L'elemento costitutivo dell'etica socratica abbiamo visto esser riposto
nella certezza logica, ottenuta mediante la definizione. La forma più
elementare della ricerca, l'interrogazione sospensiva τὶ ἐστι, va a
conchiudersi nella determinazione intrinseca del concetto cercato; e la
definizione, come adeguata espressione della consapevolezza, contiene
in sè la norma sicura d'ogni pratica attività.
Che quel processo ricercativo non uscisse mai dai limiti della vita
etica, e s'aggirasse sempre in quella sfera di rappresentazioni
tradizionali, nelle quali è espresso un giudizio favorevole o
sfavorevole intorno alla volontà ed alle azioni, è cosa che la
concorde testimonianza dell'antichità non permette di revocare in
dubbio[130]. L'avversione di Socrate contro la ricerca naturale è uno
dei dati storici che più d'ogni altro determina il valore intrinseco
della sua coscienza e l'importanza limitativa della sua filosofia. Ma
questa esclusione della natura dal campo delle investigazioni venne
implicitamente a limitare la ricerca etica, perchè la restrinse agli
angusti confini di una certezza immediata, la cui pratica applicazione
fosse incontrastabile; e fu causa precipua di tante false conseguenze
già notate da Aristotele, e che noi possiamo giustificare solo come
nccessarie fasi storiche del pensiero filosofico.
Socrate, in fatti, non avea coscienza della vera e prima origine d'ogni
elemento etico, che è riposta nella naturale costituzione dell'anima;
ed avendo limitato le sue indagini a rettificare quei giudizi ed a
determinare quei concetti, che erano già evidenti nella coscienza
riflessa per la loro morale e pratica importanza, ignorò del tutto
quel lato della vita dello spirito che non va immediatamente soggetto
ad un giudizio morale, e che costituisce l'oggetto della psicologia.
Quando mercè il dialogo egli arrivava alla definizione, avea coscienza
della sua vittoria su le riluttanti opinioni degli interlocutori,
solo in quanto le sue vedute poteano essere espresse in un giudizio,
che servisse di norma alla vita e di termine a tutte le aporie della
ricerca. Egli si lasciava dietro, come indegno d'ogni esame, tutto
quell'errare che facea il dialogo in una serie di svariate ed erronee
affermazioni, poggiate o sopra arbitrarie associazioni d'idee, o su
l'autorità della tradizione; e non si preoccupava punto di tutto quel
lato oscuro dell'anima, che vien costituito dallo stato incerto e
fluttuante delle rappresentazioni e delle volizioni, prima che offrano
materia ed argomento all'analisi scientifica. Il risultato quindi,
sebbene ottenuto per via d'un'indagine che avea a superare tante
difficoltà e tante incertezze, si presentava in fine come qualcosa di
spontaneo, d'immediato, e direi quasi di naturale; perchè, inteso come
era il filosofo a chiarire dialetticamente il convincimento ch'egli
s'era già formato ed a suscitarlo negli altri, non s'avvedea d'avere
innanzi a sè le diverse forme della vita dello spirito, e come in
quella varietà fosse appunto riposta la cagione dell'errore. E così
avveniva che la logica precorreva la psicologia, anzi l'ignorava del
tutto.
Tutti quei molteplici stati della vita dell'anima, che precedono la
certezza che s'ottiene mediante la definizione, erano da Socrate
subordinati all'incerta rappresentazione dell'ignoranza[131];
il cui campo era tanto vasto per quanto è svariata ed immensa la
moltiplicità dei giudizi e delle azioni umane, che non dipendono dalla
consapevolezza del valore e del fine dei concetti ottenuti mediante
l'esame. Questa rappresentazione dell'ignoranza non esprime in fondo
che l'antitesi generica del sapere; non è un concetto positivo, i cui
caratteri siano studiati nella loro natura psicologica e storica, e
che valga a precisare scientificamente il valore di quella forma dello
spirito che costituisce il sapere. Da questa posizione procedono tutte
le conseguenze dell'etica socratica che toccheremo in séguito, e le
affermazioni, che la virtù consista nel sapere, che la consapevolezza
costituisca per sè stessa un valore etico[132], e così via; nelle
quali non sappiamo scorgere, come altri ha fatto, la influenza del
dottrinarismo logico, perchè abbiamo già esclusa la opinione di coloro
che ammettono in Socrate una coscienza esplicita del principio logico;
ma siamo costretti a ravvisarvi le estreme conclusioni di una tendenza
pratica di natura affatto esclusiva. Nè bisogna che torniamo nuovamente
a discorrere dei motivi dell'attività socratica, dei quali abbiamo
parlato tanto a lungo, che il nostro modo di vedere non ha più bisogno
di chiarimenti.