La Religione nella vita quotidiana.
Difetto di una riforma. — Posizione degl'Italiani di fronte
alla Chiesa. — Odio contro la gerarchia e le fraterìe. — I
frati mendicanti. — L'Inquisizione domenicana. — Gli ordini
religiosi superiori. — Abituale ingerenza della Chiesa e de'
suoi riti. — Apostoli di penitenza. — Girolamo Savonarola. —
L'elemento pagano nelle credenze popolari. — La fede nelle
reliquie. — Il culto di Maria. — Oscillazioni nel culto. —
Grandi epidemie religiose. — Loro ordinamento poliziesco in
Ferrara.
In strettissima attinenza colla moralità di un popolo sta la questione
della sua credenza religiosa, vale a dire della sua fede maggiore o
minore in un governo provvidenziale del mondo, sia che questa fede lo
riguardi come predestinato alla felicità o lo consideri come condannato
al dolore e ad una imminente rovina.[339] Ora l'incredulità italiana
di quel tempo è notissima, e chi ne cercasse le prove, potrebbe assai
facilmente raccoglierne testimonianze a migliaia. Ma anche qui noi
ci limiteremo a fare le debite distinzioni, astenendoci da qualsiasi
giudizio assoluto e definitivo.
La credenza alla Divinità nei tempi precedenti aveva avuto la sua
origine e il suo punto d'appoggio nel Cristianesimo e nel suo simbolo
esterno, la Chiesa. Quando questa degenerò, l'umanità avrebbe dovuto
distinguere e mantenere la sua religione ad ogni costo. Ma un tale
postulato è più facile a presupporsi, che ad effettuarsi. Non ogni
popolo è abbastanza calmo e flemmatico sino a tollerare una permanente
contraddizione tra un principio e la sua personificazione esterna.
Ed è per l'appunto la Chiesa che cade in questa contraddizione e che
con ciò si tira addosso la più grande responsabilità, che sia mai
stata nella storia. Infatti ella ha sostenuto con tutti i mezzi della
violenza una dottrina corrotta e svisata a tutto vantaggio della sua
onnipotenza, e, conscia della propria inviolabilità, si lasciò cadere
in braccio alla più scandalosa demoralizzazione: indi, per mantenersi
in tale sua condizione, ella ha menato colpi mortali contro lo spirito
e la coscienza dei popoli, alienandosi così e spingendo ella stessa
all'incredulità molti spiriti elevati, che nella loro coscienza non
poterono più restarle fedeli.
Ora innanzi tutto sorge da sè la domanda: perchè dunque l'Italia tanto
progredita nella cultura non reagì con maggior vigore contro gli abusi
della gerarchia, perchè non effettuò essa una Riforma simile alla
tedesca e prima di questa?
C'è una risposta, che a prima vista sembrerebbe dover appagare
chiunque, vale a dire, che l'Italia non s'era proposta altro scopo,
fuorchè di negare la gerarchia, mentre l'origine e la libertà assoluta
della Riforma tedesca sono dovute alle dottrine positive della
giustificazione per mezzo della fede e della inefficacia delle buone
opere.
Egli è certo che queste dottrine non cominciarono a diffondersi
dalla Germania in Italia se non assai tardi, e quando già la potenza
spagnuola vi si era talmente afforzata da potervi opprimere, parte
immediatamente, parte mediante il Papato e i suoi strumenti, ogni
cosa.[340] Ma già anche nei moti religiosi d'Italia dei tempi
anteriori, dai Mistici del secolo XIII sino al Savonarola, eravi un
grande elemento di vera fede, cui, per maturare, non mancarono che le
occasioni, come più tardi mancarono alla setta degli Ugonotti, animata
essa pure da sentimenti veramente cristiani. Avvenimenti colossali come
la Riforma del secolo XVI escono in generale, per ciò che riguarda le
singole particolarità e il loro modo di manifestarsi e di svolgersi,
dalla cerchia di qualsiasi calcolo storico-filosofico, per quanto
anche si possa con tutta evidenza mostrarne la necessità. I moti dello
spirito, il loro balenare improvviso, il loro espandersi e l'intima
loro essenza sono e rimangono ai nostri occhi un enigma, almeno in
questo senso, che, delle forze che in essi agiscono, noi non conosciamo
che questa, ma non mai tutte.
I sentimenti delle classi superiori e medie in Italia verso la Chiesa
al tempo in cui il Rinascimento era al colmo del suo splendore,
si manifestano in un misto di malcontento profondo e beffardo e di
sommissione rassegnata alla gerarchia, in quanto essa s'intreccia alla
vita esterna, nonchè in un certo sentimento di rispetto pei Sacramenti,
per le ceremonie sacre e pei riti. A tutto questo possiamo aggiungere,
come specialità al tutto caratteristica dell'Italia, la grande
influenza personale esercitata da alcuni sacri oratori.
Sull'avversione degl'Italiani per la gerarchia, quale si manifesta
specialmente da Dante in poi nella letteratura e nella storia,
esistono estesi lavori speciali. Della posizione del Papato di fronte
all'opinione pubblica abbiam dovuto già dare qualche cenno altrove
(v. vol. I, pagine 140 e 293), e chi volesse su ciò testimonianze
autorevoli, potrà leggerle nei celebri passi relativi dei «Discorsi»
del Machiavelli e nel Guicciardini (non mutilato). Fuori della cerchia
della Curia romana, godono qualche rispetto in via morale[341] i
migliori tra i vescovi e alcuni parrochi: per contrario i semplici
cappellani, i canonici e i frati sono riguardati, quasi senza
eccezione, come persone sospette, sulle quali s'accumulano spesso le
più vituperose accuse, che prendono in fascio l'intero ceto al quale
appartengono.
Fu già asserito da altri, che gli ordini religiosi furono condannati a
portar essi soli la pena delle colpe di tutto il clero, perchè di essi
soltanto si poteva beffarsi impunemente.[342] Ciò è erroneo sotto ogni
punto di vista.
Essi figurano in modo più spiccato nelle novelle e nelle commedie
appunto perchè ambedue queste specie letterarie domandano dei tipi
fissi e ben conosciuti, nei quali riesca facile alla fantasia di
compiere ciò che la novella o la commedia soltanto accennano. Del
resto la novella non risparmia neanche il clero secolare.[343]
Oltre a ciò, innumerevoli tratti in tutta la rimanente letteratura
provano con quanta audacia si parlasse e scrivesse pubblicamente
anche intorno al Papato e alla Curia romana, ciò che naturalmente
non potrebbe attendersi in quei generi, che sono una libera creazione
della fantasia. Per ultimo ai frati non mancarono in allora i mezzi di
vendicarsi talvolta terribilmente.
Ma, comunque sia la cosa, questo in ogni caso è certo, che contro gli
ordini religiosi l'avversione era grandissima, e che essi figuravano
come una prova vivente del disprezzo in cui si tenevano la vita
claustrale, la gerarchia ecclesiastica, il sistema delle credenze,
la religione insomma, secondochè a torto o a ragione si venivano
generalizzando più o meno i giudizi. In ciò si può ben ammettere
che l'Italia avea conservato una assai chiara e precisa ricordanza
dell'origine primitiva di ambedue i grandi ordini mendicanti, e
che anche allora non aveva dimenticato essere stati essi i primi
rappresentanti della reazione,[344] che sorse contro quella che
suol dirsi l'eresia del secolo XIII, vale a dire contro il primo
vivace risveglio del moderno spirito italiano. E l'ufficio della
polizia spirituale, che rimase affidato di preferenza all'ordine dei
Domenicani, non ha certamente poco contribuito ad attirare su questi un
sentimento di segreto odio e di disprezzo.
Quando si legge il Decamerone e le novelle di Franco Sacchetti, si
crederebbe impossibile il portare più in là il sistema della maldicenza
e della denigrazione a carico de' claustrali d'ambedue i sessi. Ma
verso il tempo della Riforma questo linguaggio assume un'intonazione
ancor più risentita. Lasciando anche stare l'Aretino, che ne' suoi
«Ragionamenti» non tira in campo la vita claustrale se non come un
pretesto, per dar libero sfogo alle sue tendenze volgari, noi citeremo
per tutti un solo testimonio, il Masuccio Salernitano, colle prime
dieci delle sue cinquanta novelle. Esse sono scritte da un uomo che
è al colmo dell'indignazione, e, coll'intento di dar loro la maggior
possibile pubblicità, son dedicate ai più illustri personaggi del
tempo, perfino allo stesso re Ferrante e al principe Alfonso di
Napoli. I racconti sono in parte già vecchi, e taluni si conoscono
ancora sin dai tempi del Boccaccio; ma ve ne sono anche altri, che
hanno l'impronta di una spaventevole attualità. Il pervertimento e
il dissanguamento delle moltitudini, per mezzo di falsi miracoli e
un genere di vita pieno di vizi e di scandali, riempiono d'orrore
e di raccapriccio ogni lettore alquanto serio e sensato. Dei frati
minori, che vanno attorno sotto pretesto di elemosinare, vi è detto:
«e vanno discorrendo i regni e li paesi con nuove maniere d'inganni,
poltroneggiando, rubando, lussuriando, e quando ogni arte a loro
vien meno, si fingono santi e mostrano fare miracoli, e chi va con
tunicelle di san Vincenzo, e quali con l'ordine[345] di san Bernardino,
e tali col capestro dell'asino del Capestrano». Altri si procacciano
manutengoli, che fingendosi «quale attratto, quale cieco ed altri
d'incurabili infermitati oppressi, toccando le fimbrie dei loro
vestimenti, con la virtù delle reliquie, con alte voci confessar si
sentono per lo toccare del santo predicatore essere liberati, e sopra
ciò si grida: misericordia!, campane si suonano e lunghi processi
e autentiche scritture si fanno». Egli accade che un frate, mentre
predica, è audacemente accusato di menzogna da un altro, che sta giù
in mezzo al popolo; ma tostamente questi diviene ossesso, e allora il
predicatore lo fa condurre a sè e lo guarisce: il tutto pura commedia,
dalla quale però il frate raccolse tanto danaro, che potè comperare
da un cardinale un vescovato, che poi egli e il suo complice si
godettero agiatamente durante il resto dei loro giorni. Masuccio non
fa veruna speciale differenza tra francescani e domenicani, perchè gli
uni stanno degnamente a paro degli altri. «E seducono gl'insensati
secolari a pigliar le parzialità loro, talchè e per li seggi[346] e
per le piazze ne questioneggiano pubblicamente, e qual franceschino e
qual domenichino diviene!» Le monache son tutta cosa dei frati; e se
taluna entra in qualche rapporto con laici, vien tosto imprigionata
e perseguitata, mentre tutte le altre contraggono nozze formali coi
frati, nelle quali perfino si celebrano messe, si stabiliscono patti e
si spreca lautamente in cibi e bevande. «Io medesimo, scrive l'autore,
non una, ma più volte sono intervenuto e ho visto e toccato con mano.
Tali monache poi o partoriscono di belli monachini... o d'infinite arti
usano, per non far venire il parto a compimento... E se alcuno dirà
questo esser bugia, miri tra le fetide cloache delle monache, e quivi
vedrà di loro commessi omicidii testimonianza aperta, e vi troverà un
cimiterio di tenerissime ossa della già fatta uccisione, non minore
di quella, che per Erode in gl'innocenti ebrei fu operata». Tali e
somiglianti fatti nasconde la vita claustrale. Ma i monaci si assolvono
facilmente l'un l'altro nella confessione, e s'impongono la penitenza
di un _pater noster_ per cose, per le quali negherebbero affatto
l'assoluzione ad un laico, anzi lo tratterebbero come uno scomunicato o
un eretico. «Aprasi adunque la terra e insieme con li lor fautori, con
la moltitudine di tanti poltroni vivi li trangiottisca!» In un altro
luogo, giacchè la potenza dei frati essenzialmente si basa sulle paure
dell'altro mondo, Masuccio esprime un desiderio assai strano: «non mi
pare per loro degno ed eterno gastigamento che sia altro da dire, che
se non che Iddio possa presto distruggere il Purgatorio, a tale che
non potendo di elemosina vivere, andassero alla zappa, onde la maggior
parte di loro hanno già contratta la origine».
Se sotto Ferrante si potevano scrivere tali cose e dedicare gli scritti
a lui stesso, il fatto dipendeva in gran parte dallo sdegno che si era
svegliato in lui per un falso miracolo, che si avea tentato di dargli a
credere.[347] Per mezzo di una tavola di bronzo portante un'iscrizione,
sepolta dapprima nelle vicinanze di Taranto e poi dissotterrata, erasi
fatto il tentativo di indurlo a forza ad una persecuzione contro gli
ebrei, non dissimile da quella di Spagna; e quando egli intravide
l'inganno, si era cercato di persistere in esso. Egli aveva anche
fatto smascherare un falso digiunatore, come già prima di lui avea
fatto anche suo padre Alfonso. La corte adunque non aveva almeno veruna
complicità nella diffusione di quelle cieche superstizioni.[348]
Citammo un autore, che scrive con molta serietà, ma egli è ben lontano
dall'essere il solo, che parli in tal modo. Invettive e dileggi
contro i frati mendicanti s'incontrano in copia dovunque, e ne è
piena tutta la letteratura.[349] Non è nemmeno permesso di dubitare,
che il Rinascimento in breve si sarebbe sbarazzato definitivamente
di tutti questi ordini, se la Riforma tedesca e la Contro-riforma non
fossero sopravvenute. I loro predicatori popolari e i loro santi non si
sarebbero neanche essi salvati. Non si sarebbe trattato in sostanza che
d'intendersela a tempo opportuno con un Papa, che disprezzava già gli
ordini mendicanti, quale era Leone X. Se lo spirito del tempo non li
riguardava omai più che come ridicoli o come abbominevoli, anche per la
Chiesa essi erano divenuti piuttosto un imbarazzo, che un aiuto. E chi
sa quale sarebbe stata allora la sorte del Papato stesso, se la Riforma
non lo avesse salvato.
Il potere arbitrario, che il padre Inquisitore di un convento di
domenicani si permetteva di esercitare nelle città dove risiedeva,
era bensì, sul finire del secolo XV, ancora abbastanza grande per
dar molte noie e provocar molti sdegni nelle persone più colte;
ma ad ogni modo non godeva più l'antico prestigio, nè incuteva più
l'antico spavento.[350] Il punire anche i soli pensieri, come già in
altri tempi (v. pag. 15 e segg.), non era omai più possibile, e il
tenersi in guardia da dottrine erronee propriamente dette riusciva
facile anche a chi del resto si permetteva di sparlare liberamente
del clero, come tale. Se non v'era l'aiuto di un forte partito (come
fu nel caso del Savonarola), era ben raro che, sulla fine del secolo
XV e ne' primi anni del XVI, si passasse alle atrocità dei roghi. Nel
più dei casi gl'Inquisitori si accontentavano, a quanto sembra, di una
ritrattazione anche superficiale, ed altre volte dovevano rassegnarsi
a vedersi rapire di mano il condannato, nel momento stesso in cui
s'avviava al luogo del supplizio. A Bologna (1452) il prete Nicolò
da Verona era stato già, come negromante, scongiuratore di demonii e
sacrilego profanatore dei sacramenti, pubblicamente degradato sopra
un palco di legno dinanzi alla chiesa di san Domenico, e doveva esser
condotto al rogo sulla piazza maggiore, quando per via una schiera di
armati lo liberò, e tuttociò accadeva per ordine del gioannita Achille
Malvezzi, noto fautore degli eretici e audace violatore di monache.
Il legato (il cardinale Bessarione) non potè avere nelle sue mani che
uno dei complici, e lo fe' impiccare; ma al Malvezzi non fu torto un
capello.[351]
Degno di esser notato è il fatto che gli ordini più ragguardevoli,
vale a dire i benedettini con tutte le loro affigliazioni, in onta
alle loro grandi ricchezze e alla vita agiata che conducevano, non si
avevano in tanta disistima, come gli ordini mendicanti: sopra dieci
novelle, che parlano di claustrali, nove riguardano questi ultimi, ed
una appena i primi. Può darsi che ad essi abbia giovato la maggiore
antichità dell'origine; ma di maggior vantaggio certamente tornò loro
la circostanza dell'essersi sempre mantenuti alieni da qualsiasi
ingerenza poliziesca nella vita privata. Fra costoro non mancarono
degli uomini pii, dotti e d'ingegno svegliato, ma nella gerarchia non
erano nemmen essi migliori degli altri, se crediamo a quanto ne scrive
perfino uno di loro, il Firenzuola.[352] «Questi paffuti monaci nelle
loro larghe cocolle, senza andarsi consumando la vita a piedi scalzi
e in zoccoli predicando qua e là con cinque paia di calzetti, in belle
pantufole di cordovano si stanno a grattar la pancia entro alle belle
celle fornite d'arcipresso. Ai quali, se è di mestiere alcuna volta
uscire di casa, in su le mule quartate e in sui grassi ronzini si vanno
molto agiatamente diportando. Nè si curano affaticar troppo la mente a
studiar molti libri, acciocchè la scienza, che da quelli apprendessero,
non li facesse elevar in superbia come Lucifero e li cavasse della loro
monastica semplicità».
Chiunque conosca la letteratura di quei tempi concederà che qui noi ci
limitiamo a riferire soltanto ciò, che è indispensabile a dar le prove
del nostro assunto.[353] Che poi, con tali opinioni sul clero e sui
monaci, in moltissimi venisse fortemente scossa anche la fede a quanto
v'ha di più sacro in generale, è cosa più che evidente per sè.
E che terribili giudizi non ci tocca di udire! Noi non ne addurremo,
concludendo, che un solo, da poco stampato e ancora assai scarsamente
conosciuto. Esso è del grande storico Guicciardini, stato già molti
anni al servizio dei Papi medicei, il quale (1529) ne' suoi aforismi
lasciò scritto:[354] «Io non so a chi dispiaccia più che a me la
ambizione, la avarizia e la mollizie dei preti, sì perchè ognuno di
questi vizii in sè è odioso, sì perchè ciascuno e tutti insieme si
convengono poco a chi fa professione di vita dependente da Dio; e
ancora perchè sono vizii sì contrarii, che non possono stare insieme
se non in un subbietto molto strano. Nondimeno il grado che ho avuto
con più Pontefici, m'ha necessitato a amare per il particolare mio la
grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, avrei amato Martino
Lutero quanto me medesimo, non per liberarmi dalle leggi indotte dalla
religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente,
ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a' termini debiti,
cioè a restare o senza vizii o senza autorità».
Il medesimo Guicciardini ritiene anche,[355] che riguardo alle cose
soprannaturali noi siamo compiutamente al buio, che i filosofi e
i teologi su ciò non dissero che delle pazzie, e che i miracoli
s'incontrano in tutte le religioni, ma non fanno prova per veruna in
particolare, e si possono alla fine riguardare come fenomeni naturali
ancora ignorati. La fede che trasporta i monti, e che in allora si
manifestò così viva nei seguaci del Savonarola, egli la nota come un
fatto singolarissimo, ma senza veruna acerba osservazione.
Di fronte a tali sentimenti il clero e il monacato aveano per sè
questo vantaggio, che tutti erano abituati a vederli dovunque, e
che la loro esistenza si toccava con tutti gli ordini della vita
sociale. È il vantaggio che hanno sempre avuto nel mondo tutte le
forti e vecchie istituzioni. Ognuno poteva contare un parente o nel
paludamento sacerdotale o nella cocolla del monaco, e quindi avere una
prospettiva di protezione e di futuro guadagno sul tesoro della Chiesa;
e nel centro d'Italia c'era la Curia romana, che in un momento poteva
far ricchi i suoi protetti. Tuttavia ciò non chiudeva la bocca, nè
spuntava la penna a nessuno. I detrattori più maligni sono per lo più
monaci essi stessi o prelati, che godono laute prebende: il Poggio,
autore delle famose facetiae, era ecclesiastico; Francesco Berni
godeva un canonicato; Teofilo Folengo[356] era monaco benedettino;
Matteo Bandello, che sparse tanto ridicolo sul suo stesso ordine, era
domenicano e nipote di un generale. Scrivono essi per un sentimento di
eccessiva sicurezza? o per bisogno di salvare sè stessi dal discredito,
in cui era caduto tutto l'ordine? o per un pessimistico egoismo, che
si compendia nel proverbio: «eppur si vive?» Nessuno saprebbe dirlo;
ma forse c'entrava un po' di tutto questo. Quanto al Folengo, si sa che
non fu senza una certa influenza su lui il nascente luteranismo.[357]
Il rispetto ai riti ed ai sacramenti, di cui s'è già parlato toccando
del Papato (v. vol. I, pag. 141), è sempre una cosa sottintesa nella
parte del popolo, che ancora credeva; ma non manca neanche in quelli,
che si direbbero spregiudicati e libertini, nei quali esso si manifesta
colla forza di una ricordanza giovanile e colla prepotenza di un antico
simbolo, a cui ciascuno era abituato. Il vivo desiderio con cui al
letto di morte s'invoca l'assoluzione sacerdotale, mostra un resto di
paura delle pene infernali anche in un uomo qual fu quel Vitellozzo,
di cui altrove abbiamo già fatto cenno (v. vol. I, l. c.). Un esempio
più parlante di questo difficilmente si troverà. La dottrina inculcata
dalla Chiesa del carattere indelebile del sacerdote, di fronte al quale
era indifferente la sua persona, ebbe questo risultato, che si poteva
nel fatto aborrire il prete e tuttavia desiderare i suoi conforti
spirituali. Vero è però che vi furono anche dei peccatori ostinati,
che non se ne curarono, e uno di questi, per esempio, fu quel Galeotto
della Mirandola,[358] che nel 1499 morì sotto il peso della scomunica,
che portava già da sedici anni. Durante tutto questo tempo anche la
città era stata sottoposta all'interdetto, per cui non vi si celebrava
più la Messa, nè vi si permetteva veruna ecclesiastica sepoltura.
Finalmente fra tutte queste contraddizioni merita di esser notato
il potere esercitato sul popolo da quei predicatori entusiastici,
che di tratto in tratto l'esortavano a penitenza. Tutto il resto
d'occidente si lasciava di quando in quando commovere dalle prediche
di qualche santo monaco; ma che cosa era mai ciò in confronto delle
commozioni periodiche delle città e delle campagne d'Italia? Oltre a
ciò l'unico che, per esempio, durante il secolo XV produsse in Germania
un simile entusiasmo,[359] era stato un abruzzese di nascita, vale
a dire Giovanni Capistrano. Gli uomini che assumevano questa specie
di apostolato, erano predominati nel nord da un certo misticismo
speculativo: nel sud invece erano espansivi e pratici, e partecipavano
all'alto rispetto, che la nazione aveva per la sua lingua e per l'arte
oratoria. Il nord produce l'_Imitazione di Cristo_, che esercita una
azione lenta e dapprima ristretta ai soli conventi; il sud dà uomini,
che fanno sugli altri uomini un'impressione momentanea, ma gigantesca.
Quest'impressione si basa principalmente nel risveglio della voce
della coscienza. Sono prediche morali, senza astrazioni, piene di
pratiche applicazioni, aiutate da una vita di rigoroso ascetismo, cui
la fantasia già esaltata aggiunge da sè la potenza dei miracoli, anche
contro il volere espresso del predicatore.[360] L'argomento principale
non era tanto la minaccia della pena, quanto la _maledizione_, che
perseguita continuamente il colpevole e che è inseparabile dalla colpa.
L'offesa fatta a Cristo e ai santi ha le sue funeste conseguenze anche
nella vita presente. In tal modo soltanto era possibile ricondurre alla
concordia e alla penitenza uomini schiavi di selvagge passioni, avidi
di vendette e di delitti, e questo era lo scopo principale di tali
prediche.
Così predicavano nel secolo XV Bernardino da Siena, Alberto da Sarzana,
Giovanni Capistrano, Jacopo della Marca, Roberto da Lecce (v. pag. 189)
ed altri, e per ultimo anche Girolamo Savonarola. Contro niuna classe
di persone s'avevano tante sinistre prevenzioni, quante contro i frati
mendicanti: essi le vinsero. Gli orgogliosi umanisti criticavano e
schernivano,[361] ma bastava che quelli alzassero la voce, e nessuno
badava più ai loro dileggiatori. La cosa non era nuova, e un popolo
propenso alla burla, come era il fiorentino, avea cominciato già sin
dal secolo XIV a farne la caricatura,[362] ogni volta che l'occasione
si presentava; quando però comparve il Savonarola, seppe suscitare un
tale entusiasmo, che ben presto tutta la cultura e l'arte furono sul
punto di essere compiutamente divorate dalle fiamme, che egli accese.
Nemmeno le più ributtanti imposture, colle quali alcuni frati ipocriti
coll'ajuto dei loro affigliati cercavano di agire sull'animo dei
loro uditori e di esaltarne la fantasia (v. pag. 255), non valsero a
spegnere quel subitaneo entusiasmo. Si continuò a ridere delle prediche
grossolane degli oratori volgari, che cercavano l'effetto nei miracoli
immaginarj e nella esposizione di false reliquie,[363] ma al tempo
stesso si ebbe la più alta venerazione pei veri e grandi apostoli della
penitenza. Questi sono una specialità tutt'affatto italiana del secolo
XV.
L'ordine — d'ordinario quello di San Francesco e precisamente dei così
detti Osservanti — li manda qua e là, secondo ne vien fatta ricerca.
Ciò si verifica principalmente quando insorgono gravi discordie
pubbliche o private in qualche città, od anche quando la sicurezza e
la moralità pubbliche vi si trovano seriamente compromesse. Ma se in
tali missioni la fama di un predicatore si fa grande, tutte le città,
anche senza un motivo particolare, lo vogliono: egli se ne va, dove
i superiori lo mandano. Un ramo speciale di questa attività son le
prediche fatte per preparare la crociata contro i Turchi;[364] ma
noi non dobbiamo occuparci qui che di quelle, che hanno per iscopo
d'inculcare la penitenza.
L'ordine delle prediche, quando lo si serbava metodicamente, sembra
essere stato quello che tiene la Chiesa nell'enumerazione dei
sette peccati capitali; ma se il momento è stringente, l'oratore
entra direttamente nell'argomento principale. Egli comincia la sua
predicazione probabilmente in qualcuna di quelle grandi chiese, che
avevano gli ordini o nel duomo; in breve la piazza maggiore diventa
troppo angusta per la moltitudine, che accorre da tutte parti, e
l'andare e il venire si fa estremamente pericoloso per l'oratore
stesso.[365] Ordinariamente la predica si chiude con una immensa
processione, nella quale i primi magistrati della città, che lo
prendono nel loro mezzo, a stento bastano a salvarlo dalla folla, che
gli si accalca attorno per baciargli le mani e i piedi e per disputarsi
un brano della sua tonaca.[366]
Le conseguenze più immediate, che ne sogliono emergere, dopochè s'è
predicato contro l'usura, le compere anticipate e le mode scandalose,
sono l'aprirsi delle carceri, dalle quali per vero non escono se non
gli sventurati che furono imprigionati per debiti, e la distruzione
per mezzo del fuoco di una quantità di oggetti di lusso od anche
di semplice passatempo, come, per esempio, dadi, carte da giuoco,
inezie d'ogni specie, maschere, strumenti e libri musicali, formole
magiche,[367] finte acconciature ecc. Tutto ciò veniva senz'altro
elegantemente disposto sopra un palco detto _talamo_, con sopra una
figura di diavolo, e poi vi si appiccava il fuoco (cfr. pag. 131).
Ora viene la volta anche dei peccatori più induriti; chi da lungo tempo
si tenne lontano dai sacramenti, ora si confessa: i beni ingiustamente
usurpati vengono restituiti; delle calunnie e delle maldicenze si fa
onorevole ammenda. Oratori coraggiosi ed avveduti, quale un Bernardino
da Siena,[368] s'addentrano assai destramente nella ordinaria vita
quotidiana dei loro uditori e mettono al nudo le magagne dei loro usi
e costumi. Pochi dei nostri moderni teologi si sentirebbero disposti
a tenere una predica «sui contratti, le restituzioni, le rendite
pubbliche (_il monte_) e la dotazione delle figlie», quale egli
tenne una volta nel duomo di Firenze. I predicatori meno prudenti
commettevano facilmente, in simili casi, l'errore di scagliarsi con
tanta foga contro singole classi di persone e contro talune industrie
e professioni, che gli uditori sovreccitati passavano immediatamente
a vie di fatto contro i veri o pretesi colpevoli.[369] Anche una
predica di Bernardino, che egli tenne a Roma nel 1424, ebbe, oltre
alla distruzione di molti oggetti di lusso e strumenti di magia, una
conseguenza ben più terribile, vale a dire l'uccisione per mezzo del
rogo della strega Finicella, «perchè, dice il cronista[370] con mezzi
diabolici uccise molti fanciulli e ammaliò parecchie persone», e tutta
Roma accorse a quello spettacolo.
Lo scopo principale della predica era però sempre quello di
riconciliare lunghi rancori e d'ammansare il demone della vendetta.
Questa pacificazione si compiva d'ordinario verso la fine del corso
delle prediche, quando la corrente della contrizione generale a poco
a poco aveva invaso la città intera, e quando da tutte parti non
echeggiava che il grido: misericordia.[371] Allora si veniva alle
solenni riconciliazioni, agli amplessi cordiali, anche se le stragi
reciproche stavano tra le due parti contendenti. Per uno scopo sì
santo si richiamavano in città anche i banditi. Sembra che tali «paci»
fossero nel complesso osservate, anche quand'era passato il primo
entusiasmo, e allora la memoria del santo oratore restava benedetta per
molte generazioni. Ma ci furono anche delle crisi fiere e terribili,
come quella delle famiglie Croce e della Valle in Roma (1482), nelle
quali anche il grande Roberto da Lecce alzò indarno la voce.[372]
Poco prima della settimana santa egli avea predicato sulla piazza della
Minerva ad una moltitudine innumerevole: ma la notte che precedette il
giovedì santo, seguì una spaventevole carneficina dinanzi al palazzo
della Valle in vicinanza del Ghetto: l'indomani papa Sisto ordinò che
quel palazzo fosse atterrato, e poi assistette alle ceremonie consuete
di quel giorno; il venerdì santo Roberto tornò a predicare tenendo
nelle mani un crocifisso; ma tanto egli, quanto i suoi uditori non
poterono far altro che piangere.
Spiriti violenti in lotta con sè medesimi abbracciarono spesso,
sotto l'impressione di queste prediche, la risoluzione di entrare nel
chiostro. Fra questi c'erano assassini e malfattori d'ogni specie,
ma anche soldati privi d'ogni mezzo di sussistenza.[373] A tale
risoluzione poi coopera anche l'ammirazione pel santo monaco, al
quale, secondo le proprie forze, si cerca di avvicinarsi almeno nella
condizione esterna della vita.
L'ultima predica non è che una benedizione generale, che si riassume
nelle parole: _La pace sia con voi_! Grandi turbe accompagnano il
predicatore nella vicina città e ascoltano quivi ancora una volta
l'intero corso delle sue prediche.
Attesa l'immensa potenza, che questi santi uomini esercitavano, il
clero e i governi non potevano desiderare che di farseli amici. Un
mezzo di raggiungere tale intento era quello di far sì che soltanto
i monaci[374] od almeno gli ecclesiastici che avessero ricevuto gli
ordini minori, potessero salire il pergamo, per modo che l'ordine o la
relativa corporazione se ne rendessero in certo modo responsabili. Ma
un limite preciso non poteva neanche qui stabilirsi, poichè la chiesa
e quindi anche il pergamo usavansi per qualsiasi scopo di pubblicità,
come, per esempio, per atti giudiziarii, pubblicazioni, lezioni ecc.,
e perchè anche nelle prediche propriamente dette talvolta lasciavasi
la parola agli umanisti ed ai laici (v. vol. I, pag. 313 e segg.).
Oltre a ciò eravi una classe ibrida di persone,[375] che non erano
nè frati, nè preti, e tuttavia aveano rinunciato al mondo, vale a
dire i «romiti», assai frequenti in Italia, i quali talvolta senza
incarico di chicchessia facevano la loro comparsa ed infiammavano le
popolazioni. Un caso di questo genere s'avverò a Milano dopo la seconda
conquista francese (1516), in un momento, non v'ha dubbio, di grandi
sconvolgimenti pubblici: un romito toscano, forse del partito del
Savonarola, occupò per parecchi mesi il pergamo del duomo, attaccò sul
vivo la gerarchia, fece accendere un nuovo candelabro ed erigere un
nuovo altare nella chiesa, operò miracoli, e non si ritirò se non dopo
avere sostenuto fiere battaglie.[376] In quei decennj tanto solenni pei
destini d'Italia, si risveglia dovunque lo spirito profetico, e non si
limita mai, dove appare, ad una determinata classe di persone. Si sa,
per esempio, che prima del sacco di Roma alcuni romiti s'erano mostrati
qua e là in aria di veri profeti (v. vol. I, pag. 166). Quando fa loro
difetto l'arte oratoria, essi mandano messi con simboli, come fece,
ad esempio, quell'asceta dei dintorni di Siena, che nel 1429 mandò
nell'angustiata città un «romituccio», vale a dire un suo discepolo,
con una testa di morto sopra un bastone, alla quale stava appesa una
scritta di sentenze minacciose desunte dalla Bibbia.[377]
Ma neanco i monaci non risparmiavano spesso i principi, le autorità,
il clero e l'ordine stesso, al quale appartenevano. Vero è, che nei
tempi posteriori non s'incontra più una predica tendente direttamente
all'eccidio della tirannide, come fu quella[378] che nel secolo XIV
tenne fra Jacopo Bussolaro a Pavia, ma s'incontrano invece rabbuffi
arditi perfino contro il Papa nella sua propria cappella (v. vol. I,
pag. 316) e ingenui consigli politici a principi, che non credevano
averne bisogno.[379] Sulla piazza del castello di Milano un predicatore
cieco dell'Incoronata (quindi un agostiniano) osò nel 1494 indirizzare
dal pergamo a Lodovico il Moro queste parole; «signore, non additare
la via ai francesi, perchè avrai a pentirtene».[380] Ci furono dei
monaci profeti, che, a quanto pare, non parlavano direttamente di
politica, ma davano quadri così terribili dell'avvenire, che gli
uditori ne perdevano il senno. Un'intera compagnia di costoro, dodici
francescani conventuali, percorsero, subito dopo l'elezione di Leone
X (1513), le diverse regioni d'Italia, che si erano dapprima ripartite
fra loro. Quegli fra essi che predicò a Firenze,[381] fra Francesco da
Montepulciano, suscitò uno spavento sempre crescente nel popolo intero,
mentre le sue parole, certamente rinforzate piuttostochè mitigate,
giungevano anche a coloro, che per la gran folla non potevano venirgli
dappresso. Dopo una di quelle prediche egli morì improvvisamente «di
mal di petto»: tutti accorsero a baciare i piedi al cadavere, per
modo che si dovette portarlo segretamente a seppellire di notte. Ma
lo spirito profetico, una volta surto, invase ora perfino le donne e
i contadini, nè si potè più frenarlo se non a stento. «Per mettere
in qualche modo di buon umore le moltitudini, Giuliano de' Medici
(fratello di Leone) e Lorenzo prepararono pel giorno di S. Giovanni nel
1514 quelle splendide feste, cacce, mascherate e tornei, cui accorsero
da Roma, oltre ad alcuni grandi signori, anche sei cardinali, ma
travestiti».
Ma il più grande apostolo e profeta di Firenze era già stato arso fin
dal 1498: fra Girolamo Savonarola da Ferrara,[382] del quale qui ci
accontenteremo di dar pochi cenni.
Il mezzo potente, col quale egli trasformò e signoreggiò Firenze
(1494-1498), fu la sua parola, della quale le prediche rimasteci,
scritte per lo più mentre egli le pronunciava, non ci danno
evidentemente che un'idea molto imperfetta. Non già che i mezzi
esteriori coi quali si presentava al pubblico, fossero gran fatto
imponenti; chè anzi la voce, la pronuncia, l'espressione retorica e
simili costituivano piuttosto il lato debole in lui, e chi desiderava
un oratore valente nello stile e negli artifizi retorici, andava a
udire il di lui rivale, frà Mariano da Ghinazzano; — ma nel discorso
del Savonarola v'era quell'alta efficacia morale, che veramente
non riapparve più sino a Lutero. Egli stesso la riguardava come
una ispirazione superiore, e collocava quindi assai alto, ma senza
immodestia, il ministero del predicatore, mettendo quest'ultimo, nella
grande gerarchia degli spiriti, immediatamente dopo l'ultimo degli
angeli.
Questa grande personalità, divenuta tutta zelo e fervore, compì inoltre
un altro e maggiore miracolo, quello d'indurre i propri confratelli
domenicani del convento di S. Marco, e poi tutti quelli della Toscana,
ad intraprendere una grande e spontanea riforma di lor medesimi. Chi
sappia che cosa fossero allora i conventi e quanto difficile fosse il
recare in atto anche il minimo cangiamento in essi, stupirà doppiamente
di una simile rivoluzione. Una volta incominciata, quella riforma
si venne sempre più consolidando pel fatto che l'ordine acquistava
sempre nuovi proseliti in moltissimi che, approvandola, si rendevano
addirittura domenicani. Molti figli di case assai ragguardevoli
entravano come novizi in san Marco.
Ora, questa riforma dell'ordine secondo le esigenze di un determinato
paese era il primo passo verso una chiesa nazionale, alla quale senza
dubbio si avrebbe dovuto venire, se questo stato di cose avesse durato
un po' più a lungo. Infatti il Savonarola voleva bensì una riforma
di tutta la Chiesa, e a tal uopo mandò sul finire della sua missione
energiche esortazioni ai grandi e ai potenti per la convocazione di
un Concilio. Ma il suo ordine e il suo partito erano divenuti omai
per la Toscana l'unico organo possibile del suo spirito, l'elemento
indispensabile della sua vita, mentre i paesi vicini perduravano
nell'antico sistema. Così a poco a poco, ma sempre progredendo, si
venne formando per virtù di sacrificio e per forza di fantasia una
idealità, che di Firenze voleva fare un regno di Dio sulla terra.
Le profezie, il cui parziale verificarsi aveva procacciato al
Savonarola una riputazione di santo, costituiscono il punto, rispetto
al quale la fantasia tanto vivace negli Italiani prevalse anche
sugli animi più guardinghi e circospetti. In sulle prime i Minori
Osservanti, pavoneggiandosi nella gloria che avea procacciato al loro
ordine Bernardino da Siena, credettero di poter schiacciare colla loro
concorrenza il grande domenicano. Essi procurarono ad uno dei loro
il pergamo del duomo, dove le querule profezie del Savonarola furono
superate da altre ancora più esagerate, sino a che Pietro de' Medici,
che allora era ancor padrone di Firenze, impose silenzio pel momento
ad entrambi i rivali. Poco dopo, quando Carlo VIII venne in Italia e i
Medici furono cacciati, come il Savonarola avea chiaramente predetto,
si tornò a non credere che a lui.
Or qui bisogna confessare, che egli riguardo ai propri presentimenti e
alle proprie visioni non procedeva con quella severa critica, che era
solito usare di fronte a quelle degli altri. Nella orazione funebre
per Pico della Mirandola noi lo troviamo troppo duro e rigido verso
il morto amico. Perchè Pico, in onta ad una intima voce, che veniva
dall'alto, ricusò di entrare nel suo ordine, il Savonarola stesso
aveva invocato da Dio una tal quale punizione su lui, non però la sua
morte: ora, con elemosine e con preghiere, s'era ottenuto almeno che
l'anima sua fosse salva nel Purgatorio. Riguardo poi ad una consolante
visione, che Pico aveva avuto sul letto di morte, e nella quale la
Vergine gli era apparsa e gli avea promesso che non sarebbe morto,
il Savonarola confessa di averla per lungo tempo ritenuta una mera
illusione diabolica, ma essergli poi stato rivelato che la Vergine
aveva inteso la morte dell'anima, cioè l'eterna dannazione. — Se tali
cose e somiglianti hanno a considerarsi per quello che sono in fatto,
cioè per sogni di una mente levata in soverchia prosunzione, bisogna
ricordarsi altresì che questo grande spirito ne ha pagato negli ultimi
suoi giorni la pena più amara, che mai si possa immaginare, quella di
riconoscere egli stesso la vanità delle proprie visioni e profezie;
ciò che tuttavia non gl'impedì di avviarsi alla morte con animo calmo
e devotamente rassegnato. I suoi partigiani peraltro tennero fermo alle
sue dottrine e alle sue profezie ancora per tre decenni.
Alla riorganizzazione dello Stato egli non pose mano se non perchè
altrimenti altri si sarebbe dannosamente impadronito della cosa
pubblica. Ma sarebbe una vera ingiustizia se lo si volesse giudicare
dalla sua costituzione semi-democratica dei primi mesi del 1495 (v.
vol. I, p. 113, nota). Essa non è migliore, nè peggiore di tante altre
costituzioni fiorentine.[383]
In sostanza, per tali cose egli era l'uomo il più disadatto, che si
potesse immaginare. Il suo vero ideale era una teocrazia, nella quale
tutto in devota umiltà si prostra dinanzi all'Invisibile e in cui
previamente vengono eliminati tutti i conflitti delle passioni. Tutto
il suo pensiero sta in quella iscrizione apposta al palazzo della
Signoria, il cui concetto ancora sul finire dell'anno 1495 era il suo
motto favorito,[384] e che nel 1527 da' suoi partigiani fu rinnovata:
_Jesus Christus rex populi fiorentini S. P. Q. decreto creatus_. Colla
vita terrena e colle cose di questo mondo egli non aveva maggiori
rapporti di quelli che potesse avere un severo e rigido frate. La sua
opinione costante infatti era che l'uomo non deve occuparsi d'altro,
fuorchè di ciò che ha una immediata attinenza colla salute dell'anima.
In niuna cosa ciò appare tanto evidente, quanto nel suo modo di
considerare l'antica letteratura. «L'unica cosa buona, dice egli, che
Platone ed Aristotele hanno fatto, è quella di aver messo innanzi molte
argomentazioni, che si possono utilmente adoperare anche contro gli
eretici. Tuttavia essi ed altri filosofi sono condannati all'eterna
dannazione. Una vecchierella in fatto di fede ne sa più di Platone. Per
la fede sarebbe cosa ottima, che si annientassero molti libri, che del
resto sembrano utili. Quando non c'erano ancora tanti libri, nè tante
_ragioni naturali_ e disputazioni, la fede cresceva più rapidamente
di quello che non sia cresciuta dappoi». La lettura dei classici
nelle scuole egli la vuol limitata ad Omero, Virgilio e Cicerone; il
resto si completi con gli scritti di Girolamo e di Agostino, e per
converso si bandiscano non solo Catullo ed Ovidio, ma anche Tibullo
e Terenzio. Qui in sostanza non appare che un sentimento di paura
di veder guasta la moralità; ma in uno scritto a parte egli ammette
addirittura il danno, che deriva dalla scienza in generale. Le scienze,
egli dice, non dovrebbero propriamente essere studiate che da pochi,
affinchè non perisca il patrimonio delle cognizioni umane, ma più
specialmente perchè si abbiano sempre degli atleti pronti a combattere
i sofismi dell'eresia: tutti gli altri non dovrebbero conoscere che
la grammatica, la sana morale e la religione (_sacrae literae_). Così
naturalmente tutta la cultura ricadrebbe in mano ai monaci, e siccome
al tempo stesso «i più dotti e i più santi» dovrebbero reggere gli
Stati, così anche questi reggitori sarebbero nuovamente dei monaci. Non
è prezzo dell'opera nemmeno di domandare, se l'autore abbia inteso sul
serio di venire a quest'ultima conclusione.
Più puerilmente di così non si può ragionare. La semplice
considerazione che l'antichità recentemente scoperta e la gigantesca
espansione che acquistarono allora le scienze, potevano, secondo le
circostanze, divenire una splendida conferma della Religione, sono due
circostanze che non cadono nemmeno nella mente di quel grand'uomo. Egli
vorrebbe proibire tutto ciò, che in qualsiasi altro modo non può essere
eliminato. In generale egli era tutt'altro che un liberale; contro gli
astrologi, per esempio, egli tien sempre pronto quel rogo, sul quale
poi egli stesso morì.[385]
Quanta potenza di volontà deve essere stata in quell'anima racchiusa
in una mente così ristretta! Qual fiamma di entusiasmo non deve aver
divampato in lui per dargli la forza di trascinare i Fiorentini a
ripudiar quella cultura e civiltà, di cui erano stati così vivamente
innamorati!
Una prova manifesta e parlante se ne ha nella enorme quantità d'oggetti
d'arte e di lusso, che furono spontaneamente sacrificati sui suoi
famosi roghi, di fronte ai quali si direbbero un nulla tutti i _talami_
di san Bernardino da Siena e d'altri.
Egli è vero però che il procedere del frate in tali circostanze fu
molte volte tirannico e poliziesco. In generale gli arbitrii, ai quali
egli trascorse contro la libertà individuale tanto pregiata in Italia,
non sono lievi, mentre si sa che, ad esempio, favoriva ed esigeva lo
spionaggio dei servi contro i loro padroni, per poter più facilmente
recare ad effetto la sua progettata riforma dei costumi in Firenze.
Era un tentativo assai somigliante a quello, che fece più tardi a
Ginevra Calvino: questi colla sua ferrea volontà e perdurando lo stato
d'assedio al di fuori della città, riuscì ad effettuarlo, ma non senza
ostacoli e contraddizioni d'ogni sorta: il Savonarola invece fallì,
e con ciò non fece che esasperare ancor più i suoi avversarii. Tra
le misure prese dispiacque in modo particolare quella, per la quale
un drappello di fanciulli, messi insieme dal Savonarola, penetrava a
forza nelle case per farvi incetta di oggetti destinati al rogo: qua
e colà essi vennero respinti con minacce e percosse, e allora, per
pur sostenere la finzione di un proselitismo sempre crescente nella
borghesia, furono deputati degli adulti ad accompagnare i fanciulli in
qualità di loro protettori.
Per tal maniera nell'ultimo giorno di carnevale dell'anno 1497 e del
seguente poterono aver luogo due grandi _bruciamenti_ sulla piazza
della Signoria. In mezzo ad essa sorgeva una grande piramide a
gradinate simile ai roghi, sui quali solevano essere arsi i cadaveri
degli imperatori romani. Al basso in prossimità della base vedevansi
maschere, barbe e vestiti aggruppati insieme: più in su figuravano
libri di autori latini ed italiani, fra gli altri il Morgante del
Pulci, il Decamerone del Boccaccio e il Canzoniere del Petrarca, e in
parte anche preziose pergamene e manoscritti miniati; sopra questi
vedevansi ornamenti muliebri e articoli di toeletta, profumerie,
specchi, veli, acconciature, e più in alto ancora liuti, arpe,
scacchieri, e carte da giuoco: finalmente i due gradini superiori
non contenevano che soli ritratti, specialmente di donne celebri
per bellezza, appartenenti in parte alla classica antichità, come
per esempio, Lucrezia, Cleopatra e Faustina, in parte all'epoca
contemporanea, come la bella Bencina, la Lena Martella e le celebri
Bina e Maria de' Lenzi. La prima volta un mercante veneziano quivi
presente offerse alla Signoria 20,000 fiorini d'oro per tutti gli
oggetti accumulati sulla piramide, e n'ebbe in risposta, che si
farebbe fare anche il suo ritratto, per metterlo ad ardere insieme
con gli altri. Al primo appiccare del fuoco la Signoria assistette,
affacciandosi alla loggia, e l'aria echeggiò di canti e del suono
delle trombe e delle campane. Poi la moltitudine venne in massa sul
piazzale di S. Marco, dove si ballò una danza concentrica: nella prima
fila stavano i frati del convento, che si alternavano con fanciulli
vestiti da angeli; nella seconda giovani ecclesiastici e laici; nella
terza vecchi, cittadini e sacerdoti, questi ultimi incoronati di frondi
d'ulivo.
Ma nè queste scene, nè le derisioni degli avversarii, alle quali per
vero non mancavano nè le occasioni, nè in quelli il talento necessario,
non bastarono più tardi a screditare la memoria del Savonarola. Quanto
più dolorosamente si svolsero i destini d'Italia, tanto più gloriosa
apparve ai posteri la figura del grand'uomo e profeta. Vero è che non
tutte le sue profezie s'avverarono esattamente nelle particolarità da
lui indicate; ma le grandi sventure generali, ch'egli aveva annunciato,
pur troppo ebbero un adempimento anche troppo terribile.
Tuttavia bisogna pur riconoscere, che nè gli sforzi de' suoi
predecessori, nè quelli che fece egli medesimo per rivendicare al
monacato l'ufficio salutare della predicazione,[386] non valsero
a salvare quest'ultimo dall'universale disprezzo, in cui, come
istituzione, era caduto. La cosa era omai evidente: in Italia non era
più possibile verun'altra specie di entusiasmo, fuorchè quella, che
sapeva destare qualche grande e straordinaria individualità.
Ora, se si dovesse, prescindendo dal clero e dagli ordini religiosi,
constatare con precisione in quali condizioni si trovasse l'antica
fede presso tutte le altre classi sociali, esse ci apparirebbero assai
differenti, secondochè si considerano in una luce diversa e sotto un
determinato punto di vista. Della necessità assoluta dei sacramenti
e dei riti ecclesiastici abbiam già parlato altrove (v. vol. I, pag.
141, vol. II, pag. 262); diamo ora uno sguardo alla fede ed al culto,
quali apparivano nella vita ordinaria quotidiana, dove sono di sommo
rilievo le abitudini del popolo e il rispetto per esse delle classi più
elevate.
Tutte le pratiche di penitenza necessarie all'acquisto della
celestiale beatitudine riscontransi nelle classi inferiori tanto
delle città, quanto delle campagne in ugual misura e coi medesimi
pregiudizi, che nei paesi settentrionali, ed anche le persone colte
se ne mostrano qua e colà fino ad un certo punto persuase. Quei lati
del cattolicismo popolare, che hanno la loro origine nelle antiche
gentilesche invocazioni e nelle rituali donazioni ed espiazioni per
propiziarsi la Divinità, appaiono saldamente radicati nella coscienza
di tutti. L'egloga ottava di Battista Mantovano citata già in altra
occasione,[387] contiene, fra le altre cose, la preghiera di un
contadino alla Vergine, dove essa è invocata come patrona speciale dei
singoli interessi della vita rurale. E quali concetti non si formava
il popolo della virtù miracolosa di certe determinate Madonne! Quale
idea doveva mai averne quella donna fiorentina,[388] che fece appendere
_ex voto_ una piccola botte di cera all'altare dell'Annunziata, perchè
il di lei amante, un frate, a poco a poco le era venuto bevendo un
botticello di vino, senza che il marito, tornando da una lunga assenza,
se ne accorgesse! Per tal maniera esisteva anche allora, nè più,
nè meno che ora, un patronato speciale di singoli santi per singole
classi. Più volte si è tentato di richiamare un certo numero di usanze
rituali della Chiesa cattolica alle antiche ceremonie pagane, colle
quali hanno stretta attinenza, ed è universalmente ammesso, oltre a
ciò, che non poche consuetudini locali e popolari, che si vennero
innestando nelle feste ecclesiastiche, non sono che involontarie
reminiscenze dei diversi riti pagani esistenti anticamente qua e colà
in Europa. In Italia poi queste reminiscenze sono manifeste in modo
speciale tra le popolazioni del contado, dove, per esempio, prevale
ancora l'uso di preparar cibi pei morti, quattro giorni prima della
festa della cattedra di S. Pietro, vale a dire nel giorno preciso (18
febbraio) delle antiche feste _feralie_,[389] e dove può affermarsi
essere allora state in uso tante altre antiche usanze, che solo assai
più tardi furono sradicate del tutto. Forse non sarebbe del tutto
irragionevole il dire, che le più solide credenze religiose del popolo
in Italia erano appunto quelle, che ripetevano la loro origine dagli
usi pagani.
Ora non sarebbe sino ad un certo punto troppo difficile il dimostrare
quanto una tale specie di fede predominasse anche nelle classi più
elevate. Essa, come s'è dimostrato toccando dei rapporti col clero,
aveva in suo favore la forza delle abitudini e delle prime impressioni;
e a farla trionfare contribuì non poco anche l'amore che s'aveva alle
pompe festive della Chiesa, nonchè qua e là taluna di quelle grandi
epidemie religiose, alle quali anche i beffardi e gli scettici furono
impotenti a resistere.
Ma in queste questioni ella è pur sempre cosa pericolosa il voler
tirare con troppa fretta delle conclusioni assolute. Si dovrebbe
credere, per esempio, che il contegno degli uomini colti verso le
reliquie dei santi dovesse offrire una chiave, che ci aprisse almeno
alcuni lati particolari della loro coscienza religiosa. E nel fatto
certe differenze di gradazione non sono impossibili a dimostrare,
non però così chiaramente, come sarebbe desiderabile. Il governo
di Venezia, innanzi tutto, sembra aver nel secolo XV pienamente
partecipato a quella devozione per gli avanzi di corpi santi, che
allora regnava in tutto l'occidente (v. vol. I, pag. 99). Anche taluni
stranieri, che allora vivevano a Venezia, non mancarono di uniformarsi
a quel pregiudizio.[390] Non diversamente sembrano essere andate le
cose nella dotta Padova, se noi vogliamo stare alle testimonianze
del suo topografo Michele Savonarola (v. vol. I, pag. 201). Con un
sentimento di orgoglio, al quale si frammischia altresì un sacro
terrore. Michele ci narra come, al ricorrere di grandi pericoli
notturni, si udissero per tutta la città i santi sospirare, e come
in tali occasioni al cadavere di una santa monaca di santa Chiara
crescessero, continuamente rinnovandosi, le unghie e i capelli, come
essa altre volte, incombendo gravi sventure, facesse romori, sollevasse
le braccia e simili.[391] Descrivendo la cappella di sant'Antonio nella
sua basilica, l'autore esce in esclamazioni tronche e fantastiche. — A
Milano non era minore il fanatismo del popolo minuto per le reliquie,
e quando una volta (1517) i monaci di san Simpliciano, ricostruendo
l'altar maggiore, scopersero sei corpi di santi e sopravvennero turbini
e pioggie nel paese, tutti attribuirono la causa di tali disastri
a quel sacrilegio,[392] e non mancarono di battere per bene sulla
pubblica via quei monaci, dovunque li incontravano. — Ma in altri
paesi d'Italia la fede non è così viva, e a Roma stessa, in prossimità
dei Papi, si osano sollevare dei dubbi, senza però trarne veruna
conclusione definitiva. È noto universalmente con quanta solennità Pio
II abbia accolto in Roma il cranio dell'apostolo Andrea miracolosamente
fuggito dalla Grecia a santa Maura, e come l'abbia fatto deporre con
gran pompa in san Pietro (1462); ma dalla sua stessa Relazione emerge
non essersi egli indotto a tutto ciò se non per una specie di pudore,
quando vide che tanti principi si disputavano quella reliquia. Allora
soltanto gli sarebbe caduto in pensiero di convertir Roma in un asilo
universale delle reliquie dei Santi cacciati dalle loro Chiese.[393]
Sotto Sisto IV la popolazione della città era infervorata in tali cose
più del Papa stesso, per modo che la magistratura si lagnò amaramente
(1483), quando Sisto mandò al moribondo Luigi XI alcune delle reliquie
custodite in san Giovanni Laterano.[394] — A Bologna si alzò a questo
tempo una voce ardita domandando che si vendesse al re di Spagna
il cranio di san Domenico, e del prezzo che se ne sarebbe ricavato,
si facesse qualche opera di pubblica utilità.[395] — Ma quelli che
mostrano minor fede di tutti nelle reliquie, sono i Fiorentini.
Basti il dire, che tra la decisione presa di onorare il santo loro
concittadino Zanobi con un nuovo sarcofago e l'incarico dell'esecuzione
datone al Ghiberti corsero non meno di diciannove anni (1409-1428),
ed anche allora la cosa non seguì che per un mero accidente, vale a
dire, perchè l'artista avea già compiuto in piccolo un lavoro assai
somigliante.[396] Forse erano stanchi di reliquie, dopochè erano stati
ingannati da una astuta abbadessa napoletana (1352), che avea loro
venduto, imitato in legno e gesso, un falso braccio della patrona del
duomo, santa Reparata.[397] Ma forse anche il senso estetico, di cui
questo popolo andava sopra gli altri fornito, lo distolse prima d'ogni
altro dal culto di cadaveri fatti a pezzi e di vestimenti ed utensili
già polverizzati; l'amore della gloria, intesa nel senso moderno,
gli rendeva più desiderabile il possesso delle spoglie mortali di un
Dante o di un Petrarca, che non di quelle dei dodici Apostoli uniti
insieme. Per ultimo può anche darsi che in tutta Italia, prescindendo
da Venezia e da Roma, l'ultima delle quali specialmente avea qualche
cosa di eccezionale, il culto delle reliquie fosse già da gran tempo
scemato, più che in qualunque altro paese d'Europa, dinanzi a quello
della Vergine,[398] e in tal caso si avrebbe una prova di più, benchè
indiretta, della priorità di questo popolo nel culto della forma
estetica.[399]
Si domanderà se nel nord, dove le più gigantesche cattedrali sono
quasi tutte dedicate a Nostra Donna, e dove una intera letteratura
poetica latina ed indigena era volta a glorificare la Madre di Dio,
fosse appena possibile una maggiore venerazione per essa? Ma, di fronte
a un tal culto, in Italia si moltiplicano all'infinito le Madonne
miracolose, che esercitano un intervento continuo e diretto nella vita
quotidiana. Ogni città alquanto considerevole ne possiede parecchie,
a cominciare da quelle «dipinte da san Luca», e quindi antichissime
o almeno avute per tali, sino ai lavori dei contemporanei, taluni dei
quali ebbero talvolta vita abbastanza lunga da veder le loro pitture
operare miracoli. Il lavoro artistico non è qui così insignificante,
come la pensa Battista Mantovano;[400] secondo le circostanze esso
acquista improvvisamente una prepotente virtù magica. Il bisogno di
miracoli, che prova il popolo, e specialmente le donne, sembra essere
stato con ciò appagato, e appunto per ciò le reliquie furono pressochè
messe del tutto in disparte. Sino a qual punto poi lo scherno dei
novellieri contro le false reliquie abbia nociuto anche alle vere,[401]
noi non siamo in grado di dirlo.
L'attitudine delle persone colte rispetto al culto di Maria si
manifesta un po' più chiaramente, che non riguardo al culto delle
reliquie. Innanzi tutto potrà sorprendere, che nella letteratura Dante
col suo «Paradiso»[402] sia rimasto l'ultimo vero poeta di Maria presso
gl'Italiani, mentre nel popolo le canzoni alla Vergine continuano a
pullular sempre nuove sino al giorno d'oggi. Forse si vorranno mettere
innanzi il Sannazzaro, il Sabellico,[403] ed altri poeti latini; ma
il loro scopo evidentemente letterario toglie alla citazione, se non
tutta, una gran parte almeno della sua efficacia. Quanto poi alle
poesie italiane del secolo XV e dei primi anni del XVI, nelle quali si
manifesta direttamente un sentimento religioso, sono tali, che per la
maggior parte potrebbero anche essere scritte da protestanti, come, per
esempio, gli inni di questo genere di Lorenzo de' Medici, i sonetti
di Vittoria Colonna, di Michelangelo, di Gaspara Stampa e d'altri.
Prescindendo dall'espressione lirica del teismo, vi parla per lo più
il sentimento della corruzione del genere umano, la coscienza della
Redenzione colla morte di Cristo, l'aspirazione ad un mondo superiore,
dove l'intercessione della Madre di Dio non è menzionata se non in via
eccezionale.[404] È lo stesso fenomeno, che si ripete nella letteratura
classica dei Francesi del tempo di Luigi XIV. Chi ricondusse nella
poesia italiana il culto di Maria fu la Contro-riforma; ma è anche
vero che nel frattempo l'arte figurativa avea raggiunto il colmo della
sua potenza per la glorificazione della Vergine. — Il culto dei Santi
per ultimo presso le persone colte assunse non di rado un colorito
essenzialmente pagano (v. vol. I, pag. 77 e segg. e 355).
Ora, noi potremmo esaminare alla stessa maniera diversi altri lati
del cattolicismo italiano d'allora e mettere in evidenza fino ad un
certo punto il rapporto presumibile, in cui si trovavano le classi
colte con la fede del popolo, senza tuttavia giungere a verun risultato
definitivo in questo riguardo. I contrasti sono tali, che difficilmente
se ne riscontreranno di somiglianti. Mentre infatti si continua a
costruir chiese e a corredarle di magnifiche opere, si odono amari
lamenti, sin dai primi anni del secolo XVI, sull'abbandono in cui
è caduto il culto e sulla noncuranza in cui sono tenute le chiese
stesse: _Templa ruunt, passim sordent altaria, cultus Paulatim divinus
abit!_[405] È noto come Lutero rimanesse scandolezzato a Roma del
contegno tutt'altro che devoto dei preti nel celebrare la Messa. Ma,
accanto a ciò, le festività ecclesiastiche facevansi con tal pompa e
con tal gusto, che nei paesi settentrionali non se ne aveva nemmeno
un'idea. Converrà ammettere adunque che il popolo italiano, provveduto
di una straordinaria forza di fantasia, volentieri trascurasse ciò che
era pura consuetudine giornaliera, per lasciarsi trasportare affatto da
tutto ciò, che avesse comecchessia un carattere di straordinarietà.
Da questa sovrabbondanza di fantasia si spiegano anche quelle grandi
correnti di entusiasmo religioso, che si potrebbero dire epidemiche,
e delle quali dobbiamo qui dare un cenno. Esse non sono altrimenti
l'effetto di qualche straordinaria predicazione, ma si manifestano
invece in occasioni di grandi calamità sopravvenute o imminenti.
Nel medio-evo l'Europa era visitata di tempo in tempo da un turbine
di questa specie, e la conseguenza ordinaria era questa, che le
moltitudini, per scongiurarlo, si gettavano entusiasticamente in
qualche grande impresa o peregrinazione, quali furono, ad esempio, le
Crociate e le compagnie dei Flagellanti. L'Italia ebbe la sua parte
e nell'una cosa e nell'altra; le prime schiere veramente numerose di
Flagellanti sono quelle, che sorsero quivi subito dopo la caduta di
Ezzelino e della sua casa, e precisamente nel territorio di quella
stessa Perugia,[406] che noi più tardi abbiamo riconosciuto come il
teatro principale delle più famose predicazioni (v. pag. 268 nota). Poi
vennero i Flagellanti del 1310 e del 1334,[407] e da ultimo il grande
pellegrinaggio, ma senza flagellazione, di cui parla il Corio all'anno
1339.[408] Non è impresumibile che i Giubilei in origine sieno stati,
almeno in parte, istituiti per regolare possibilmente e rendere innocui
questi grandi moti incomposti delle moltitudini esaltate dal fanatismo
religioso; anche i grandi santuarii d'Italia, frattanto divenuti
famosi, come, per esempio, quello di Loreto, attrassero a sè una parte
di quell'entusiasmo.[409]
Ma in momenti terribili si ridesta qua e colà anche in tempi molto
posteriori l'ardore delle penitenze medievali, e il popolo spaventato,
specialmente quando qualche prodigio aggrava ancor più la situazione,
vuol propiziarsi il cielo con flagellazioni e con pianti e preghiere.
Così accadde a Bologna[410] in occasione della pestilenza del 1457;
così a Siena[411] nei tumulti interni che l'agitarono nel 1496, per non
citare, tra mille, che due soli fatti. Ma veramente commovente è ciò
che accadde a Milano nel 1529, quando la guerra, la fame e la peste,
insieme alle estorsioni spagnuole, avean ridotto il paese all'ultima
disperazione.[412] Per caso fu uno spagnuolo, fra Tommaso Nieto,
quegli che questa volta predicò: nelle processioni a piedi scalzi,
ch'egli ordinò, vecchi e giovani confusamente seguivano il Sacramento,
ch'egli fece portare in una nuova guisa, cioè assicurando l'ostensorio
sopra una bara carica di ornamenti e appoggiata alle spalle di
quattro sacerdoti in bianco paludamento, — ad imitazione dell'Arca
dell'Alleanza,[413] quando una volta fu portata dal popolo d'Israele
intorno alle mura di Gerico. Così il travagliato popolo di Milano
ricordava all'antico suo Dio il vecchio patto fatto con gli uomini,
e quando la processione rientrò nel duomo e pareva che il gigantesco
edifizio dovesse crollare fra le grida assordanti che imploravano
misericordia, si sarebbe quasi stati tentati di credere, che il cielo
dovesse sconvolgere le leggi della natura e della storia con qualche
grande e salutare miracolo.
Ma in Italia v'era un governo, che in simili casi afferrava sempre le
redini di quei moti e dava loro un ordinamento regolare: quello del
duca Ercole I di Ferrara.[414] Allorquando il Savonarola era potente in
Firenze e l'entusiasmo per le profezie e gli atti di penitenza cominciò
ad estendersi anche oltre l'Appennino, in Ferrara sorse l'idea di
promuovere un gran digiuno volontario generale (al principio dell'anno
1496): un lazzarista annunciò dal pergamo imminente una spaventevole
guerra ed una carestia; chi digiunava avrebbe potuto sfuggire a quei
flagelli: ciò aver rivelato la Vergine a due coniugi suoi devoti.
Dietro di che anche la corte non potè sottrarsi all'adempimento di
quella pratica, ma allora essa volle almeno averne la direzione. Il
3 aprile (giorno di Pasqua) apparve un editto concernente i costumi
e le devozioni, dove si qualificavano come delitti la bestemmia, i
giuochi proibiti, la sodomia, il concubinato, il ricetto accordato alle
meretrici e ai lor manutengoli, i traffichi in giorni festivi, e così
via: e al tempo stesso s'ingiungeva agli Ebrei ed ai Mori, molti dei
quali s'erano quivi rifugiati dalla Spagna, di rimettersi sul petto
il loro _O_ giallo. I contravventori erano minacciati non solo delle
pene inflitte dalle leggi anteriori, «ma anche d'altre e maggiori, che
al duca piacesse di stabilire». Dopo ciò il duca insieme a tutta la
corte si recò per parecchi giorni alla predica; il 10 aprile furono
obbligati ad intervenirvi perfino tutti gli Ebrei di Ferrara. Ma il 3
maggio il direttore della polizia — il già menzionato Gregorio Zampante
(v. vol. 1, pag. 67) — pubblicò un manifesto, nel quale era detto che
chiunque avesse dato danaro ai sergenti del tribunale per non essere
denunziato come bestemmiatore, si annunciasse per riaverlo, insieme
ad un ulteriore indennizzo: infatti quegli uomini vituperati avevano
estorto da persone innocenti due e fin tre ducati ciascuno, sotto
la minaccia di accusarle, e s'erano poi tra loro traditi, per cui
finirono coll'andare in carcere invece essi stessi. Ma siccome s'era
pagato appunto per non aver che fare con lo Zampante, è verosimile che
nessuno si sia presentato dopo il suo manifesto. — Nell'anno 1500,
dopo la caduta di Lodovico il Moro, quando quelle stesse velleità
religiose risorsero, Ercole ordinò di proprio impulso[415] alcune
nuove processioni, nelle quali non doveano mancare neanche i fanciulli
bianco-vestiti colla bandiera di Gesù, ed egli stesso v'intervenne
a cavallo, perchè a gran fatica reggevasi sulle gambe. Poi seguì un
editto affatto simile a quello del 1496. Le numerose costruzioni di
chiese e di conventi di questi duchi son conosciute; ma Ercole fece
venire a Ferrara perfino una santa vivente, suor Colomba,[416] poco
prima che seguissero le nozze di suo figlio Alfonso con Lucrezia
Borgia (1502). Un corriere di gabinetto[417] andò a prendere la santa
a Viterbo con quindici altre monache, e il duca in persona al loro
arrivo le condusse in un convento appositamente apparecchiato. Lo
si calunnierebbe, ammettendo che egli in tutti questi passi fosse
guidato da un intendimento essenzialmente politico? Al concetto che
s'eran formato gli Estensi dell'arte di regnare, quale altrove è stato
indicato (v. vol. I, pag. 61 e segg.), non contrastava punto, anzi si
associava assai logicamente l'idea di valersi a proprio vantaggio anche
dell'elemento religioso.