Crollo della fede in generale.
La confessione del Boscoli. — Confusione religiosa e
scetticismo generale. — Contesa sull'immortalità. — Il cielo
dei pagani. — Il mondo avvenire di Omero. — Abbandono delle
dottrine del Cristianesimo. — Il deismo italiano.
In istretta relazione con queste superstizioni e in generale colle
massime dell'antichità allora universalmente adottate era la fede
nell'immortalità dell'anima. Ma questa questione, presa nel suo
complesso, ha anche attinenze più larghe e profonde con lo sviluppo
dello spirito moderno in generale.
Una delle fonti principali d'ogni dubbio nell'immortalità era il
desiderio di non dover essere obbligati in nulla ad una Chiesa
universalmente abborrita, come era allora la romana. Vedemmo già come
essa chiamasse col nome di epicurei coloro che la pensavano a questo
modo (v. pag. 303 e segg:). Può ben essere accaduto che taluno nel
momento supremo della morte cercasse il conforto de' Sacramenti; ma
questo era nulla in paragone dei moltissimi, che per tutta la loro
vita, e specialmente poi negli anni della loro maggiore attività,
non si curarono affatto di seguire qualsiasi principio religioso.
Che da questa indifferenza poi parecchi fossero condotti ad una
compiuta incredulità è cosa, che, oltre all'essere evidente da sè,
viene storicamente testificata d'ogni parte. Sono coloro dei quali
l'Ariosto scriveva: non credono a nulla al di sopra del tetto della
loro casa.[555] In Italia, e più specialmente a Firenze, si poteva
senza pericolo alcuno vivere in una palese incredulità, purchè non
si provocasse con offese dirette la collera della Chiesa. Infatti
era di uso, che il confessore chiamato ad assistere un delinquente,
che dovesse subire l'estremo supplizio, prima d'ogni altra cosa lo
interrogasse se credeva: «essendo corsa una falsa voce, ch'egli non
avesse fede alcuna».[556]
Il povero peccatore, al quale qui si allude, quel Pierpaolo Boscoli,
di cui già facemmo menzione (v. vol. I, pag. 79), e che nel 1513
ebbe parte in una cospirazione contro la famiglia dei Medici appena
ristabilita, è divenuto in questa occasione l'espressione la più
perfetta della confusione, che allora regnava nelle idee religiose.
Devoto per tradizioni famigliari al partito del Savonarola, egli aveva
poi concepito un certo entusiasmo per la libertà intesa al modo antico
e per altre idee del vecchio paganesimo; ma, mentre egli langue nel
carcere, i mistici partigiani del frate s'interessano nuovamente per
lui e cercano ogni mezzo perchè egli muoia cristianamente e salvi
l'anima sua. Il pio testimonio e narratore del fatto è uno della
famiglia artistica dei Della Robbia, il dotto filologo Luca. «Ohimè,
sospira il Boscoli, aiutatemi a dimenticar Bruto, perchè io possa
morire da buon cristiano!» — E Luca gli risponde: «purchè voi vogliate,
ciò non vi riescirà malagevole; voi sapete già che le imprese degli
antichi romani non ci furono tramandate nella loro schietta genuinità,
ma _con arte accresciute»_. Allora quegli fa violenza a sè stesso
per credere, e si rimprovera che la sua fede non sia spontanea. Se
soltanto gli fosse concesso ancora di passare un mese in compagnia
di buoni monaci, egli sarebbe certo di riformare il cuore e la mente
a pensieri e sentimenti cristiani! — Da ciò che segue emerge poi con
tutta evidenza, che questi seguaci del Savonarola conoscevano assai
poco la Bibbia: il Boscoli non conosce altre preghiere che il _Pater_
e l'_Ave_, e supplica istantemente Luca a voler dire agli amici, che
studino la Sacra Scrittura, perchè nell'ora suprema non si trova se
non ciò che s'è appreso durante la vita. Dopo ciò, Luca gli legge
e gli spiega la Passione secondo il Vangelo di S. Giovanni: in modo
veramente strano quell'infelice vede chiara la divinità di Cristo,
mentre invece non sa capacitarsi della sua umanità: e se ne cruccia, e
vorrebbe poter vedere anche quest'ultima con tale evidenza, «come se
Cristo gli venisse incontro uscendo da un bosco»: allora l'amico lo
esorta all'umiltà e lo avverte che i dubbi non sono che ispirazioni
perverse dello spirito maligno. — Più tardi egli si risovviene di
un suo voto giovanile non mai compiuto, di andare in pellegrinaggio
alla Madonna dell'Impruneta, e Luca gli promette di compierlo in
sua vece. Frattanto giunge il confessore, un frate del convento del
Savonarola, come egli l'aveva chiesto, e gli dà innanzi tutto quegli
schiarimenti, che altrove abbiamo accennato, intorno all'opinione di
s. Tommaso d'Aquino sul tirannicidio, eccitandolo poscia a sostenere
la morte con animo forte. Il Boscoli risponde: «padre, non perdete
su questo punto il vostro tempo; a ciò mi bastano già i filosofi:
aiutatemi a subire la morte per amore di Cristo». Le cose ulteriori, la
comunione, il commiato e l'esecuzione, ci vengono narrate in modo assai
commovente; più particolarmente però merita d'esser notato un tratto
al tutto caratteristico, ed è che, mentre il Boscoli poneva la testa
sul ceppo, pregò il carnefice a sospendere il colpo ancora un momento,
«perchè egli, sin da quando ebbe l'annunzio della propria condanna,
avea fatto ogni sforzo per unirsi con Dio, ma sempre indarno, ed ora
voleva fare uno sforzo supremo per abbandonarsi del tutto nelle sue
mani». Evidentemente egli ripeteva un'idea del Savonarola, che, intesa
soltanto per metà, lo teneva inquieto ancora in quell'estremo momento.
Se noi possedessimo parecchie altre confessioni di questo genere,
avremmo un'immagine ben più completa della vita morale di quel tempo,
di quello che non ci sia dato di raccoglierla da tanti trattati e da
tante poesie. Noi vedremmo anche meglio quanto forte fosse l'innato
istinto religioso, e quanto subbiettivi e vacillanti i rapporti d'ogni
individuo colle verità religiose, e finalmente quali potenti nemici
osteggiassero queste ultime. Che uomini cresciuti con tali sentimenti
non fossero quelli che si domandavano per fondare una nuova Chiesa, è
cosa per sè evidentissima; ma la storia del pensiero degli occidentali
sarebbe pur sempre incompiuta, se non si tenesse conto di quest'epoca
di sommo fermento fra gli Italiani, che non s'incontra presso le altre
nazioni, perchè queste non vi presero alcuna parte. Ma torniamo alla
questione dell'immortalità.
Se l'incredulità a questo riguardo fece così rapide ed estese
conquiste nella classe degli uomini più colti, ciò dipendette
essenzialmente dalla circostanza che il compito affatto terreno
di scoprire e riprodurre il mondo mediante la parola e le immagini
assorbì in alto grado tutte le forze mentali e morali degli Italiani.
L'esser mondano all'uomo del Rinascimento fu una necessità (v. pag.
298). Ma da ciò derivò anche che l'arte e la indagine scientifica
apersero universalmente la via ad uno scetticismo, che, se non appare
evidentissimo nella letteratura e se non s'accinse alla critica della
storia biblica (v. pag. 311) in modo degno del tempo, tuttavia non può
dirsi che non abbia esistito. Esso passò piuttosto inosservato in quel
gran bisogno di dare a tutto forma e colore, che è lo stimolo positivo
dell'arte; senza contare gl'impedimenti creati dal potere dispotico
usurpato dalla Chiesa, che si sarebbe dichiarata mortale nemica di
chiunque avesse osato sciogliere la questione teoricamente. Questo
spirito di dubbio nondimeno doveva volgersi inevitabilmente al problema
dello stato dell'anima umana dopo la morte per motivi già per sè troppo
evidenti, perchè abbiano bisogno di essere additati.
Ed ora sopravvenne l'Antichità ed influì su tutta questa questione
in doppio modo. In primo luogo si cercò appropriarsi la psicologia
degli antichi e si torturò minuziosamente Aristotele per averne una
risposta definitiva. In uno dei dialoghi imitati da Luciano a quel
tempo[557] Caronte racconta a Mercurio, come egli abbia interpellato
Aristotele stesso, mentre lo tragittava sulla sua barca, intorno a
ciò che egli pensasse intorno all'immortalità: il cauto filosofo,
quantunque corporalmente fosse morto e tuttavia vivesse spiritualmente,
non avea nemmeno allora voluto compromettersi con una chiara e netta
risposta: come adunque, dopo tanti secoli, potevano gl'interpreti
essere più fortunati di lui? — Ma appunto perciò si questionava
con maggiore accanimento sulle opinioni emesse da lui e da altri
antichi sulla vera natura dell'anima, sulla sua origine, sulla sua
preesistenza, sulla sua unità in tutti gli uomini, e sulla sua assoluta
eternità, anzi anche intorno alle diverse sue trasmigrazioni, e tali
questioni furono portate perfin sul pergamo.[558] La disputa assunse
ancora nel secolo XV proporzioni assai larghe e s'accalorava ogni dì
più: gli uni dimostravano che Aristotele senz'altro dà l'anima come
immortale;[559] altri deploravano la durezza di cuore degli uomini,
che vorrebbero vedersi l'anima seder dinanzi sopra una sedia, per
credere alla di lei esistenza:[560] Filelfo nella sua orazione funebre
per Francesco Sforza adduce una serie di sentenze diverse di filosofi
antichi ed anche d'Arabi a sostegno dell'immortalità, e chiude questa
miscela di testimonianze, che nella stampa occupano due pagine e mezza
molto compatte in folio,[561] con due righe: «oltre a ciò abbiamo
il Testamento vecchio ed il nuovo, che tengono il luogo di qualsiasi
certezza ed autorità». In mezzo a ciò sopravvennero i Platonici colla
dottrina dell'anima di Platone, e taluni anche, come per esempio il
Pico, con notevoli aggiunte desunte dalle dottrine del Cristianesimo.
Ma gli avversari riempivano il mondo erudito delle loro opinioni.
Al principio del secolo XVI lo scandalo, che ne risentì la Chiesa,
era talmente grande, che Leone X nel Concilio Lateranense (1513)
dovette pubblicare una costituzione[562] a difesa della immortalità e
individualità dell'anima, quest'ultima contro coloro che insegnavano
non esser l'anima in tutti gli uomini che una sola. Pochi anni dopo
però apparve il libro del Pomponazzo, dove si mostra l'impossibilità di
una prova filosofica dell'immortalità, ed allora la lotta si svolse in
confutazioni ed apologie, e non tacque se non di fronte alla reazione
cattolica. La preesistenza dell'anima in Dio, più o meno conforme alle
dottrine ontologiche di Platone, rimase a lungo come un'idea assai
diffusa e tornò comoda specialmente ai poeti.[563] Evidentemente non si
pensò più da vicino, quali conseguenze vi andassero connesse intorno al
modo di esistere dopo la morte.
Il secondo influsso dell'Antichità venne principalmente da quel
notevole frammento del libro sesto della Repubblica di Cicerone,
che è noto sotto il nome di «Sogno di Scipione». Senza il commento
di Macrobio probabilmente anch'esso sarebbe andato perduto, come
tutta la seconda metà di quest'opera; ma allora era assai diffuso in
innumerevoli manoscritti[564] e, quando nacque l'arte tipografica, in
moltissime ristampe, e fu in più guise commentato. È la designazione
della vita gloriosa, che aspetta i grandi uomini dopo la morte nel
concento delle sfere celesti. Questo cielo del mondo pagano, pel
quale a poco a poco trovaronsi anche altre testimonianze antiche, si
venne mano mano sostituendo al cielo promesso ai cristiani in quella
stessa misura, nella quale l'ideale della grandezza storica e della
fama gettò nell'ombra le idealità della vita cristiana, e, ciò non
ostante, il sentimento non ne restava tanto offeso, come colla dottrina
della morte definitiva di tutto l'uomo. Ancora il Petrarca cominciò a
fondare le sue speranze principalmente su questo Sogno di Scipione,
su altre espressioni che si riscontrano in Cicerone e sul Fedone di
Platone, senza nemmeno menzionare la Bibbia.[565] «Perchè, esclama
egli in qualche parte de' suoi scritti, non dovrei io come cattolico
partecipare ad una speranza, che trovo accettabile presso i pagani?».
Un po' più tardi Coluccio Salutati scrisse le sue «Fatiche d'Ercole»
(che sussistono ancora manoscritte), dove nella conclusione si prova,
che agli uomini attivi e operosi, che sulla terra sostennero lotte
straordinarie, di diritto appartiene un seggio sopra le stelle.[566]
E se anche Dante confinò rigorosamente i grandi del paganesimo (ai
quali certamente egli accordava il Paradiso) nel Limbo, ch'egli pone al
limitare dell'Inferno,[567] ora invece la poesia si mostrò più corriva
e diffuse idee molto più larghe intorno al mondo avvenire. Cosimo il
Vecchio, giusta una poesia di Bernardo Pulci scritta in occasione della
sua morte, era stato accolto in cielo da Cicerone, che al pari di lui
fu detto «padre della patria», dai Fabj, da Curio, da Fabrizio e da
molti altri, coi quali sarà un nuovo ornamento di quel coro, nel quale
non cantano che le anime scevre d'ogni colpa e d'ogni rimprovero.[568]
Ma negli antichi autori c'era anche un altro concetto, e d'assai meno
lusinghiero, del mondo futuro, vale a dire il regno delle ombre di
Omero e di quei poeti, che non avevano saputo ancora dar forma umana
a quel modo di esistere. Anche questo concetto impressionò l'animo di
taluni. Gioviano Pontano in qualche punto delle sue opere pone in bocca
al Sannazzaro il racconto di una visione[569] avuta di buon mattino nel
sonno. In essa gli appare un amico morto, Ferrando Gennaro, col quale
egli altre volte s'era intrattenuto sull'immortalità dell'anima: egli
lo interroga, se sia vera l'eternità e l'atrocità delle pene infernali?
L'ombra, dopo qualche istante di silenzio, risponde al tutto nel senso
della risposta di Achille ad Odisseo: «di questo ti faccio certo, che
noi usciti dalla vita corporale portiamo il più grande desiderio di
ritornare in essa». Poi saluta e scompare.
Non si può assolutamente disconoscere che simili idee implicavano
affatto la distruzione dei dogmi fondamentali del Cristianesimo. I
concetti della prima caduta dell'uomo e della Redenzione devono essere
scomparsi quasi del tutto. Nè bisogna lasciarsi illudere dall'effetto
prodotto dai giubilei e dalle penitenze pubbliche, di cui s'è parlato
altrove (v. pag. 264 e seg. e 290 e seg.); poichè, ammesso anche che
v'abbiano partecipato, al pari di tutti gli altri, altresì gli uomini
individualmente più colti ed istrutti, tale partecipazione non era
tanto l'effetto di un vivo sentimento religioso, quanto è assai più
un bisogno di cercar forti commozioni, una sensazione violenta degli
spiriti dinanzi a qualche grande calamità, un grido di disperazione
lanciato verso il cielo, perchè mandasse un aiuto straordinario. Il
risvegliarsi della coscienza non portava di necessità il sentimento
della corruzione umana e del bisogno di una Redenzione, anzi anche
una grande penitenza esteriore non implicava per sè un pentimento
assoluto in senso cristiano. Se taluni, dotati di una energia
straordinaria, ci narrano che il loro principio era quello di non voler
pentirsi giammai di nulla,[570] può ben essere che ciò si riferisca
innanzi tutto a cose per sè stesse indifferenti, a viste o ad errori
commessi nel campo della vita pratica, ma il passaggio da questo al
campo morale è facilissimo, quando la sorgente di quel principio è
universale e risiede nel sentimento individuale della propria forza.
Il Cristianesimo passivo e contemplativo, colle sue speranze in una
vita migliore al di là della tomba, non aveva più alcun predominio su
questi uomini. Il Machiavelli lancia espressamente l'ultima parola su
esso, affermandolo dannoso allo Stato e inutile alla difesa delle sue
libertà.[571]
Ora qual forma doveva dunque assumere negli uomini più serii il
sentimento religioso, che, in onta a tutto questo, ancora esisteva?
Il Teismo o Deismo, comunque lo si voglia chiamare. Quest'ultimo nome
parrebbe convenir meglio a quel modo di pensare, che ha già abbandonato
ogni credenza cristiana, senza cercare o trovare un ulteriore compenso
per soddisfare ai bisogni del sentimento. Il Teismo invece si riconosce
in una più elevata e positiva devozione verso l'Ente divino, che il
medio-evo non aveva mai conosciuto. Una tale devozione non esclude per
nulla il Cristianesimo, e può benissimo in ogni tempo conciliarsi colle
sue dottrine sul peccato, sulla redenzione e sull'immortalità, ma può
anche sussistere senza di esse.
Talvolta essa si manifesta con una ingenuità quasi infantile, anzi con
un colorito mezzo pagano: in Dio essa vede l'Essere onnipotente, che è
meta e compimento di tutti i desideri. Agnolo Pandolfini racconta,[572]
come, dopo le sue nozze, egli si sia ritirato colla propria consorte
dinanzi all'altare domestico, dove era l'immagine di Nostra Donna,
orando non solo a lei, ma anche a Dio Padre, perchè fosse loro concesso
un giusto uso dei beni di fortuna, una lunga convivenza in pace e
in concordia, e molti discendenti maschi: «per me chiesi ricchezza,
amicizie ed onori, per lei integrità e onestà e che fosse buona
massaia». Se poi accade, che la preghiera abbia nella espressione un
forte colorito d'antichità, si ha talvolta molta difficoltà a sceverare
in essa lo stile, che è pagano, dal senso, che è pure sempre quello di
un Teismo cristiano.[573]
Questo sentimento si manifesta qua e là con molta verità nella
sventura. Degli ultimi anni del Firenzuola, che giacque lungamente
ammalato di febbre, ci restano alcune preghiere a Dio, nelle quali
egli incidentalmente accentua le sue credenze cristiane, e tuttavia
ci appare imbevuto di sentimenti teistici i più pronunciati.[574]
Egli non considera punto i suoi dolori come una conseguenza delle sue
colpe o come una prova e preparazione alla vita avvenire; è un affare
immediato tra lui e Dio solo, che fra l'uomo e la disperazione ha posto
il potente amor della vita. «Io impreco, esclama egli, ma contro alla
natura soltanto; imperocchè la tua grandezza mi vieta di nominarti....
dammi la morte, o Signore, io te ne supplico, dammi tosto la morte!»
Vero è che una prova evidente di un Teismo manifesto e sentito si
cercherebbe indarno in questa e in simili espressioni; quelli che le
emisero, credevano ancora in parte di essere cristiani e rispettavano,
oltre a ciò, per motivi diversi la dottrina emanata dalla Chiesa. Ma al
tempo della Riforma, quando il pensiero fu costretto a manifestarsi in
tutta la sua pienezza, questo modo di pensare acquistò una coscienza
esplicita; un buon numero di protestanti italiani si dichiararono
Anti-trinitarj, e i Sociniani fuggiaschi in lontane regioni fecero
perfino il notevole tentativo di costituire una Chiesa in questo senso.
In ogni modo dal fin qui detto apparirà per lo meno evidentemente,
che, oltre ai razionalisti della scuola umanistica, anche altri spiriti
seguivano arditamente questa corrente.
Un centro di Teismo pronunciatissimo fu l'Accademia Platonica di
Firenze, e in essa nessuno lo professò così apertamente come Lorenzo
il Magnifico. Le opere dottrinali e perfino le lettere famigliari di
quel circolo di dotti non ci danno che la metà dei loro sentimenti e
del loro pensiero. Egli è vero che Lorenzo dalla sua gioventù sino alla
fine della sua vita si dichiarò in fatto di credenze cristiano,[575] e
che Pico fu anzi ligio alle idee del Savonarola e piegò a sentimenti
di un ascetismo claustrale.[576] Ma negli inni di Lorenzo,[577] che
siamo tentati di designare come il maggior prodotto dello spirito
di quella scuola, parla aperto il Teismo, e precisamente nel senso,
che riguarda il mondo come un gran Cosmo fisico e morale. Mentre gli
uomini del medio-evo considerano questo stesso mondo soltanto come una
valle di lagrime, che il Papa e l'Imperatore debbono guidare sino alla
venuta dell'Anticristo, mentre i fatalisti del Rinascimento oscillano
perplessi tra momenti di violenta energia e di cupa rassegnazione o di
delirj superstiziosi, qui un'eletta schiera di spiriti superiori[578]
coltiva l'idea, che il mondo visibile sia stato creato da Dio per solo
amore, e che esso sia una riproduzione del tipo esistente in lui, e
ch'egli ne sia pur sempre l'eterno motore e conservatore. L'uomo,
riconoscendo Iddio, può attirarlo nella sua cerchia ristretta, ma
amandolo può anche abbracciar l'infinito, e questa è la beatitudine, di
cui è lecito goder sulla terra.
Qui gli ultimi accenti del misticismo del medio-evo si fondono colle
dottrine platoniche e con idee e sentimenti al tutto moderni. Così
si veniva maturando il miglior frutto di quella cognizione del mondo
esteriore e dell'uomo, che basta da sola a collocare il Rinascimento
italiano alla testa di tutta la civiltà moderna.