La perspicuità formale del concetto della virtù esaurisce tutto
l'interesse scientifico di Socrate, e segna il limite della sua
ricerca. In questa posizione si scorge evidentemente un difetto
cardinale, che consiste nella insufficienza del concetto del sapere
per spiegare ed intendere che cosa sia la virtù, e come si formi e
si sviluppi; e da questo difetto deriva una necessaria inconseguenza
in certe determinazioni speciali. Il difetto è stato già notato da
Aristotele[203]; e l'inconseguenza apparisce chiara a chiunque legga i
Memorabili di Senofonte.
L'esigenza regolativa della definizione apparisce a Socrate come
la sola via sicura, per raggiungere la cognizione certa e costante
del concetto delle virtù. Questo punto di vista era storicamente e
psicologicamente determinato dal bisogno di correggere normalmente le
ambiguità della coscienza comune. Ma, per un equivoco non infrequente
nella storia della filosofia, Socrate si trovò indotto a confondere
l'istrumento di cui si serviva con l'oggetto al quale l'applicava;
ed obbliando la concreta varietà delle naturali attitudini e delle
favorevoli o sfavorevoli circostanze, come la virtù gli era palese
nella sfera del sapere evidente, disse che la virtù consiste nel
sapere. L'escluvisismo di questa veduta non può dirsi dottrinario,
perchè Socrate non avea coscienza del sapere obbiettivamente; ma
è certo la forma più spontanea ed immediata di quel dottrinarismo,
che fu limite insuperabile della coscienza filosofica degli antichi.
Solo quando si voglia prender le mosse da una larga esperienza dei
fenomeni psichici si può riuscire a determinare la normale formazione
ed il graduale sviluppo dei concetti etici; la cui energia come
impulsi all'azione è innegabile, senza che perciò possa dirsi, che
l'attività non è che l'estrinsecazione della conoscenza. L'incongruenza
logica fra le due sfere dell'azione e del sapere è tanto patente,
che Socrate stesso, e forse senza avvedersene, fu costretto ad
ammettere degli elementi extrarazionali, affermando che ogni virtù
derivi dall'esercizio[204] ed ammettendo che le naturali disposizioni
conferiscano molto alla virtù del coraggio[205]. Ma, come mancavagli
ogni notizia del problema psicologico, e l'uso affatto occasionale
dell'induzione non l'avea fornito di un instrumento logico completo
e perfetto, così avvenne, che l'osservazione positiva di queste
circostanze reali non divenne argomento per correggere la falsa ed
astratta opinione che la virtù sia identica al sapere, Aristotele,
che col suo consueto accorgimento ha notato il difetto della dottrina
socratica, fu inteso a spiegare psicologicamente l'origine di quella
coscienza difettosa etica, che Socrate avea appercepita col termine
generico d'ignoranza; e, come fu il primo ad avvertire la necessità di
uno studio scientifico della vita e dell'anima, portò nel campo etico
tutto lo schematismo della psicologia. E, pur nondimeno, la distinzione
fra l'intelletto attivo e passivo, e tutto l'apparato della facoltà
dell'anima, non valsero a salvarlo dal falso dottrinarismo logico, di
che abbonda la sua etica[206].