Le scienze naturali in Italia.
Tendenze all'empirismo. — Dante e l'astronomia. — Ingerenza
della Chiesa. Influenza dell'umanismo. — Botanica; i cultori
del giardinaggio. — Zoologia: i serragli. — Il seguito di
Ippolito de' Medici; gli schiavi.
Quanto al posto che spetta agli Italiani nel campo delle scienze
naturali, noi non possiamo far altro che rinviare il lettore ai
trattati speciali, fra i quali non ci è nota che l'opera evidentemente
troppo superficiale e dogmatica del Libri.[5] La contesa sulla priorità
di singole scoperte ci par tanto meno importante, in quanto siamo
del parere, che in ogni tempo e in ogni popolo civile è possibile
che sorga un uomo, il quale, fornito di una cultura assai limitata,
per irresistibile impulso si getta in braccio all'empirismo e, per
una felice disposizione naturale, fa progressi maravigliosi. Tali
furono Gerberto di Reims e Ruggero Bacone; e se essi, per soprappiù,
si appropriarono poi nella loro specialità tutto il sapere del loro
tempo, ciò non fu che una conseguenza legittima dello scopo, che
avevano in vista. Una volta squarciato il velo dell'errore, tolto il
fascino delle tradizioni, e dell'autorità delle scuole e superato quel
religioso terrore che soleva ispirar la natura, i problemi abbondarono
d'ogni parte ai loro occhi. Ma la cosa è molto diversa quando lo
spirito d'osservazione e d'investigazione della natura è privilegio
speciale di un popolo intero, e conseguentemente lo scopritore non
è nè minacciato, nè condannato al silenzio, ma può anzi contare sul
consenso e sul favore universale. E in tali condizioni pare essersi
trovata appunto allora l'Italia.[6] Non senza orgoglio i naturalisti
italiani additano le prove e gl'indizi, pei quali non si può dubitare
dell'empirismo di Dante nello studio della natura.[7] Intorno a certe
singole scoperte o priorità nella menzione di speciali fenomeni,
che essi gli attribuiscono, noi non arrischieremo nessun giudizio;
ma anche l'uomo il più profano dovrà restar sorpreso dinanzi alla
grande potenza di osservazione, che traluce da tutte le sue immagini
e similitudini. Più assai che in qualsiasi altro poeta moderno, esse
appariscono in lui desunte dalla vita reale tanto della natura, che
dell'uomo, ed egli se ne serve non già a semplice studio di ornamento,
ma per porgere un'idea quanto più sia possibile adeguata di ciò che
vuol dire. Nell'astronomia poi egli dà prove di cognizioni affatto
speciali, quantunque non si debba disconoscere che molti di quei passi
del suo gran poema che ora destano stupore, in allora fossero intesi
universalmente. Dante infatti, senza tener conto della sua erudizione,
si fonda sopra un'astronomia popolare molto diffusa al suo tempo e
che gli Italiani, popolo essenzialmente marittimo, avevano ereditato
già degli antichi. La cognizione esatta del sorgere e del tramontare
delle costellazioni non è oggidì più necessaria per l'uso introdotto
degli orologi e dei calendari, e con essa andò perduto anche tutto
quell'interesse, che il popolo era solito di prendere per tanti altri
fatti astronomici. Presentemente abbondano i manuali e gli insegnamenti
per guisa, che ogni fanciullo sa ciò che Dante non sapeva, che cioè la
terra si gira intorno al sole; ma, fatta eccezione degli uomini della
scienza, l'interesse pei grandiosi fenomeni celesti ha fatto luogo alla
più completa indifferenza.
Ciò non ostante, neanche i delirj astrologici, nei quali deviò poscia
l'astronomia, non provano nulla contro le tendenze empiriche degli
Italiani d'allora; esse non furono che attraversate e vinte per un
momento dalla smania ardentissima di conoscere l'avvenire. E anche di
questi delirj avremo occasione di parlare, quando ci faremo a studiare
il carattere morale e religioso della nazione.
Contro questa ed altre scienze erronee la Chiesa s'era mostrata quasi
sempre assai tollerante, ed anche contro la schietta investigazione
della natura essa non procedette mai con rigore, se non quando le
accuse — vere o non vere — involgevano anche un sospetto di eresia e di
negromanzia, che per vero ci andava molto dappresso. Ma la questione,
che importerebbe risolvere, sarebbe propriamente di sapere sino a qual
punto ed in quali casi gli Inquisitori domenicani, ed anche in parte
i francescani, abbiano avuto in Italia la coscienza delle falsità
delle accuse che si portavano al loro tribunale, e tuttavia abbiano
continuato a condannare, sia per connivenza verso i nemici degli
accusati, sia per tacita avversione contro lo studio della natura in
generale e più specialmente poi contro ogni esperimento scientifico.
Quest'ultimo caso può essersi talvolta verificato, ma sarebbe pressochè
impossibile l'addurne le prove. Ciò che può aver cagionato nel nord
simili persecuzioni, l'opposizione ostinata del sistema ufficiale della
scienza fisica accettato dagli scolastici contro i novatori, come tali,
non potrebbe quasi affatto tenersi a calcolo rispetto all'Italia. Si
sa che Pietro d'Abano (vissuto al principio del secolo XIV) non cadde
vittima che dell'invidia collegiale di un altro medico, che lo accusò
presso l'Inquisizione di eresia e di magia,[8] ed altrettanto si può
supporre anche rispetto al suo contemporaneo padovano, Giovannino
Sanguinacci, perchè, come medico, inclinava alle innovazioni; ma
questi ne uscì con una semplice condanna di esiglio. Per ultimo non
bisogna dimenticare, che in Italia i domenicani, come inquisitori,
non ebbero mai tanta potenza, come nei paesi settentrionali; sì i
tiranni, che le repubbliche più d'una volta nel secolo XIV diedero
prove tali di disprezzo verso il clero in generale, che non la semplice
investigazione della natura, ma molte altre cose ben più rilevanti
andarono impunite. Ma quando, col secolo XV, l'antichità prevalse in
tutti i rapporti della vita, la breccia aperta nel vecchio sistema
s'allargò in favore d'ogni specie di indagine profana, con questo
però che l'umanismo tirò a sè le migliori forze e nocque con ciò allo
studio empirico della natura.[9] In mezzo a ciò si risveglia pur sempre
qua e là di nuovo l'Inquisizione e punisce o manda al rogo qualche
medico, perchè bestemmiatore e negromante, nè, in tali casi, si può mai
dire con certezza quale sia stato il vero e più riposto motivo della
condanna. Ma, anche in onta a tutto questo, sul finire del secolo XV
l'Italia con Paolo Toscanelli, Luca Paccioli e Leonardo da Vinci era
senza paragone il primo paese d'Europa in fatto di matematiche e di
scienze fisiche, e i più gran dotti del mondo moderno si riconoscevano
suoi discepoli, non esclusi nemmeno il Regiomontano e il Copernico.
Un indizio importante dell'amore generalmente diffuso alle scienze
naturali si ha anche nello zelo, con cui si cercò assai per tempo
di mettere insieme delle collezioni per lo studio comparativo delle
piante e degli animali. Innanzi tutto l'Italia è solita darsi il vanto
di essere stata la prima a possedere orti botanici, sebbene parrebbe
che in sulle prime essi non esistessero che con intenti di pratica
utilità, e d'altronde sia anche discutibile il vanto di priorità,
ch'essa si arroga. Senza paragone più importante invece è il fatto,
che tanto i principi, quanto i ricchi privati, nel mettere insieme
i loro giardini di piacere, si trovarono naturalmente condotti a far
collezioni di piante quanto più si potesse nuove e di specie diverse.
Così nel secolo XV il magnifico giardino di villa Careggi dei Medici ci
vien dipinto pressochè come un orto botanico,[10] ricco di innumerevoli
specie di alberi e di piante. Ed altrettanto, al principio del secolo
XVI, ci vien detto di una villa del cardinale Triulzio nella campagna
romana,[11] non lungi da Tivoli, dove erano siepi di rose d'ogni
specie, alberi d'ogni sorta, piante fruttifere di tutte le possibili
varietà e un grande orto con venti specie di uve. Qui evidentemente
si ha qualche cosa di più che un pajo di dozzine di piante medicinali
universalmente conosciute, quali non mancano nei giardini di tutti i
castelli e dei conventi degli altri paesi d'occidente: oltre ad una
cultura assai progredita delle piante fruttifere pei vantaggi che se ne
ritraggono, si vede un interesse speciale per le piante in sè medesime,
per ciò che esse hanno in sè di notevole. La storia dell'arte c'insegna
come solo più tardi questa passione delle collezioni fece luogo alle
esigenze del gusto architettonico pittoresco.
Anche l'allevamento di animali rari e forestieri non si può immaginare
scompagnato da uno spirito superiore d'osservazione. Il facile
trasporto dai porti meridionali ed orientali del Mediterraneo e le
condizioni favorevoli del clima italiano rendevano possibile l'acquisto
delle maestose belve del sud e accettabili i doni, che di quando in
quando ne facevano i Sultani.[12] L'animale preferito tanto nelle
repubbliche, che nei principati è di regola il leone, anche se non
figuri nel loro stemma, come era appunto il caso di Firenze.[13] Le
tane, dove si tenevano rinchiusi, erano o nei palazzi del governo o in
prossimità di essi, come, ad esempio, in Perugia e in Firenze; quelli
di Roma erano nei sotterranei del Campidoglio. Infatti questi animali
si adoperavano talvolta per l'esecuzione delle sentenze capitali
in affari politici,[14] e tenevano inoltre vivo nel popolo un certo
rispettoso spavento. Di più, il loro contegno si aveva in conto di un
misterioso pronostico: la loro fecondità si riguardava come un segno
d'imminente prosperità generale, ed anche Giovanni Villani non crede
di derogare alla propria dignità notando di avere assistito di persona
al parto di una leonessa.[15] I lioncelli usavasi di regalarli alle
città e ai principi vicini, ed anche ai Condottieri, qual premio al
valore.[16] I Fiorentini ebbero pure assai per tempo dei leopardi,
pei quali tenevano ai loro stipendi un apposito domatore.[17] Borso da
Ferrara faceva combattere i suoi leoni con tori, orsi e cinghiali.[18]
Sul finire del secolo XV poi trovansi, come oggetti di necessario
lusso, in parecchie corti principesche dei veri serragli. «Alla
magnificenza di un gran, signore, scrive Matarazzo, s'appartiene di
possedere cavalli, cani, muli, sparvieri ed altri uccelli, come altresì
buffoni, cantanti e bestie feroci».[19] Il serraglio di Napoli al tempo
di Ferrante conteneva una giraffa ed uno zebro, doni del monarca di
Bagdad, a quanto sembra.[20] Filippo Maria Visconti possedeva non solo
dei cavalli, che vennero pagati 500 e sin 1000 ducati d'oro ciascuno,
e pregiatissimi cani inglesi, ma anche molti leopardi, fatti venire da
diverse regioni d'oriente: il mantenimento de' suoi uccelli da caccia,
che avea fatto raccogliere in tutto il settentrione, non gli costava
meno di 3000 ducati d'oro ogni mese.[21] Emanuele il grande, re di
Portogallo, sapeva bene qual prezioso regalo faceva a Leone X, quando
gli mandò un elefante ed un rinoceronte.[22] E per tal modo si veniva
ponendo le basi della scienza zoologica e della botanica.
Lo studio pratico della zoologia ebbe impulso poi dall'allevamento
delle razze cavalline, delle quali quella mantovana di Francesco
Gonzaga passava per la prima d'Europa.[23] L'uso di attribuire un
pregio speciale a certe razze è certamente tanto antico, quanto l'arte
del cavalcare, e la produzione artificiale di razze ibride deve essere
stata comune specialmente sin dal tempo delle Crociate; ma, quanto
all'Italia, la conquista dei premi nelle corse, che si davano in
qualunque città di qualche importanza, era il movente più efficace
per cercarvi la produzione dei cavalli pregiati sopratutto per somma
celerità. E appunto nella razza mantovana crescevano gl'infallibili
corridori di questa specie, ma, oltre a ciò, anche i più nobili cavalli
da battaglia, e in generale cavalli tali, che, fra tutti i doni fatti
a gran signori, si avevano pei più degni di un principe. Il Gonzaga
teneva nelle sue stalle stalloni e giumente di Spagna e d'Irlanda,
nonchè d'Africa, di Tracia e di Cilicia, e, per avere quest'ultime,
egli coltivava costantemente l'amicizia dei Gransultani. Tutte le
varietà furono quivi tentate per produrre quanto più si potesse di
eccellente e di perfetto.
Ma a questo tempo non mancò neanche quello che si direbbe un serraglio
d'uomini: il celebre cardinale Ippolito de' Medici,[24] figlio bastardo
di Giuliano duca di Nemours, manteneva nella strana sua corte una
schiera di selvaggi, che parlavano più di venti lingue differenti ed
erano ciascuno quanto di più perfetto poteva dare la razza, alla quale
appartenevano. Qui infatti si vedevano incomparabili volteggiatori
di puro sangue moresco tolti alle regioni settentrionali d'Africa,
arcieri tartari, lottatori negri, palombari indiani e turchi, che tutti
insieme, specialmente nelle cacce, formavano il seguito del cardinale.
Quando egli fu rapito da una morte precoce (1535), questa turba
svariata ne portò a spalle la salma da Itri a Roma, e al lutto generale
della città per la perdita di un signore così liberale confuse le sue
nenie funebri, espresse in tante lingue e accompagnate da animatissime
gesticolazioni.[25]
Queste sparse notizie sulla parte che ebbero gl'Italiani nello studio
delle scienze naturali e della varietà e ricchezza dei prodotti della
natura in generale, non sono che cenni imperfettissimi del molto di
più, che potrebbe dirsi in proposito. Nessuno, meglio dell'autore,
sente la lacuna, ch'egli a questo riguardo è costretto di lasciare in
questa parte del suo libro; ma egli non esita a confessare che di molte
delle opere speciali, che potrebbero abbondantemente riempirla, non ha
potuto vedere presso a poco che il titolo o il frontispizio.