2. MOTIVO E SVILUPPO DEL METODO SOCRATICO[104]

Quali motivi di pratica certezza spingessero Socrate alla ricerca

etica, e quali elementi d'intima convinzione morale avess'egli riposti

nella eccellenza e bontà del suo carattere, non abbiamo più bisogno

di ripetere. E, se noi diciamo che il metodo era per lui un bisogno

individuale; o meglio, che l'esigenza pratica della determinazione

esatta dei giudizi morali dovea assumere in lui la forma di una

costante e normale ripetizione di un certo processo intellettuale,

non crediamo, per le cose dette innanzi, di pronunziare un giudizio

infondato, e che deva essere inteso come restrittivo della importanza

filosofica del dialogo socratico. La pratica e la teoria, l'arte e la

scienza non apparivano ancora in quel tempo come attività perfettamente

distinte; e l'esercizio di una naturale inclinazione potea raggiungere

un grado anche molto elevato di perfezione, senza che l'individuo fosse

consapevole delle formali condizioni nelle quali l'arte si svolgeva:

sicchè può dirsi, senza difficoltà, che la logica stessa, come naturale

attitudine e pratica esigenza, s'è per la prima volta costituita e

fermata come qualche cosa d'istintivo e di naturale[105]. Seguiamo

ora, per quanto è possibile, lo svolgimento del metodo nei limiti del

dialogo socratico, a conferma della nostra opinione.

Tutto quello che gli uomini ordinariamente pensano intorno al carattere

delle virtù e intorno ai beni, come mezzi al conseguimento della

felicità, deriva solo dall'abito, dalle sociali convenienze, dalla

incosciente ripetizione dei medesimi atti e dalla falsa opinione,

che s'ha delle proprie forze e della propria missione. E quando i

criteri cominciano a divergere e il bisogno di riflettere è divenuto

imperioso, perduta la fede in quella misura costante, ch'era riposta

nella tradizione e nei costumi, e mancando l'attitudine a riprodurre

la certezza mediante la scienza, l'uomo non sa più cosa voglia e non

voglia, e che deva lodare o biasimare. E chi è interrogato e deve

assegnare la natura di quello che suole chiamare bene, male, piacevole,

utile e così via, non ha un punto certo al quale s'appoggi, e non

resiste alla tentazione di perdere ogni fede nella esistenza di una

costante misura dei valori etici. L'unità estrinseca della parola, che

nel costante valore fonetico serba una certa apparenza di uniformità,

non vale che ad accrescere la confusione e l'incertezza; perchè, mentre

dapprima siamo vinti dall'illusione che le stesse parole esprimano

le medesime rappresentazioni, a lungo andare la convinzione, che

acquistiamo della profonda differenza che passa fra i nostri e gli

altrui concetti, diviene più evidente di quella illusione, e finisce

per bandirla del tutto[106]. Nella pratica della vita queste difficoltà

teoretiche della coscienza morale menano alla divergenza delle opinioni

e all'incertezza assoluta sul valore etico di tutti i predicati

che possono concernere la lode o il biasimo; e di qui procedono le

inimicizie e l'attrito, che alterano e corrompono le sostanziali

relazioni della famiglia e dello stato[107].

Lo spirito ha bisogno di una certa energia per liberarsi da quella

illusione di apparente uniformità; e d'una anco maggiore, per

determinarsi, mediante una interrogazione sospensiva, alla ricerca

del valore costante, che è espresso nel predicato etico. Questo è il

primo e più elementare stadio della ricerca di Socrate; il quale, nel

bel mezzo d'un discorso che può concernere l'elogio di un'azione, o il

giudizio pronunziato sopra una relazione, o sopra una forma costante

della vita etica, con una recisa e sospensiva domanda dice: τὶ ἐστι?

Le parole non possono chiarirsi se non col mezzo delle parole; e la

possibilità di determinare il valore di una di esse, mediante quello

di un'altra, riposa su la supposizione di una costante ed identica

associazione di idee, nell'animo di colui che parla e di colui che

ascolta. Finchè questa supposizione non diviene convinzione, non si sa

fino a che punto qualcosa di realmente pensato risponda all'espressione

estrinseca, che ha luogo mediante la parola. Questo stato dell'animo,

in cui si cerca di pensare realmente quello che deve essere

costantemente inteso e contenuto in una rappresentazione, costituisce

l'aporia; l'incertezza, cioè, che occupa l'individuo, nell'atto che

s'avvede della propria insufficienza ad afferrare e comprendere il

valore intrinseco della propria opinione: e questa aporia è, appunto,

lo scopo dell'interrogazione socratica.

I suoi interlocutori sono costretti ad affermare il loro imbarazzo

ed a confessarsi ignoranti; perchè in essi, insieme con l'aporia,

è sorto il bisogno del vero sapere ed una certa anticipata notizia

della possibilità della certezza. Ma l'abito contratto già prima

di cadere nell'aporia, l'abito di aggiustar fede al valore delle

proprie convinzioni, tuttochè non fossero state mai nè esaminate

nè riformate dalla interna esperienza, riprende il disopra, e li fa

ricadere nell'illusione. Essi credono di sapere cosa sia il giusto,

il santo, l'utile, il bello, perchè l'immagine concreta dei tribunali

o delle religiose tradizioni, dei propri bisogni soddisfatti o dei

sensi appagati fa loro ritornare nell'animo l'antica opinione; ed essi

credono di conoscere davvero il valore etico che si cerca, perchè,

nei casi speciali e nelle particolari contingenze della vita, ne hanno

avuta una notizia apparentemente completa.

E qui bisogna che l'interrogazione si moltiplichi, e divenga tante

domande, per quante sono le rappresentazioni addotte a chiarire e ad

esemplificare il concetto che si cerca. Questa nuova esigenza porta

con sè un allargamento dell'indagine e un apparente allontanarsi

dalla quistione primieramente proposta. Il dialogo s'impiglia in

molte e svariate difficoltà; una corta inquietezza s'impadronisce

degl'interlocutori; il risultato diviene incerto, e si è quasi ad un

passo dall'eristica ed antilogistica dei Sofisti[108].

E, quasi ad accrescere le difficoltà ed a renderle invincibili, Socrate

confessa la propria ignoranza; e nella piena coscienza dell'altrui

presunzione ed insufficienza manifesta uno dei tratti più notevoli

della sua natura: l'ironia. Il filosofo, infatti, non può, in quella

condizione in cui s'è messo, non confessare la propria ignoranza,

perchè il suo sapere è pura esigenza, o meglio consiste solamente

nella coscienza dell'attuale incertezza. Quello, che egli cerca, deve

ancora trovarlo; nè basta che l'abbia ottenuto una volta, perchè lo

formuli in una maniera generale e lo tenga in serbo per mostrarlo

a quando a quando. Il motivo dialogico, che è il solo movente della

quistione, varia secondo le occasioni, e porta l'indagine sopra oggetti

ed argomenti sempre diversi; sicchè si tratta sempre di eccitare

nuovamente il bisogno dell'aporia, perchè questa invogli alla ricerca e

fissi implicitamente la natura del processo. E di qui procede ancora,

che Socrate, non avendo una notizia anticipata di quello che cerca e

mettendo in opera la sua attività formale sempre nei limiti precisi

e determinati di un dialogo, comincia dall'ammettere negli altri una

piena scienza di quello che si cerca; e dalla loro confessione che

nulla sappiano, o dall'incertezza con la quale pronunziano le loro

opinioni, è indotto all'ironia, che in lui assumeva la forma costante

di un abito filosofico[109].

Pur tuttavia, il semplice interrogare, che menava all'aporia ed alla

sospensione d'ogni giudizio definitivo, era già un momento della

scienza; e sebbene la confessione della propria ignoranza potesse

sembrare una esclusione anticipata d'ogni certezza da parte di colui

che interrogava, in fondo non era che un atto di rassegnazione alla

intrinseca necessità dello sviluppo del dialogo. La domanda τὶ ἐστι;

circoscrive tutta la ricerca sul valore di un concetto alla evidente

determinabilità di quello, che in esso si pensa. Il contenuto, che

a prima vista sembra espresso nella semplice denominazione, bisogna

che sia davvero posto e determinato nella sua inerenza ed identità; e

questo processo non può compiersi da sopra in sotto, o, come diremmo

noi, deduttivamente, perchè manca ancora la coscienza di un valore

logico incondizionato ed assoluto. La determinazione del contenuto

costante di una rappresentazione, in altri termini, la elevazione della

rappresentazione a concetto, avviene nel dialogo socratico mediante

il movimento ascensivo o epagogico della incertezza delle opinioni

comuni a quella costanza ed evidenza di affermazioni, che risulta

dall'esaurire tutte le comuni accettazioni della parola in questione.

Nella nostra coltura logica apparisce cosa facilissima determinare la

inerenza e la vicendevole comprensione delle note d'un concetto, perchè

l'attività intellettiva è anticipatamente fornita d'una moltitudine di

elementi astratti ed universali, dei quali si serve come di organi;

ma, dal punto di vista storico, quel procedimento socratico era di

una somma difficoltà, perchè la coscienza non avea ancora alcuna

notizia della universalità del concetto, e non avea innanzi a sè che

una molteplicità di rappresentazioni, tutte apprese nella loro pratica

incertezza e fluttuazione.

Questo processo formativo dei concetti costituisce l'induzione

socratica, che abbiamo visto prender le mosse dall'interrogazione.

Mediante questa, la rappresentazione, di cui è parola in questo o

in quel dialogo, passa successivamente per tutte le sue più ovvie

significazioni; ed in questo passaggio riesce agevole, a coloro che

ricercano, di notarne i caratteri più costanti e di raccoglierli

e comprenderli insieme nell'identità di una forma comune. La

rappresentazione, così determinata nel suo valore costante, deve

esser tale che possa funzionare da predicato in questo o in quel

giudizio, senza che apparisca contradizione o incongruenza. Ma in

virtù di questo postulato, che è implicito nella ricerca, apparisce

nuovamente l'aporia; perchè il concetto (il nome), già determinato,

non esprime tutto il valore della cosa che deve designare, e riesce

spesso inadeguato alle reali relazioni, in cui l'obbietto, preso

a definire, si trova con altri obbietti analoghi o diversi. Quella

determinazione bisogna sia allora corretta. Tutti i casi speciali,

nei quali la rappresentazione si presenta nel discorso, costituiscono

il largo campo dell'esperienza del filosofo, che cercando qua e là i

punti costanti ed evidenti, nei quali l'oggetto che si cerca è presente

alla coscienza, se ne vale come di addentellati per progredire con

movimento ascensivo verso la sintesi dei vari tratti caratteristici

della significazione. Il discorso equivale così ad un reale processo

di separazione e di riassunto[110], e mette termine nell'adeguata

comprensione del concetto cercato. Il punto di partenza, ossia il nome,

che nella sua semplice unità fonetica era dapprima il centro della

ricerca, diviene, in ultimo, l'estremo termine del pensiero: quello

cui si va a metter capo col farne consapevolmente l'espressione di un

contenuto evidentemente pensato; e le immagini concrete, che dapprima

s'aggruppavano incertamente intorno alla vaga denominazione, non

reggendo più alla nuova sintesi, devono scomporsi e prendere un nuovo

posto; e solo il nuovo elemento, che s'è ottenuto mediante la ricerca,

il contenuto costante della rappresentazione, raccolto via via mediante

l'induzione, può determinare la coordinazione e subordinazione nella

quale le immagini devono coesistere, mentre il concetto si costituisce

nella certezza ed inalterabilità dei suoi limiti.

Questo lavoro non è una scoverta ma una creazione; perchè non determina

la natura di un fatto più o meno remoto dalla immediata percezione

interna, ma esprime la produzione lenta e metodica di un nuovo stato

nella natura delle rappresentazioni. Il risultato dell'indagine

socratica, il concetto definito, acquista, poi che è stato determinato

e costituito, il carattere dell'assoluta identità[111]; e serve così

a correggere la rappresentazione e la parola. Ma, come l'attività

socratica non riuscì mai ad isolare il formalismo logico dalle

condizioni reali in cui s'era sviluppato, così l'interesse dialogico

dell'induzione e della definizione non si manifestò che in una forma

concreta ed occasionale, come bisogno etico e pedagogico: e non

potette, per questa ragione appunto, obbiettivarsi in un'ipostasi

metafisica[112]. Nulladimeno, per quanto il concetto socratico sia

lontano da ogni idea metafisica, non può sconoscersi che esso sia stato

il primo motivo e la prossima occasione delle idee platoniche.

Socrate · 第 31 / 62 题