Se vogliamo cogliere il significato genuino del concetto del bene
secondo l'opinione di Socrate, bisogna che procediamo per via
d'esclusione; perchè altrimenti saremmo fuorviati da quei criteri,
che nella nostra coltura più sviluppata e più moralmente approfondita
segnano la norma dei nostri giudizi pratici. Altri critici ed
espositori, incapaci di arrendersi alle esigenze di una giusta
valutazione storica, o hanno condannato Socrate per avere confuso,
come essi dicono, il bene, e l'utile[207], o, temendo di profanare la
veneranda figura del filosofo che tutto il mondo onora quale modello
di morale perfezione, hanno rigettata la testimonianza di Senofonte,
come quella che più chiaramente conduce alla presunta confusione[208].
A nostro parere, quella definizione socratica del bene che Senofonte
riferisce, non avrebbe dovuto eccitare tanto stupore nei filosofi
moderni, perchè in fondo, essendo essa la prima definizione se non
completa almeno parzialmente vera che siasi data del bene, bisogna più
tosto considerarla come una scoverta che rigettarla come prodotto di
una coscienza imperfetta. Socrate, in fatti, non potea, con un atto
istantaneo di astrazione teoretica, produrre un valore etico, la cui
determinazione dipende da un lungo processo storico e psicologico;
o, se è riuscito a definirne uno degli elementi, o a rilevarne almeno
la pratica importanza, questo solo atto di energia intellettiva vale
molto più che un certo falso misticismo, il quale, a furia di metter
su concetti sublimi e trascendenti, non sempre riesce a correggere le
formali condizioni del pensiero.
La morale socratica era in tutti i principi e in tutte le conseguenze
eudemonistica[209], e riconosceva nella ricerca del bene l'ingenito
appetito del benessere in ogni sfera della vita. Ma bisogna notare
che quella posizione il filosofo non se l'era fatta arbitrariamente,
escludendo quei criteri di morale valutazione che sono agli occhi
nostri di una natura più intima e più vera; perchè, non avendo egli
mai perduto di vista il termine concreto della vita pratica, ch'era
scopo delle sue indagini, non potette elevarsi alla considerazione
della norma etica nel suo valore incondizionato, e l'apprese quindi
dal fatto stesso della vita. Nè vale ricorrere all'argomento della
morale perfezione del carattere di lui, per rigettare il concetto
eudemonistico dei Memorabili[210], e perchè non si può misurare alla
stregua della coscienza personale il grado di attività scientifica
dell'intelletto, ed eziandio perchè Socrate non ha mai detto e fatto
cosa, che accennasse ad una indifferenza positiva pei motivi della
felicità.
1) L'etica socratica non è fondata su l'imperativo del dovere.
L'impulso naturale ad agire nell'interesse della propria conservazione
e nello scopo del proprio miglioramento v'è riconosciuto come
qualcosa d'ingenito, che ha solo bisogno di essere rettificato nel
suo esercizio; sicchè essa non va soggetto a quelle collisioni,
all'apparire delle quali la volontà dell'individuo si trova inadeguata
alla generalità ed universalità del precetto. La coscienza greca
procedette in un modo assai diverso dalla coscienza ebraica, la quale,
per avere spinta troppo in alto la sublimità e la trascendenza del
precetto, finì per trovare incongruenti fra loro il volere umano ed
il divino, e riuscì all'esigenza della redenzione. Quello che noi
chiamiamo dovere apparisce a Socrate nella forma relativa del miglior
partito[211], perchè era in lui così vivo il convincimento che l'uomo
non possa volere il proprio male, che, posta la natura determinata del
bene come termine dell'azione, l'equazione fra l'intelletto e la scelta
del proprio meglio gli sembrava inevitabile. Anche noi esigiamo una
perfetta equazione fra la volontà e la scelta, nel concetto etico del
dovere; ma al tempo stesso non ignoriamo, che il dovere, come fenomeno
psicologico, si aggira in una vasta sfera di contrasti, che ne rendono
difficile l'attuazione. Nel concetto socratico l'acquiescenza immediata
nel criterio del bene come utile, e del miglior partito come scelta
obbligatoria, ha un carattere affatto immediato e plastico; e come la
vita stessa di Socrate è la più perfetta applicazione di questa veduta,
così avviene che il ritratto, lasciatoci dai testimoni autentici, delle
sue lotte e del suo martirio, eccita la meraviglia, senza scuotere il
nostro animo.
2) Il bene adunque è l'utile[212], cioè quello che favorisce la
nostra natura e fortifica in noi il sentimento della felicità. Le due
sfere di questi concetti non sono precedentemente determinate nella
loro opposizione e poi ridotte all'identità logica del giudizio,
per degradare il valore del bene a vantaggio dell'utile. Quella
relazione sorge spontanea nella coscienza; e noi dobbiamo por mente più
all'importanza dell'identità stabilita, perchè determina logicamente
il valore d'un concetto che prima era incerto ed impreciso, anzichè
insistere su quello che, secondo le nostre vedute, costituisce
la differenza fra l'utile e il bene. Per noi, a voler parlare il
linguaggio di Socrate, è bene tutto quello che influisce a farci
conseguire l'εὐδαιμονία; ma, come nella sfera dell'ignoranza non siamo
capaci di costanza e di certezza nei propositi, perchè sconosciamo
noi stessi e la natura di quelle cose che devono servirci di termini o
mezzi all'attività, così avviene, che solo nella consapevolezza di noi
medesimi e delle sfere della nostra attività acquistiamo la notizia
esatta del vero bene. Questo bene è l'utile, perchè è quello che
realmente conferisce al miglioramento della nostra natura.
L'etica non s'è arrestata, e non poteva arrestarsi, a questa elementare
determinazione; ma non è questa una ragione perchè noi dovessimo
sconoscere il gran merito del creatore della scienza, valutandolo
agli ulteriori progressi del sapere filosofico. Da questa prima ed
elementare determinazione del concetto del bene, fino all'esigenza
kantiana ed herbartiana dell'incondizionata valutazione, il progresso è
stato immenso: ma bisogna pur confessare, che le divagazioni non sono
state poche, e che spesso la superiorità delle indagini posteriori è
stata efimera, quando si è voluto ricorrere alle infondate supposizioni
di una volontà sconfinata (libero arbitrio), o di una coscienza morale
organo inappellabile, ed a tante sottigliezze di un'analisi minuziosa
delle intenzioni umane studiate nell'interesse settario e sofistico
della chiesa e della scuola.
3) Questo bene, che è l'utile, non si confonde col piacevole[213];
perchè la determinazione del suo concetto importa una necessaria e
successiva esclusione di tutti i criteri accidentali di una valutazione
meramente individuale, finchè divenga una norma costante alla quale
come a stregua sicura possano misurarsi le particolari azioni e gli
arbitrari giudizi. Quell'utile adunque non equivale alla soddisfazione
immediata dell'individuo in tutta la naturalità dei suoi istinti e
dei suoi bisogni, ma segna invece un termine all'attività dell'uomo,
a raggiungere il quale egli deve prima educarsi per intendere in che
cosa consista la vera utilità, la quale è tante volte così lontana
dal piacere, che può arrecare i massimi dolori e fino la morte. In
questa guisa l'equazione logica, stabilita fra l'utile e il bene,
viene rivalutata alla stregua di una maggiore intimità, che afferma
implicitamente l'universalità del bene, sebbene non la formuli e
determini in una maniera precisa ed astratta.
4) La natura affatto pratica della sfera scientifica del Socratismo
non consentiva che la determinazione del concetto del bene fosse
intesa nella sua assolutezza, perchè, nella deficienza dei mezzi
logici che concorrono a formare e costituire il valore tipico di un
concetto, il filosofo era spesso costretto a seguire l'incerta guida
del linguaggio comune, ch'è poggiato su le opinioni correnti. E questa
circostanza facea sì che il concetto del bene apparisse spesse volte
nella sua forma più contingente e relativa, e che potesse ad un bene
venir contrapposto un altro, o che quello che sembra bene in un caso
fosse detto male o inutile in un altro[214]. La inconsistenza logica
della nozione non era però lesiva di quella universalità che abbiamo
più sopra accennata, perchè è innegabile che Socrate abbia intesa
la inferiorità dell'arbitrio individuale alla invincibile natura
del criterio della convinzione, al tempo stesso che non ha saputo e
potuto evitare il particolarismo nella definizione di questo o quel
bene. Coloro che vanno a cercare nel Socratismo l'idea assoluta del
bene, come superiore ad ogni incertezza opinativa, riescono a falsarne
la schietta ed originale fisonomia storica, ed a farne una forzata
anticipazione del Platonismo[215].