CAPITOLO IV.

La forma più elevata della vita sociale.

Convenienze sociali e statuti. — I novellieri e il loro

uditorio. — Le grandi dame e le loro sale. — La società

fiorentina. — La società di Lorenzo descritta da lui medesimo.

Questa vita, almeno nei primi anni del secolo XVI, era assai

saggiamente regolata e si basava sopra quelle convenienze tacite

ed espresse, che sono domandate o dalle circostanze o dal decoro,

ma che non hanno nulla che fare colla rigida etichetta. In certi

circoli più compatti, dove le riunioni assumevano il carattere di

stabili corporazioni, v'erano perfino degli statuti e delle formalità

per l'accettazione, come, per esempio, in quelle allegre società di

artisti fiorentini, alle quali il Vasari attribuisce il merito[197]

di aver promosso la rappresentazione delle più importanti commedie

d'allora. Le società più leggere invece e che si mettevano insieme per

circostanze affatto momentanee, accettavano volentieri le prescrizioni,

che eventualmente venivano imposte dalla dama più ragguardevole. Tutti

conoscono l'Introduzione del Decamerone del Boccaccio, e sono usi a

considerare il regno di Pampinea su tutta quella società come nulla

più che una piacevole finzione, e certamente essa è tale in questo

caso speciale; ciò non ostante non è men vero, ch'essa si fonda sopra

una consuetudine già accettata nella vita sociale. Il Firenzuola, che

quasi due secoli dopo premette alle sue novelle un'introduzione simile,

s'accosta senza dubbio ancor più alla realtà, quando in bocca alla

regina della sua società pone un discorso sul modo di ripartire il

tempo durante il soggiorno alla campagna, vale a dire, prima di tutto

un'ora di speculazioni filosofiche andando a passeggiare sopra una

collina, poi la mensa rallegrata dal suono del liuto e del canto,[198]

indi la recita in qualche sito ombroso di qualche nuova canzone,

il cui tema vien dato d'ordinario la sera precedente; più tardi una

passeggiata ad una fonte, dove ognuno s'asside e narra una novella,

e finalmente la cena e i piacevoli ragionamenti, «tali però, che alla

onestà delle donne e alla gentilezza degli uomini non disconvengano».

Il Bandello nelle introduzioni e nelle dediche di ciascuna delle

sue novelle non riferisce, è vero, simili discorsi di circostanza,

poichè le diverse società, dinanzi alle quali quelle novelle vengono

narrate, esistono già come circoli omai formati, ma lascia in altro

modo indovinare, quanto ricche, svariate e piacevoli dovevano essere

queste supposte riunioni sociali. Alcuni lettori penseranno, che in

società capaci di udire racconti tanto immorali, come son quelli che

si leggono, non ci fosse troppo nè da perdere, nè da guadagnare. Ma

da un altro lato potrebbe anche dirsi, che ben solide dovevano essere

le basi di società, che, ad onta di tali racconti, non uscivano dalle

convenute formalità, non andavano a soqquadro, e potevano perfino

occuparsi di serie discussioni sugli argomenti più gravi. Ciò vuol

dire che il bisogno di una forma elevata di conversazione si faceva

sentire più forte che mai e andava sopra ogni cosa. Per convincersene

non occorre di prendere a norma la società un po' troppo idealizzata,

che il Castiglione introduce a parlare sui più elevati sentimenti e

scopi della vita alla corte di Guidobaldo da Urbino e Pietro Bembo

nel castello di Asolo. La società del Bandello, invece, anche in

onta a tutte le frivolezze alle quali si abbandona, può riguardarsi

come il tipo più veritiero di quell'elegante decoro, di quella facile

amabilità, di quella schietta franchezza, di quello spirito insomma

e di quella cultura letteraria ed artistica, che formano i caratteri

distintivi di tali circoli. Una prova assai concludente se ne ha

specialmente in questo, che le dame, che ne formavano il centro,

godevano l'universale estimazione, nè per tal fatto furono minimamente

pregiudicate nella loro fama. Fra le protettrici del Bandello, per

esempio, Isabella Gonzaga, nata Estense (v. vol. I, pag. 58), se ebbe

una celebrità non scevra di macchie, non fu già pel proprio contegno,

ma per quello delle scostumate damigelle che la circondavano:[199]

Giulia Gonzaga Colonna, Ippolita Sforza maritata ad un Bentivoglio,

Bianca Rangona, Cecilia Gallerana, Camilla Scarampa, ed altre andarono

del tutto immuni, qualunque del resto sia stato il loro contegno, da

ogni accusa e censura. La più celebre donna d'Italia poi, Vittoria

Colonna, godeva fama addirittura di santa. Ora, egli è indubitato

che le particolarità che ci vengono date intorno al vivere sciolto,

che si conduceva nelle città, nelle ville e nei bagni più celebrati,

non sono di tal natura da farne emergere una superiorità assoluta

della vita sociale d'Italia su quella del resto d'Europa. Ma si legga

il Bandello,[200] e si vegga poscia se un genere simile di società

sarebbe, ad esempio, stato possibile in Francia, prima che vi fosse

stato trasportato d'Italia da lui e da tanti altri colti e civili al

pari di lui? — Certamente che anche a quel tempo le più alte creazioni

dell'ingegno umano non ebbero bisogno, per nascere, dell'aiuto o

del favore di quelle riunioni, ma si avrebbe gran torto se le si

riguardasse come di poco momento nella vita dell'arte e della poesia,

non fosse per altro, almeno per questo, che aiutarono potentemente

a creare in Italia ciò che allora non esisteva in verun altro paese,

un vivo interessamento per tutto quanto si produceva nell'un campo e

nell'altro, e un gusto squisito per rettamente giudicarne. Prescindendo

poi anche da ciò, questo genere di società è già per sè stesso un

necessario portato di quella particolare cultura e di quel modo di

vivere, che allora era esclusivamente italiano, e che d'allora in poi

divenne europeo.

In Firenze la vita di società è fortemente influenzata da parte della

letteratura e della politica. Innanzi tutto Lorenzo il Magnifico è

tal uomo, che domina completamente quanti lo circondano, non tanto in

virtù della sua posizione, quanto per le sue stesse qualità; sebbene

egli, del resto, abbia lasciato sempre piena libertà d'azione anche

a quelli, che più gli stavano dappresso.[201] Si vede, ad esempio,

con quanto rispetto egli tratti il Poliziano, l'educatore de' suoi

figli, e come i modi franchi ed aperti del letterato e del poeta a gran

fatica si concilino in lui con quella riserbatezza, che gli è imposta

necessariamente dal rango principesco, cui ormai è salita la sua casa,

e dai riguardi che egli deve alle suscettibilità di sua moglie; ma dal

canto suo, e quasi in ricambio, il Poliziano è l'espressione e quasi

il simbolo vivente delle glorie dei Medici. Lorenzo poi si compiace,

giusta l'uso della sua famiglia, di lasciare una traccia imperitura

del gusto e della passione, che egli ha per tali convegni sociali.

Nella sua splendida improvvisazione «La caccia col falcone» egli fa

un ritratto comico de' suoi compagni, e nel «Simposio» lo scherzo va

ancora più innanzi e tocca il burlesco, ma però sempre in modo, che

vi si travede anche il lato serio della riunione.[202] E che questa

assumesse talvolta un tale carattere ce lo attestano con piena evidenza

le sue corrispondenze, e le notizie rimasteci sulle frequenti sue

dispute filosofiche ed erudite. Altri circoli posteriori di Firenze

sono, in parte almeno, specie di clubs politici, che però hanno al

tempo stesso un lato poetico e filosofico, come, per esempio, la

così detta Accademia platonica, che dopo la morte di Lorenzo soleva

raccogliersi negli orti de' Rucellai.[203]

Nelle corti principesche la vita sociale dipendeva naturalmente dalle

tendenze personali del regnante. Di esse, per vero, al principiare

del secolo XVI ce n'era oggimai poche, e queste poche erano anch'esse

pressochè senza importanza. Roma faceva un'eccezione colla corte

veramente unica di Leone X, dove si raccoglieva una società tanto

speciale, quale non si vide ripetersi più in nessun epoca storica.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 18 / 34 题