[598] CIRNI, 98: «_Subito si sparse la voce tra soldati che si era
concluso l'accordo, il che diede non poco dispiacere alla maggior parte,
et alquanti per dispetto buttavano le celate per terra. Ma uno, che si
chiama Ordugnes spagniuolo, dicendo che non era possibile che potesse
sopportare pace con cani, mise mano a un coltello e dandosi nel petto
s'ammazzò: benchè innanzi che spirasse si convertì, dicendo che il
diavolo l'haveva accecato._»
BOSIO, 425, D: «_Dispiacque l'accordo. Si era pubblicato per l'esercito
che il Vicerè voleva spianare il castello, e saccheggiare, e dare il
guasto all'isola. E fu tale il dispiacere che se ne prese un soldato
spagnuolo chiamato Ordognez, che sè stesso uccise._»
NATAL CONTI, 346: «_Veggendosi tolta di bocca la preda, uno Spagnuolo
per soverchio dolore con un pugnale da un canto all'altro si trafisse.
Morte a sì infame avarizia e disperata pazzia conveniente._»
[599] DON LUYS DEL MARMOL CARAVAJAL, _L'Africa_, in-fol. Granata, 1573,
II, 298, A, 2, fin.: «_Juan Andrea con la gente de sus galeras tomo a
cargo de hazer un cavallero: et Duque con los españoles otro: Andrea de
Gonzaga con les italianes otro: y los cavalleros de san Juan otro._»
BOSIO cit., 425, E: «_Fu posto mano a fabbricare il forte con quattro
baluardi reali, il primo chiamato della Cerda.... il secondo fu nominato
Doria.... il terzo ebbe nome san Giovanni perchè toccò farlo al gran
commendatore (de Tessiers) con le genti della Religione.... il quarto
detto Gonzaga. Il vecchio castello fu chiamato Filippalcazar._»
CIRNI, 101: «_Venivano a essere quattro cavalieri.... dalla parte del
mare si accingeva quasi a stella, e volgeva in tutto da mille passi._»
[600] BOSIO cit., III, 426, C: «_Profetia del gran maestro Valletta, il
quale predisse che l'armata cattolica sarebbe sopraggiunta e rotta dalla
turchesca.... e sonetto, nel quale si scuopre l'intenzione, per la quale
fu fabbricato il forte, e fu chiarissima et infallibile preditione del
fine che poi ebbe:_
»_Qual fue el intento para tal hazerte?_
_Disculpar otros yerros començados._
_Quederà alguno en ti? Los desdichados._
_A que fin? A esperar prision o muerte._»
[601] CARLO PROMIS, _Gli ingegneri e gli scrittori militari bolognesi
del secolo XV e XVI_, in-8. Torino, 1863, p. 95, 97.
[602] PLINIO TOMACELLI, _Lettera al signor Diego Ortiz_. Tra quelle dei
Principi, in-8. Venezia, appresso Francesco Ziletti, 1581, III, 237,
princ.: «_Il Vicerè attendeva però sempre a provvedere il suo forte di
vettovaglia, munitioni ed acqua.... le galere empivano le cisterne con
cento barili d'acqua ogni giorno.... Ella ben sa che per consiglio mio
non si potesse reggere l'armata, non servendo io in cose di mare._»
IDEM, _Discorso sopra la fortificazione di Bologna, fatto l'anno 1865_.
Mss. alla bibl. dell'Istituto bologn., _Miscell. di storia patria_.
[603] CAMPANA, 100, B, med.: «_Formava il disegno del forte Antonio
Conti ingegnero.... due giorni dipoi fu cominciato a lavorarsi
coll'assistenza di Bernardo Aldana e Sancio di Leiva._»
NATAL CONTI, 346, B, princ: «_Il Duca assegnò lo spazio ad Antonio Conti
valente ingegnero, ordinandogli che ne facesse un disegno: e vedutone il
modello, lo prepose alla cura del lavoro._»
[603a] CIRNI, 100.
[604] BOSIO, 424, C: «_La cura degli alloggiamenti campali fu data ai
cav. Cesare Visconti e Carlo d'Amanze, e con essi all'ingegnero Antonio
Conti...._» (425, D): «_Il nuovo forte fu disegnato dagli ingegneri di
sopra nominati._» 426, B: «_Et a diecinove del medesimo mese fu con
solennità dato principio alla fabbrica dal nuovo forte sopradetto._» —
CAMPANA, nota preced.
[8 aprile 1560.]
XXXV. — Intrattanto Luccialì colla sua galeotta a golfo lanciato per
l'alto mare navigando, e sempre fuggendo dalle Gerbe, era giunto in
Costantinopoli: dove consegnate che ebbe le lettere pressanti e i ricchi
doni, da parte di Dragut, al Granvisir e agli altri principali ministri
della Porta, facilmente otteneva l'udienza dell'Imperatore, e gli
dimostrava la bella opportunità di conquidere sulle spiagge di Barberia
tutta l'armata dei Maledetti. Egli, testimonio di veduta e sagace,
dicevagli il numero e la qualità dei nostri navigli, la stranezza del
governo, la stultizia dei procedimenti: dimostravagli la facilità di
armare un'ottantina di galere negli arsenali dell'imperio, e di ottenere
solenne vittoria da assicurargli per sempre la padronanza del mare. A
Solimano non facevano di mestieri nè troppi stimoli, nè tanti argomenti:
egli sentiva da sè l'importanza del caso, e nella certezza di cavarne a
suo vantaggio stupendi effetti, ordinava con gran secretezza e prima del
tempo consueto l'armamento del suo navilio, pur di averlo pronto alla
vela sulla fine di aprile. Ma quantunque egli si studiasse di nascondere
gli apparecchi, e di coprire i suoi disegni, non potè fare che qualche
indizio non ne trapelasse fuori per una città così popolosa e così piena
di gente d'ogni paese, come era la sua capitale. Da più parti gli
esploratori, i diplomatici e le spie ne mandavano avvisi a Madrid, a
Venezia, a Roma, a Malta, e di rimbalzo anche alle Gerbe.
Il grammaestro la Valletta pel primo, sapendo degli armamenti
turcheschi, già dagli otto di aprile aveva insieme avvertito il Medina e
richiamate le sue galèe per servirsene nelle necessarie provvisioni
dell'isola, volendo metterla in punto di fare buona difesa, se mai la
sua disgrazia menassegli l'armata ottomana ad attaccarlo[605]. Rispedì
in Africa dopo tre settimane soltanto tre galèe a carico del cavalier
Maldonado, disarmate le altre due per la grande mortalità di ciurme, e
di gente, e di cavalieri, compresovi l'istesso generale de Tessieri, che
pochi giorni dopo arrivato in Malta morissi.
Il marchese della Favara, luogotenente di Sicilia, ripeteva gli avvisi,
ed alla vista del pericolo mandava alle Gerbe quattro navi e un migliajo
di soldati per rinforzo. Il vicerè di Napoli, ripicchiando sulle notizie
ormai certe dell'armata nemica, esortava il Medina a star cauto, a
ritirarsi, ed a pensare che in vece di conquistare in Africa alla fine
era mestieri attendere ad altro, cioè a sostenersi e a difendersi in
Italia. In questo modo scrivevano pur da Genova, da Roma, da
Venezia[606].
[25 aprile 1560.]
Ciò non pertanto il Medina e i suoi colleghi tiravano innanzi senza
nuovi espedienti. Gli animi sentivano dello strano, alcuni non
prestavano fede agli avvisi, e molti dicevano impossibile all'armata
ottomana uscire dai Dardanelli prima di mezzo maggio. Giannandrea era
ricaduto di flusso; le infermità avanzavano più di prima, si empivano
gli spedali e le fosse[607]. I savi, costretti alla tolleranza per non
crescere confusione, facevano capo al Doria stesso col pretesto di
visitarlo: dicevangli non esser più tempo di indugi. Ed esso dal letto
mandava e rimandava Plinio Tomacelli non solo sollecitando, ma
importunando il Medina alla risoluzione della partenza[608]. Il medesimo
Plinio nella sua lettera giustificativa conferma gli altrui fatti e le
sue premure[609]. Ma non per questo lo assolveremo noi dell'essersi
dappoi piegato lui proprio a restare colà coll'armata ancora per
quell'ultimo giorno fatale, che non doveva aver più nè consiglio nè
riparo. Vedremo le opere, e leggeremo le attestazioni del capitano Piero
Machiavelli, commissario delle galèe fiorentine, nella lettera scritta
giusto di quei giorni al duca Cosimo per ragguagliarlo dei successi
precisi del venerdì dieci di Maggio alla sera.
[5 maggio 1560.]
Come fu imbastita alla meglio la sciagurata fortezza, il Medina strinse
lo Sceicco al giuramento di fedeltà: e costui, per non poterne di meno,
finalmente venne al campo cogli anziani dell'isola, e una squadra de'
suoi cavalieri. Gittò per terra lo stendardo di Dragut, un vecchio
drappo di seta verde, prese dal Medina la bandiera di Spagna, la brandì
tre volte, la mostrò ai circostanti, e sottoscrisse l'istrumento di
vassallaggio giurandone sul Corano la lealtà. Al quale atto crebbe
valore la presenza del re di Caruano, venuto poc'anzi in gran festa a
salutare il Medina, per l'odio mortalissimo che nudriva contro Dragut,
dal quale con pessima frode eragli stata rapita buona parte del
dominio[610]. Intervenne altresì per ragioni equivalenti colui che
chiamavano l'Infante di Tunisi, nipote del Muleasse già rimesso sul
trono nella spedizione del trentacinque contro Barbarossa. Costoro, e
ogni altro nemico dei turchi e dei pirati, mantenevano continue
corrispondenze con la corte di Spagna, coi vicerè di Napoli e di
Sicilia, col Grammaestro di Malta, e coi supremi comandanti delle armate
cristiane[611]. Essi ora corteggiavano il Medinaceli, quantunque ne
vedessero già vicina al tramonto la fortuna.