CAPITOLO III.

Scoperta del Bello nel paesaggio.

Il paesaggio nel medio-evo. — Il Petrarca e le ascensioni

alpine. — Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — La scuola

fiamminga. — Enea Silvio e le sue descrizioni.

Ma, oltre all'investigazione scientifica, eravi anche un'altra maniera

di accostarsi alla natura, ed in un senso affatto particolare. Gli

Italiani sono i primissimi fra i moderni, che intravidero e gustarono

il lato estetico del paesaggio.[26]

Questa attitudine è sempre il risultato di un lungo e complicato

svolgimento della cultura, e la sua origine è assai difficile da

rintracciare, in quanto che un sentimento segreto di questa specie

può esistere da lungo tempo, prima che si manifesti nella poesia e

nella pittura e con ciò acquisti la coscienza di sè medesimo. Presso

gli antichi, per esempio, l'arte e la poesia si restrinsero alla

rappresentazione di tutto il ciclo della vita umana, prima di passare e

descrivere quella della natura, e quest'ultima rappresentazione rimase

pur sempre dentro limiti molto ristretti, non ostante che, da Omero

in poi, in un numero grandissimo di espressioni e di versi apparisca

evidente l'impressione sempre più forte, che la natura veniva facendo

sull'uomo. Più tardi le stirpe germaniche, che fondarono le loro

signorie sulle rovine dell'Impero romano, portavano già con sè una

naturale predisposizione a sentire altamente il lato spirituale della

scena campestre, e quand'anche il Cristianesimo le abbia costrette

per un certo tratto di tempo a non vedere nelle fonti e nei monti,

nei laghi e nei boschi sino allora venerati che la presenza di spiriti

falsi e bugiardi, non v'ha dubbio però che questo stadio di transizione

fu presto assai da esse superato. Egli è un fatto che ancora nel colmo

del medio-evo, intorno all'anno 1200, esiste nuovamente un sentimento

schietto e profondo del mondo esteriore, che si manifesta chiaramente

nei canti dei menestrelli delle diverse nazioni.[27] Da essi traspare

un vero entusiasmo pei fenomeni più semplici, quali l'apparir della

primavera e dei fiori, il rinverdire delle foreste e dei boschi.

Ma sono scene senza sfondo, talmente che anche i loro personaggi, i

crociati, che pur corsero tanta parte di mondo, in quei canti quasi non

figurano più come tali. Anche la poesia epica, la quale, ad esempio

ci descrive con tanta esattezza gli abbigliamenti e le armature dei

guerrieri, non è che imperfettissima nella descrizione dei luoghi, e

il grande Volframo di Eschenbach ci dà appena un'immagine sufficiente

della scena, nella quale si movono i suoi personaggi. Da quei canti

infatti nessuno indovinerebbe, che questa nobiltà poetante d'ogni

paese abitasse o avesse visitato e conoscesse perfettamente migliaja e

migliaja di castelli situati nelle posizioni le più pittoresche. Anche

nelle poesie degli _scolari vaganti_ (v. pag. 235) manca il senso della

prospettiva, il paesaggio propriamente detto, mentre invece le cose

vicine sono talvolta dipinte con tal vivezza di colorito, che non se

ne trova riscontro in nessun menestrello della Cavalleria. Infatti dove

trovare una descrizione della foresta d'amore simile a questa, che noi

crediamo di un poeta italiano del secolo XII?

Immortalis fieret

Ibi manens homo:

Arbor ibi quaelibet

Suo gaudet pomo:

Viae myrrha, cinnamo

Fragrant et amomo —

Conjectari poterat

Dominus ex domo[28] ecc.

Egli è evidente che per gli Italiani la natura è già da lungo tempo

monda e purificata da ogni influsso di potenze soprannaturali. San

Francesco d'Assisi nel suo Inno al sole loda il Signore non per altro,

che per la creazione delle luci del cielo e dei quattro elementi.

Ma le prove più convincenti della profonda impressione esercitata

dalla natura sull'animo dell'uomo cominciano con Dante. Egli ci ritrae

al vivo in poche linee non solo il sorgere dell'aurora e il tremolar

della marina sotto la brezza mattinale o la tempesta che fa tremar le

selve ed i pastori, ma sale altresì sulle cime dei monti coll'unico

intento di goder grandiose prospettive[29], uno dei primi o il primo

forse, dopo i poeti antichi, che abbia sentito la bellezza di tali

spettacoli. Il Boccaccio lascia indovinare, più che non descriva

egli stesso, quanta sia l'impressione che fanno su lui le scene della

natura; tuttavia ne' suoi romanzi pastorali non si può disconoscere

qualche tratto di squisito e delicato paesaggio, che, se non altro,

avrà esistito nella sua fantasia.[30] Con coscienza poi ancor più

compiuta il Petrarca, uno dei primi uomini perfettamente moderni,

mostra l'importanza delle grandi scene della natura per un anima

sensitiva. Quel lucidissimo spirito, che pel primo cercò in tutte le

letterature le origini e i progressi del sentimento pittoresco della

natura, e che ha dato egli stesso ne' suoi _Tableaux de la nature_ i

quadri descrittivi più perfetti che esistano, Alessandro Humboldt, non

s'è mostrato del tutto giusto riguardo al Petrarca, ed è perciò che,

anche dopo quanto egli ne scrisse, a noi pure rimane qualche cosa da

aggiungere.

Il Petrarca non fu soltanto un valente geografo, — si vuole che a

lui si debba la primissima carta d'Italia,[31] — e nemmeno ripetè

semplicemente quanto avevano detto gli antichi,[32] ma il vero aspetto

della natura trovò nel suo spirito un eco immediato. Il godimento degli

spettacoli naturali gli vien gradito in qualsiasi mentale occupazione:

associando l'una cosa coll'altra, s'intende assai facilmente quel

desiderio di solitudine erudita, che lo incatena a Valchiusa ed

altrove, e le sue fughe periodiche dal suo secolo e dal mondo.[33]

Gli si farebbe un gran torto, se dalla sua ancor debole e scarsa

potenza descrittiva della natura si volesse inferire in lui una certa

mancanza di sentimento. La descrizione del maraviglioso golfo della

Spezia e di Porto Venere, per esempio, ch'egli innesta sulla fine del

sesto canto dell'«Africa», e che non fu mai fatta da nessuno nè degli

antichi, nè dei moderni,[34] non è, a dir vero, niente più che una

semplice enumerazione. Ma egli conosce omai la bellezza, che risulta

dal contrasto dalle rupi, e sa in generale separare l'importanza

pittoresca di un sito dalla sua utilità.[35] In occasione della sua

dimora nei boschi di Reggio, l'improvviso spettacolo di un grandioso

paesaggio agisce talmente su lui, che egli continua una poesia da

lunghissimo tempo interrotta.[36] Dove però il suo entusiasmo raggiunge

il colmo, è nell'ascesa ch'egli fece al monte Ventoux, non lungi da

Avignone.[37] Un vago desiderio di godere un ampio orizzonte s'esalta

in lui sino al punto di una vera passione alla lettura accidentale

di quel passo di Livio, dove è narrata l'ascensione al monte Emo di

Filippo di Macedonia, l'eterno avversario di Roma. Egli pensa fra sè:

come non sarà da scusare in un giovane di condizione privata ciò che

non si biasima nemmeno in un vecchio re? Infatti il salire alle cime

di un monte senza uno scopo prestabilito pareva stranezza inaudita a

quanti lo circondavano, nè certo era il caso di pensare a trovar amici

o conoscenti che lo accompagnassero. Il Petrarca non prese adunque

con sè che il minor suo fratello e, dall'ultima stazione di riposo in

avanti, due uomini del luogo in qualità di guide. Mentre con costoro

avea cominciato già la salita, un vecchio pastore lo scongiurava

di tornar sui suoi passi: aver egli pure, un cinquant'anni innanzi,

fatto un simile tentativo, ma non averne riportato altro, fuor che

le membra rotte e le vesti lacere; prima e dopo di allora nessuno

essersi avventurato in tale impresa. Ma essi non si lasciano atterrire

per questo, e tra indicibili stenti s'avanzano ognor più, sinchè si

trovano colle nuvole sotto i piedi e hanno raggiunto la cima. Ora egli

è vero bensì che noi, giunti a questo punto, ci attendiamo indarno

ad una descrizione della prospettiva che si apre loro dinanzi; ma

ciò non accade già perchè il poeta sia rimasto freddo e insensibile

a quella vista, bensì invece, perchè l'impressione fu troppo forte in

lui. In quell'altezza solitaria gli passano dinanzi alla mente tutti

i fantasmi e le follie della sua vita passata: egli si rammenta come

per l'appunto dieci anni prima era partito ancor giovane da Bologna,

e volge uno sguardo d'ansioso desiderio all'Italia; per ultimo apre un

libriccino, che s'era preso a compagno di quel viaggio, le confessioni

di S. Agostino, e l'occhio gli cade appunto casualmente su quel passo

del capitolo decimo, dove è scritto: «e gli uomini se ne vanno attorno

e ammirano l'altezza dei monti e l'ampiezza dei mari e il romorio dei

torrenti e il corso dei pianeti, immemori, in mezzo a tutto questo, di

sè medesimi». Suo fratello, al quale egli legge queste parole, non sa

comprendere, perchè, dopo ciò, egli chiuda nuovamente il libro e se ne

stia meditando in silenzio.

Pochi decenni più tardi, intorno all'anno 1360, Fazio degli Uberti

nella sua cosmografia,[38] scritta in versi rimati (v. vol. I, pag.

240), descrive la vasta prospettiva che si gode dal monte Alvernia, con

quella freddezza che è propria d'un geografo e di un antiquario, ma al

tempo stesso con quella verità, che contraddinstingue il testimonio

oculare. Egli deve però aver ascese cime ancora più elevate, perchè

conosce fenomeni, che non si possono osservare se non a più di 10,000

piedi sopra il livello del mare, quali le vertigini, il rigonfiamento

degli occhi e le palpitazioni del cuore, da cui lo guarisce il suo

mitico duce, Solino, con una spugna intrisa in una particolare essenza.

Del resto, non v'ha dubbio che le ascensioni del Parnaso e dell'Olimpo,

delle quali pure egli parla,[39] non sono che prette finzioni.

Col secolo XV poi tutto ad un tratto i grandi maestri della scuola

fiamminga, Uberto e Giovanni van Eyk, strappano interamente alla

natura il suo velo e ne rubano la vera immagine. Ma il loro paesaggio

non si ferma lì, nè è soltanto una naturale conseguenza del loro

sforzo di presentare in generale un riflesso della realtà; esso ha

già un concetto poetico suo proprio, un'anima, benchè tuttavia in modo

ancora convenzionale. L'influenza di questo paesaggio su tutta l'arte

occidentale è innegabile, e non poterono quindi non risentirla anche

gli artisti italiani. Ma, colti ed esercitati già da sè in questo

genere, non la subirono che in parte, nè ciò bastò a distoglierli dalla

via, che s'erano tracciata essi stessi.

Anche in questo riguardo, come nella cosmografia, la voce di Enea

Silvio è una delle più autorevoli del tempo. Quand'anche non si volesse

tenere alcun conto di lui come uomo, si sarebbe però sempre costretti

a confessare che ben pochi son gli altri, nei quali l'immagine di quel

tempo e della sua cultura spirituale si trovi così viva ed intera, e

che assai pochi altresì s'accostarono, al pari di lui, al tipo normale

dell'uomo del Rinascimento. Del resto, lo diciamo incidentalmente,

anche dal punto di vista morale non lo si giudicherà mai con piena

giustizia sino a che si porranno a base del giudizio le lagnanze della

Chiesa tedesca defraudata, colpa le di lui oscillazioni, del tanto

invocato Concilio.[40]

Qui egli chiama a sè tutta la nostra attenzione per essere stato il

primo non solamente a sentire la magnificenza del paesaggio italiano,

ma anche a descriverla sin nelle più minute particolarità con vero

entusiasmo (v. vol. I, pag. 244). Lo Stato della Chiesa e la Toscana

meridionale (sua patria) sono i due paesi ch'egli conobbe in modo

speciale, e, fatto Papa, usò sempre d'impiegare i suoi ozi nella

migliore stagione dell'anno in escursioni campestri più o meno lunghe.

Ora almeno la podagra, di cui era affetto da lunghissimo tempo, non

gli era più un serio ostacolo a visitar monti e valli, dove si faceva

trasportare in lettiga; e se con questi suoi gusti si paragonano

quelli dei Papi che gli successero. Pio, entusiasta della natura

e dell'antichità e appassionato pei modesti, ma eleganti edifizi,

apparirà quasi un santo. Ed egli stesso nello splendido e vivace latino

de' suoi Commentari ci ha lasciato la più veridica testimonianza di

quanto in tali piaceri si sentisse felice.[41]

Il suo occhio appare variamente esercitato, quanto quello di qualsiasi

uomo moderno. Egli si sente rapito in una specie di estasi dinanzi

alla grandiosa magnificenza della scena, che si gode dal più alto

dei monti Albani, il monte Cavo. Di là egli prospetta la spiaggia

del territorio a lui soggetto da Terracina e dal monte Circello sino

all'Argentaro, nonchè tutto l'ampio tratto di paese che contiene le

rovine delle antichissime città, coi profili dei monti dell'Italia

di mezzo, con le grandiose foreste tutto all'intorno verdeggianti

nelle pianure e coi laghi delle montagne, che l'illusione fa credere

vicini. Egli sente tutta la bellezza della posizione di Todi, che

sta come in trono in mezzo a' suoi vigneti e boschetti di ulivi, con

la prospettiva delle lontane foreste e della valle del Tevere, dove

brulicano d'ogni parte i castelli e le piccole borgate poste lungo

le sponde del fiume. Il delizioso paese vagamente ondulato intorno a

Siena colle sue ville e i suoi chiostri sul vertice d'ogni collina è

la sua patria, e ad esso quindi si volgono con predilezione speciale

le sue descrizioni. Ma egli è felicissimo altresì nel rilevare le

più minute particolarità pittoresche, come, per esempio, quando

descrive quella lingua di terra, che si protende nel lago di Bolsena,

e che è detta Capo di Monte: «gradinate di pietra, ombreggiate da

vigneti, conducono giù dirittamente alla spiaggia, dove tra gli scogli

verdeggiano perpetuamente le quercie, rallegrate del continuo dal canto

dei tordi». Sulla via che costeggia tutto all'intorno il lago di Nemi,

seduto all'ombra dei castagni e d'altri alberi fruttiferi, egli sente

che, se mai vi fu luogo atto ad ispirare un poeta, egli è certamente

questo «segreto asilo di Diana». Spesse volte si sa aver egli tenuto il

concistoro e fatta la segnatura o dato udienza agli ambasciatori sotto

quegli antichi e giganteschi castagni o all'ombra di quegli ulivi,

sedendo su un verde prato o presso il zampillo di qualche fontana.

Alla vista di una gola montuosa, che si va restringendo e sulla quale

arditamente si stende in arco un ponte, si risveglia immediatamente in

lui il suo senso d'artista. Non v'è cosa, per quanto minuta, che non

lo interessi vivamente colla perfezione e specialità caratteristica,

che le è propria: i campi azzurri di lino mollemente ondeggianti, il

giallo della ginestra che riveste le colline, e perfino i dumi selvaggi

di qualsiasi specie, nonchè singole piante e sorgenti, che gli sembrano

miracoli di natura.

Ma il colmo dell'ebbrezza lo aspetta sul Monte Amiata, dove salì

nell'estate del 1462, quando la peste e un'afa infocata rendevano

assolutamente inabitabile la pianura. A metà dell'altezza del monte,

nell'antico convento longobardo di S. Salvatore, fermò egli colla

Curia la sua residenza: di là, tra i boschi dei castagni sospesi sul

dirupato pendio, si domina tutta la Toscana meridionale e si veggono

in lontananza le torri di Siena. Egli non salì sino alle più alte

cime del monte, ma vi salirono i suoi seguaci, ai quali si unì anche

l'oratore veneziano, e lassù essi trovarono due enormi massi di pietra

addossati l'un all'altro, che forse servirono di altare a qualche

popolo primitivo, e credettero di scorgere in gran lontananza, oltre il

mare, le due isole di Corsica e di Sardegna.[42] In quella deliziosa

frescura, all'ombra delle annose querce e de' castagni, sul verde

smalto dell'erba, dove nessuno spino trafiggeva il piede e nessun

insetto o serpente insidiava la vita, il Papa godette i suoi dì più

felici: per la segnatura, che aveva luogo in giorni determinati, egli

cercava sempre nuovi siti e nuove ombre,[43] _novos in convallibus

fontes et novas inveniens umbras, quae dubiam facerent electionem._ —

In tali circostanze gli accadde anche una volta di vedere la caccia

che i cani diedero ad un cervo enorme, che fu visto fuggire sul

monte difendendosi del suo meglio colle unghie e colle corna. Sulla

sera il Papa soleva sedere nel piazzale del convento dal lato che

prospetta la valle del Paglia, trattenendosi coi cardinali in piacevoli

ragionamenti. I curiali, che si sbandavano qua e là per cacciare,

riferivano che alle falde del monte il caldo era insopportabile, e che

la campagna arsa e deserta rendeva immagine di un vero inferno, al cui

paragone il monastero co' suoi freschi e verdi contorni poteva dirsi

una dimora di paradiso.

In tutto questo c'è vero gusto moderno, non imitazione od influenza

antica. E, ammesso anche che gli antichi abbiano anch'essi sentito

a quel modo, certo è che le poche espressioni di qualche scrittore,

che Pio può benissimo aver conosciuto, non furono, nè potevano esser

quelle, che bastassero ad accendere in lui un sì vivo entusiasmo.[44]

Il secondo periodo di splendore, che sul finire del secolo XV e sul

principiare del XVI ebbe la poesia italiana accanto alla latina, che

era pur sempre in fiore, ci somministra prove in gran numero della

forte impressione prodotta sugli animi dalle scene naturali, e a

convincersene basta dare un'occhiata ai lirici di quel tempo. Ma vere

descrizioni di grandiosi prospetti campestri non s'incontrano quasi

mai, appunto perchè e la lirica e l'epopea e la novella avevan ben

altro a fare in quell'energica età. Il Bojardo e l'Ariosto tratteggiano

i loro paesaggi con molta evidenza, ma quanto più brevemente possono, e

senza tirarli, col mezzo di lontananze e di prospettive, a contribuire

all'effetto,[45] che deve uscir tutto intero dai personaggi e

dall'azione. Questo sentimento sempre crescente della natura trova

un'espressione molto più spiccata nei tranquilli scrittori di dialoghi

e di lettere.[46] Singolarmente ligio a questo riguardo si mostra

il Bandello alle leggi del genere letterario, ch'egli stesso s'è

imposto: nelle novelle non mai una parola più del necessario per

designare i luoghi, dove si compiono gli avvenimenti;[47] nelle dediche

invece, che precedono ciascuna novella, ampie e particolareggiate

descrizioni dei medesimi, come scena necessaria ad attuarvi i

dialoghi e le conversazioni. Fra gli epistolografi ci duole di dover

nominare l'Aretino,[48] come colui che forse fu il primo a descrivere

minutamente qualche splendido effetto di luce e di ombre nelle ore del

tramonto.

Ma anche presso i poeti s'incontra talvolta un singolare intreccio

di vita sentimentale con graziose pitture di scene naturali, quasi

altrettanti quadretti di genere. Tito Strozza descrive (intorno al

1480) in una elegia latina[49] la dimora della sua innamorata: una

vecchia casetta, rivestita d'edera con alcuni affreschi sacri corrosi

dal tempo, nascosta fra gli alberi: accanto ad essa una cappella

assai malconcia dalla violenza delle piene del Po, che vi scorre in

vicinanza: poco lungi di là la casa del cappellano, che coltiva i suoi

sette magri jugeri di terreno con una coppia di buoi presi a prestito.

Queste non sono certamente reminiscenze, nè imitazioni da veruno tra

gli antichi poeti elegiaci romani, ma schietto sentimento moderno,

al quale, sulla fine di questa parte del nostro lavoro, troveremo far

degno riscontro una altrettanto semplice e schietta descrizione della

vita campestre.

Ora si suol dire comunemente che anche i grandi maestri tedeschi dei

primi anni del secolo XVI seppero talvolta rappresentare egregiamente

tali scene naturali, come fece, per esempio, Alberto Durer nella

celebre sua incisione del Figliuol prodigo. Ma altro è che un pittore,

cresciuto in mezzo al realismo, aggiunga tali scene a' suoi quadri

in via complementare e accessoria, ed altro che un poeta, avvezzo

di solito a spaziare nelle idealità o a vivere artificialmente nella

mitologia, discenda nella realtà per un intimo impulso suo proprio e

senta il bisogno di rappresentarla. Oltre a ciò la priorità di tempo,

tanto in questa, come nella descrizione della vita campestre, sta tutto

in favore dei poeti italiani.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 6 / 34 题