CAPITOLO VI.

Condizione della donna.

Sua educazione pari a quella dell'uomo. — Carattere virile

delle sue poesie. — Sviluppo completo della sua personalità. —

La donna-uomo (_virago_). — La donna nella società. — Cultura

delle cortigiane.

Finalmente, per bene intendere la vita sociale dei circoli più elevati

dell'epoca del Rinascimento, è della massima importanza il sapere, che

la donna in essi ebbe una posizione uguale in tutto a quella dell'uomo.

Non bisogna a questo riguardo lasciarsi trarre in inganno dalle

sofistiche e spesso anche maligne argomentazioni, colle quali taluni

scrittori di dialoghi di quel tempo cercano di provare la pretesa

inferiorità del bel sesso, e neanche da qualche satira del genere della

terza dell'Ariosto,[216] nella quale la donna è rappresentata come un

pericoloso fanciullo fatto già adulto, che l'uomo deve saper dirigere,

sebbene tra lui ed essa esista un abisso. Quest'ultima ipotesi però

presenta in un certo senso un lato vero: appunto _perchè_ in Italia la

donna, giunta al pieno sviluppo della sua individualità, era uguale in

tutto all'uomo, non potè nel matrimonio effettuarsi quella completa

identificazione di pensieri e di sentimenti, che più tardi forma la

fortunata caratteristica delle morigerate popolazioni del nord.

Dicemmo che l'educazione della donna nelle classi più elevate

era essenzialmente uguale a quella dell'uomo. Egli è un fatto che

gl'Italiani del Rinascimento non esitarono a far impartire ai loro

figli d'ambo i sessi l'identica istruzione letteraria e perfin

filologica (v. vol. I, pag. 291). Ma ciò era anche naturale: dal

momento che questa cultura neo-antica si riguardava come l'ornamento

più bello della vita, non v'era nessuna ragione perchè non dovessero

fregiarsene anche le fanciulle. Vedemmo altrove qual grado di valentìa

raggiunsero le figlie di alcune case principesche nel parlare e nello

scrivere latino (v. vol. I, pag. 299 e 305). Altre dovevano almeno

saperlo leggere e intendere, per poter nelle conversazioni tener dietro

a ciò che ne costituiva la parte più essenziale, le discussioni erudite

su varii punti dell'antichità. A ciò s'aggiunga la parte veramente

attiva, che doveano prendere allo studio della poesia italiana, nella

quale si voleva che anch'esse sapessero comporre sonetti e canzoni, e

si provassero perfino nell'improvvisazione: e una prova se ne ha nel

numero considerevole di donne, che in questo genere acquistarono una

grande celebrità,[217] dopo l'esempio dato dalla veneziana Cassandra

Fedele (della fine del secolo XV); taluna, come Vittoria Colonna, si

rese addirittura immortale. — Ora, se v'è cosa che confermi al tutto la

nostra superiore asserzione dell'indirizzo veramente virile dato anche

agli studi delle donne, sono appunto queste poesie: infatti e sonetti e

canzoni, tanto di genere erotico, che religioso, hanno un'impronta tale

di serietà e robustezza e si scostano siffattamente da quelle tinte

indeterminate e da quei teneri slanci di entusiasmo, che caratterizzano

d'ordinario la poesia femminile, che si sarebbe tentati di crederle

composizioni d'uomini, se i nomi e notizie precise ed esatte non ci

facessero certi del contrario.

Ma, insieme alla cultura, sviluppasi nelle donne delle classi più

elevate anche tutta la loro individualità in modo pressochè uguale

che negli uomini, mentre fuori d'Italia sino al tempo della Riforma

nessuna donna in generale, e ben poche anche tra le principesse

emergono personalmente. Eccezioni come Isabella di Baviera, Margherita

d'Angiò, Isabella di Castiglia e simili, non appaiono sulla scena che

in circostanze affatto eccezionali, e quasi loro malgrado. In Italia,

ancora nel corso del secolo XV, le consorti dei regnanti e specialmente

quelle dei Condottieri hanno quasi tutte una fisionomia loro propria e

distinta, e partecipano non pure alla celebrità, ma anche alla gloria

dei loro mariti (v. vol. I, pag. 179). A queste tien dietro a poco a

poco una schiera di donne celebri di diversa specie (v. ibid. pag.

203), in talune delle quali, per vero, non saprebbesi riscontrare

altra singolarità, fuorchè quella di possedere un bell'accordo di

naturali attitudini, di bellezza, di cultura, di morigeratezza e di

pietà religiosa.[218] Di una «emancipazione» in senso affatto speciale

non si parla nemmeno, perchè la cosa già s'intende da sè. La donna

di condizione elevata deve, al pari dell'uomo, curare il proprio

perfezionamento sotto ogni riguardo: quindi uguale il modo di pensare

e di agire, uguali le tendenze e le aspirazioni. Da lei non si pretende

una completa attività letteraria; tutt'al più, se sarà poetessa, le si

domanderà qualcuna di quelle potenti armonie, che erompono dal profondo

dell'anima, non però quelle rivelazioni intime, che si manifestano

sotto la forma di ricordi giornalieri e romanzi. — Queste donne non

pensavano punto al pubblico: bastava ad esse di tenere avvinti al loro

carro gli uomini più considerevoli[219] e d'imbrigliarne i voleri.

Il vanto maggiore, e che più frequentemente si trova, ripetuto, per

le grandi donne italiane di quel tempo, si è di avere mente ed animo

veramente virili. Basta guardare al contegno energico e risoluto della

maggior parte delle eroine del Bojardo e dell'Ariosto, per vedere come

di questa energia e risolutezza si avesse omai un concetto proprio e

determinato. Il titolo di «virago», che nel nostro secolo suonerebbe

come un complimento assai equivoco, costituiva allora una vera lode.

Esso fu portato con grande splendore da Caterina Sforza, moglie e poi

vedova di Girolamo Riario, il cui possesso ereditario di Forlì ella

difese strenuamente dapprima contro. il partito dei di lui uccisori,

poscia contro Cesare Borgia; infine soggiacque, ma procacciandosi

l'ammirazione di tutti i suoi concittadini e l'appellativo di «prima

donna d'Italia».[220] E una vena di somigliante eroismo riscontrasi

altresì in altre donne del Rinascimento, ma ad esse mancarono le

occasioni di mostrarsi eroine. Isabella Gonzaga (v. vol. I, p. 58) in

modo speciale emerge per un carattere di questa tempra.

È chiaro da sè che donne simili potevano benissimo lasciar raccontare

nei loro circoli novelle anche del colore di quelle del Bandello,

senza che per questo la loro fama ne restasse pregiudicata. Il genio

predominante di queste riunioni non è l'effeminatezza moderna, vale

a dire quei riguardi delicati per certe supposizioni, per certe

suscettibilità, per certi misteri, che sono indispensabili nel nostro

tempo, ma la coscienza della propria forza, della propria bellezza e

di condizioni sociali piene di pericoli e di minacce. Perciò, accanto

al formalismo più compassato, scorgesi qualche cosa, che nel nostro

secolo avrebbe l'aspetto di inverecondia,[221] mentre noi non siamo

più in grado di farci un'idea di ciò che contrabbilancia tutti questi

svantaggi, la potente personalità delle donne dominanti allora in

Italia.

C'è appena bisogno di dire che in nessun trattato e in nessun dialogo

di quel tempo s'incontra un'espressione o una frase, che possa

costituire una testimonianza decisiva in proposito, per quanto anche

vi si discuta diffusamente sulla condizione e sulle attitudini delle

donne, nonchè sull'amore in generale.

Ciò che, a quanto sembra, mancò del tutto a queste riunioni, furono

le giovani fanciulle,[222] che oggidì ne formano invece il più

bell'ornamento, ma che allora n'erano tenute severamente lontane, anche

se non venivano allevate nel chiostro. Non si saprebbe dire tuttavia

se la loro assenza fosse quella che favoriva la licenziosità della

conversazione, o se questa fosse la causa di quella.

Anche la conversazione delle cortigiane assume talvolta un indirizzo

notevolmente più elevato, come se si volessero rinnovare i rapporti che

un tempo ebbero gli Ateniesi colle loro _etere_. La celebre cortigiana

di Roma, Imperia, non era sprovveduta di spirito e di cultura, ed

aveva appreso da un Domenico Campana a far versi, e s'intendeva anche

di musica.[223] La bella Isabella de Luna, d'origine spagnuola, aveva

fama per lo meno di donna piacevole, e del resto era un misto bizzarro

di bontà di cuore e di malignità procace e impudente.[224] A Milano il

Bandello conobbe la maestosa Caterina di San Celso,[225] che suonava

e cantava maravigliosamente e recitava anche versi. E così dicasi di

tante altre. Da ciò si desume che le persone ragguardevoli e colte,

che visitavano queste donne e si stringevano in amicizia per un tempo

più o meno lungo con esse, le pretendevano talqualmente istrutte,

e in generale colle più celebri usavano grandi riguardi; e se ne

ha una prova nel fatto, che, anche dopo sciolto ogni rapporto colle

medesime, si cercava tuttavia di conservarsi la loro stima,[226] perchè

la passione precedente avea pur sempre lasciato di sè una traccia

incancellabile. Tutto sommato però, del lato spirituale di questi

rapporti non si tiene alcun conto nella società ufficiale, e i vestigi

che ne rimasero nella poesia e nella letteratura, sono prevalentemente

di genere scandaloso. Anzi si ha tutta la ragione di maravigliarsi che

fra le 6800 persone di questa condizione, che nell'anno 1490 — prima

quindi che si conoscesse quivi la sifilide — si contavano in Roma,[227]

quasi nessuna sia emersa per superiorità di spirito e d'ingegno; quelle

che già nominammo, appartengono all'epoca susseguente. Il modo di

vivere e di sentire di queste donne, che, in mezzo alla più sfrenata

sete dei piaceri e dei turpi guadagni, sono capaci talvolta anche di

forti passioni, e l'ipocrisia e la perversità veramente infernale

di talune già invecchiate in quel lezzo, sono descritte al vivo,

e meglio che da ogni altro, dal Giraldi nelle novelle, che formano

l'Introduzione a' suoi «Hecatommithi». Pietro Aretino invece ne' suoi

«Ragionamenti» descrive piuttosto la propria, che la depravazione di

questa classe infelice di persone, quale era in realtà.

Le belle dei principi, come è già stato altrove accennato (v. vol. I,

pag. 70), furono cantate dai poeti e riprodotte dagli artisti, e sono

quindi note personalmente tanto ai contemporanei che ai posteri, mentre

invece di una Alice Perries, di una Clara Dettin (la bella di Federico

il vittorioso) non sono rimasti che i nomi, e di una Agnese Sorel una

leggenda amorosa più finta, che vera. La cosa mutò per l'appunto sotto

i re dell'epoca del Rinascimento, Francesco I ed Enrico II.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 20 / 34 题