3. DEL SAPERE

Noi ci siamo sforzati di far vedere, che Socrate non avea coscienza

del sapere, come di un elemento psicologico astrattamente considerato

e studiato nelle sue normali condizioni; e che quel concetto invece,

più che essergli chiaro ed evidente nella sua universale natura, non

era che la generale espressione di quelle pratiche doti, le quali

costituiscono e determinano l'esatto e normale esercizio di una

data capacità o funzione etica. Posto ciò, non ci pare opportuno di

sollevare la quistione già fatta da altri, se mai quel sapere fosse

empirico o _a priori_, perchè ogni indagine di tal natura deve ora

apparire supervacanea per tutte le cose dette innanzi, e mancherebbe di

ogni fondamento. L'autorità male intesa di un luogo di Aristotele[219]

è stata per alcuni sufficiente pruova per asserire, che il sapere

socratico fosse di natura affatto empirica: mentre è sembrato ad

altri, che la normalità del processo dialogico, che spesso tornava a

rifermare certe generali esigenze metodiche, non potesse attingere la

sua qualità di procedimento esatto, se non dalla consapevolezza del

valore affatto ideale della conoscenza[220]. Noi non vogliamo punto

entrare nei particolari di una quistione, che abbiamo recisa dal

bel principio; ma stimiamo, ad ogni modo, importante di notare, che,

prescindendo da ogni altra testimonianza posteriore[221], la natura del

dialogo socratico è tanto intimamente legata alle condizioni immediate

della ricerca, da non lasciare in alcun modo supporre, che Socrate

potesse aver mai pensato a rendersi conto della natura psicologica e

del valore teoretico del sapere. Che se poi dovessimo caratterizzare

dal punto di vista moderno la natura di quel sapere socratico,

bisognerebbe dire, che in esso l'attività empirica della ricerca

etica, con tutti gli elementi che andava raccogliendo dalla cotidiana

esperienza della vita, o dall'autorità della storia e dei poeti, era

immediatamente elevata alla dignità generica di una norma costante;

sicchè il criterio della certezza diversiva tutt'una cosa col principio

_a priori_ della definizione normativa. Ora, questa indeterminatezza

teoretica del sapere getta una gran luce sopra una massima paradossale

che Senofonte attribuisce a Socrate; secondo la quale, chiunque fa il

male coscientemente si trova in un assai migliore condizione di colui

che fa il bene inconsciamente[222]. Se il sapere socratico fosse quello

che noi ora intendiamo per coscienza teoretica e scientifica, e se

nella sfera etica del dialogo senofonteo fosse minimamente accennato il

concetto del volere, come d'una potenza a sè più o meno subordinabile

alle regole astratte del convincimento razionale, quel paradosso

sarebbe non solo moralmente falso, ma anche logicamente inesplicabile.

Invece, posti i concetti del bene e del sapere come abbiamo cercato di

determinarli, e posto il convincimento che la relazione fra volere ed

agire è espressa in una equazione assoluta, quella massima socratica

vuol dire, nè più nè meno, che colui che fa il bene incoscientemente

non produce alcun valore etico, perchè il bene sta nella coscienza del

fine che vuole prodursi, mentre chi fa il male coscientemente si trova

in una migliore condizione, perchè sa di violare la norma che deve

seguire in questo o in quell'indirizzo della vita.

Ci rimane in ultimo a notare, che il principio della consapevolezza

importava una chiara distinzione del concetto della riuscita, secondo

che questa non fosse altro se non l'esito fortunato (εὐτυχία), ottenuto

mediante le favorevoli ma fortuite coincidenze del caso, ovvero il

ben meritato successo (εὐπραξία), che è sempre conseguito da colui

che agisce nella piena coscienza dei mezzi che adopera, e del fine

che prende a seguire[223]. Questa distinzione molto semplice, e al

tempo stesso congruente ai principi fondamentali espressi innanzi, non

sappiamo intendere come abbia potuto dare argomento a tanti scrupoli

e dottrinali disquisizioni, quanti occorre trovarne in parecchie

esposizioni della dottrina socratica[224].

X. IL CONCETTO DELLA DIVINITÀ E DELL'ANIMA UMANA NELL'ORIZZONTE

SOCRATICO

Noi torniamo ora al punto donde abbiamo in prima preso le mosse.

Il mondo era agli occhi di Socrate un sistema di fini, e rivelava in

ogni sua parte l'impronta di una intelligenza autrice, e provvidente.

In questa convinzione abbiamo visto esser riposta la differenza che

passava fra Socrate e tutti gli altri filosofi precedenti, come anche

il principio normativo dell'attività socratica, la quale, benchè fosse

ricercativa come quella dei Sofisti, non cadde mai nell'eristica e

nell'antilogistica, perchè limitata, frenata e corretta da un costante

criterio di obbiettività incondizionata. In quella intuizione generale

dell'universo, che conteneva in sè i germi di una nuova filosofia della

natura e di una possibile teologia razionale, l'elemento d'opposizione

contro le forme riconosciute della religione patria non era così

spiccato e preciso, che dovesse trasmodare in riforma positiva, o

assumere il carattere di una manifesta rivoluzione. Anzi, se Socrate si

fosse arrestato a queste generali affermazioni, non avrebbe fatto che

segnare un nuovo passo nella storia generale della coltura greca, per

avere maggiormente approfondito e depurato quel concetto monoteistico,

al quale tendeva da più tempo tutto lo sviluppo della coscienza

ellenica anche per opera di quegl'individui che erano i più lontani da

ogni speciale occupazione filosofica; e noi non potremmo tener conto

delle sue vedute in un'indagine scientifica.

Quello, che ora importa, non è più di stabilire in una maniera generica

l'orizzonte della coscienza socratica, e di assegnare la caratteristica

di quella intuizione teleologica, che ne fissava bene i confini sì

rispetto alle convinzioni comuni, come in rapporto alle spiegazioni

meccaniche dei filosofi naturali, ma di vedere fino a che punto i

concetti di Dio, del mondo e dell'anima umana, gli oggetti in somma

della metafisica, potessero già allora venir subordinati all'esigenza

della dimostrazione dialettica. E conviene ancora osservare, che

siamo stati lungamente in dubbio, se dovessimo far entrare questa

quistione nello svolgimento del nostro tema; perchè, non ammettendo

noi che quelle vedute teleologiche fossero in Socrate un risultato

delle convinzioni etiche, ed avendo invece cercato di mostrare che la

filosofia e l'intuizione religiosa faceano in lui una sola e medesima

cosa, abbiamo dapprima creduto fosse inutile ripresentare in una nuova

forma quello che c'è servito a determinare dal bel principio il tenore

ed il contenuto della coscienza socratica. Noi intendiamo quindi

di mostrare, solo limitativamente, come l'impulso logico si fosse

cominciato a chiarire anche in quella sfera, che Socrate non ammetteva

fosse accessibile al sapere umano.

Socrate · 第 54 / 62 题