La lingua come base del vivere sociale.
Formazione di una lingua ideale. — Diffusione sempre crescente
della medesima. — I puristi più rigidi. — Meschinità dei loro
trionfi. — La conversazione.
La società più elevata, che qui oggimai appare come un prodotto della
riflessione, anzi come la più alta creazione della vita del popolo,
presuppone, come condizione indispensabile, il linguaggio.
Nell'epoca più florida del medio-evo presso tutti i popoli occidentali
l'aristocrazia aveva cercato di mantenere una lingua «cortigiana» tanto
per la conversazione, che per la poesia. Ed allo stesso modo anche in
Italia, i cui dialetti assai per tempo si differenziarono tanto fra
loro, si ebbe sin dal secolo XIII una lingua così detta «curiale», che
era comune alle corti e ai loro poeti. Ora il fatto più importante
si è questo, che di una tal lingua si volle con ogni sforzo far la
lingua di tutte le persone colte, la lingua scritta. Nell'introduzione
alle «Cento novelle antiche», redatte ancor prima del 1300, un tale
scopo è confessato apertamente. Anzi, per vero dire, qui la lingua è
trattata espressamente come qualche cosa di completamente indipendente
dalla poesia: il meglio che in essa si possa ottenere, è l'espressione
semplice, chiara, spiritualmente bella in brevi discorsi, sentenze e
risposte. Questa espressione è a questo tempo in pregio non meno che lo
fosse in altri tempi presso i greci e gli arabi: «quanti in una lunga
vita non sono mai riusciti a mettere insieme una bella frase» _(un bel
parlare)!_
Ma l'impresa diventava appunto tanto più difficile, quanto più vi si
lavorava attorno da diverse parti. Dante ci porta addirittura nel
bel mezzo di questa lotta: il suo libro «Del volgare eloquio»[186]
ha un'importanza grandissima non solo per la questione in sè stessa,
ma anche perchè è la prima opera ragionata sopra una lingua moderna
in generale. L'esaminare lo sviluppo successivo delle sue idee e le
conclusioni, alle quali egli giunge, sono cose che appartengono alla
storia della filologia, nella quale quel libro occuperà sempre un posto
rilevantissimo. Qui a noi basta di constatare tre fatti: che, cioè,
ancor lungo tempo prima che si cominciasse a scriverla, la lingua deve
essere stata una delle più importanti questioni della vita quotidiana;
che tutti i dialetti erano stati studiati con partigiana predilezione
o avversione; e che la nascita della lingua ideale comune non si avverò
se non in mezzo a grandi lotte e contrasti.
Il meglio che poteva farsi, lo fece Dante col suo immortale Poema.
Il dialetto toscano diventò la base essenziale della nuova lingua
comune.[187] Se ciò a taluno paresse eccessivo, valga a nostra
giustificazione il fatto che questa, in una questione tanto dibattuta,
è ad ogni modo l'opinione la più universalmente ricevuta.
Ora può benissimo darsi che, nel rispetto letterario e poetico, lo
screzio insorto intorno a questa lingua, quello che suol dirsi il
purismo, abbia altrettanto nociuto, quanto giovato; può darsi altresì
che qualche scrittore, del resto dotato di grandi attitudini, sia
stato con ciò defraudato di un pregio essenziale, la spontaneità della
espressione; e può darsi per ultimo, che altri, padroneggiando in
altissimo grado questa stessa lingua, si sieno cullati alla loro volta
nell'onda maestosa e nell'armonia della medesima, trascurando per la
forma il concetto; stando di fatto che anche una meschina melodia,
uscita da un tale strumento, può risonare magicamente. Ad ogni modo e
comunque sia, nell'uso sociale essa ebbe un'importanza grandissima,
perchè contribuì a dare un andamento grave e dignitoso allo stile
in generale, e perchè costrinse l'uomo colto a serbare, tanto nella
vita ordinaria quanto nelle circostanze straordinarie, un contegno
serio e una costante elevatezza di idee e di sentimenti. Che se anche
talvolta, sotto questo abbigliamento classico, come un tempo sotto la
veste del puro atticismo, ci accade d'incontrare basse scurrilità e
velenosi sarcasmi, non è men vero però, che, quasi a compenso, ogni
idea più nobile ed elevata vi trova altresì una condegna espressione.
La sua importanza poi emerge ancor più dal punto di vista nazionale,
diventando essa come la patria ideale di tutti gli uomini colti dei
diversi Stati, in cui così per tempo andò diviso il paese.[188] Di
più, essa non è il patrimonio esclusivo di questa o di quella classe
in particolare, ma tutti, anche l'uomo il più abbietto e il più povero,
possono trovare il tempo ed i mezzi d'impadronirsene, purchè vogliano.
Ancora oggidì (e forse ora più che mai) lo straniero resta sorpreso
e maravigliato di udire sulla bocca del basso popolo e dei contadini
un italiano puro e puramente pronunziato in provincie italiane, dove
al tempo stesso regna un dialetto inintelligibile, e cerca indarno
di trovare un riscontro ad un fatto simile presso le plebi di Francia
e di Germania, dove invece anche gli uomini istrutti sacrificano pur
tanto alla pronunzia locale. Vero è che in Italia il numero di coloro
che sanno leggere è di gran lunga maggiore, che, a giudicare da tante
altre circostanze, specialmente nell'ex-territorio pontificio, non si
sarebbe tentati di credere; ma qual peso avrebbe questa circostanza
senza quella generale e incontestata venerazione, che si ha per la pura
lingua e la pronuncia, come per un tesoro altamente caro e pregiato?
Tutte le regioni, l'una dopo l'altra, le hanno ufficialmente accettate,
non escluse Venezia, Milano e Napoli, ancora al tempo in cui fioriva
la letteratura, soggiogate in certo modo dallo splendore che da esse
partiva. Ed anche il Piemonte, benchè soltanto nel nostro secolo, s'è
di sua propria iniziativa italianizzato, accettando spontaneamente il
più bel tesoro della nazione, la pura lingua.[189] Alla letteratura
dei dialetti furono, sin dal principio del secolo XVI, senza sforzo e
deliberatamente abbandonati taluni argomenti, per lo più comici, ma
talvolta anche serii,[190] prestandosi lo stile di essi a qualsiasi
esigenza. Presso gli altri popoli una simile separazione, come frutto
di una determinazione calcolata e riflessa, non ebbe luogo se non molto
più tardi.
L'opinione delle persone colte sul valore della lingua, come elemento
d'unione della società più elevata, trovasi chiaramente espressa nel
«Cortigiano».[191] Fin d'allora, cioè fin dal principio del secolo
XVI, eranvi taluni, che con ostinato fanatismo tenevano fermo a voler
mantenute alcune espressioni invecchiate di Dante e degli altri toscani
del suo tempo, non per altro, se non perchè erano antiche. Nella lingua
parlata il Castiglione le proibisce assolutamente, e non le accetta
nemmeno nella lingua scritta, perchè anche in questa egli non vede che
una forma speciale del parlare. Coerentemente poi a questa premessa,
egli stabilisce che il miglior modo di parlare sarà quello, che più
d'ogni altro s'accosti alla lingua convenientemente scritta. Donde
emerge assai chiaro il concetto che tutti quelli, i quali hanno da dire
qualche cosa di veramente importante, debbono essi stessi formarsi la
propria lingua, e che questa è mobile e mutabile, appunto perchè è
qualche cosa di vivo: potersi quindi usare liberamente le più belle
espressioni, purchè il popolo le usi, togliendole anche da regioni
non toscane, e accettando perfino le francesi e le spagnuole, quando
l'uso le abbia consacrate per certe cose speciali:[192] sorgere così,
coll'aiuto dell'ingegno e dello studio, una lingua, la quale non sarà
invero l'antico toscano puro, ma l'italiano vero, ricco e pieno come
un prezioso giardino, abbondante di fiori e di frutta. S'intende da sè
che è dovere imprescindibile d'un cortigiano di esprimere sotto questa
veste perfetta i suoi affetti e la sua poesia.
Ora, siccome la lingua era divenuta un patrimonio della società
viva, così, in onta a tutti i loro sforzi, i puristi non riuscirono
in sostanza ad aver vinta la causa. V'erano troppi e troppo valenti
scrittori ed uomini di società anche toscani, che o non si curavano
o ridevano di quegli sforzi; e l'ultima di queste due eventualità si
verificava ogni volta che dal di fuori veniva un dotto qualunque e
pretendeva mostrare ad essi, ai toscani, che essi stessi erano «della
loro lingua ignorantissimi».[193] Già l'esistenza di uno scrittore
quale era il Machiavelli troncava d'un tratto tutte quelle questioni,
in quanto egli avea dato ai profondi suoi concetti una veste limpida,
schietta, naturale, adottando una lingua, che aveva tutti i pregi,
fuorchè quello di imitare il puro Trecento. D'altro lato v'erano troppi
lombardi, romani, napoletani ed altri, ai quali non poteva rincrescere,
se nello scrivere e nel conversare non si esageravano troppo le
pretese di un rigoroso purismo nell'espressione. Essi ripudiavano, è
vero, le forme e i modi del loro dialetto, e il Bandello, per tutti,
assai spesso (non sappiamo quanto sinceramente) ne fa ampia e chiara
protesta: «io non ho stile, io non scrivo in volgar fiorentino, ma
barbaramente; io non pretendo insegnar altrui, nè accrescere ornamento
alla lingua volgare; io non sono che un lombardo e in Lombardia a'
confini della Liguria nato» ecc.[194] Ma, di fronte al partito dei
rigidi puristi, tutti cercavano nel fatto di sostenersi, e, rinunciando
a bello studio a pretese maggiori, sforzavansi a tutto potere, e quasi
a compenso, d'impadronirsi della lingua comune. Non a tutti infatti
era dato di poter fare come il Bembo, che, nato a Venezia, scrisse
per tutta la sua vita il più puro toscano, (sempre però come lingua
appresa e quasi straniera), o come il Sannazzaro, che presso a poco
fece altrettanto, essendo napoletano. L'essenziale era questo che
ognuno sia parlando, sia scrivendo, doveva trattar la lingua con somma
cura. Posto ciò, si poteva benissimo lasciare ai puristi tutto il loro
fanatismo, i loro congressi filologici[195] e simili: veramente dannosi
essi non divennero che più tardi, quando il soffio dell'originalità
era già fatto notevolmente più languido nella letteratura, e stava
per soggiacere ad influenze affatto d'altra natura, ma ancor più
perniciose. Da ultimo fu libero alla stessa Accademia della Crusca
di trattar l'italiano come una lingua morta; ma i suoi sforzi furono
talmente impotenti, che non riuscì nemmeno ad impedire che assumesse
quell'indirizzo e quel colorito francese, che forma il carattere
distintivo della letteratura del secolo XVIII (cfr. p. 144 nota).
Ora fu appunto questa lingua tanto pregiata, curata e portata omai al
sommo della pieghevolezza e duttilità, che divenne nella conversazione
lo strumento e la base di ogni sociale convivenza. Mentre nei paesi
settentrionali i principi e i nobili passavano i loro ozi o chiusi
nella solitudine dei loro castelli o in continui combattimenti,
cacce, banchetti e ceremonie, e la borghesia era tutta dedita al
giuoco e agli esercizii corporali o, se pur si voglia, s'esercitava
a scrivere rozzi versi e celebrava feste continue, in Italia, dove
pure tali cose esistevano, erasi formato altresì un ambiente più
elevato e sereno, dove uomini di qualsiasi condizione e nascita,
purchè non privi di talento e di cultura, si raccoglievano in eleganti
convegni a discorrere di cose serie e facete, alternando l'utile al
dolce. Siccome in tali convegni o non si usava di far trattamenti,
o questi si riducevano ad assai poca cosa,[196] non era difficile
neanche il tenerne lontani gli uomini più materiali e gli scrocconi.
Se ci è permesso di credere a quanto ne scrissero alcuni autori di
dialoghi, anche i più elevati problemi della vita avrebbero formato
l'oggetto d'importanti discussioni fra gli uomini più distinti: nè la
manifestazione di sublimi pensieri vi sarebbe stata, come di regola
presso i settentrionali, un privilegio puramente individuale, bensì
comune a parecchi. Qui però noi ci restringeremo a toccare della vita
sociale nel lato men serio ch'essa presenta, nelle riunioni, che non
hanno altro scopo, che sè medesime.