[605] CIRNI cit., 103: «_Già si havevano havuti avvisi che l'armata
turchesca era per venire, et in grosso numero. Per il che il Gran
Maestro della Religione mandò a domandare le sue galere, perchè essendo
restata l'isola di Malta sprovvista voleva anticipare il tempo a
provedersi. Così il Generale_ (Medina) _ce le mandò con tutta la sua
gente, e partirono agli otto di aprile._»
TOMACELLI cit., 236: «_Il Gran Maestro scrisse a Gio. Andrea che si
apparecchiava l'armata del Turco.... Voleva il sig. Gio. Andrea andarle
incontro nell'Arcipelago.... Ma il Vicerè non si rimosse dal
proponimento, e sempre attese alla cominciata fortificazione._»
[606] COSTO, _Storia di Napoli_ cit., 391, princ.
MAMBRINO ROSEO cit., III, II, 13, med.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1560.
[607] CIRNI, 107: «_Il signor Gio. Andrea guarì, e poi ben tosto
ricadde._» (111): «_Il signor Gio. Andrea combatteva colla morte,
essendo ricaduto quattro volte._»
[608] CIRNI, 109: «_Plinio Tomacelli, persona di molta scientia, pratica
e intelligentia, amato al sommo dal signor Gio. Andrea.... Sollecitava
la partenza.... eravamo già ai cinque di maggio...._» (111): «_Ogni
giorno Plinio innanzi e indietro per dare effetto alla partita._»
BOSIO, 428, C: «_Giovanni Andrea.... per mezzo di Plinio Tomacelli
faceva sollecitare l'imbarcamento._»
[609] PLINIO TOMACELLI, _Lettera_ cit., 236, B, med.: «_Il signor
Giovanni Andrea mi mandò a fare istanza al Vicerè che dovesse
partire.... mi rimandò di nuovo a fare istanza del partire._»
ULLOA cit., _Impresa di Tripoli_, p. 10: «_Plinio Tomacelli bolognese,
persona di molto valore et judicio, di chi si faceva grande stima._»
[10 maggio 1560, ore 5 s.]
XXXVI. — Nel vero il tempo stringe, gli avvenimenti precipitano, e
dentro le ventiquattro ore tutte le stranezze saranno al termine. Stava
intento il Duca co' suoi più intimi a mettere terra e piote sui
parapetti della nuova fortezza, quando la sera istessa del ripetuto
giorno dieci di maggio, alle cinque vespertine, giugneva colà tutto
trafelato il cavaliere don Ugo Coppons, spedito in gran diligenza sur
una fregata da Malta con lettere del Grammaestro allo stesso duca di
Medina ed al Doria, per avvisarli ambedue che la sera del sette era
stata veduta dall'isola del Gozzo tutta l'armata ottomana, forte di
ottanta galèe e di più altri legni, navigare di lungo per Ostrolibeccio
verso di loro, dopo aver fatto nella isola medesima acqua e carne.
[10 maggio 1560, al tramonto.]
Avute le lettere e sentite le relazioni dei testimonî di fatto e di
vista, avrebbe dovuto il Medina, come dopo segnalato beneficio della
provvidenza, ringraziare Iddio, e subito a un fiato imbarcar la gente,
lasciare presidio nella fortezza, e ridurre l'armata a salvamento in
Sicilia. Sarebbesi levato a cavaliere e avrebbe gittato il nemico tra
due fuochi a consumarsi, intra la fortezza delle Gerbe di fronte e
l'armata cristiana alle spalle. Ma le stranezze che avevano sempre
preceduto e seguìto il corso di questa spedizione, non potevano cessare
nel momento supremo: anzi dovevano crescere per la novità ed urgenza del
caso. Tutti volevano dirne, tutti diversamente: dunque per la maggior
parte a sproposito. E il Medina, come se da vero ci fossero delle
dubbiezze a risolvere, faceva raccogliere i capitani maggiori in
consiglio presso Giannandrea, surto sopra le Peschiere, davanti al
Forte, a due miglia da terra. Perdita di tempo, diversità di sentenze,
accrescimento di disordine. Scipione Doria proponeva di abbozzarsi sulle
gomene con tutta l'armata, navi e galere ben ristrette, sotto al
castello: e voleva quivi aspettando il nemico, riceverlo a
cannonate[612]. Ma gli altri di comun consentimento escludevano la vana
proposta: e ciò non tanto per la inferiorità del numero e per
l'abbattimento della gente, quanto per la penuria dell'acqua e dei
viveri; avendo già tolto di bordo quasi ogni cosa, e messo tutto nei
magazzini e nelle cisterne della nuova fortezza. In quel modo i Turchi,
temporeggiando per poco, avrebber potuto vincere senza combattere; e
stringere il progresso della fame coi giannizzeri alla guardia del mare,
e coi Gerbini sguinzagliati dalla parte di terra.
Quantunque però quasi tutti, come ho detto, rifiutassero la battaglia
per giustissime ragioni; pochi tuttavia sollecitavano l'immediata
partenza da quell'infausto arenale, dove non si poteva restare un'ora
senza pericolo, nè combattere un minuto senza rovina. La maggior parte
pensavano di aver sempre tempo a ritirarsi, perchè l'armata nemica
doveva (a parer loro) andare prima a Tripoli, chiamarne Dragut, e
intendersi con lui sul piano di battaglia[613]. Laonde concludevano che
tra due o tre giorni potrebbero levar la gente a bell'agio, e far
l'acquata, e mettersi in salvo.
A questa tristissima opinione, che fu poi causa di infiniti disastri,
tuttochè sostenuta dalla maggioranza, due soli voti trovo contrarî: e
sono del generale genovese e del romano. Giannandrea minacciava
apertamente volersi partire nella notte con tutta l'armata, e
pronosticava la comparsa dei Turchi per la mattina seguente[614].
Flaminio senza pretensioni, senza profezie, senza minacce, sostenuto
soltanto dalla ragione e dalla esperienza, faceva di convincere
l'intelletto dei compagni, persuadendoli della necessità di mettersi al
largo allora allora; unico partito per salvare l'armata navale e quanto
più di gente si poteva, posciachè il forte era al caso di sostenersi da
sè, e di ricevere a un bisogno anche gli ajuti. Egli fece vincere il
partito[615]. Quale nel discorso, tale mostrossi Flaminio nelle opere:
maestro di guerra, eccellente marino, schivo di lusinghe, inteso al
comun bene, fermo al suo posto. E la tempra dell'animo suo meglio pei
fatti proprî tra poco rifermerà, che non per gli elogi altrui, sempre
scarsi infino al presente intorno ai nostri campioni.
Se non che sopravvenuto in consiglio il duca di Medina non voleva a niun
patto consentire alla deliberazione già presa; e chiedeva almeno un
giorno di tempo per dare ricapito a quei soldati che (non essendo del
presidio) si trovavano in terra pei lavori del forte: innanzi ai quali,
prima di allontanarsi, aveva impegnato la sua fede di tornare, di
levarli, e di non partirsi senza di loro. Vedi Capitano sapiente a
patteggiare sulla disciplina de' suoi soldati, ed a preferire le sue
parole alla pubblica salute! Per questi rispetti, credendosi colui a suo
senno nell'obbligo della stolta promessa, tanto scongiurò, e disse, e
fece, che finalmente Plinio Tomacelli, non volendo disgustarlo in
quell'estremo, prese le sue parti, e strinse Giannandrea ad aspettare
anche un poco. Col consenso del Doria, il Medina conchiuse di rimettere
la partenza al giorno seguente[616]. Non v'ha dubbio. La lettera del
commissario Machiavelli al suo Sovrano parla troppo esplicitamente
dell'accusa; la risposta del Tomacelli fugge troppo evasiva per
abbatterla; e l'analisi del contradittorio resta comprovata e ribadita
dal fatto. Differita la partenza.
Sia pur dunque concesso al Medina il trattenersi per la promessa, ed a
Giannandrea il consentirgli per la violenza: questo però non toglie nè
all'uno nè all'altro in caso simile l'obbligo di provvedere alle
emergenze possibili, secondo gli avvisi. Essi avevano la suprema
autorità anche sopra i confederati, costretti alla obbedienza
dall'ordine dei rispettivi sovrani: essi dovevano almeno aringare
l'armata in battaglia con istruzioni concordi e determinate a tutti i
capitani per governarsi da savî, per resistere da prodi, per ritirarsi
compatti. Ma in vece indugiarono per indugiare, negletto ogni
apparecchio: come se il nemico non potesse venire, perchè la maggioranza
del consiglio così pensava; o come se avendo escluso il combattimento di
elezione, non dovessero tenersi pronti alla difesa di necessità[617].
Anzi con questo il Medina maggiormente confuse gli altrui pensamenti,
annunciando al pubblico un pericolo urgente, e senza riparo.
[10 maggio 1560, la notte.]
Esso, uscito di consiglio a notte inoltrata, fece pubblicare ai soldati
la decisione della partenza per la giornata del sabato successivo, e
però si allestissero. Scoppiò di presente la confusione: questi lodava,
quegli biasimava, altri non voleva restare addietro, chi chiamava lo
schifo, e chi Michele e chi Martino, e chi a guazzo per imbarcarsi sui
palischermi chi a gambe per mettersi al sicuro nella fortezza[618]. Il
Duca, desideroso di contentar tutti, confuse pur tutti colle speranze e
colle promesse al di sopra del suo potere. Il pánico e il disordine
crebbero al sommo durante la notte. Ognuno per sè, infino ai barbari,
capirono la folle disperazione: tanto che lo Sceicco dell'isola e il re
del Caruano montati a cavallo, fuggirono via, senza pigliar commiato da
persona[619]. E come se ciò non bastasse, ecco dopo la seconda guardia
turbarsi il mare; e il vento infino a lì disteso da Ostroscirocco e
favorevole alla partenza, saltare e fermarsi a Grecotramontana, quasi
per prua; cosa invero sinistra, che pronosticava la rovina imminente
dell'armata, cui nè anche volendo era più concesso di potersi facilmente
allontanare[620].