1. FORMALISMO LOGICO.

Senofonte e Platone[80] mettono in bocca agl'interlocutori di Socrate

questa notevole accusa, ch'egli solesse ripeter sempre le medesime

cose, e sempre nel medesimo modo, interrompendo il libero corso

all'esposizione dell'avversario, Socrate in fatti non sapea esprimere

il suo pensiero in un discorso concepito in forma oratoria, alla

maniera di Gorgia e di Protagora suoi interlocutori, nè potea vagare

in tutto il campo dello scibile come Ippia il polistore, o adattarsi

alla maniera sdegnosa e virulenta di Callide e Trasimaco: una certa

innata sobrietà di spirito, ed una moderazione a tutta pruova, che

era divenuta natura, lo conteneano in certi limiti costanti, ai quali

egli cercava ridurre i suoi uditori[81]. Questo fare era monotono, ed

avea l'aria di pedanteria: tanto più, perchè rinunziare al mezzo tanto

potente della persuasione oratoria non potea non sembrar cosa strana in

una democrazia, dove tutte le pubbliche faccende dipendeano dall'arte

della parola. Ma tornava forse Socrate di continuo all'affermazione

di questa o quella massima morale, per ripeterla ogni istante, ed

improntarla nell'animo degli uditori?[82] Era egli forse un moralista

bello e compiuto, che catechizza e predica; o tenea forse in serbo uno

schema logico, che andava applicando ad ogni sorta di quistioni? Nulla

di tutto ciò. Il suo discorso cadea sopra oggetti disparatissimi, e

quali l'occasione prossima li venisse offrendo: nessuno studio nella

scelta degli argomenti potea disporre il suo animo alla ripetizione

monotona delle medesime cose, nè dalla sua occupazione dialogica

risultò mai un complesso di pronunziati, che prendessero forma di

massime e di precetti. Le condizioni stesse della coltura etica ed

artistica non consentiano, che a quel tempo si potesse apprendere,

come avvenne più tardi, le relazioni morali nell'astratta universalità

della massima, o formulare nettamente una esigenza logica; tanto è

vero, che i discepoli o seguaci che voglia dirsi di Socrate ebbero più

a sviluppare, ciascuno per proprio conto, i germi che avean raccolto

dalle accidentali conversazioni del maestro, che a discutere sul valore

positivo di questo o quel principio[83].

Quella monotonia notata dagli avversari non concerneva che l'esigenza

della formale evidenza e certezza del discorso; ed era quindi

l'intenzionale ritorno ai medesimi presupposti, nel lato formale d'ogni

quistione. Ma questo formalismo non apparisce ancora in Socrate come

già isolato, e distinto dall'oggetto della ricerca, e come presente

alla coscienza del filosofo per sè ed obbiettivamente; perchè agisce

solo come reale esigenza di colui, che ragionando avverte per la prima

volta, che il ragionamento dev'essere conseguente, fondato ed evidente.

La maniera corretta e cosciente del ragionare è nella nostra coltura

filosofica cosa troppo ovvia, e la nostra educazione ci fornisce ben

presto dello schema logico della definizione, della pruova ecc., in

guisa, che possiamo al tempo stesso indurre, dedurre, ed argomentare

perfettamente, ed aver coscienza della forma logica per sè stessa, e

studiarla nei suoi caratteri e nel suo valore: ma tutto ciò era allora

impossibile. In Socrate l'esigenza del sapere esatto e formalmente

corretto è ancora un semplice atto di personale energia, un bisogno

intrinseco di certezza e di acquiescenza alla normalità di una opinione

chiaramente concepita, un lavoro che si compie per la necessaria

coefficienza dei vari elementi etici della coltura e della tradizione,

e non può ancora presentarsi allo spirito come un dato di estrinseca

evidenza.

Se noi ci sforziamo per poco di rappresentarci il mondo, secondo

l'immagine, che la coscienza anche più colta dei contemporanei di

Socrate ne avea espressa nella storia, nella poesia, nelle leggende,

nelle massime e nei detti dei sapienti; e se guardiamo poi quanta

differenza corra da quella pienezza ed inconsapevolezza d'intuizione,

alle aporie della ricerca, solo allora intendiamo quanta profondità

filosofica fosse nelle ricerche di Socrate, e la parsimonia stessa

dei mezzi da lui adoperati diverrà più degna di ammirazione, perchè è

pruova evidente della energia, con la quale egli seppe avvertire la

necessità di correggere ad una stregua costante tutte le incertezze

della conoscenza ordinaria, e fermarsi poi ed insistere tutta la vita

nel criterio acquistato.

I presupposti logici, ai quali tutte le quistioni del dialogo socratico

sono riducibili, consistono nella epagoge e nella definizione; e noi

cercheremo in séguito di esporre il modo, come queste due funzioni

si sono spiegate in quell'orizzonte scientifico che Socrate s'era

tracciato. Per ora basterà aver notato, come questa è la prima volta

che nello spirito umano si sia fatto palese il bisogno, che prima di

determinare la natura, il fine, ed il valore degli oggetti, bisogna

acquistare una coscienza precisa ed inalterabile delle condizioni in

cui deve trovarsi la conoscenza, perchè possa dirsi certa ed evidente.

Tutto quello che la speculazione posteriore ha strettamente designato

come elemento logico del sapere, e che ha cercato successivamente

di sceverare dalla natura immediata e dalle condizioni incerte e

fluttuanti del soggetto pensante, apparisce nella sfera della ricerca

socratica come qualcosa di affatto connaturato con le esigenze pratiche

di colui che ricercava; e senza isolarsi dai motivi che l'aveano

praticamente prodotto, acquistò un grado di sufficiente evidenza

nella coscienza, tanto da rimanere, non solo principio efficace in

Socrate, ma costante centro ed impulso di ogni posteriore attività

scientifica[84].

Socrate · 第 21 / 62 题