Abbiamo già visto che il concetto dell'εὐδαιμονία non ha un contenuto
suo proprio, e che la sua generica significazione non esprime un
valore concreto, o un termine qualunque dell'attività etica dell'uomo.
Non v'ha insomma per Socrate un qualcosa, una sfera della vita, una
maniera di vivere che determini e precisi la felicità, perchè essa,
come termine generale cui approda ogni nostro desiderio, sta in uno
svariato rapporto con le diverse tendenze degli individui[216]. Così
avviene che, nel dialogo senofonteo, tutte le volte che si tratta di
provare la necessità d'una certa maniera di vivere e di definirne
l'indole e la natura dal punto di vista eudemonistico, quello che
sia l'εὐδαιμονία per sè stessa non è punto accennato. Noi possiamo
dire solo approssimativamente che, non avendo Socrate avuto in mente
di subordinare le diverse sfere della vita pratica al criterio di
una gradazione schematica, era impossibile che si preoccupasse della
definizione dell'εὐδαιμονία, perchè quel termine non esprimeva altro,
che il generale sentimento di sodisfazione interna, che l'uomo prova
nell'adempimento dei doveri insiti alla sua natura e determinati
dalle sue speciali occupazioni[217]. Ma questa imprecisione stessa
del concetto dell'εὐδαιμονία era un progresso molto notevole rispetto
a quelle rappresentazioni più o meno fatalistiche che erano ancora
dominanti in quel tempo; e, mentre Socrate si preoccupava tanto di
ravviare gli uomini al sentimento della responsabilità, escludeva
una volta per sempre la fantasia poetica dall'interpretazione del
destino umano, ed alle collisioni fra la volontà dell'individuo ed il
decreto del fatto, che l'arte drammatica avea tratteggiate con sublime
evidenza, sostituiva il placido e tranquillo lavoro della riflessione,
che nel regolare gli atti della vita non ha altra meta che il naturale
appagamento d'un bisogno anch'esso naturale.
Qui cade in acconcio di osservare, che la indeterminatezza del
valore etico dell'εὐδαιμονία era in parte precisata dal concetto che
Socrate s'era formato dell'ἐγκράτεια, come virtù cardinale, e della
σωφροσύνη come abito costante di pratica saggezza; perchè queste due
concrete determinazioni esprimevano già l'esigenza di una costante
norma psicologica, alla quale fosse possibile di misurare la varietà e
molteplicità di quegli atti, che possono andar soggetti ad un giudizio
di valutazione favorevole. E da quella esigenza procedettero tutte le
ulteriori definizioni della felicità, come di quello stato dell'animo
che risulta dall'abito costante della vita contemplativa[218].