CAPITOLO III.

La lingua come base del vivere sociale.

Formazione di una lingua ideale. — Diffusione sempre crescente

della medesima. — I puristi più rigidi. — Meschinità dei loro

trionfi. — La conversazione.

La società più elevata, che qui oggimai appare come un prodotto della

riflessione, anzi come la più alta creazione della vita del popolo,

presuppone, come condizione indispensabile, il linguaggio.

Nell'epoca più florida del medio-evo presso tutti i popoli occidentali

l'aristocrazia aveva cercato di mantenere una lingua «cortigiana» tanto

per la conversazione, che per la poesia. Ed allo stesso modo anche in

Italia, i cui dialetti assai per tempo si differenziarono tanto fra

loro, si ebbe sin dal secolo XIII una lingua così detta «curiale», che

era comune alle corti e ai loro poeti. Ora il fatto più importante

si è questo, che di una tal lingua si volle con ogni sforzo far la

lingua di tutte le persone colte, la lingua scritta. Nell'introduzione

alle «Cento novelle antiche», redatte ancor prima del 1300, un tale

scopo è confessato apertamente. Anzi, per vero dire, qui la lingua è

trattata espressamente come qualche cosa di completamente indipendente

dalla poesia: il meglio che in essa si possa ottenere, è l'espressione

semplice, chiara, spiritualmente bella in brevi discorsi, sentenze e

risposte. Questa espressione è a questo tempo in pregio non meno che lo

fosse in altri tempi presso i greci e gli arabi: «quanti in una lunga

vita non sono mai riusciti a mettere insieme una bella frase» _(un bel

parlare)!_

Ma l'impresa diventava appunto tanto più difficile, quanto più vi si

lavorava attorno da diverse parti. Dante ci porta addirittura nel

bel mezzo di questa lotta: il suo libro «Del volgare eloquio»[186]

ha un'importanza grandissima non solo per la questione in sè stessa,

ma anche perchè è la prima opera ragionata sopra una lingua moderna

in generale. L'esaminare lo sviluppo successivo delle sue idee e le

conclusioni, alle quali egli giunge, sono cose che appartengono alla

storia della filologia, nella quale quel libro occuperà sempre un posto

rilevantissimo. Qui a noi basta di constatare tre fatti: che, cioè,

ancor lungo tempo prima che si cominciasse a scriverla, la lingua deve

essere stata una delle più importanti questioni della vita quotidiana;

che tutti i dialetti erano stati studiati con partigiana predilezione

o avversione; e che la nascita della lingua ideale comune non si avverò

se non in mezzo a grandi lotte e contrasti.

Il meglio che poteva farsi, lo fece Dante col suo immortale Poema.

Il dialetto toscano diventò la base essenziale della nuova lingua

comune.[187] Se ciò a taluno paresse eccessivo, valga a nostra

giustificazione il fatto che questa, in una questione tanto dibattuta,

è ad ogni modo l'opinione la più universalmente ricevuta.

Ora può benissimo darsi che, nel rispetto letterario e poetico, lo

screzio insorto intorno a questa lingua, quello che suol dirsi il

purismo, abbia altrettanto nociuto, quanto giovato; può darsi altresì

che qualche scrittore, del resto dotato di grandi attitudini, sia

stato con ciò defraudato di un pregio essenziale, la spontaneità della

espressione; e può darsi per ultimo, che altri, padroneggiando in

altissimo grado questa stessa lingua, si sieno cullati alla loro volta

nell'onda maestosa e nell'armonia della medesima, trascurando per la

forma il concetto; stando di fatto che anche una meschina melodia,

uscita da un tale strumento, può risonare magicamente. Ad ogni modo e

comunque sia, nell'uso sociale essa ebbe un'importanza grandissima,

perchè contribuì a dare un andamento grave e dignitoso allo stile

in generale, e perchè costrinse l'uomo colto a serbare, tanto nella

vita ordinaria quanto nelle circostanze straordinarie, un contegno

serio e una costante elevatezza di idee e di sentimenti. Che se anche

talvolta, sotto questo abbigliamento classico, come un tempo sotto la

veste del puro atticismo, ci accade d'incontrare basse scurrilità e

velenosi sarcasmi, non è men vero però, che, quasi a compenso, ogni

idea più nobile ed elevata vi trova altresì una condegna espressione.

La sua importanza poi emerge ancor più dal punto di vista nazionale,

diventando essa come la patria ideale di tutti gli uomini colti dei

diversi Stati, in cui così per tempo andò diviso il paese.[188] Di

più, essa non è il patrimonio esclusivo di questa o di quella classe

in particolare, ma tutti, anche l'uomo il più abbietto e il più povero,

possono trovare il tempo ed i mezzi d'impadronirsene, purchè vogliano.

Ancora oggidì (e forse ora più che mai) lo straniero resta sorpreso

e maravigliato di udire sulla bocca del basso popolo e dei contadini

un italiano puro e puramente pronunziato in provincie italiane, dove

al tempo stesso regna un dialetto inintelligibile, e cerca indarno

di trovare un riscontro ad un fatto simile presso le plebi di Francia

e di Germania, dove invece anche gli uomini istrutti sacrificano pur

tanto alla pronunzia locale. Vero è che in Italia il numero di coloro

che sanno leggere è di gran lunga maggiore, che, a giudicare da tante

altre circostanze, specialmente nell'ex-territorio pontificio, non si

sarebbe tentati di credere; ma qual peso avrebbe questa circostanza

senza quella generale e incontestata venerazione, che si ha per la pura

lingua e la pronuncia, come per un tesoro altamente caro e pregiato?

Tutte le regioni, l'una dopo l'altra, le hanno ufficialmente accettate,

non escluse Venezia, Milano e Napoli, ancora al tempo in cui fioriva

la letteratura, soggiogate in certo modo dallo splendore che da esse

partiva. Ed anche il Piemonte, benchè soltanto nel nostro secolo, s'è

di sua propria iniziativa italianizzato, accettando spontaneamente il

più bel tesoro della nazione, la pura lingua.[189] Alla letteratura

dei dialetti furono, sin dal principio del secolo XVI, senza sforzo e

deliberatamente abbandonati taluni argomenti, per lo più comici, ma

talvolta anche serii,[190] prestandosi lo stile di essi a qualsiasi

esigenza. Presso gli altri popoli una simile separazione, come frutto

di una determinazione calcolata e riflessa, non ebbe luogo se non molto

più tardi.

L'opinione delle persone colte sul valore della lingua, come elemento

d'unione della società più elevata, trovasi chiaramente espressa nel

«Cortigiano».[191] Fin d'allora, cioè fin dal principio del secolo

XVI, eranvi taluni, che con ostinato fanatismo tenevano fermo a voler

mantenute alcune espressioni invecchiate di Dante e degli altri toscani

del suo tempo, non per altro, se non perchè erano antiche. Nella lingua

parlata il Castiglione le proibisce assolutamente, e non le accetta

nemmeno nella lingua scritta, perchè anche in questa egli non vede che

una forma speciale del parlare. Coerentemente poi a questa premessa,

egli stabilisce che il miglior modo di parlare sarà quello, che più

d'ogni altro s'accosti alla lingua convenientemente scritta. Donde

emerge assai chiaro il concetto che tutti quelli, i quali hanno da dire

qualche cosa di veramente importante, debbono essi stessi formarsi la

propria lingua, e che questa è mobile e mutabile, appunto perchè è

qualche cosa di vivo: potersi quindi usare liberamente le più belle

espressioni, purchè il popolo le usi, togliendole anche da regioni

non toscane, e accettando perfino le francesi e le spagnuole, quando

l'uso le abbia consacrate per certe cose speciali:[192] sorgere così,

coll'aiuto dell'ingegno e dello studio, una lingua, la quale non sarà

invero l'antico toscano puro, ma l'italiano vero, ricco e pieno come

un prezioso giardino, abbondante di fiori e di frutta. S'intende da sè

che è dovere imprescindibile d'un cortigiano di esprimere sotto questa

veste perfetta i suoi affetti e la sua poesia.

Ora, siccome la lingua era divenuta un patrimonio della società

viva, così, in onta a tutti i loro sforzi, i puristi non riuscirono

in sostanza ad aver vinta la causa. V'erano troppi e troppo valenti

scrittori ed uomini di società anche toscani, che o non si curavano

o ridevano di quegli sforzi; e l'ultima di queste due eventualità si

verificava ogni volta che dal di fuori veniva un dotto qualunque e

pretendeva mostrare ad essi, ai toscani, che essi stessi erano «della

loro lingua ignorantissimi».[193] Già l'esistenza di uno scrittore

quale era il Machiavelli troncava d'un tratto tutte quelle questioni,

in quanto egli avea dato ai profondi suoi concetti una veste limpida,

schietta, naturale, adottando una lingua, che aveva tutti i pregi,

fuorchè quello di imitare il puro Trecento. D'altro lato v'erano troppi

lombardi, romani, napoletani ed altri, ai quali non poteva rincrescere,

se nello scrivere e nel conversare non si esageravano troppo le

pretese di un rigoroso purismo nell'espressione. Essi ripudiavano, è

vero, le forme e i modi del loro dialetto, e il Bandello, per tutti,

assai spesso (non sappiamo quanto sinceramente) ne fa ampia e chiara

protesta: «io non ho stile, io non scrivo in volgar fiorentino, ma

barbaramente; io non pretendo insegnar altrui, nè accrescere ornamento

alla lingua volgare; io non sono che un lombardo e in Lombardia a'

confini della Liguria nato» ecc.[194] Ma, di fronte al partito dei

rigidi puristi, tutti cercavano nel fatto di sostenersi, e, rinunciando

a bello studio a pretese maggiori, sforzavansi a tutto potere, e quasi

a compenso, d'impadronirsi della lingua comune. Non a tutti infatti

era dato di poter fare come il Bembo, che, nato a Venezia, scrisse

per tutta la sua vita il più puro toscano, (sempre però come lingua

appresa e quasi straniera), o come il Sannazzaro, che presso a poco

fece altrettanto, essendo napoletano. L'essenziale era questo che

ognuno sia parlando, sia scrivendo, doveva trattar la lingua con somma

cura. Posto ciò, si poteva benissimo lasciare ai puristi tutto il loro

fanatismo, i loro congressi filologici[195] e simili: veramente dannosi

essi non divennero che più tardi, quando il soffio dell'originalità

era già fatto notevolmente più languido nella letteratura, e stava

per soggiacere ad influenze affatto d'altra natura, ma ancor più

perniciose. Da ultimo fu libero alla stessa Accademia della Crusca

di trattar l'italiano come una lingua morta; ma i suoi sforzi furono

talmente impotenti, che non riuscì nemmeno ad impedire che assumesse

quell'indirizzo e quel colorito francese, che forma il carattere

distintivo della letteratura del secolo XVIII (cfr. p. 144 nota).

Ora fu appunto questa lingua tanto pregiata, curata e portata omai al

sommo della pieghevolezza e duttilità, che divenne nella conversazione

lo strumento e la base di ogni sociale convivenza. Mentre nei paesi

settentrionali i principi e i nobili passavano i loro ozi o chiusi

nella solitudine dei loro castelli o in continui combattimenti,

cacce, banchetti e ceremonie, e la borghesia era tutta dedita al

giuoco e agli esercizii corporali o, se pur si voglia, s'esercitava

a scrivere rozzi versi e celebrava feste continue, in Italia, dove

pure tali cose esistevano, erasi formato altresì un ambiente più

elevato e sereno, dove uomini di qualsiasi condizione e nascita,

purchè non privi di talento e di cultura, si raccoglievano in eleganti

convegni a discorrere di cose serie e facete, alternando l'utile al

dolce. Siccome in tali convegni o non si usava di far trattamenti,

o questi si riducevano ad assai poca cosa,[196] non era difficile

neanche il tenerne lontani gli uomini più materiali e gli scrocconi.

Se ci è permesso di credere a quanto ne scrissero alcuni autori di

dialoghi, anche i più elevati problemi della vita avrebbero formato

l'oggetto d'importanti discussioni fra gli uomini più distinti: nè la

manifestazione di sublimi pensieri vi sarebbe stata, come di regola

presso i settentrionali, un privilegio puramente individuale, bensì

comune a parecchi. Qui però noi ci restringeremo a toccare della vita

sociale nel lato men serio ch'essa presenta, nelle riunioni, che non

hanno altro scopo, che sè medesime.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 17 / 34 题