CAPITOLO V.

L'uomo perfetto di società.

Suoi amori. — Sue qualità esterne ed interne. — Gli esercizi

corporali. — La musica. — Gl'istrumenti e i virtuosi. —

Dilettanti in società.

Ed ora si vien formando per le corti, ma più ancora per sè medesimo,

il Cortigiano, quale ci vien descritto dal Castiglione. Egli è

propriamente l'uomo ideale, quale lo domanda la cultura di quel tempo,

e la corte sembra più fatta per lui, che egli per la corte. Tutto ben

ponderato, un tal uomo non potrebbe essere adoperato in nessuna corte,

perchè egli stesso ha il talento e la apparenza di un vero principe,

e perchè l'eccellenza sua, calma e dignitosa in ogni cosa, presuppone

già in lui una assoluta indipendenza. Il movente principale d'ogni sua

azione non è, benchè l'autore lo dissimuli, il servizio del principe,

ma bensì il suo proprio perfezionamento. Un esempio spiegherà meglio

la cosa: nella guerra il Cortigiano deve astenersi da tutte quelle

imprese, anche utili e non scevre di sacrifici e pericoli, che non

sieno grandiose e belle in sè medesime, perchè deve aver sempre fisso

in mente che ciò che lo conduce alla guerra, non è il dovere in sè

stesso, ma soltanto _l'honore_.[204] La posizione morale di fronte al

principe, quale è presentata nel quarto libro, è quella di un uomo

libero e indipendente. La teoria degli amori del Cortigiano (nel

terzo libro) contiene osservazioni psicologiche molto sottili, le

quali però per la miglior parte si riferiscono a tutti gli uomini in

generale, e la grande e quasi lirica glorificazione dell'amore ideale

(sulla fine del quarto libro) non ha più nulla che fare coll'assunto

speciale di tutta l'opera. Ma anche qui, come negli Asolani del Bembo,

la straordinaria elevatezza della cultura si fa manifesta dal modo

delicatissimo, con cui i sentimenti vengono analizzati. Bensì non si

deve sempre prestar cieca fede a questi autori, nè creder tutto sulla

loro parola; ma ciò non vuol dire che quei discorsi non sieno stati

tenuti realmente nelle più elevate società, e più innanzi vedremo, che

spesse volte queste convenzionali apparenze nascondevano lampi di vera

passione.

Tra le qualità esteriori, quelle che innanzi tutto si esigono in grado

perfetto in un Cortigiano, sono i così detti esercizi cavallereschi;

ma, oltre a questi, richiedevansi anche parecchie altre cose, che

veramente non avrebbero potuto pretendersi se non in corti colte,

regolarmente organizzate e basate tutte sull'emulazione personale,

quali in allora non esistevano se non in Italia: altre cose ancora

si fondano evidentemente sopra un'idea puramente generale ed astratta

della perfezione individuale. Il Cortigiano deve aver familiari tutti i

giuochi ed esercizi più nobili, il salto, la corsa, il nuoto, la lotta:

principalmente poi deve essere un abile danzatore e (come già s'intende

da sè) un perfetto cavallerizzo. Oltre a ciò si esige da lui tal

conoscenza di più lingue, o almeno almeno dell'italiano e del latino,

che s'intenda di amena letteratura e sappia dare un giudizio in fatto

di belle arti; nella musica anzi vuolsi una certa abilità pratica, che

però egli terrà segreta quanto più gli sarà possibile. Non si pretende

tuttavia che queste qualità sieno in lui tutte in grado perfetto,

eccezione fatta dell'esercizio delle armi; dal neutralizzarsi reciproco

di tante doti risulta per l'appunto quel perfetto individuo, nel quale

nessuna primeggia tanto spiccatamente da recar nocumento alle altre.

Egli è fuor d'ogni dubbio che nel secolo XVI gl'Italiani, sia come

scrittori teorici, sia come maestri pratici, erano in grado d'insegnare

a tutto l'occidente tanto in fatto di esercizi ginnastici d'ogni

specie, quanto in fatto di convenienze sociali. Nel cavalcare, nel

giostrare e nel danzare furono essi i primi a dar l'indirizzo con

opere scritte, con disegni e figure, e con insegnamenti pratici; la

ginnastica, come cosa a sè e separata dagli esercizi guerreschi e dai

semplici giuochi, fu forse per la prima volta insegnata alla scuola

di Vittorino da Feltre (v. vol. I, pag. 282) e rimase poi come parte

integrante di ogni completa educazione.[205] L'importanza di un tal

fatto sta tutta in questo, che essa fu insegnata allora come una vera

arte: quali esercizi fossero in uso, e se per avventura si conoscessero

quelli che sono più frequenti oggidì, è impossibile il dirlo. Ma che,

oltre la forza e la destrezza, mirassero anche ad ottenere la grazia,

lo si può arguire non solo dall'indole della nazione già nota sotto

tanti altri aspetti, ma anche da notizie positive che se ne hanno.

Basta in proposito ricordare il grande Federigo da Urbino (v. vol.

I, pag. 60), che assisteva in persona ai giuochi de' giovani a lui

affidati.

I giuochi e le gare non presentavano in fondo nessuna sostanziale

differenza da quelli che erano in uso presso gli altri popoli

occidentali. Naturalmente nelle città marittime vi si aggiungevano

le gare dei remiganti, e le regate veneziane erano assai per tempo

famose.[206] Il giuoco classico d'Italia era, ed è, notoriamente il

giuoco della palla, ed anche questo all'epoca del Rinascimento pare

vi sia stato coltivato con molta maggior passione e con più pompa,

che in qualunque altro paese d'Europa. Non se ne hanno però positive

testimonianze.

A questo punto non dobbiamo lasciare in dimenticanza la musica.[207] La

composizione intorno al 1500 era ancora principalmente nelle mani della

scuola olandese, che veniva molto ammirata pel complicato artificio

e per la stranezza delle sue creazioni. Ma, accanto a questa, eravi

pure una scuola italiana, che senza dubbio s'accostava assai di più

al nostro gusto musicale d'oggidì. Un mezzo secolo più tardi sorse il

Palestrina, le cui armonie esercitano un fascino prepotente anche sul

mondo attuale: egli vien dato altresì come un gran novatore, ma non

ci è detto con sufficiente chiarezza, se a lui o ad altri si debba il

passo decisivo, che ha fatto il linguaggio musicale del mondo moderno,

per cui a noi profani è impossibile il farci un'idea esatta dello stato

delle cose in questo riguardo. Lasciando adunque completamente da parte

la storia della composizione musicale, cercheremo invece di dir qualche

cosa sul posto, che si faceva alla musica nella vita sociale d'allora.

Innanzi tutto un fatto sommamente caratteristico pel Rinascimento e per

l'Italia di quel tempo è il multiforme specializzarsi dell'orchestra,

il cercar nuovi strumenti, vale a dire nuove combinazioni armoniche,

e — in stretta colleganza con ciò — il formarsi di una classe speciale

di cultori dell'arte per professione (_virtuosi_), che è come a dire,

l'insinuarsi dell'elemento individuale in determinati rami della musica

e in determinati strumenti.

Fra gli strumenti capaci di dare una completa armonia, l'organo ebbe

assai per tempo una grande diffusione e un notevole perfezionamento,

ma, accanto ad esso, si diffuse anche assai presto il corrispondente

strumento a corde, il gravicembalo o clavicembalo, di cui si conservano

ancora dei frammenti, che risalgono ai primi anni del secolo XIV,

perchè ornati con figure dipinte da sommi maestri. Fra tutti gli

altri poi il violino prese il primo posto e diede anche delle grandi

celebrità. Presso Leone X, che già anche da cardinale aveva la casa

piena di cantanti e di sonatori e che godeva fama egli stesso di grande

conoscitore ed esecutore, divennero celebri Giovanni Maria e Jacopo

Sansecondo: al primo Leone diè il titolo di conte e il possesso di

una piccola città;[208] il secondo credesi rappresentato nell'Apollo

del Parnaso di Raffaello. Nel corso poi del secolo XVI sorsero delle

celebrità in ogni ramo speciale, e Lomazzo (intorno al 1580) nomina

a tre a tre prima i virtuosi di canto, poi quelli di ciascuna specie

di strumenti, quali l'organo, il liuto, la lira, la viola da gamba,

l'arpa, la cetra, i corni e le tibie, esprimendo il voto che i loro

ritratti sieno dipinti sugli stessi strumenti.[209] Una così svariata

attitudine a giudicare di tutti i generi fuori d'Italia a quel tempo

non si sarebbe potuta neanche immaginare, sebbene quegli strumenti

fossero già noti e diffusi dovunque.

Oltre a ciò, la ricchezza in fatto di strumenti emerge specialmente

da questo, che s'è trovato prezzo dell'opera di farne, a titolo di

curiosità, delle collezioni. In Venezia, dove la passione per la

musica era grande,[210] ve n'erano parecchie; e quando per caso vi

s'incontrava un certo numero di virtuosi, vi s'improvvisava all'istante

un concerto. (In una di simili collezioni vedevansi anche parecchi

strumenti costrutti su modelli o descrizioni antiche, ma non è detto se

vi fosse chi sapesse suonarli e qual suono dessero). Non è neanche da

dimenticare, che taluni di questi strumenti presentavano esteriormente

una certa eleganza, per cui, aggruppati insieme, armonizzavano assai

leggiadramente fra loro. E appunto per questo accade d'incontrarli

anche nelle collezioni d'altre rarità e cose d'arte.

Gli esecutori, oltre i virtuosi di professione, erano o singoli

amatori od anche intere orchestre di dilettanti, organizzati a guisa

di corporazioni o di «accademie».[211] Molti pittori, scultori ed

architetti s'intendevano anche, e talvolta in sommo grado, di musica.

— Alle persone appartenenti alle classi più elevate erano sconsigliati

gli strumenti a fiato per gli stessi motivi,[212] pei quali una volta

se n'erano astenuti Alcibiade e la stessa Pallade Atena. La società più

ragguardevole amava il canto solo o con accompagnamento di violino;

ma piaceva anche il quartetto a viole[213] e, per la ricchezza de'

suoi mezzi, altresì il clavicembalo, non però il canto a più voci,

«perchè assai meglio si ascolta, si ode e si giudica una voce sola».

In altre parole, siccome il canto, in onta a qualsiasi convenzionale

modestia (v. pag. 157), rimane pur sempre un mezzo opportuno per

mettere in evidenza un uomo perfetto di società, così è meglio che

ognuno sia udito (e veduto) da solo. L'effetto che si suppone prodursi

nelle leggiadre ascoltatrici, è sempre dei più vivi e soavi, e

appunto per questo alle persone alquanto attempate si sconsiglia sì il

canto che il suono, quand'anche posseggano ancora una certa valentia

nell'una cosa e nell'altra. L'effetto deve risultare da una gradevole

impressione prodotta al tempo stesso sull'udito e sulla vista. — Di un

apprezzamento della composizione, come lavoro d'arte a sè, non è fatta

parola. Per converso accade talvolta che il contenuto delle parole

esprima qualche terribile situazione reale, qualche caso effettivamente

occorso al cantore.[214]

Fuor d'ogni dubbio questo dilettantismo tanto delle classi medie, come

delle più elevate, in Italia ebbe una diffusione maggiore, e al tempo

stesso si tenne più strettamente ligio alle prescrizioni dell'arte, che

non altrove. Dovunque si parla di riunioni sociali, non si tralascia

mai di parlare altresì dei canti e dei suoni, che vi si udivano;

centinaia di ritratti ci rappresentano o singolarmente a gruppi gli

artisti, e perfino nei quadri di cui son decorate le chiese, i concerti

degli angeli mostrano ad evidenza, quanto famigliari fossero ai pittori

queste riunioni vere e reali dei cultori della musica. Un'altra prova

della passione con cui si coltiva quest'arte, si ha nel fatto che a

Padova, per esempio, un Antonio Rota, suonatore di liuto, (morto nel

1549) divenne addirittura ricco solo col dare lezioni private e col

pubblicare un «Avviamento» allo studio del liuto.[215]

In un tempo in cui l'Opera non aveva ancora cominciato ad assorbire

tutto il genio musicale e quasi ad arrogarsene il monopolio esclusivo,

questi sforzi possono segnalarsi come veramente maravigliosi, ed hanno

diritto a tutta la nostra ammirazione. Ella è poi una questione affatto

diversa quella di sapere quale interesse desterebbero in noi quelle

armonie, se, per una strana ipotesi, ci fosse dato di udirle.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 19 / 34 题