1. EQUAZIONE FRA VOLERE E SAPERE (γνῶθι σαυτόν).

L'elaborazione dialogica dei concetti costituisce l'elemento del

sapere, il principio della verità. Ma che intendeva Socrate per sapere

e per verità; e che valore attribuiva egli a queste due nozioni? Questo

punto bisogna sia chiarito.

Con la esclusione delle ricerche naturali, Socrate venne ad affermare

due caratteri essenziali del concetto ch'egli s'era formato del sapere.

Conoscere quello che non si può produrre non è conoscere davvero,

perchè la conoscenza porta con sè l'attitudine al fare; e il sapere

umano è quindi sempre coordinato al fine dell'εὐδαιμονία, perchè

l'uomo sa solo quello che egli ha fatto, fa, o può fare. La natura

del sapere non dipende dunque dalla ricerca, e non ne è un risultato;

non sta lì sotto gli occhi del filosofo, come un dato che egli prende

ad esaminare, per farne un'analisi e ricavarne una teoria. Questo

sapere adunque, perchè ha un limite costante nella rappresentazione

della felicità come fine della vita, non può vagare fra molti oggetti

conoscibili, per attuarsi e concretarsi; e non divenendo pratico per

elezione del filosofo, ma essendo di sua natura pratico, ha una sfera

nè più larga nè più angusta di quella dell'attività umana, nella quale

trova la sua manifestazione ed il suo contenuto. Di qui procede che

Socrate, identificando assolutamente il sapere col fare, ripose nel

primo la norma del secondo, ed affermò che tanto l'uomo fa quanto

egli sa, e spingendo la cosa più innanzi, disse che l'uomo è tanto e

tale, quanto e quale è il suo sapere[133]. E, guardando solamente alla

natura intrinseca di quelle conoscenze, che si esprimono in giudizi

praticamente applicabili, confuse in una sola denominazione generica

tutto quello che l'uomo pensa e fa inconsapevolmente, contrapponendo

alla sfera del sapere quella dell'ignoranza.

Questa identificazione del sapere e del fare, ove si prescinda per

poco dalla testimonianza autentica di Senofonte, e si chiuda gli occhi

su le condizioni storiche della coltura ai tempi di Socrate, può dare

facilmente luogo ad una opinione erronea, come se egli avesse inteso

di conciliare coscientemente l'intelletto e la volontà, e rimettere

in armonia la scienza con la pratica. Il valore di queste espressioni

era allora troppo generico, e non avea ancora raggiunta quella

sostanzialità, che rese più tardi così chiari i termini psicologici,

da farli apparire nella filosofia aristotelica come gradi, forme o

potenze della vita dell'anima. La mancanza di ogni scienza psicologica,

e la maniera affatto popolare come questi concetti sono espressi nel

dialogo senofonteo, non consentono si ammetta, che Socrate avesse

avuto coscienza della opposizione di due sfere dello spirito, e poi

tentato ricondurle alla sintesi mediante il ragionamento. Col porre

immediatamente il sapere come principio dell'azione, egli non facea,

per dirla in linguaggio moderno, che stabilire una relazione analitica

fra i due termini, e non mirava ad una identificazione sintetica.

Poco dopo, Platone cominciò a fissare normalmente le diverse forme del

sapere, e come analoghe a queste le diverse parti dell'anima; e pose

termine alla indeterminatezza del linguaggio comune, che Socrate non

avea superata.

Esclusa la cosciente identificazione dei due elementi del sapere

e del volere, non solo s'intende bene il valore affatto pratico di

questa sintesi che non è riposta in una teoria psicologica e molto

meno dipende da una costruzione metafisica; ma viene eziandio messa

in chiaro la natura della verità socratica, che non ha nè oggetto nè

motivo teoretico.

Le azioni umane sono tali quali le conoscenze, perchè il fine comune

dell'εὐδαιμονία, cui tutti aspiriamo, è variamente inteso, secondo che

son varie le nostre tendenze, e diverse le relazioni della vita in

cui ci mettiamo[134]. Quel fine non ha bisogno di esserci insegnato

o proposto, perchè la natura stessa ci dispone a raggiungerlo. Il

vario appagamento del naturale bisogno del benessere dipende dalla

opinione che abbiamo delle cose da noi credute degne o indegne della

nostra approvazione, e dal vario indirizzo che diamo alla nostra

attività. Nella opinione, che abbiamo di noi medesimi e delle cose

che possono appagarci, è riposto il punto di partenza di quel che

facciamo e vogliamo; e, se l'opinione è falsa, erronea, imperfetta, la

nostra attività non può essere degna di approvazione, e merita quindi

d'essere corretta. E, per uscire da quella incertezza, nella quale

ha potuto gettarci una falsa opinione di noi medesimi, bisogna che ci

valutiamo più giustamente, e che sappiamo meglio conoscerci. L'antica

massima dell'oracolo di Delfo: γνῶθι σαυτόν, che la tradizione avea

interpretata con tante variazioni e commenti[135], acquistava così,

per opera di Socrate, un significato più profondo e più intimo; e

da semplice precetto di religiosa rassegnazione diveniva espressione

adeguata di tutta una pratica tendenza, informata all'intrinseco valore

della consapevolezza e del convincimento.

Questa massima, che spesso occorre nei dialoghi socratici[136], ha dato

luogo a svariate interpretazioni, ed è in gran parte stata argomento

di quella opinione, che fa di Socrate il creatore del principio della

soggettività. Nel γνῶθι σαυτόν s'è voluto rinvenire l'affermazione

più o meno esplicita della universalità del sapere scientifico, in

opposizione col particolarismo empirico e col criterio individuale;

e si è in conseguenza detto, che Socrate s'era elevato al concetto

dell'umanità e dell'assoluta libertà del soggetto, contrapponendosi

alla storia, alla tradizione ed all'oggetto naturale[137]. Senza punto

entrare a discutere il merito di una simile posizione, che per alcuni

è il cardine della speculazione moderna e la legittima conseguenza

del Cristianesimo, a noi pare sufficientemente assodato, che essa

ripugni del tutto al carattere storico della dottrina socratica

e non sia confermata dalla interpretazione schietta dei testi. Ed

accettando in tutto e per tutto l'opinione di uno dei più felici

espositori dell'etica greca[138]. non vediamo in quella massima altro

se non l'esigenza, che l'uomo sottoponga la sua capacità e le sue doti

naturali al più rigoroso esame, per acquistare una piena consapevolezza

dell'indirizzo che deve seguire nella vita.

Il valore intrinseco di quella esortazione non cessa d'avere una

grande importanza, perchè noi escludiamo quella interpretazione,

che ha falsamente creduto improntarle un carattere più universale e

più filosofico. Richiamando l'individuo all'esame di sè stesso ed a

vincere i pregiudizi di stato o di occupazione, Socrate riusciva a

sostituire la potenza del convincimento alla educazione tradizionale ed

a suscitare il bisogno dell'intimità, perchè invogliava ad un'attività

che fosse sempre accompagnata dalla consapevolezza. L'oggetto di quel

sapere, ch'egli insinuava, il σαυτόν, non era la forma generale e

teoretica dell'io, ma la natura reale dell'individuo; e, come questa

è sempre coordinata al fine dell'εὐδαιμονία, egli stabiliva per la

prima volta il concetto positivo della libertà ed i limiti della

responsabilità.

La conoscenza di sè stesso non ha luogo mediante un'apprensione

immediata, ma è un risultato dell'esame. Bisogna dapprima cadere

nell'aporia, e mettere in discussione il concetto esatto di quello che

si prende a seguire, come termine e oggetto della propria attività.

La discussione percorre tutti gli stadi che abbiamo esposti parlando

del metodo in generale; ed una volta che il concetto è stato fermato

mediante la definizione e determinato chiaramente in tutte le sue

attinenze, si tratta in fine di vedere se l'individuo adegui o pur

no, con le sue personali attitudini, le reali condizioni del fine

propostosi[139]. La conoscenza di sè medesimo diviene così per

l'individuo il reale convincimento della propria attitudine; e mette

termine nella consapevolezza del fine cui deve tendere e dei mezzi

per conseguirlo. L'apparente universalità logica del precetto sparisce

innanzi alle reali condizioni nelle quali si svolge, e diviene in fine

una esigenza pedagogica; mercè la quale il filosofo, suscitato dapprima

il bisogno dell'esame, conduce il suo interlocutore a sottostare

all'intrinseca virtù della convinzione.

Socrate · 第 39 / 62 题