Quali motivi di pratica certezza spingessero Socrate alla ricerca
etica, e quali elementi d'intima convinzione morale avess'egli riposti
nella eccellenza e bontà del suo carattere, non abbiamo più bisogno
di ripetere. E, se noi diciamo che il metodo era per lui un bisogno
individuale; o meglio, che l'esigenza pratica della determinazione
esatta dei giudizi morali dovea assumere in lui la forma di una
costante e normale ripetizione di un certo processo intellettuale,
non crediamo, per le cose dette innanzi, di pronunziare un giudizio
infondato, e che deva essere inteso come restrittivo della importanza
filosofica del dialogo socratico. La pratica e la teoria, l'arte e la
scienza non apparivano ancora in quel tempo come attività perfettamente
distinte; e l'esercizio di una naturale inclinazione potea raggiungere
un grado anche molto elevato di perfezione, senza che l'individuo fosse
consapevole delle formali condizioni nelle quali l'arte si svolgeva:
sicchè può dirsi, senza difficoltà, che la logica stessa, come naturale
attitudine e pratica esigenza, s'è per la prima volta costituita e
fermata come qualche cosa d'istintivo e di naturale[105]. Seguiamo
ora, per quanto è possibile, lo svolgimento del metodo nei limiti del
dialogo socratico, a conferma della nostra opinione.
Tutto quello che gli uomini ordinariamente pensano intorno al carattere
delle virtù e intorno ai beni, come mezzi al conseguimento della
felicità, deriva solo dall'abito, dalle sociali convenienze, dalla
incosciente ripetizione dei medesimi atti e dalla falsa opinione,
che s'ha delle proprie forze e della propria missione. E quando i
criteri cominciano a divergere e il bisogno di riflettere è divenuto
imperioso, perduta la fede in quella misura costante, ch'era riposta
nella tradizione e nei costumi, e mancando l'attitudine a riprodurre
la certezza mediante la scienza, l'uomo non sa più cosa voglia e non
voglia, e che deva lodare o biasimare. E chi è interrogato e deve
assegnare la natura di quello che suole chiamare bene, male, piacevole,
utile e così via, non ha un punto certo al quale s'appoggi, e non
resiste alla tentazione di perdere ogni fede nella esistenza di una
costante misura dei valori etici. L'unità estrinseca della parola, che
nel costante valore fonetico serba una certa apparenza di uniformità,
non vale che ad accrescere la confusione e l'incertezza; perchè, mentre
dapprima siamo vinti dall'illusione che le stesse parole esprimano
le medesime rappresentazioni, a lungo andare la convinzione, che
acquistiamo della profonda differenza che passa fra i nostri e gli
altrui concetti, diviene più evidente di quella illusione, e finisce
per bandirla del tutto[106]. Nella pratica della vita queste difficoltà
teoretiche della coscienza morale menano alla divergenza delle opinioni
e all'incertezza assoluta sul valore etico di tutti i predicati
che possono concernere la lode o il biasimo; e di qui procedono le
inimicizie e l'attrito, che alterano e corrompono le sostanziali
relazioni della famiglia e dello stato[107].
Lo spirito ha bisogno di una certa energia per liberarsi da quella
illusione di apparente uniformità; e d'una anco maggiore, per
determinarsi, mediante una interrogazione sospensiva, alla ricerca
del valore costante, che è espresso nel predicato etico. Questo è il
primo e più elementare stadio della ricerca di Socrate; il quale, nel
bel mezzo d'un discorso che può concernere l'elogio di un'azione, o il
giudizio pronunziato sopra una relazione, o sopra una forma costante
della vita etica, con una recisa e sospensiva domanda dice: τὶ ἐστι?
Le parole non possono chiarirsi se non col mezzo delle parole; e la
possibilità di determinare il valore di una di esse, mediante quello
di un'altra, riposa su la supposizione di una costante ed identica
associazione di idee, nell'animo di colui che parla e di colui che
ascolta. Finchè questa supposizione non diviene convinzione, non si sa
fino a che punto qualcosa di realmente pensato risponda all'espressione
estrinseca, che ha luogo mediante la parola. Questo stato dell'animo,
in cui si cerca di pensare realmente quello che deve essere
costantemente inteso e contenuto in una rappresentazione, costituisce
l'aporia; l'incertezza, cioè, che occupa l'individuo, nell'atto che
s'avvede della propria insufficienza ad afferrare e comprendere il
valore intrinseco della propria opinione: e questa aporia è, appunto,
lo scopo dell'interrogazione socratica.
I suoi interlocutori sono costretti ad affermare il loro imbarazzo
ed a confessarsi ignoranti; perchè in essi, insieme con l'aporia,
è sorto il bisogno del vero sapere ed una certa anticipata notizia
della possibilità della certezza. Ma l'abito contratto già prima
di cadere nell'aporia, l'abito di aggiustar fede al valore delle
proprie convinzioni, tuttochè non fossero state mai nè esaminate
nè riformate dalla interna esperienza, riprende il disopra, e li fa
ricadere nell'illusione. Essi credono di sapere cosa sia il giusto,
il santo, l'utile, il bello, perchè l'immagine concreta dei tribunali
o delle religiose tradizioni, dei propri bisogni soddisfatti o dei
sensi appagati fa loro ritornare nell'animo l'antica opinione; ed essi
credono di conoscere davvero il valore etico che si cerca, perchè,
nei casi speciali e nelle particolari contingenze della vita, ne hanno
avuta una notizia apparentemente completa.
E qui bisogna che l'interrogazione si moltiplichi, e divenga tante
domande, per quante sono le rappresentazioni addotte a chiarire e ad
esemplificare il concetto che si cerca. Questa nuova esigenza porta
con sè un allargamento dell'indagine e un apparente allontanarsi
dalla quistione primieramente proposta. Il dialogo s'impiglia in
molte e svariate difficoltà; una corta inquietezza s'impadronisce
degl'interlocutori; il risultato diviene incerto, e si è quasi ad un
passo dall'eristica ed antilogistica dei Sofisti[108].
E, quasi ad accrescere le difficoltà ed a renderle invincibili, Socrate
confessa la propria ignoranza; e nella piena coscienza dell'altrui
presunzione ed insufficienza manifesta uno dei tratti più notevoli
della sua natura: l'ironia. Il filosofo, infatti, non può, in quella
condizione in cui s'è messo, non confessare la propria ignoranza,
perchè il suo sapere è pura esigenza, o meglio consiste solamente
nella coscienza dell'attuale incertezza. Quello, che egli cerca, deve
ancora trovarlo; nè basta che l'abbia ottenuto una volta, perchè lo
formuli in una maniera generale e lo tenga in serbo per mostrarlo
a quando a quando. Il motivo dialogico, che è il solo movente della
quistione, varia secondo le occasioni, e porta l'indagine sopra oggetti
ed argomenti sempre diversi; sicchè si tratta sempre di eccitare
nuovamente il bisogno dell'aporia, perchè questa invogli alla ricerca e
fissi implicitamente la natura del processo. E di qui procede ancora,
che Socrate, non avendo una notizia anticipata di quello che cerca e
mettendo in opera la sua attività formale sempre nei limiti precisi
e determinati di un dialogo, comincia dall'ammettere negli altri una
piena scienza di quello che si cerca; e dalla loro confessione che
nulla sappiano, o dall'incertezza con la quale pronunziano le loro
opinioni, è indotto all'ironia, che in lui assumeva la forma costante
di un abito filosofico[109].
Pur tuttavia, il semplice interrogare, che menava all'aporia ed alla
sospensione d'ogni giudizio definitivo, era già un momento della
scienza; e sebbene la confessione della propria ignoranza potesse
sembrare una esclusione anticipata d'ogni certezza da parte di colui
che interrogava, in fondo non era che un atto di rassegnazione alla
intrinseca necessità dello sviluppo del dialogo. La domanda τὶ ἐστι;
circoscrive tutta la ricerca sul valore di un concetto alla evidente
determinabilità di quello, che in esso si pensa. Il contenuto, che
a prima vista sembra espresso nella semplice denominazione, bisogna
che sia davvero posto e determinato nella sua inerenza ed identità; e
questo processo non può compiersi da sopra in sotto, o, come diremmo
noi, deduttivamente, perchè manca ancora la coscienza di un valore
logico incondizionato ed assoluto. La determinazione del contenuto
costante di una rappresentazione, in altri termini, la elevazione della
rappresentazione a concetto, avviene nel dialogo socratico mediante
il movimento ascensivo o epagogico della incertezza delle opinioni
comuni a quella costanza ed evidenza di affermazioni, che risulta
dall'esaurire tutte le comuni accettazioni della parola in questione.
Nella nostra coltura logica apparisce cosa facilissima determinare la
inerenza e la vicendevole comprensione delle note d'un concetto, perchè
l'attività intellettiva è anticipatamente fornita d'una moltitudine di
elementi astratti ed universali, dei quali si serve come di organi;
ma, dal punto di vista storico, quel procedimento socratico era di
una somma difficoltà, perchè la coscienza non avea ancora alcuna
notizia della universalità del concetto, e non avea innanzi a sè che
una molteplicità di rappresentazioni, tutte apprese nella loro pratica
incertezza e fluttuazione.
Questo processo formativo dei concetti costituisce l'induzione
socratica, che abbiamo visto prender le mosse dall'interrogazione.
Mediante questa, la rappresentazione, di cui è parola in questo o
in quel dialogo, passa successivamente per tutte le sue più ovvie
significazioni; ed in questo passaggio riesce agevole, a coloro che
ricercano, di notarne i caratteri più costanti e di raccoglierli
e comprenderli insieme nell'identità di una forma comune. La
rappresentazione, così determinata nel suo valore costante, deve
esser tale che possa funzionare da predicato in questo o in quel
giudizio, senza che apparisca contradizione o incongruenza. Ma in
virtù di questo postulato, che è implicito nella ricerca, apparisce
nuovamente l'aporia; perchè il concetto (il nome), già determinato,
non esprime tutto il valore della cosa che deve designare, e riesce
spesso inadeguato alle reali relazioni, in cui l'obbietto, preso
a definire, si trova con altri obbietti analoghi o diversi. Quella
determinazione bisogna sia allora corretta. Tutti i casi speciali,
nei quali la rappresentazione si presenta nel discorso, costituiscono
il largo campo dell'esperienza del filosofo, che cercando qua e là i
punti costanti ed evidenti, nei quali l'oggetto che si cerca è presente
alla coscienza, se ne vale come di addentellati per progredire con
movimento ascensivo verso la sintesi dei vari tratti caratteristici
della significazione. Il discorso equivale così ad un reale processo
di separazione e di riassunto[110], e mette termine nell'adeguata
comprensione del concetto cercato. Il punto di partenza, ossia il nome,
che nella sua semplice unità fonetica era dapprima il centro della
ricerca, diviene, in ultimo, l'estremo termine del pensiero: quello
cui si va a metter capo col farne consapevolmente l'espressione di un
contenuto evidentemente pensato; e le immagini concrete, che dapprima
s'aggruppavano incertamente intorno alla vaga denominazione, non
reggendo più alla nuova sintesi, devono scomporsi e prendere un nuovo
posto; e solo il nuovo elemento, che s'è ottenuto mediante la ricerca,
il contenuto costante della rappresentazione, raccolto via via mediante
l'induzione, può determinare la coordinazione e subordinazione nella
quale le immagini devono coesistere, mentre il concetto si costituisce
nella certezza ed inalterabilità dei suoi limiti.
Questo lavoro non è una scoverta ma una creazione; perchè non determina
la natura di un fatto più o meno remoto dalla immediata percezione
interna, ma esprime la produzione lenta e metodica di un nuovo stato
nella natura delle rappresentazioni. Il risultato dell'indagine
socratica, il concetto definito, acquista, poi che è stato determinato
e costituito, il carattere dell'assoluta identità[111]; e serve così
a correggere la rappresentazione e la parola. Ma, come l'attività
socratica non riuscì mai ad isolare il formalismo logico dalle
condizioni reali in cui s'era sviluppato, così l'interesse dialogico
dell'induzione e della definizione non si manifestò che in una forma
concreta ed occasionale, come bisogno etico e pedagogico: e non
potette, per questa ragione appunto, obbiettivarsi in un'ipostasi
metafisica[112]. Nulladimeno, per quanto il concetto socratico sia
lontano da ogni idea metafisica, non può sconoscersi che esso sia stato
il primo motivo e la prossima occasione delle idee platoniche.