L'uomo perfetto di società.
Suoi amori. — Sue qualità esterne ed interne. — Gli esercizi
corporali. — La musica. — Gl'istrumenti e i virtuosi. —
Dilettanti in società.
Ed ora si vien formando per le corti, ma più ancora per sè medesimo,
il Cortigiano, quale ci vien descritto dal Castiglione. Egli è
propriamente l'uomo ideale, quale lo domanda la cultura di quel tempo,
e la corte sembra più fatta per lui, che egli per la corte. Tutto ben
ponderato, un tal uomo non potrebbe essere adoperato in nessuna corte,
perchè egli stesso ha il talento e la apparenza di un vero principe,
e perchè l'eccellenza sua, calma e dignitosa in ogni cosa, presuppone
già in lui una assoluta indipendenza. Il movente principale d'ogni sua
azione non è, benchè l'autore lo dissimuli, il servizio del principe,
ma bensì il suo proprio perfezionamento. Un esempio spiegherà meglio
la cosa: nella guerra il Cortigiano deve astenersi da tutte quelle
imprese, anche utili e non scevre di sacrifici e pericoli, che non
sieno grandiose e belle in sè medesime, perchè deve aver sempre fisso
in mente che ciò che lo conduce alla guerra, non è il dovere in sè
stesso, ma soltanto _l'honore_.[204] La posizione morale di fronte al
principe, quale è presentata nel quarto libro, è quella di un uomo
libero e indipendente. La teoria degli amori del Cortigiano (nel
terzo libro) contiene osservazioni psicologiche molto sottili, le
quali però per la miglior parte si riferiscono a tutti gli uomini in
generale, e la grande e quasi lirica glorificazione dell'amore ideale
(sulla fine del quarto libro) non ha più nulla che fare coll'assunto
speciale di tutta l'opera. Ma anche qui, come negli Asolani del Bembo,
la straordinaria elevatezza della cultura si fa manifesta dal modo
delicatissimo, con cui i sentimenti vengono analizzati. Bensì non si
deve sempre prestar cieca fede a questi autori, nè creder tutto sulla
loro parola; ma ciò non vuol dire che quei discorsi non sieno stati
tenuti realmente nelle più elevate società, e più innanzi vedremo, che
spesse volte queste convenzionali apparenze nascondevano lampi di vera
passione.
Tra le qualità esteriori, quelle che innanzi tutto si esigono in grado
perfetto in un Cortigiano, sono i così detti esercizi cavallereschi;
ma, oltre a questi, richiedevansi anche parecchie altre cose, che
veramente non avrebbero potuto pretendersi se non in corti colte,
regolarmente organizzate e basate tutte sull'emulazione personale,
quali in allora non esistevano se non in Italia: altre cose ancora
si fondano evidentemente sopra un'idea puramente generale ed astratta
della perfezione individuale. Il Cortigiano deve aver familiari tutti i
giuochi ed esercizi più nobili, il salto, la corsa, il nuoto, la lotta:
principalmente poi deve essere un abile danzatore e (come già s'intende
da sè) un perfetto cavallerizzo. Oltre a ciò si esige da lui tal
conoscenza di più lingue, o almeno almeno dell'italiano e del latino,
che s'intenda di amena letteratura e sappia dare un giudizio in fatto
di belle arti; nella musica anzi vuolsi una certa abilità pratica, che
però egli terrà segreta quanto più gli sarà possibile. Non si pretende
tuttavia che queste qualità sieno in lui tutte in grado perfetto,
eccezione fatta dell'esercizio delle armi; dal neutralizzarsi reciproco
di tante doti risulta per l'appunto quel perfetto individuo, nel quale
nessuna primeggia tanto spiccatamente da recar nocumento alle altre.
Egli è fuor d'ogni dubbio che nel secolo XVI gl'Italiani, sia come
scrittori teorici, sia come maestri pratici, erano in grado d'insegnare
a tutto l'occidente tanto in fatto di esercizi ginnastici d'ogni
specie, quanto in fatto di convenienze sociali. Nel cavalcare, nel
giostrare e nel danzare furono essi i primi a dar l'indirizzo con
opere scritte, con disegni e figure, e con insegnamenti pratici; la
ginnastica, come cosa a sè e separata dagli esercizi guerreschi e dai
semplici giuochi, fu forse per la prima volta insegnata alla scuola
di Vittorino da Feltre (v. vol. I, pag. 282) e rimase poi come parte
integrante di ogni completa educazione.[205] L'importanza di un tal
fatto sta tutta in questo, che essa fu insegnata allora come una vera
arte: quali esercizi fossero in uso, e se per avventura si conoscessero
quelli che sono più frequenti oggidì, è impossibile il dirlo. Ma che,
oltre la forza e la destrezza, mirassero anche ad ottenere la grazia,
lo si può arguire non solo dall'indole della nazione già nota sotto
tanti altri aspetti, ma anche da notizie positive che se ne hanno.
Basta in proposito ricordare il grande Federigo da Urbino (v. vol.
I, pag. 60), che assisteva in persona ai giuochi de' giovani a lui
affidati.
I giuochi e le gare non presentavano in fondo nessuna sostanziale
differenza da quelli che erano in uso presso gli altri popoli
occidentali. Naturalmente nelle città marittime vi si aggiungevano
le gare dei remiganti, e le regate veneziane erano assai per tempo
famose.[206] Il giuoco classico d'Italia era, ed è, notoriamente il
giuoco della palla, ed anche questo all'epoca del Rinascimento pare
vi sia stato coltivato con molta maggior passione e con più pompa,
che in qualunque altro paese d'Europa. Non se ne hanno però positive
testimonianze.
A questo punto non dobbiamo lasciare in dimenticanza la musica.[207] La
composizione intorno al 1500 era ancora principalmente nelle mani della
scuola olandese, che veniva molto ammirata pel complicato artificio
e per la stranezza delle sue creazioni. Ma, accanto a questa, eravi
pure una scuola italiana, che senza dubbio s'accostava assai di più
al nostro gusto musicale d'oggidì. Un mezzo secolo più tardi sorse il
Palestrina, le cui armonie esercitano un fascino prepotente anche sul
mondo attuale: egli vien dato altresì come un gran novatore, ma non
ci è detto con sufficiente chiarezza, se a lui o ad altri si debba il
passo decisivo, che ha fatto il linguaggio musicale del mondo moderno,
per cui a noi profani è impossibile il farci un'idea esatta dello stato
delle cose in questo riguardo. Lasciando adunque completamente da parte
la storia della composizione musicale, cercheremo invece di dir qualche
cosa sul posto, che si faceva alla musica nella vita sociale d'allora.
Innanzi tutto un fatto sommamente caratteristico pel Rinascimento e per
l'Italia di quel tempo è il multiforme specializzarsi dell'orchestra,
il cercar nuovi strumenti, vale a dire nuove combinazioni armoniche,
e — in stretta colleganza con ciò — il formarsi di una classe speciale
di cultori dell'arte per professione (_virtuosi_), che è come a dire,
l'insinuarsi dell'elemento individuale in determinati rami della musica
e in determinati strumenti.
Fra gli strumenti capaci di dare una completa armonia, l'organo ebbe
assai per tempo una grande diffusione e un notevole perfezionamento,
ma, accanto ad esso, si diffuse anche assai presto il corrispondente
strumento a corde, il gravicembalo o clavicembalo, di cui si conservano
ancora dei frammenti, che risalgono ai primi anni del secolo XIV,
perchè ornati con figure dipinte da sommi maestri. Fra tutti gli
altri poi il violino prese il primo posto e diede anche delle grandi
celebrità. Presso Leone X, che già anche da cardinale aveva la casa
piena di cantanti e di sonatori e che godeva fama egli stesso di grande
conoscitore ed esecutore, divennero celebri Giovanni Maria e Jacopo
Sansecondo: al primo Leone diè il titolo di conte e il possesso di
una piccola città;[208] il secondo credesi rappresentato nell'Apollo
del Parnaso di Raffaello. Nel corso poi del secolo XVI sorsero delle
celebrità in ogni ramo speciale, e Lomazzo (intorno al 1580) nomina
a tre a tre prima i virtuosi di canto, poi quelli di ciascuna specie
di strumenti, quali l'organo, il liuto, la lira, la viola da gamba,
l'arpa, la cetra, i corni e le tibie, esprimendo il voto che i loro
ritratti sieno dipinti sugli stessi strumenti.[209] Una così svariata
attitudine a giudicare di tutti i generi fuori d'Italia a quel tempo
non si sarebbe potuta neanche immaginare, sebbene quegli strumenti
fossero già noti e diffusi dovunque.
Oltre a ciò, la ricchezza in fatto di strumenti emerge specialmente
da questo, che s'è trovato prezzo dell'opera di farne, a titolo di
curiosità, delle collezioni. In Venezia, dove la passione per la
musica era grande,[210] ve n'erano parecchie; e quando per caso vi
s'incontrava un certo numero di virtuosi, vi s'improvvisava all'istante
un concerto. (In una di simili collezioni vedevansi anche parecchi
strumenti costrutti su modelli o descrizioni antiche, ma non è detto se
vi fosse chi sapesse suonarli e qual suono dessero). Non è neanche da
dimenticare, che taluni di questi strumenti presentavano esteriormente
una certa eleganza, per cui, aggruppati insieme, armonizzavano assai
leggiadramente fra loro. E appunto per questo accade d'incontrarli
anche nelle collezioni d'altre rarità e cose d'arte.
Gli esecutori, oltre i virtuosi di professione, erano o singoli
amatori od anche intere orchestre di dilettanti, organizzati a guisa
di corporazioni o di «accademie».[211] Molti pittori, scultori ed
architetti s'intendevano anche, e talvolta in sommo grado, di musica.
— Alle persone appartenenti alle classi più elevate erano sconsigliati
gli strumenti a fiato per gli stessi motivi,[212] pei quali una volta
se n'erano astenuti Alcibiade e la stessa Pallade Atena. La società più
ragguardevole amava il canto solo o con accompagnamento di violino;
ma piaceva anche il quartetto a viole[213] e, per la ricchezza de'
suoi mezzi, altresì il clavicembalo, non però il canto a più voci,
«perchè assai meglio si ascolta, si ode e si giudica una voce sola».
In altre parole, siccome il canto, in onta a qualsiasi convenzionale
modestia (v. pag. 157), rimane pur sempre un mezzo opportuno per
mettere in evidenza un uomo perfetto di società, così è meglio che
ognuno sia udito (e veduto) da solo. L'effetto che si suppone prodursi
nelle leggiadre ascoltatrici, è sempre dei più vivi e soavi, e
appunto per questo alle persone alquanto attempate si sconsiglia sì il
canto che il suono, quand'anche posseggano ancora una certa valentia
nell'una cosa e nell'altra. L'effetto deve risultare da una gradevole
impressione prodotta al tempo stesso sull'udito e sulla vista. — Di un
apprezzamento della composizione, come lavoro d'arte a sè, non è fatta
parola. Per converso accade talvolta che il contenuto delle parole
esprima qualche terribile situazione reale, qualche caso effettivamente
occorso al cantore.[214]
Fuor d'ogni dubbio questo dilettantismo tanto delle classi medie, come
delle più elevate, in Italia ebbe una diffusione maggiore, e al tempo
stesso si tenne più strettamente ligio alle prescrizioni dell'arte, che
non altrove. Dovunque si parla di riunioni sociali, non si tralascia
mai di parlare altresì dei canti e dei suoni, che vi si udivano;
centinaia di ritratti ci rappresentano o singolarmente a gruppi gli
artisti, e perfino nei quadri di cui son decorate le chiese, i concerti
degli angeli mostrano ad evidenza, quanto famigliari fossero ai pittori
queste riunioni vere e reali dei cultori della musica. Un'altra prova
della passione con cui si coltiva quest'arte, si ha nel fatto che a
Padova, per esempio, un Antonio Rota, suonatore di liuto, (morto nel
1549) divenne addirittura ricco solo col dare lezioni private e col
pubblicare un «Avviamento» allo studio del liuto.[215]
In un tempo in cui l'Opera non aveva ancora cominciato ad assorbire
tutto il genio musicale e quasi ad arrogarsene il monopolio esclusivo,
questi sforzi possono segnalarsi come veramente maravigliosi, ed hanno
diritto a tutta la nostra ammirazione. Ella è poi una questione affatto
diversa quella di sapere quale interesse desterebbero in noi quelle
armonie, se, per una strana ipotesi, ci fosse dato di udirle.