Le Biografie.
Progresso degli Italiani di fronte al medio-evo. —
Biografi toscani. — Biografi d'altre regioni d'Italia. —
L'autobiografia: Enea Silvio. — Benvenuto Cellini. — Girolamo
Cardano. — Luigi Cornaro.
Ma anche fuori del campo della poesia gli Italiani hanno avuto, primi
fra tutti gli Europei, una decisa propensione e attitudine a descrivere
esattamente l'uomo storico ne' suoi tratti e nelle sue qualità intime
ed esteriori.
Vero è che anche il medio-evo assai per tempo fece dei tentativi
notevoli di questo genere, e la leggenda, come compito permanente
della biografia, dovette, almeno fino ad un certo grado, tener viva
la tendenza e l'attitudine alla pittura individuale. Negli annali
dei conventi e dei capitoli delle cattedrali s'incontrano ritratti
abbastanza vivi e spiccati di qualche gran dignitario ecclesiastico,
come per esempio, di Meinwerk di Paderborn, di Gottardo di Hildesheim
ecc., e di parecchi degl'imperatori tedeschi esistono descrizioni
composte su modelli antichi, probabilmente di Svetonio, che hanno
tratti pregevolissimi: anzi queste e somiglianti _Vitae_ profane
costituiscono a poco a poco uno stabile riscontro alle leggende
dei santi. Ma sarebbe un errore assai grossolano se si volessero
contrapporre le biografie scritte da Eginardo o da Radevico[84] a
quella che di S. Luigi ci dà il Joinville, e che sola, per vero, merita
di essere contrassegnata come la prima pittura caratteristica di un
uomo europeo alla moderna, completamente riuscita. Caratteri come
quello di S. Luigi sono in generale assai rari, e a ciò s'aggiunge
anche la non comune fortuna, che un narratore veramente schietto e
sincero sa in tutti i singoli tratti e avvenimenti di quella vita far
emergere in modo vivo e parlante le intenzioni che li guidarono. Da
che povere fonti invece siamo costretti ad indovinare il carattere
di Federico II o di Filippo il Bello! Molte altre narrazioni, che
poi sino all'uscire del medioevo si dànno per biografie, non sono
propriamente che storia contemporanea e senza importanza alcuna per la
caratteristica individuale dei personaggi, di cui si scrive.
Ora negli Italiani questo studio dei tratti caratteristici degli uomini
più importanti è una tendenza prevalente, e quest'è appunto ciò che
li contraddistingue dagli altri popoli occidentali, nei quali nulla
di simile si riscontra, o solo casualmente e in circostanze affatto
straordinarie. Questo senso assai sviluppato per l'individualità
non può averlo in generale se non chi esce da una razza, che ne sia
naturalmente dotata e che abbia portato lo sviluppo dell'individuo
all'ultima perfezione.
In stretta relazione colla passione universalmente prevalente per la
gloria (v. vol. I, pag. 193 e segg.) sorge una scienza biografica
compilatrice e comparata, che non ha più bisogno di attenersi
all'ordine dinastico o alla serie dei grandi dignitari ecclesiastici,
come fanno Anastasio, Agnello e i loro successori od anche i biografi
dei dogi di Venezia. Essa fa anche di più, e si prova a descriver
l'uomo, ogni qualvolta egli ne appaia degno. Quali modelli per questo
scopo, oltre Svetonio, servono anche Cornelio Nepote e Plutarco (_viri
illustres_), là dove quest'ultimo era conosciuto: per le notizie di
storia letteraria sembrano aver servito principalmente le biografie dei
grammatici, retori e poeti, che si conoscono sotto il nome di Appendici
allo Svetonio,[85] nonchè la vita di Virgilio del Donato, assai letta
in allora.
In qual modo nel secolo XIV sieno sorte le collezioni biografiche e le
vite di uomini e di donne celebri, fu già altrove indicato (v. vol. I,
pag. 199 e segg.). Esse tutte, quando non parlano di contemporanei,
seguono naturalmente le narrazioni precedenti; il primo importante
lavoro non imitato in questo riguardo è la «Vita di Dante», scritta
dal Boccaccio. Sebbene si risenta di una certa precipitazione e dia
spesso nell'enfasi, essa ci porge tuttavia una viva idea di ciò che
v'era di straordinario nella tempra dell'Alighieri. Poi, sulla fine
del secolo XIV, seguono le «Vite di illustri fiorentini» di Filippo
Villani. Vi figurano uomini d'ogni classe: poeti, giuristi, medici,
filologi, artisti, uomini politici, guerrieri, taluni di essi ancor
vivi. Firenze in queste Vite è trattata come una famiglia di uomini
d'ingegno, dove si notano particolarmente quei rampolli, nei quali lo
spirito della casa si manifesta in modo più segnalato. La pittura dei
caratteri è sempre breve, ma fatta con vero talento descrittivo e con
una perfetta intelligenza di ciò che li contraddistingue, e abbraccia
molto abilmente sotto un solo punto di vista le qualità interne ed
esterne di ciascun individuo. D'allora in poi[86] i Toscani non hanno
più cessato di considerare la pittura degli uomini come un affare di
loro spettanza esclusiva, e ad essi dobbiamo le caratteristiche più
importanti degli Italiani dei secoli XV e XVI in generale. Giovanni
Cavalcanti (nelle appendici alla sua «Storia fiorentina» anteriormente
all'anno 1450) raccoglie esempi di virtù civile e di abnegazione, di
sapienza politica e di valor militare, desumendoli tutti dal popolo
fiorentino. Papa Pio II ne' suoi «Commentari» dà pregevoli ritratti
di illustri suoi contemporanei; anche recentemente è stato ristampato
uno scritto suo giovanile,[87] che contiene, si può dire, i lavori
preparatorii per quei ritratti, ma con carattere e colorito affatto
originali. A Jacopo da Volterra andiam debitori di notizie molto
piccanti su taluni uomini della Curia[88] del tempo posteriore a Pio.
Di Vespasiano fiorentino s'è già parlato più volte, e nel complesso
come fonte storica esso va collocato sempre fra i più importanti, che
possediamo, ma, quanto alla perizia nello scolpire i caratteri, non può
certamente reggere al paragone con un Macchiavelli, un Niccolò Valori,
un Guicciardini, un Varchi, un Francesco Vettori ed altri, dai quali la
storiografia di tutta Europa ebbe forse, non meno che dagli antichi,
norma e indirizzo. Non bisogna infatti dimenticare, che le opere di
parecchi di questi scrittori, tradotte in latino, furono assai per
tempo diffuse nelle provincie settentrionali. E sta altresì di fatto
che senza Giorgio Vasari d'Arezzo e l'opera sua importantissima, noi
mancheremmo forse ancora d'una storia dell'arte del settentrione e in
generale dell'Europa moderna.
Fra i biografi dell'Italia superiore nel secolo XV il primo posto
sembra doversi concedere a Bartolommeo Fazio, oriundo della Spezia (v.
vol. I, pag. 203 nota). Il Platina, nativo del cremonese, nella sua
«Vita di Paolo II» (v. ibid. pag. 304) rappresenta, più che altro, la
caricatura della biografia. Ma una attenzione tutt'affatto speciale
è dovuta a Piercandido Decembrio per la vita che ci ha lasciato
dell'ultimo dei Visconti,[89] dove imita a larghi tratti Svetonio.
Sismondi deplora che si sia impiegato tanto tempo e tanta fatica
intorno a un tale soggetto; ma forse l'autore non avrebbe bastato ad
un argomento di maggiore importanza, mentre è riescito perfettamente
nel ritrarci con maravigliosa esattezza un carattere così doppio,
come fu quello di Filippo Maria, e nel darci al tempo stesso un
quadro delle circostanze, che prepararono accompagnarono e seguirono
una tirannide di un'indole tanto speciale. L'immagine del secolo
XV sarebbe incompleta senza questa biografia unica nel suo genere,
e così accentuata da non lasciare inavvertita ogni benchè minima
particolarità. — Più tardi Milano ha nello storico Corio un pittore
di caratteri degno di speciale menzione; e a questo tien dietro il
comasco Paolo Giovio, cui procacciarono fama universale dapprima le
estese sue biografie, poi i compendiosi suoi elogi, che divennero un
modello pei biografi posteriori d'ogni paese. Sono frequentissimi i
passi, nei quali si può accusare il Giovio di superficialità ed anche,
se si vuole, (ma non però con ugual frequenza) di malafede, come è
certo altresì, che in lui non bisogna cercare nessuno di quegli elevati
intenti morali, di cui egli stesso si confessava sfornito. Ma, in onta
a tutto questo, non può negarsi che lo spirito del secolo traspare da
tutte le sue pagine, e il suo Leone X, il suo Alfonso, il suo Pompeo
Colonna ci stanno dinanzi vivi e parlanti, quali egli ce li descrive,
quand'anche non ci faccia penetrare nei misteri più reconditi del loro
spirito.
Fra i napoletani va certamente innanzi a tutti, per quanto ci è dato
di giudicare, Tristano Caracciolo, (v. vol. I, pag. 50), quantunque
il suo scopo non sia propriamente quello di scrivere biografie. In
modo abbastanza strano vedesi nei personaggi ch'egli ci mette dinanzi,
intrecciarsi l'arbitrio umano e il destino, tanto che lo si potrebbe
dire un tragico a sua insaputa. La vera tragedia, che allora non
trovò sulla scena posto veruno, penetrò ardita nei palazzi o si mostrò
sulle pubbliche vie e sulle piazze. — I «Detti e fatti di Alfonso il
Magnanimo» di Antonio Panormita, scritti vivente il re, sono notevoli
come una delle primissime congeneri raccolte di aneddoti, schizzi e
sentenze.
Con molta lentezza soltanto il resto d'Europa seguì l'Italia nella
pittura morale dei caratteri,[90] quantunque i grandi moti politici e
religiosi avessero spezzato omai tanti vincoli e ridestato alla vita
dello spirito tante migliaia d'uomini. Ma le migliori informazioni sui
personaggi più importanti d'Europa in quel tempo ci son sempre date
dagli Italiani, tanto letterati che diplomatici. Tutti sanno a questo
riguardo qual grado di autorità e d'importanza è stato al tempo nostro,
e con ragione, attribuito alle «Relazioni degli ambasciadori veneziani»
dei secoli XVI e XVII.
Anche l'autobiografia prende presso gl'Italiani qua e là un'impronta
affatto propria di profondità e d'ampiezza, e, accanto alla vita
esteriore la più svariata, ci dipinge con molta verità la vita intima,
mentre presso altre nazioni, compresa anche la tedesca del tempo della
Riforma, si restringe alle sole vicende esterne più notevoli e lascia
indovinare il carattere soltanto dal modo della narrazione. Si direbbe
che la «Vita nuova» di Dante, con quella tinta di schietta ingenuità,
che l'anima da capo a fondo, abbia additato alla nazione la via da
tenere.
Il primo avviamento viene dalle «Memorie famigliari» molto in uso nei
secoli XIV e XV, delle quali deve esistere un numero considerevole
fra i manoscritti delle biblioteche fiorentine. Contengono biografie
semplici e schiette, scritte ad esclusivo ammaestramento dei posteri,
come ad esempio quella di Buonaccorso Pitti.
Nè una critica un po' più profonda di sè medesimo è da cercarsi nemmeno
nei Commentari di Pio II: anzi, se si giudica dalle apparenze, ciò che
qui si apprende intorno a lui, come uomo, si restringe esclusivamente
al modo, col quale egli ha saputo aprirsi la via a salire tanto alto.
Tuttavia, approfondendo un po' meglio l'esame, si porterà anche un
giudizio diverso su questo libro veramente notevole. Vi sono degli
uomini portati naturalmente ad essere uno specchio vivo e fedele di
quanto li circonda; da costoro si ha torto di esigere che ci narrino al
tutto le loro opinioni, le loro lotte intime, o che ci presentino un
quadro serio e profondo di tutte le circostanze della loro vita. Uno
di questi è appunto Enea Silvio, che crebbe esclusivamente in mezzo
agli affari, senza curarsi gran fatto delle contraddizioni morali,
alle quali lo obbligò talvolta la sua carriera: da questo lato gli era
una sufficiente garanzia, quante volte gli era necessaria, la costante
ortodossia delle sue opinioni. Per tal modo, dopo aver preso parte a
tutte le questioni morali che agitarono il suo secolo, e dopo averne
suscitato più d'una egli stesso, conservò tuttavia ancor sulla fine
di una vita cotanto tempestosa ed attiva tanto di vigor giovanile e
di entusiasmo, da predicar la crociata contro i Turchi, e da morir di
dolore quando la vide andar fallita.
Non al tutto dissimile, sotto questo punto di vista, è l'autobiografia
di Benvenuto Cellini. Anch'essa non contiene alcuna di quelle
osservazioni, che rivelano l'interno dell'anima, e tuttavia noi vi
troviamo dipinto tutto l'uomo, in parte anche contro sua voglia, con
tal verità e pienezza, che incanta e rapisce. È singolare infatti
che Benvenuto, i cui maggiori lavori rimasero allo stato di semplici
abbozzi e perirono, e che come artista non ci appare perfetto se
non nella minuta decorazione, dovendosi nel resto (a giudicare dalle
opere che di lui ci rimangono) collocarlo al di sotto di tanti altri
suoi contemporanei, che Benvenuto, diciamo, solo come uomo, abbia
potuto esercitare, ed eserciti tuttavia un fascino così irresistibile
sugli altri uomini. E non gli nuoce nemmeno che il lettore assai di
frequente sia in grado di accorgersi, che egli ne' suoi racconti o
non è veritiero affatto, o trascende in esagerazioni e millanterie;
l'impressione che lascia una natura così energica e piena, prevale
su tutto. E per convincersene basta il confronto con qualunque degli
autobiografi del settentrione, nei quali, se anche qua e là si deve
pur ammirare un indirizzo morale molto più elevato, si nota però una
inferiorità incontrastabile nel modo dell'esposizione. Egli è un uomo
che sa tutto, osa tutto e non piglia norma se non da sè stesso.[91]
Ma di un altro ancora noi dobbiamo qui far menzione, che non sempre
sembra aver detto l'esatta verità: egli è Girolamo Cardano, milanese
(nato nel 1500). Il suo libretto _De propria vita_[92] sopravviverà
anche quando sarà ecclissata la fama, ch'egli giustamente ha levato
di sè nelle scienze naturali e filosofiche, nè più, nè meno come la
_Vita_ di Benvenuto sopravvive alle sue opere, quantunque il valore
dei due libri sia essenzialmente diverso. Cardano è un medico, che
si tocca il polso da sè medesimo e descrive tutta la sua personalità
fisica, intellettuale e morale insieme alle circostanze, in mezzo alle
quali s'è svolta, con tutta quella sincerità schietta e obbiettiva,
che gli è possibile. Il modello che egli, per sua confessione, prende
ad imitare, lo scritto di Marco Aurelio intorno a sè stesso, potè
essere da lui superato, perchè egli non si trovò anticipatamente
preoccupato da nessuna massima di virtù stoica. Egli non ha indulgenza
alcuna nè per sè medesimo, nè per gli altri; tanto è vero che comincia
la sua narrazione col dirci, che venne al mondo, perchè a sua madre
non riuscì di disperdere il frutto del proprio seno. È un fatto
degno d'essere notato che alle costellazioni, che presiedettero alla
sua nascita, egli attribuisca soltanto le sue attitudini e facoltà
intellettuali, non però le morali: tuttavia si ha da lui un'aperta
confessione (cap. X), che la predizione fatta da un astrologo, che
non sarebbe sopravissuto oltre il suo quarantesimo o, al più, oltre
il quarantesimo quarto anno di vita, gli nocque moltissimo nella sua
gioventù. Ma qui non è del nostro assunto di fare un compendio del
suo libro, del resto universalmente conosciuto e facile a rinvenirsi
in qualsiasi biblioteca. Bensì non vogliamo tralasciar di notare che
chiunque prenderà a leggerlo, ne resterà talmente affascinato, che non
lo lascierà se non quando sarà giunto all'ultima pagina. Il Cardano
confessa di essere stato giocatore sleale, uomo vendicativo, ostinato
nelle colpe e deliberatamente offensivo nei discorsi; ma lo confessa
senza impudenza o ipocrita compunzione, anzi senza nemmen cercare di
rendersi con ciò più interessante: si direbbe che, nell'esame di sè
medesimo, egli non s'attiene ad altra norma, fuorchè a quello schietto
e sincero amore della verità, da cui era guidato in tutte le sue
ricerche scientifiche. E parrà ancora più strano, che un uomo come lui,
giunto a settantasei anni dopo una vita tempestosissima,[93] e con sì
poca fede negli uomini, quale egli doveva avere, si dichiari tuttavia
abbastanza felice, compiacendosi di un nipote che gli sopravviverà,
dell'immenso sapere di cui si trova in possesso, della fama
procacciatagli dalle sue opere, delle ricchezze, degli onori, delle
potenti amicizie, che seppe acquistarsi, dei mille segreti affidatigli,
e, ciò che è più singolare, della sua fede in Dio. In una aggiunta egli
enumera i denti che gli rimangono, e ci fa sapere che sono quindici.
Ma quando il Cardano scriveva, avevano cominciato omai in Italia
gl'Inquisitori e gli Spagnuoli a fare ogni sforzo, perchè uomini simili
o non potessero sorgere più o in qualche modo perissero. E infatti
corse del bel tempo da questa alla «Vita», che di sè medesimo scrisse
l'Alfieri.
Frattanto sarebbe ingiusto il chiudere questa rassegna di autobiografie
senza cedere la parola ad un uomo, quanto rispettabile, altrettanto
felice. Egli è appunto il notissimo filosofo morale Luigi Cornaro, la
cui abitazione in Padova, classica dal punto di vista architettonico,
poteva dirsi un tempio di tutte le Muse. Nel suo celebre trattato
_Della vita sobria_[94] egli descrive innanzi tutto la dieta rigorosa,
mediante la quale potè, da infermiccio che era stato in gioventù,
procurarsi una tarda e sana vecchiaia, per modo che, quando si pose
a scrivere, toccava già l'ottantesimo terzo anno di sua vita; poi si
occupa di rispondere a coloro, i quali in generale dispregiano la vita
umana oltre i sessantacinque anni, chiamandola una vita morta, e prova
ad essi, che la sua è vita eminentemente viva e vitale. «Vengano,
egli esclama, e veggano e si maraviglino del mio benessere, e come
monto da me a cavallo senza vantaggio alcuno, e come ascendo non una
scala sola, ma tutto un colle a piè gagliardamente: poi come io sono
allegro, piacevole e contento, e libero dalle perturbazioni dell'animo
e da ogni noioso pensiero. La gioia e la pace non si dipartono mai dal
mio cuore.... Io mi ritrovo avere bene spesso comodità di ragionare
con molti onorati gentiluomini, e grandi d'intelletto e di costumi
e di lettere, ed eccellenti in alcuna altra virtù. E quando la loro
conversazione manca, mi dò a leggere e a scrivere, cercando in questo e
in ciascun altro modo, ch'io posso, giovare altrui, quanto le mie forze
me lo concedono. E tutte queste cose io fo con mia grandissima comodità
e alli lor tempi e nelle mie stanze, le quali sono veramente belle
e nella più bella parte di questa dotta città di Padova, e di quelle
che più non sono state fatte alla nostra etade, con una parte delle
quali mi difendo dal gran caldo, con l'altra dal gran freddo, perchè
io le ho fabbricate con ragione di architettura.... e provvedute di
giardini con acque correnti, che loro corrono a canto. Io vo l'aprile
e il maggio, e così il settembre l'ottobre, per alquanti giorni, a
godere un mio colle, che è nel più bel sito di questi monti Euganei,
e che ha fontane e giardini e sopratutto comoda e bella stanza, e
quivi mi trovo ancora alcune fiate a qualche caccia conveniente alla
mia etade, comoda e piacevole. Godo poi altrettanti giorni la mia
villa di piano,[95] che è piena di belle strade, le quali concorrono
tutte in una bella piazza, in mezzo alla quale è la sua chiesa ornata
assai secondo la condizione del luogo: un poderoso braccio del Brenta
la divide in due parti, e dall'una e dall'altra vi è grande spazio
di paese, tutto di campi fertili e ben coltivati, e ora (Dio grazia)
molto ben abitato, mentre prima era paludoso e di mal aere e stanza
piuttosto da bisce, che da uomini. Io ho levate le acque, e l'aere si
fece buono e le genti vi vennero ad abitare, e le anime cominciarono a
moltiplicare assai, e si ridusse il luogo alla perfezione che si vede
oggidì, talchè io posso dire con verità, che ho dato in questo luogo
a Dio altare e tempio e anime per adorarlo; cose tutte, che mi danno
infinito piacere, sollazzo e contento, ognor che le ritorno a vedere e
godere. A questi medesimi tempi vo ancora ogni anno a rivedere alcune
di queste città circonvicine, e piglio piacere ragionando con li miei
amici, che in esse si trovano, e, per loro mezzo, con gli altri che vi
sono, uomini di bell'intelletto, architetti, pittori, scultori, musici
e agricoltori.... Veggio le opere loro fatte per l'addietro, e sempre
imparo cose, che mi è grato il saperle. Vedo i palazzi, i giardini,
le anticaglie e con queste le piazze, le chiese, le fortezze. Ma sopra
tutto godo nel viaggio, ove considero la bellezza dei siti e de' paesi,
per li quali vo passando, altri in piano, altri in colle, vicini a
fiumi e fontane, con molte belle abitazioni e giardini d'intorno. Nè
questi miei sollazzi e piaceri mi son men dolci e cari, perchè io non
veda ben lume e non oda ciò che mi vien detto facilmente, chè tutti i
miei sensi (Dio grazia) son perfettissimi, e specialmente il gusto; che
più gusto ora quel semplice cibo, ch'io mangio ovunque io mi trovi,
che non faceva già quelli tanto delicati al tempo della mia vita
disordinata».
Quindi, dopo aver accennato ai lavori di prosciugamento delle paludi
da lui promossi per la Repubblica, e a' suoi progetti messi innanzi
ripetutamente pel mantenimento delle lagune, conclude: «Questi sono
i veri e importanti miei sollazzi, queste sono le recreazioni e i
diporti della mia vecchiezza, la quale, per Dio grazia, è sanata dalle
perturbazioni dell'animo e dalle infermità del corpo, e non prova
alcuno di quei contrari, i quali miseramente tormentano infiniti
giovani e altrettanti languidi vecchi e del tutto impotenti. E se
alle cose grandi e importanti è lecito comparar le minori, o per dir
meglio, quelle che si sogliono riputare da scherzo, dirò anco tal
essere il frutto di questa vita sobria in me, che in questa mia età
di anni ottantatrè ho potuto comporre una piacevolissima commedia,
tutta piena di onesti risi e piacevoli motti. La qual maniera di poema
ordinariamente suol essere frutto e parto dell'età giovanile, siccome
la tragedia suol essere effetto della vecchiezza. Ora se fu lodato
quel buon vecchio, greco di nazione e poeta, per avere nell'età di
settantatrè anni scritto una tragedia, perchè debbo essere tenuto io
men fortunato e sano di lui, avendo in età d'anni dieci più di lui
composto una commedia?... E perchè niuna consolazione manchi alla copia
degli anni miei, veggo quasi una spezie d'immortalità nella successione
de' miei posteri: poichè ritrovo poi, come ritorno a casa, non uno o
due, ma undici miei nipoti, il maggiore dei quali è di diciotto anni,
il minore di due, tutti figliuoli di un padre e d'una madre, tutti
sanissimi, tutti bellissimi e, per quanto ora si può vedere, molto atti
e dediti alle lettere e ai buoni costumi; dei quali alcuno dei minori
sempre godo, come un mio buffoncello; e veramente che i putti dell'età
di tre anni infino a quella di cinque sono naturali buffoni: gli altri
di maggiore età tengo ad un certo modo miei compagni, e perchè hanno
dalla natura perfette voci, io godo ancora udendoli a cantare e sonare
con diversi instrumenti; anzi io medesimo canto seco, perchè ho miglior
voce e più chiara e più sonora ch'io avessi giammai.... Questi sono
i sollazzi della mia etade; onde si vede, che la vita ch'io vivo, è
vita viva e non morta.... nè in verità io cambierei la mia vita, nè
la mia etade con alcun giovane di quelli, che vivendo seguono i loro
appetiti».
Nella «Esortazione», che il Cornaro aggiunse assai più tardi, nel suo
novantacinquesimo anno, egli si chiama fortunato, fra molte altre cose,
anche perchè il suo «Trattato» fece molti proseliti. Egli morì a Padova
nell'anno 1565, in età di oltre cento anni.