Nel convincimento dell'assoluta identità del sapere col volere è
riposta l'attività educativa di Socrate, che senza contrapporsi
dichiaratamente, e mercè un pratico tentativo, alla morale ed alla
politica tradizionale, riuscì a portare nel seno della società una
tendenza riformatrice, che più tardi s'andò concretando in molte
e diverse scuole filosofiche. Socrate avea, già prima di comparire
su la scena pubblica, esercitato sopra sè medesimo quel lavoro di
esame, che posteriormente consigliava agli altri; ed era arrivato a
convincersi della sua incapacità nelle faccende dello Stato. Il bisogno
di accertare e chiarire il fine della propria opera, e di acquistare
una notizia sicura ed infallibile dei mezzi da applicarvi, era divenuto
a lungo andare un impulso all'indagine, su i mezzi di che gli altri
faceano uso nell'esercizio delle proprie facoltà. E, facendo la propria
educazione, Socrate era divenuto educatore. Ma, come l'esigenza della
ricerca non ammette dei risultati improvvisati o imposti semplicemente
dall'autorità, egli era continuamente inteso a riprendere la quistione
nei suoi primi elementi, tutte le volte che l'occasione gli offrisse
materia a discutere di questa o quella capacità e virtù.
L'Apologia platonica[140] è un documento storico di somma
importanza, per ravvisare questo curioso fenomeno di Socrate che
educa educandosi, e nell'atto che è incerto di tutto, mediante
l'analisi della propria incertezza, produce per sè e per gli altri
il criterio della convinzione. Questa attività pedagogica, che era
avvalorata dalla personale influenza di un carattere moralmente
perfetto, non avea niente di simile con l'arte dell'insegnare, e non
era nè parenesi nè insinuazione retorica. L'esempio, la citazione
storica, l'autorità dei poeti e della tradizione, la rappresentazione
simbolica e mitica poteano più o meno arricchire e corroborare il
dialogo; ma la sua principale efficacia era di natura tanto diversa
da quella che comunemente chiamavasi persuasione, che Platone non
ha saputo altrimenti caratterizzarla, che dandole il nome di arte
ostetricia[141]. Quella maieutica, che Socrate avea ereditata dalla
madre Fanarete, non era che un'arte sussidiaria della natura; atta sì
a sostenere e coadiuvare lo sforzo ingenito della produzione, ma non
destinata ad essere produttiva per sè stessa, o a migliorare i naturali
difetti.
La consapevolezza della propria capacità o incapacità era la meta cui
Socrate volea condurre i suoi interlocutori; e, se poniamo mente alla
notevole circostanza, che la più parte dei suoi discorsi cadeano o
sopra la scelta di una via a seguire, o sul giudizio da portarsi sopra
un'azione compiuta, sopra cose insomma che riguardavano immediatamente
il benessere dei suoi interlocutori, s'intende bene come la certezza
logica che ne emergeva, per la sua novità e per la sua pratica
occasione, dovesse produrre un'impressione molto superiore a quella che
altri ha voluto scorgere nel dialogo senofonteo[142]. E quest'attività
pedagogica era a quel tempo qualcosa di affatto nuovo, e la sua
influenza, presa intensivamente, era di gran lunga superiore a tutto
quello che noi generalmente intendiamo per riforma educativa.
L'educazione greca s'era trovata fino a quel tempo in piena armonia con
la tradizione politica e religiosa, e tutte le modificazioni che avea
subite erano state tacitamente introdotte, senza che mai l'individuo
si fosse proposto di far predominare le sue personali convinzioni a
discapito delle sostanziali relazioni della vita sociale. Tutte le
innovazioni artistiche e politiche furono fino al tempo di Pericle così
spontanee e naturali, da non far risentire l'influenza individuale,
come qualcosa di opposto alle opinioni comuni. La stessa filosofia
naturale non era mai uscita dalla sfera di certi uomini privilegiati,
e sebbene fosse indizio di un decadimento non lontano della mitologia
e della religione, pure non venne mai ad assumere il carattere di
un tentativo di riforma pratica. Primi furono i Sofisti, che si
servirono delle ricerche filosofiche come d'istrumento educativo;
e senza fare dei sistemi scientifici perfetti e conseguenti, perchè
nessuno fra loro si elevò ad una intuizione originale dell'universo,
riuscirono a suscitare il bisogno di una correzione o di una conferma
delle opinioni tradizionali mediante la riflessione. Ricercare,
criticare, analizzare, correggere diviene per opera loro oggetto
della vita, e materia di un'arte speciale: e, perchè mancavano di uno
scopo determinato ed evidente, riuscirono maggiormente a far nascere
il desiderio delle formali esigenze della ricerca. E da quel tempo
l'occupazione filosofica divenne un mestiere; e la società cominciò a
scindersi in due campi, stando nell'uno i sostenitori della tradizione,
e nell'altro i novatori. Socrate non sopravvisse a questo periodo
storico; e, sebbene partecipasse al movimento degli innovatori, reagì
in gran parte contro di essi con la solidità delle sue vedute. Non fu
filosofo di mestiere, ma certamente pedagogo, anzi, come Aristofane
lo chiamava a quel tempo, ψυχαγωγός[143]; e, facendo della sua vita
un problema educativo, con l'educare sè medesimo e gli altri al tempo
stesso, mentre poneva termine al dilettantismo sofistico, impedì che
la filosofia tornasse ad essere mera ricerca dei fenomeni naturali. La
formale esigenza della certezza, divenendo massima pedagogica nel γνῶθι
σαυτόν, fermava un punto solido nel quale la ricerca toccava una norma
superiore ad ogni divagazione dottrinale.