2. IDENTIFICAZIONE DELLE VIRTÙ E DEL SAPERE[190]

Abbiamo già mostrato come Socrate sconoscesse tutto il lato irriflesso

della vita dello spirito, per dar valore solo a quello che trova la

sua espressione nel sapere. Il concetto quindi della virtù non gli è

apparso in tutta la sua larga sfera psicologica, ma solo negli angusti

limiti della formale determinazione. Questa è la cagione del principio

tante volte ripetuto nei dialoghi socratici, che la virtù consista

nel sapere, e che possa apprendersi[191]: il cui correlativo è, che il

vizio sta nell'ignoranza[192]. Così il complicato concetto della virtù

non rivela nella dottrina socratica che un suo lato parziale, quello

appunto che colpiva maggiormente l'attenzione da quel punto di vista

della ricerca.

Correggere la falsa opinione che gl'interlocutori potessero avere di

sè medesimi, e richiamarli al riconoscimento di una stregua costante

nella valutazione della propria opera e del fine della propria

attività, questo costituiva il significato morale del dialogo. Una

volta raggiunta, mediante la definizione, la evidente conoscenza

dell'attività o del fine in quistione, questo conoscere chiaro diviene

di necessità una nuova condizione per tutto il processo pratico

incluso nella norma formale. Esclusi quindi i motivi accidentali, che

possono determinare all'azione nella sfera dell'ignoranza, non v'ha

che delle condizioni necessarie ed impreteribili, giusta le quali

l'attività dell'uomo determinata ad un certo fine deve esplicarsi.

Tutte queste condizioni coincidono in un carattere comune, che è quello

del sapere, come sicura vittoria su l'incertezza dei criteri pratici,

ch'è inseparabile dall'ignoranza; sicchè tutte le virtù fanno uno nel

concetto del sapere. Ma questa riduzione, che c'è lì come esigenza di

colui che ricerca, non si obbiettiva in uno schema di rotazioni, che

esprimano la reale connessione e coordinazione delle attività etiche

nell'animo, o nel mondo dell'attività umana: perchè quel sapere non è

per sè stesso attivo come forma o funzione. E, quindi, quando Socrate

dice che la giustizia è la conoscenza di tutto quello che in ordine

allo Stato costituisce l'utile, il benessere e la concordia[193],

e che la pietà è la conoscenza di tutto quello che costituisce la

vera relazione fra l'uomo e la divinità[194], il termine che deve

chiarire la cosa è per sè stesso evidente ma attinge la sua concreta

determinazione dalla cosa stessa.

La pretesa identità di tutte le virtù pare così che si sciolga in

una molteplicità di virtù, che sono tante quante le definizioni che

risultano dal dialogo, tutte le volte che esso è rivolto ad analizzare

e determinare un dato gruppo di azioni. Ogni virtù diviene un complesso

di conoscenze chiare ed evidenti, relative alla specializzata

attività del capitano, del giudice, dell'economo ecc. Ma questa

oscillazione fra l'unità e la molteplicità è superata con una concreta

determinazione secondo la quale, non essendo la σοφία o la σωφροσύνη

una virtù speciale, ma l'armonica compenetrazione di tutte le virtù

nell'individuo perfetto, rimane aperto e libero il campo a ciascuno per

l'esercizio speciale di questa o quella virtù[195].

Questa posizione e difficoltà pratica del problema non ci consente di

tentare sul serio, come s'è fatto da altri[196], una classificazione

delle virtù cardinali; e, tutto al più, si può ammettere, che, essendo

già stata precedentemente espressa nei monumenti letterari e nei

detti della sapienza volgare una certa enumerazione e coordinazione

della virtù[197], quelle forme approssimativamente schematiche

avessero implicitamente determinato come termini costanti il dialogo

socratico[198]. E quindi avviene, che non senza ragione noi scorgiamo

ancora la coincidenza delle definizioni socratiche con certe

classificazioni delle virtù che allora erano comuni, e che possiamo

ridurre le definizioni delle virtù nella dottrina di Socrate a tre

fondamentali: la continenza (ἐγκράτεια[199]), il coraggio (ἀνδρία[200])

e la giustizia (δικαιοσύνη[201]). Ma questa classificazione, che non è

per niente sistematica, non abbraccia la totalità delle virtù di cui è

parola nei dialoghi socratici, come è quella, p. e., dell'εὐσεβής, che

consiste nella conoscenza esatta di tutto quanto si deve agli Dei.

Il concetto della virtù socratica ha una doppia misura. Avendo Socrate

riposta l'essenza della virtù nella consapevolezza, ed ammettendo che

la conoscenza è divinamente predeterminata al bene, egli riusciva a

stabilire una più larga valutazione dell'elemento morale del volere;

perchè quello che apparisce buono nella sfera comune della vita, in

tanto può essere corretto alla stregua della conoscenza, in quanto che

questa, nella sua intima natura, corrisponde ad un fine superiore ad

ogni umano arbitrio. Socrate quindi, mentre conservava in gran parte

quell'imagine plastica ed immediata della vita, che la comune maniera

di vedere gli avea trasmessa, accennava al bisogno di una maggiore

intimità; e, sebbene portasse nelle sue convinzioni teleologiche

tutte le vedute relative dell'utilitarismo, non può negarsi, che, con

l'avere allargato il problema dell'etica ad una generale intuizione

della divinità e del mondo, ha in parte predeterminata una più profonda

cognizione del bene. Il compiacimento incondizionato nella bontà della

virtù è stato formulato per la prima volta da Platone[202], il quale fu

guidato da un senso più estetico alla soluzione del problema etico.

Socrate · 第 48 / 62 题