Scoperta del Bello nel paesaggio.
Il paesaggio nel medio-evo. — Il Petrarca e le ascensioni
alpine. — Il Dittamondo di Fazio degli Uberti. — La scuola
fiamminga. — Enea Silvio e le sue descrizioni.
Ma, oltre all'investigazione scientifica, eravi anche un'altra maniera
di accostarsi alla natura, ed in un senso affatto particolare. Gli
Italiani sono i primissimi fra i moderni, che intravidero e gustarono
il lato estetico del paesaggio.[26]
Questa attitudine è sempre il risultato di un lungo e complicato
svolgimento della cultura, e la sua origine è assai difficile da
rintracciare, in quanto che un sentimento segreto di questa specie
può esistere da lungo tempo, prima che si manifesti nella poesia e
nella pittura e con ciò acquisti la coscienza di sè medesimo. Presso
gli antichi, per esempio, l'arte e la poesia si restrinsero alla
rappresentazione di tutto il ciclo della vita umana, prima di passare e
descrivere quella della natura, e quest'ultima rappresentazione rimase
pur sempre dentro limiti molto ristretti, non ostante che, da Omero
in poi, in un numero grandissimo di espressioni e di versi apparisca
evidente l'impressione sempre più forte, che la natura veniva facendo
sull'uomo. Più tardi le stirpe germaniche, che fondarono le loro
signorie sulle rovine dell'Impero romano, portavano già con sè una
naturale predisposizione a sentire altamente il lato spirituale della
scena campestre, e quand'anche il Cristianesimo le abbia costrette
per un certo tratto di tempo a non vedere nelle fonti e nei monti,
nei laghi e nei boschi sino allora venerati che la presenza di spiriti
falsi e bugiardi, non v'ha dubbio però che questo stadio di transizione
fu presto assai da esse superato. Egli è un fatto che ancora nel colmo
del medio-evo, intorno all'anno 1200, esiste nuovamente un sentimento
schietto e profondo del mondo esteriore, che si manifesta chiaramente
nei canti dei menestrelli delle diverse nazioni.[27] Da essi traspare
un vero entusiasmo pei fenomeni più semplici, quali l'apparir della
primavera e dei fiori, il rinverdire delle foreste e dei boschi.
Ma sono scene senza sfondo, talmente che anche i loro personaggi, i
crociati, che pur corsero tanta parte di mondo, in quei canti quasi non
figurano più come tali. Anche la poesia epica, la quale, ad esempio
ci descrive con tanta esattezza gli abbigliamenti e le armature dei
guerrieri, non è che imperfettissima nella descrizione dei luoghi, e
il grande Volframo di Eschenbach ci dà appena un'immagine sufficiente
della scena, nella quale si movono i suoi personaggi. Da quei canti
infatti nessuno indovinerebbe, che questa nobiltà poetante d'ogni
paese abitasse o avesse visitato e conoscesse perfettamente migliaja e
migliaja di castelli situati nelle posizioni le più pittoresche. Anche
nelle poesie degli _scolari vaganti_ (v. pag. 235) manca il senso della
prospettiva, il paesaggio propriamente detto, mentre invece le cose
vicine sono talvolta dipinte con tal vivezza di colorito, che non se
ne trova riscontro in nessun menestrello della Cavalleria. Infatti dove
trovare una descrizione della foresta d'amore simile a questa, che noi
crediamo di un poeta italiano del secolo XII?
Immortalis fieret
Ibi manens homo:
Arbor ibi quaelibet
Suo gaudet pomo:
Viae myrrha, cinnamo
Fragrant et amomo —
Conjectari poterat
Dominus ex domo[28] ecc.
Egli è evidente che per gli Italiani la natura è già da lungo tempo
monda e purificata da ogni influsso di potenze soprannaturali. San
Francesco d'Assisi nel suo Inno al sole loda il Signore non per altro,
che per la creazione delle luci del cielo e dei quattro elementi.
Ma le prove più convincenti della profonda impressione esercitata
dalla natura sull'animo dell'uomo cominciano con Dante. Egli ci ritrae
al vivo in poche linee non solo il sorgere dell'aurora e il tremolar
della marina sotto la brezza mattinale o la tempesta che fa tremar le
selve ed i pastori, ma sale altresì sulle cime dei monti coll'unico
intento di goder grandiose prospettive[29], uno dei primi o il primo
forse, dopo i poeti antichi, che abbia sentito la bellezza di tali
spettacoli. Il Boccaccio lascia indovinare, più che non descriva
egli stesso, quanta sia l'impressione che fanno su lui le scene della
natura; tuttavia ne' suoi romanzi pastorali non si può disconoscere
qualche tratto di squisito e delicato paesaggio, che, se non altro,
avrà esistito nella sua fantasia.[30] Con coscienza poi ancor più
compiuta il Petrarca, uno dei primi uomini perfettamente moderni,
mostra l'importanza delle grandi scene della natura per un anima
sensitiva. Quel lucidissimo spirito, che pel primo cercò in tutte le
letterature le origini e i progressi del sentimento pittoresco della
natura, e che ha dato egli stesso ne' suoi _Tableaux de la nature_ i
quadri descrittivi più perfetti che esistano, Alessandro Humboldt, non
s'è mostrato del tutto giusto riguardo al Petrarca, ed è perciò che,
anche dopo quanto egli ne scrisse, a noi pure rimane qualche cosa da
aggiungere.
Il Petrarca non fu soltanto un valente geografo, — si vuole che a
lui si debba la primissima carta d'Italia,[31] — e nemmeno ripetè
semplicemente quanto avevano detto gli antichi,[32] ma il vero aspetto
della natura trovò nel suo spirito un eco immediato. Il godimento degli
spettacoli naturali gli vien gradito in qualsiasi mentale occupazione:
associando l'una cosa coll'altra, s'intende assai facilmente quel
desiderio di solitudine erudita, che lo incatena a Valchiusa ed
altrove, e le sue fughe periodiche dal suo secolo e dal mondo.[33]
Gli si farebbe un gran torto, se dalla sua ancor debole e scarsa
potenza descrittiva della natura si volesse inferire in lui una certa
mancanza di sentimento. La descrizione del maraviglioso golfo della
Spezia e di Porto Venere, per esempio, ch'egli innesta sulla fine del
sesto canto dell'«Africa», e che non fu mai fatta da nessuno nè degli
antichi, nè dei moderni,[34] non è, a dir vero, niente più che una
semplice enumerazione. Ma egli conosce omai la bellezza, che risulta
dal contrasto dalle rupi, e sa in generale separare l'importanza
pittoresca di un sito dalla sua utilità.[35] In occasione della sua
dimora nei boschi di Reggio, l'improvviso spettacolo di un grandioso
paesaggio agisce talmente su lui, che egli continua una poesia da
lunghissimo tempo interrotta.[36] Dove però il suo entusiasmo raggiunge
il colmo, è nell'ascesa ch'egli fece al monte Ventoux, non lungi da
Avignone.[37] Un vago desiderio di godere un ampio orizzonte s'esalta
in lui sino al punto di una vera passione alla lettura accidentale
di quel passo di Livio, dove è narrata l'ascensione al monte Emo di
Filippo di Macedonia, l'eterno avversario di Roma. Egli pensa fra sè:
come non sarà da scusare in un giovane di condizione privata ciò che
non si biasima nemmeno in un vecchio re? Infatti il salire alle cime
di un monte senza uno scopo prestabilito pareva stranezza inaudita a
quanti lo circondavano, nè certo era il caso di pensare a trovar amici
o conoscenti che lo accompagnassero. Il Petrarca non prese adunque
con sè che il minor suo fratello e, dall'ultima stazione di riposo in
avanti, due uomini del luogo in qualità di guide. Mentre con costoro
avea cominciato già la salita, un vecchio pastore lo scongiurava
di tornar sui suoi passi: aver egli pure, un cinquant'anni innanzi,
fatto un simile tentativo, ma non averne riportato altro, fuor che
le membra rotte e le vesti lacere; prima e dopo di allora nessuno
essersi avventurato in tale impresa. Ma essi non si lasciano atterrire
per questo, e tra indicibili stenti s'avanzano ognor più, sinchè si
trovano colle nuvole sotto i piedi e hanno raggiunto la cima. Ora egli
è vero bensì che noi, giunti a questo punto, ci attendiamo indarno
ad una descrizione della prospettiva che si apre loro dinanzi; ma
ciò non accade già perchè il poeta sia rimasto freddo e insensibile
a quella vista, bensì invece, perchè l'impressione fu troppo forte in
lui. In quell'altezza solitaria gli passano dinanzi alla mente tutti
i fantasmi e le follie della sua vita passata: egli si rammenta come
per l'appunto dieci anni prima era partito ancor giovane da Bologna,
e volge uno sguardo d'ansioso desiderio all'Italia; per ultimo apre un
libriccino, che s'era preso a compagno di quel viaggio, le confessioni
di S. Agostino, e l'occhio gli cade appunto casualmente su quel passo
del capitolo decimo, dove è scritto: «e gli uomini se ne vanno attorno
e ammirano l'altezza dei monti e l'ampiezza dei mari e il romorio dei
torrenti e il corso dei pianeti, immemori, in mezzo a tutto questo, di
sè medesimi». Suo fratello, al quale egli legge queste parole, non sa
comprendere, perchè, dopo ciò, egli chiuda nuovamente il libro e se ne
stia meditando in silenzio.
Pochi decenni più tardi, intorno all'anno 1360, Fazio degli Uberti
nella sua cosmografia,[38] scritta in versi rimati (v. vol. I, pag.
240), descrive la vasta prospettiva che si gode dal monte Alvernia, con
quella freddezza che è propria d'un geografo e di un antiquario, ma al
tempo stesso con quella verità, che contraddinstingue il testimonio
oculare. Egli deve però aver ascese cime ancora più elevate, perchè
conosce fenomeni, che non si possono osservare se non a più di 10,000
piedi sopra il livello del mare, quali le vertigini, il rigonfiamento
degli occhi e le palpitazioni del cuore, da cui lo guarisce il suo
mitico duce, Solino, con una spugna intrisa in una particolare essenza.
Del resto, non v'ha dubbio che le ascensioni del Parnaso e dell'Olimpo,
delle quali pure egli parla,[39] non sono che prette finzioni.
Col secolo XV poi tutto ad un tratto i grandi maestri della scuola
fiamminga, Uberto e Giovanni van Eyk, strappano interamente alla
natura il suo velo e ne rubano la vera immagine. Ma il loro paesaggio
non si ferma lì, nè è soltanto una naturale conseguenza del loro
sforzo di presentare in generale un riflesso della realtà; esso ha
già un concetto poetico suo proprio, un'anima, benchè tuttavia in modo
ancora convenzionale. L'influenza di questo paesaggio su tutta l'arte
occidentale è innegabile, e non poterono quindi non risentirla anche
gli artisti italiani. Ma, colti ed esercitati già da sè in questo
genere, non la subirono che in parte, nè ciò bastò a distoglierli dalla
via, che s'erano tracciata essi stessi.
Anche in questo riguardo, come nella cosmografia, la voce di Enea
Silvio è una delle più autorevoli del tempo. Quand'anche non si volesse
tenere alcun conto di lui come uomo, si sarebbe però sempre costretti
a confessare che ben pochi son gli altri, nei quali l'immagine di quel
tempo e della sua cultura spirituale si trovi così viva ed intera, e
che assai pochi altresì s'accostarono, al pari di lui, al tipo normale
dell'uomo del Rinascimento. Del resto, lo diciamo incidentalmente,
anche dal punto di vista morale non lo si giudicherà mai con piena
giustizia sino a che si porranno a base del giudizio le lagnanze della
Chiesa tedesca defraudata, colpa le di lui oscillazioni, del tanto
invocato Concilio.[40]
Qui egli chiama a sè tutta la nostra attenzione per essere stato il
primo non solamente a sentire la magnificenza del paesaggio italiano,
ma anche a descriverla sin nelle più minute particolarità con vero
entusiasmo (v. vol. I, pag. 244). Lo Stato della Chiesa e la Toscana
meridionale (sua patria) sono i due paesi ch'egli conobbe in modo
speciale, e, fatto Papa, usò sempre d'impiegare i suoi ozi nella
migliore stagione dell'anno in escursioni campestri più o meno lunghe.
Ora almeno la podagra, di cui era affetto da lunghissimo tempo, non
gli era più un serio ostacolo a visitar monti e valli, dove si faceva
trasportare in lettiga; e se con questi suoi gusti si paragonano
quelli dei Papi che gli successero. Pio, entusiasta della natura
e dell'antichità e appassionato pei modesti, ma eleganti edifizi,
apparirà quasi un santo. Ed egli stesso nello splendido e vivace latino
de' suoi Commentari ci ha lasciato la più veridica testimonianza di
quanto in tali piaceri si sentisse felice.[41]
Il suo occhio appare variamente esercitato, quanto quello di qualsiasi
uomo moderno. Egli si sente rapito in una specie di estasi dinanzi
alla grandiosa magnificenza della scena, che si gode dal più alto
dei monti Albani, il monte Cavo. Di là egli prospetta la spiaggia
del territorio a lui soggetto da Terracina e dal monte Circello sino
all'Argentaro, nonchè tutto l'ampio tratto di paese che contiene le
rovine delle antichissime città, coi profili dei monti dell'Italia
di mezzo, con le grandiose foreste tutto all'intorno verdeggianti
nelle pianure e coi laghi delle montagne, che l'illusione fa credere
vicini. Egli sente tutta la bellezza della posizione di Todi, che
sta come in trono in mezzo a' suoi vigneti e boschetti di ulivi, con
la prospettiva delle lontane foreste e della valle del Tevere, dove
brulicano d'ogni parte i castelli e le piccole borgate poste lungo
le sponde del fiume. Il delizioso paese vagamente ondulato intorno a
Siena colle sue ville e i suoi chiostri sul vertice d'ogni collina è
la sua patria, e ad esso quindi si volgono con predilezione speciale
le sue descrizioni. Ma egli è felicissimo altresì nel rilevare le
più minute particolarità pittoresche, come, per esempio, quando
descrive quella lingua di terra, che si protende nel lago di Bolsena,
e che è detta Capo di Monte: «gradinate di pietra, ombreggiate da
vigneti, conducono giù dirittamente alla spiaggia, dove tra gli scogli
verdeggiano perpetuamente le quercie, rallegrate del continuo dal canto
dei tordi». Sulla via che costeggia tutto all'intorno il lago di Nemi,
seduto all'ombra dei castagni e d'altri alberi fruttiferi, egli sente
che, se mai vi fu luogo atto ad ispirare un poeta, egli è certamente
questo «segreto asilo di Diana». Spesse volte si sa aver egli tenuto il
concistoro e fatta la segnatura o dato udienza agli ambasciatori sotto
quegli antichi e giganteschi castagni o all'ombra di quegli ulivi,
sedendo su un verde prato o presso il zampillo di qualche fontana.
Alla vista di una gola montuosa, che si va restringendo e sulla quale
arditamente si stende in arco un ponte, si risveglia immediatamente in
lui il suo senso d'artista. Non v'è cosa, per quanto minuta, che non
lo interessi vivamente colla perfezione e specialità caratteristica,
che le è propria: i campi azzurri di lino mollemente ondeggianti, il
giallo della ginestra che riveste le colline, e perfino i dumi selvaggi
di qualsiasi specie, nonchè singole piante e sorgenti, che gli sembrano
miracoli di natura.
Ma il colmo dell'ebbrezza lo aspetta sul Monte Amiata, dove salì
nell'estate del 1462, quando la peste e un'afa infocata rendevano
assolutamente inabitabile la pianura. A metà dell'altezza del monte,
nell'antico convento longobardo di S. Salvatore, fermò egli colla
Curia la sua residenza: di là, tra i boschi dei castagni sospesi sul
dirupato pendio, si domina tutta la Toscana meridionale e si veggono
in lontananza le torri di Siena. Egli non salì sino alle più alte
cime del monte, ma vi salirono i suoi seguaci, ai quali si unì anche
l'oratore veneziano, e lassù essi trovarono due enormi massi di pietra
addossati l'un all'altro, che forse servirono di altare a qualche
popolo primitivo, e credettero di scorgere in gran lontananza, oltre il
mare, le due isole di Corsica e di Sardegna.[42] In quella deliziosa
frescura, all'ombra delle annose querce e de' castagni, sul verde
smalto dell'erba, dove nessuno spino trafiggeva il piede e nessun
insetto o serpente insidiava la vita, il Papa godette i suoi dì più
felici: per la segnatura, che aveva luogo in giorni determinati, egli
cercava sempre nuovi siti e nuove ombre,[43] _novos in convallibus
fontes et novas inveniens umbras, quae dubiam facerent electionem._ —
In tali circostanze gli accadde anche una volta di vedere la caccia
che i cani diedero ad un cervo enorme, che fu visto fuggire sul
monte difendendosi del suo meglio colle unghie e colle corna. Sulla
sera il Papa soleva sedere nel piazzale del convento dal lato che
prospetta la valle del Paglia, trattenendosi coi cardinali in piacevoli
ragionamenti. I curiali, che si sbandavano qua e là per cacciare,
riferivano che alle falde del monte il caldo era insopportabile, e che
la campagna arsa e deserta rendeva immagine di un vero inferno, al cui
paragone il monastero co' suoi freschi e verdi contorni poteva dirsi
una dimora di paradiso.
In tutto questo c'è vero gusto moderno, non imitazione od influenza
antica. E, ammesso anche che gli antichi abbiano anch'essi sentito
a quel modo, certo è che le poche espressioni di qualche scrittore,
che Pio può benissimo aver conosciuto, non furono, nè potevano esser
quelle, che bastassero ad accendere in lui un sì vivo entusiasmo.[44]
Il secondo periodo di splendore, che sul finire del secolo XV e sul
principiare del XVI ebbe la poesia italiana accanto alla latina, che
era pur sempre in fiore, ci somministra prove in gran numero della
forte impressione prodotta sugli animi dalle scene naturali, e a
convincersene basta dare un'occhiata ai lirici di quel tempo. Ma vere
descrizioni di grandiosi prospetti campestri non s'incontrano quasi
mai, appunto perchè e la lirica e l'epopea e la novella avevan ben
altro a fare in quell'energica età. Il Bojardo e l'Ariosto tratteggiano
i loro paesaggi con molta evidenza, ma quanto più brevemente possono, e
senza tirarli, col mezzo di lontananze e di prospettive, a contribuire
all'effetto,[45] che deve uscir tutto intero dai personaggi e
dall'azione. Questo sentimento sempre crescente della natura trova
un'espressione molto più spiccata nei tranquilli scrittori di dialoghi
e di lettere.[46] Singolarmente ligio a questo riguardo si mostra
il Bandello alle leggi del genere letterario, ch'egli stesso s'è
imposto: nelle novelle non mai una parola più del necessario per
designare i luoghi, dove si compiono gli avvenimenti;[47] nelle dediche
invece, che precedono ciascuna novella, ampie e particolareggiate
descrizioni dei medesimi, come scena necessaria ad attuarvi i
dialoghi e le conversazioni. Fra gli epistolografi ci duole di dover
nominare l'Aretino,[48] come colui che forse fu il primo a descrivere
minutamente qualche splendido effetto di luce e di ombre nelle ore del
tramonto.
Ma anche presso i poeti s'incontra talvolta un singolare intreccio
di vita sentimentale con graziose pitture di scene naturali, quasi
altrettanti quadretti di genere. Tito Strozza descrive (intorno al
1480) in una elegia latina[49] la dimora della sua innamorata: una
vecchia casetta, rivestita d'edera con alcuni affreschi sacri corrosi
dal tempo, nascosta fra gli alberi: accanto ad essa una cappella
assai malconcia dalla violenza delle piene del Po, che vi scorre in
vicinanza: poco lungi di là la casa del cappellano, che coltiva i suoi
sette magri jugeri di terreno con una coppia di buoi presi a prestito.
Queste non sono certamente reminiscenze, nè imitazioni da veruno tra
gli antichi poeti elegiaci romani, ma schietto sentimento moderno,
al quale, sulla fine di questa parte del nostro lavoro, troveremo far
degno riscontro una altrettanto semplice e schietta descrizione della
vita campestre.
Ora si suol dire comunemente che anche i grandi maestri tedeschi dei
primi anni del secolo XVI seppero talvolta rappresentare egregiamente
tali scene naturali, come fece, per esempio, Alberto Durer nella
celebre sua incisione del Figliuol prodigo. Ma altro è che un pittore,
cresciuto in mezzo al realismo, aggiunga tali scene a' suoi quadri
in via complementare e accessoria, ed altro che un poeta, avvezzo
di solito a spaziare nelle idealità o a vivere artificialmente nella
mitologia, discenda nella realtà per un intimo impulso suo proprio e
senta il bisogno di rappresentarla. Oltre a ciò la priorità di tempo,
tanto in questa, come nella descrizione della vita campestre, sta tutto
in favore dei poeti italiani.