Nei Memorabili di Senofonte v'è un luogo nel quale Socrate è introdotto
a dimostrare, mediante l'analogia, l'esistenza della divinità e la sua
natura intelligente e provvidente[225]. Socrate stabilisce dapprima un
paragone fra la intelligenza, ch'è capace di produrre esseri viventi,
e quella che conduce a termine delle imagini pittoriche e scultorie;
per arguire dalla sproporzione dei prodotti il maggiore e più alto
grado di perfezione che v'ha da essere, nel produttore degli oggetti
naturali. E, come il suo interlocutore non può rigettare il paragone e
le conseguenze che ne derivano; e, d'altra parte, non sa persuadersi
del concetto dell'intelligenza autrice delle cose naturali, perchè
gli rimane nell'animo il dubbio che esse possano essere nient'altro
che un prodotto del caso[226], Socrate è costretto a provare che
l'intelligenza, ossia il proposito, e non il caso, possa e debba
produrre le cose. E qui il concetto della finalità, come di quella
norma secondo la quale tutto è conformato allo scopo dell'utilità, è
il principio determinante della pruova; non potendosi in vista dello
stesso revocare in dubbio la esistenza di un proposito nell'ordine
della natura, perchè solo l'intelligenza, in quanto mira ad uno scopo,
può produrre in ragione dell'utilità[227].
In questo luogo apparisce chiaramente, come la tendenza logica
cominciasse già a farsi la via, per subordinare alle sue esigenze ed
al suo formalismo anche quell'ordine di oggetti, che Socrate volea
sottratto alle umane indagini per le convinzioni affatto religiose che
nudriva. In questa, che può dirsi la forma più elementare della pruova
cosmologica e fisico-teleologica della esistenza di Dio, è espresso il
primo e più spontaneo sforzo della teoria, per dedurre e dimostrare
scientificamente quel concetto dell'incondizionato, dell'originario,
del divino, che la coscienza adulta dell'umanità suppone di possedere
per un atto immediato ed istantaneo d'intuizione, ma che in fondo
ha raggiunto in conseguenza di un lungo lavoro psicologico, di
cui ha perduto le tracce e la reminiscenza. Ma è in questo caso la
pruova, che produce il concetto; o è la rappresentazione già matura
e completa, che spinge la coscienza all'esigenza dimostrativa? Se noi
volessimo arrestarci al carattere formale della dimostrazione, dovremmo
ammettere che il concetto della divinità fosse per Socrate di natura
affatto scientifica; ma pure è tanto vero, che la natura teoretica
di quella pruova è intimamente legata ai presupposti immediati di una
coscienza religiosa, che la sua logica certezza è sproporzionata alla
ricchezza intuitiva del contenuto psichico ed etico, obbiettivato
nella rappresentazione della divinità[228]. E, primieramente, il punto
di vista del filosofo nel determinare il concetto della divinità
rimane qualche cosa d'incerto e di oscillante. L'indeterminatezza
politeistica ricomparisce ad ogni piè sospinto[229]; e che questa sia
appunto quella della religione tradizionale non v'ha dubbio di sorta,
quando si considera la costanza di Socrate nell'adempiere le pratiche
del culto stabilito[230]. Ma la molteplicità politeistica trova già
di fronte a sè la chiara coscienza dell'unità di Dio[231]; ed in
questa duplicità di vedute ha la sua spiegazione la differenza posta
fra il reggitore del mondo, visibile nella sua incessante attività
ed invisibile nella sua potenza direttrice, e gli altri dei[232].
Il valore quindi che psicologicamente rispondeva all'indeterminata
espressione, ora politeistica ed ora monoteistica, rimane qualcosa ch'è
solo approssimativamente certo, e che può essere fermato solamente in
rapporto a quello che l'intimità individuale di Socrate concepiva e
pensava come costituente la natura del divino. La divinità è per lui
invisibile, onnisciente; onnipresente, onnipotente; e, pur nondimeno,
tutti questi attributi non lo forzano ancora ad abbandonare le pratiche
del culto, la fede negli oracoli e negli altri esterni presagi.
Or questa che abbiamo chiamata ricchezza intuitiva è stata da altri
intesa come forma popolare del concetto del divino[233]; e, misurata
poscia alla stregua dell'ulteriore progresso filosofico, è stata
considerata come qualcosa d'imperfetto e di superficiale. A nostro
parere, come Socrate non intese mai di fare nè la teologia nè la
filosofia della natura, e fu spinto solamente dalle sue personali
esigenze a tracciarsi un nuovo orizzonte religioso ed etico, tutti
questi concetti sono di una grande portata nella storia generale della
coltura antica; e la loro forma popolare ed immediata non deve essere
misurata al criterio della certezza filosofica, ma al precedente
sviluppo della coscienza religiosa. Sotto questo aspetto, essi fanno
apparire in una luce più chiara quell'opposizione, che da molto tempo
s'era preparata nel seno del politeismo greco, fra il particolarismo
delle molte e svariate divinità e l'esigenza di una assoluta
obbiettivazione del concetto dell'unità del divino; e, se la cosa non
ci portasse fuori dei limiti di questo lavoro, saremmo in grado di
mostrare, senza punto entrare nella storia della filosofia, che per
sè sola la poesia lirica e drammatica basta per scorgere ed intendere
il processo monoteistico. Il concetto adunque che Socrate avea del
divino, se era popolare, non era tale per volontaria restrizione
dell'esigenza filosofica, ma perchè originato e prodotto dal lento
sviluppo della coscienza spontanea ed irriflessa del popolo; e a noi
pare strano di vedere, che lo stesso autore, il quale ha tanto rilevato
il carattere popolare di quelle vedute, si contradica poi col dire,
che derivavano da un individuale bisogno religioso[234]; perchè è sotto
questo riguardo appunto che la loro superiorità su tutti i precedenti
tentativi filosofici è incontrastabile.
Senza quindi tornare su la quistione del concetto del bene, che da
Socrate era appreso nella forma relativa dell'utile, a noi pare, che,
malgrado la ristrettezza di questo criterio, che ai nostri occhi è
di un valore subordinato, tutte quelle considerazioni in virtù delle
quali Socrate ammetteva la presenza del divino nel mondo, solo perchè
segnano il primo apparire della riflessione teleologica, nella stessa
loro forma superficiale e volgare esprimono un profondo progresso della
coscienza scientifica. La divisione del giorno e della notte, l'acqua,
il fuoco e l'aere di che la natura abbonda, e gli animali domestici che
tanto sono proficui all'uomo, il naturale appetito della riproduzione,
l'amore dei figli, il timore della morte, le intellettuali attitudini,
la lingua, la memoria e così via — tutti questi fatti e relazioni
naturali erano per Socrate indizi ed argomenti della divina potenza
e provvidenza[235]. Ora, per quanto imperfetta, superficiale ed
utilitaria fosse la sua veduta, solo perchè animata dal bisogno di
chiarire alla riflessione il dato immediato della fede nel divino,
esprimea il bisogno filosofico di una nuova e profonda cognizione
della divinità; al tempo stesso che, obbiettivando un imperfetto
schema ideologico, fondava il concetto metafisico della natura. E così
viene rifermato quanto dicemmo innanzi, che Socrate, tuttochè reagisse
contro la ricerca naturale, dischiuse involontariamente la via ad una
conoscenza più profonda della natura.
L'indeterminatezza fra le forme politeistiche e l'esigenza monoteistica
era di tale una potenza nell'uso della lingua greca, e tanto inerente
alle condizioni della coltura, da dover noi rimanere affatto incerti
sul valore che Socrate attribuiva al concetto della divinità, se per
valore vogliamo intendere il grado d'intimità col quale la coscienza
apprendeva e sentiva l'importanza e la gravità del nuovo concetto.
La tradizione stessa non è un criterio sufficiente per determinare
questo o quel valore in un dato periodo, perchè essa non era dommatica
e sacerdotale, ma frammentata in una gran molteplicità di tendenze
artistiche e dottrinali. Solo per via di esclusione noi possiamo
asserire che, prima di Socrate, nessuno avea sentito con pari intimità
e chiarezza il bisogno di riconoscere la divinità nella sua attività
produttrice e nella sua natura intelligente. Ma, siccome la vittoria
del concetto monoteistico non è avvenuta mai nell'antichità greca in
una forma definitiva ed esplicita, perchè non fu contrassegnata dal
carattere di una riforma pratica simile a quella ch'ebbe luogo nel
levitismo e nel nabismo ebraico; così avvenne che Socrate, favorito
dall'indeterminatezza della posizione religiosa, in virtù di un
processo psicologico, che non cade qui in acconcio d'illustrare, lasciò
apparire più evidente su l'estremo limitare della coscienza il concetto
dell'unità divina, senza fargli guadagnare il predominio assoluto di un
principio regolativo[236].
E per questa ragione stessa sarebbe supervacaneo domandarsi che
concetto Socrate si facesse della inerenza dei vari attributi nel
concetto della divinità, perchè quei predicati segnano solamente gli
estremi termini di una ricca intuizione etica, non i presupposti di
una costruzione metafisica[237]. In quella posizione il filosofo non
sentiva punto bisogno di chiarirsi scientificamente un concetto per
sè stesso evidente ed intuitivo, e solo il criterio dell'analogia
poteva in parte spiegare la sua efficacia. Così vediamo che Socrate
appercepisce la relazione fra Dio ed il mondo come identica a quella
che passa fra l'anima e il corpo[238]: ed afferma che, come in questo
si scorgono i visibili effetti della invisibile potenza di quella, così
il cosmo rivela la invisibile potenza della divinità; ed estendendo
poi il criterio dell'analogia, rassomiglia l'assoluto potere della
divinità nel mondo e la sua onnipresenza al predominio dell'anima sul
corpo ed alla sua relativa vastità nella comprensione ed apprensione
delle cose più remote. Ma tutto questo sforzo di penetrare la natura
della divinità dal punto di vista dell'analogia non fa sì che noi
potessimo ammettere, che quel concetto abbia acquistata una metafisica
consistenza; e questa incertezza ed elasticità della nozione favoriva
appunto in Socrate l'illusione, che egli non si fosse discostato
dalle opinioni comuni. La relazione quindi fra l'uomo e la divinità,
che rimaneva imprecisa, era ristabilita con le forme tradizionali
dell'oracolo, della preghiera e del sagrifizio[239]; nell'uso delle
quali pratiche Socrate non introduceva alcuna modificazione, fuori
quella di rinforzare il principio della consapevolezza correggendo il
formalismo letterale.
Il concetto adunque della divinità rimaneva qualcosa d'impreciso, e
nel valore intrinseco della sua determinazione e nella natura dei suoi
rapporti con l'ordine della natura. Nondimeno, questa che può dirsi
imprecisione rispetto al problema filosofico, era una idea più che
precisa in confronto col precedente sviluppo della coscienza greca;
ed era un gran progresso in rapporto alle intuizioni religiose, che
erano state espresse nei monumenti letterari fino all'epoca periclea.
Racchiudere in una veduta complessiva tutto il mondo dell'attività
umana, e determinarlo in antitesi col mondo della natura, e fermare
poi da un'altra parte il concetto dell'intelligenza provvidente,
come supremo termine d'ogni umana indagine, fu tale un atto d'energia
spirituale, che, sebbene espresso ed appreso in una forma immediata, e
diremmo quasi volgare, riuscì fecondo di una più intima considerazione,
di una più larga soluzione del problema su l'origine delle cose.
L'influenza del Socratismo su la dottrina platonica non è stata, sotto
questo rispetto, sufficientemente avvertita.