La forma più elevata della vita sociale.
Convenienze sociali e statuti. — I novellieri e il loro
uditorio. — Le grandi dame e le loro sale. — La società
fiorentina. — La società di Lorenzo descritta da lui medesimo.
Questa vita, almeno nei primi anni del secolo XVI, era assai
saggiamente regolata e si basava sopra quelle convenienze tacite
ed espresse, che sono domandate o dalle circostanze o dal decoro,
ma che non hanno nulla che fare colla rigida etichetta. In certi
circoli più compatti, dove le riunioni assumevano il carattere di
stabili corporazioni, v'erano perfino degli statuti e delle formalità
per l'accettazione, come, per esempio, in quelle allegre società di
artisti fiorentini, alle quali il Vasari attribuisce il merito[197]
di aver promosso la rappresentazione delle più importanti commedie
d'allora. Le società più leggere invece e che si mettevano insieme per
circostanze affatto momentanee, accettavano volentieri le prescrizioni,
che eventualmente venivano imposte dalla dama più ragguardevole. Tutti
conoscono l'Introduzione del Decamerone del Boccaccio, e sono usi a
considerare il regno di Pampinea su tutta quella società come nulla
più che una piacevole finzione, e certamente essa è tale in questo
caso speciale; ciò non ostante non è men vero, ch'essa si fonda sopra
una consuetudine già accettata nella vita sociale. Il Firenzuola, che
quasi due secoli dopo premette alle sue novelle un'introduzione simile,
s'accosta senza dubbio ancor più alla realtà, quando in bocca alla
regina della sua società pone un discorso sul modo di ripartire il
tempo durante il soggiorno alla campagna, vale a dire, prima di tutto
un'ora di speculazioni filosofiche andando a passeggiare sopra una
collina, poi la mensa rallegrata dal suono del liuto e del canto,[198]
indi la recita in qualche sito ombroso di qualche nuova canzone,
il cui tema vien dato d'ordinario la sera precedente; più tardi una
passeggiata ad una fonte, dove ognuno s'asside e narra una novella,
e finalmente la cena e i piacevoli ragionamenti, «tali però, che alla
onestà delle donne e alla gentilezza degli uomini non disconvengano».
Il Bandello nelle introduzioni e nelle dediche di ciascuna delle
sue novelle non riferisce, è vero, simili discorsi di circostanza,
poichè le diverse società, dinanzi alle quali quelle novelle vengono
narrate, esistono già come circoli omai formati, ma lascia in altro
modo indovinare, quanto ricche, svariate e piacevoli dovevano essere
queste supposte riunioni sociali. Alcuni lettori penseranno, che in
società capaci di udire racconti tanto immorali, come son quelli che
si leggono, non ci fosse troppo nè da perdere, nè da guadagnare. Ma
da un altro lato potrebbe anche dirsi, che ben solide dovevano essere
le basi di società, che, ad onta di tali racconti, non uscivano dalle
convenute formalità, non andavano a soqquadro, e potevano perfino
occuparsi di serie discussioni sugli argomenti più gravi. Ciò vuol
dire che il bisogno di una forma elevata di conversazione si faceva
sentire più forte che mai e andava sopra ogni cosa. Per convincersene
non occorre di prendere a norma la società un po' troppo idealizzata,
che il Castiglione introduce a parlare sui più elevati sentimenti e
scopi della vita alla corte di Guidobaldo da Urbino e Pietro Bembo
nel castello di Asolo. La società del Bandello, invece, anche in
onta a tutte le frivolezze alle quali si abbandona, può riguardarsi
come il tipo più veritiero di quell'elegante decoro, di quella facile
amabilità, di quella schietta franchezza, di quello spirito insomma
e di quella cultura letteraria ed artistica, che formano i caratteri
distintivi di tali circoli. Una prova assai concludente se ne ha
specialmente in questo, che le dame, che ne formavano il centro,
godevano l'universale estimazione, nè per tal fatto furono minimamente
pregiudicate nella loro fama. Fra le protettrici del Bandello, per
esempio, Isabella Gonzaga, nata Estense (v. vol. I, pag. 58), se ebbe
una celebrità non scevra di macchie, non fu già pel proprio contegno,
ma per quello delle scostumate damigelle che la circondavano:[199]
Giulia Gonzaga Colonna, Ippolita Sforza maritata ad un Bentivoglio,
Bianca Rangona, Cecilia Gallerana, Camilla Scarampa, ed altre andarono
del tutto immuni, qualunque del resto sia stato il loro contegno, da
ogni accusa e censura. La più celebre donna d'Italia poi, Vittoria
Colonna, godeva fama addirittura di santa. Ora, egli è indubitato
che le particolarità che ci vengono date intorno al vivere sciolto,
che si conduceva nelle città, nelle ville e nei bagni più celebrati,
non sono di tal natura da farne emergere una superiorità assoluta
della vita sociale d'Italia su quella del resto d'Europa. Ma si legga
il Bandello,[200] e si vegga poscia se un genere simile di società
sarebbe, ad esempio, stato possibile in Francia, prima che vi fosse
stato trasportato d'Italia da lui e da tanti altri colti e civili al
pari di lui? — Certamente che anche a quel tempo le più alte creazioni
dell'ingegno umano non ebbero bisogno, per nascere, dell'aiuto o
del favore di quelle riunioni, ma si avrebbe gran torto se le si
riguardasse come di poco momento nella vita dell'arte e della poesia,
non fosse per altro, almeno per questo, che aiutarono potentemente
a creare in Italia ciò che allora non esisteva in verun altro paese,
un vivo interessamento per tutto quanto si produceva nell'un campo e
nell'altro, e un gusto squisito per rettamente giudicarne. Prescindendo
poi anche da ciò, questo genere di società è già per sè stesso un
necessario portato di quella particolare cultura e di quel modo di
vivere, che allora era esclusivamente italiano, e che d'allora in poi
divenne europeo.
In Firenze la vita di società è fortemente influenzata da parte della
letteratura e della politica. Innanzi tutto Lorenzo il Magnifico è
tal uomo, che domina completamente quanti lo circondano, non tanto in
virtù della sua posizione, quanto per le sue stesse qualità; sebbene
egli, del resto, abbia lasciato sempre piena libertà d'azione anche
a quelli, che più gli stavano dappresso.[201] Si vede, ad esempio,
con quanto rispetto egli tratti il Poliziano, l'educatore de' suoi
figli, e come i modi franchi ed aperti del letterato e del poeta a gran
fatica si concilino in lui con quella riserbatezza, che gli è imposta
necessariamente dal rango principesco, cui ormai è salita la sua casa,
e dai riguardi che egli deve alle suscettibilità di sua moglie; ma dal
canto suo, e quasi in ricambio, il Poliziano è l'espressione e quasi
il simbolo vivente delle glorie dei Medici. Lorenzo poi si compiace,
giusta l'uso della sua famiglia, di lasciare una traccia imperitura
del gusto e della passione, che egli ha per tali convegni sociali.
Nella sua splendida improvvisazione «La caccia col falcone» egli fa
un ritratto comico de' suoi compagni, e nel «Simposio» lo scherzo va
ancora più innanzi e tocca il burlesco, ma però sempre in modo, che
vi si travede anche il lato serio della riunione.[202] E che questa
assumesse talvolta un tale carattere ce lo attestano con piena evidenza
le sue corrispondenze, e le notizie rimasteci sulle frequenti sue
dispute filosofiche ed erudite. Altri circoli posteriori di Firenze
sono, in parte almeno, specie di clubs politici, che però hanno al
tempo stesso un lato poetico e filosofico, come, per esempio, la
così detta Accademia platonica, che dopo la morte di Lorenzo soleva
raccogliersi negli orti de' Rucellai.[203]
Nelle corti principesche la vita sociale dipendeva naturalmente dalle
tendenze personali del regnante. Di esse, per vero, al principiare
del secolo XVI ce n'era oggimai poche, e queste poche erano anch'esse
pressochè senza importanza. Roma faceva un'eccezione colla corte
veramente unica di Leone X, dove si raccoglieva una società tanto
speciale, quale non si vide ripetersi più in nessun epoca storica.