

amandolo può anche abbracciar l'infinito, e questa è la beatitudine, di

cui è lecito goder sulla terra.

Qui gli ultimi accenti del misticismo del medio-evo si fondono colle

dottrine platoniche e con idee e sentimenti al tutto moderni. Così

si veniva maturando il miglior frutto di quella cognizione del mondo

esteriore e dell'uomo, che basta da sola a collocare il Rinascimento

italiano alla testa di tutta la civiltà moderna.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 29 / 34 题