2. IL CONCETTO DELL'ANIMA

Allo stesso modo che Socrate non seppe elevarsi al concetto della

teologia razionale, non ebbe del pari notizia del problema psicologico.

Questo difetto è stato da noi già avvertito nel giro di questa

esposizione; e ce ne siamo valsi come di ragione sufficiente per

spiegare la inadeguatezza ed imperfezione di quel criterio logico, che,

subordinando tutti i fenomeni della vita etica alla formale esigenza

di una valutazione immediatamente cosciente, non riuscì a spiegarne

l'origine, e le naturali condizioni.

Le varie rappresentazioni, che istintivamente sorgono nella coscienza,

e che devono esprimere la causa dei diversi fenomeni della vita

interna, aveano già al tempo di Socrate occupato un posto importante

nelle ricerche dei filosofi naturali; i quali intesi a trovare

un principio generico che spiegasse l'origine delle cose, aveano

riposto o nell'aria, o nel fuoco o nel numero o nel sangue la causa

dei fenomeni psichici. Ma al tempo stesso la tradizione religiosa,

rappresentata dagli innovatori della lirica e dai creatori del dramma,

nell'approfondire il concetto dell'uomo e della sua relazione con

la divinità, e coll'avere più intimamente rilevato il valore morale

della coscienza, produsse una nuova esigenza: quella di ricercare

in una causa soprasensibile l'origine dei fenomeni psichici[240].

Questa esigenza, non ancora formulata in un problema filosofico,

divenne più tardi un postulato di pratica sapienza; e determinò il

concetto dell'anima come immateriale, partecipe della natura divina ed

immortale.

Ora a noi non riesce di accertare per quali influenze tradizionali

Socrate fosse arrivato a farsi un concetto dell'anima, ch'egli teneva

per immateriale e partecipe della natura divina[241]. Bisogna ad ogni

modo osservare, che, avendo egli rinunziato ad ogni indagine su la

natura e l'origine del mondo fisico, e non permettendosi di indagare

quelle cose che solo la divinità può sapere, perchè le ha prodotte e

le governa, il concetto che s'era formato dell'anima non può tenersi

per un risultato di una investigazione dottrinale, e deve essere

riavvicinato nella sua origine storica alla interpretazione di quei

poeti, che nell'intimità delle loro tendenze religiose aveano rialzato

il valore della coscienza. Quell'affermazione, infatti, pare non sia

altro che il risultato di una esigenza etica, perchè non risulta dal

precedente di una dimostrazione.

E rimane del pari dubbio, se la natura divina dell'anima dovesse

necessariamente importare la sua immortalità. A risolvere questa

quistione le fonti non ci forniscono di argomenti sufficienti.

Attribuire a Socrate la dimostrazione del Fedone sarebbe quanto dire

che egli sapesse la teoria platonica delle idee, e che avesse studiato

il Pitagorismo. Nell'apologia, invece, Platone mette in bocca a Socrate

un'argomentazione dilemmatica, nella quale è detto, che la morte è

sempre un bene, sia che ci privi in tutto, della coscienza, o che porti

dopo di sè un'altra vita[242]; il quale dilemma è molto sorprendente di

ritrovare in bocca al moriente Ciro in fine di quella Ciropedia, che

Senofonte ha modellata più sull'ideale della socratica perfezione che

su la genuina tradizione storica[243]. Da questo incontro delle due

fonti può arguirsi con molta verosimiglianza, che forse Socrate non

abbia mai superato scientificamente quel pratico dilemma, sebbene gli

argomenti prodotti nella Ciropedia stessa in favore dell'immortalità

non manchino di un certo colorito filosofico. Rimane nondimeno sempre

accettabile l'opinione di coloro che attribuiscono a Socrate la fede

nell'immortalità dell'anima[244], se si considera che quella maniera

dubitativa, come è espressa la quistione nei due luoghi dell'Apologia e

della Ciropedia, tiene molto intimamente al carattere oratorio dell'uno

e dell'altro discorso; e, se poi si pon mente all'altra circostanza,

che in alcuni dialoghi platonici, che sono generalmente ritenuti per

più prossimi alla maniera socratica[245], il concetto dell'immortalità

è presentato in una forma più popolare di quella che assume nel Fedone,

non è improbabile che Socrate non avesse saputo improntare un carattere

scientifico al suo personale convincimento, come più tardi fece

Platone, ma che, nondimeno, lo avesse nudato.

Socrate · 第 56 / 62 题