NOTE:

[592] CIRNI, 88: «_Squadroni per antiguardia e retroguardia.... con due

gran maniche di archibugeri, a guisa di un corpo umano disteso con le

braccia innanzi._»

[593] CIRNI, 35: «_Pezzi di artiglieria grossi, et altri da campagna._»

(86). «_Aveva il Generale fatto disimbarcare quattro pezzi d'artiglieria

da campagna._» (94): «_Salutarono i Mori con quei pezzi di campagna che

facevano bei colpi._»

CAMPANA, 83, B: «_Artiglieria così da campagna come da batteria._» (99,

B, princ.): «_Don Alvaro guidò le genti in terra con qualche pezzo da

campagna._»

[594] CIRNI, 86: «_La mattina che fu venerdì agli otto.... fece mettere

la gente in battaglia per marciare.... ottomila fanti, la più bella

gente.... poco se le conosceva il patire che aveva fatto._»

[595] GIUSEPPE DE HAMMER, _Storia dell'imperio osmano, estratta la

maggior parte da manoscritti ed archivi da nessuno per lo innanzi usati,

opera originale tedesca, recata la prima volta in italiano._ in-16.

Antonelli, Venezia, 1830, vol. XI, p. 236, e segg.

[596] IBN-ABI-DINAR, sopracchiamato EL-KAIREWANI, _Libro dilettevole

sugli avvenimenti dell'Africa e di Tunisi_. Alla pagina 161 del testo

arabico, capitolo del regno di Abu-el-'Abbas-Ahmed. Volto in francese

dai PELLISIER ET RÈMUSAT, _Exploration scientifique de l'Algérie,

sciences historiques et géographiques_, in-4. Parigi, 1845. — Il testo

arabico dura inedito.

[597] BAGI, _Compendio della Storia tunisina infino all'anno comune

1837_. Stampato a Tunisi, 1283 (1866), p. 87, e seguente del testo

arabo.

[13 marzo 1560.]

XXXIV. — Mercoledì tredici di marzo entrava l'esercito cristiano nel

Bazar, la guarnigione europea rilevava la moresca dal castello, le

galere facevano salva, e gli stendardi della Spagna salivano sulla gran

torre. Riaperti i mercati, tutti contenti; meno alcuni pirati turchi

costretti a smucciare, e meno parecchi soldati cristiani impediti dal

rapire. Tra questi vuolsi ripetere il fatto di uno spagnuolo, chiamato

Ordugnèz; il quale, deluso nella speranza del bottino, giunse a tanto

bestiale accecamento (come esso stesso confessò pentito prima di

spirare), che, dicendo non essergli possibile sopportare in pace

l'amicizia coi Cani, mise mano a un coltellaccio, e dandosi nel petto

s'ammazzò[598]. Di tali stranezze, richiamandone ora le impressioni

ricevute nel mio animo per molti esempî antichi e per certe osservazioni

moderne, dico adesso che quando occorrono in alcun luogo, non restano

solitarie; ma naturalmente pronosticano e sono seguìte da altri

disordini e da maggiori sventure. A certi estremi non si trapassa, nè

anche da un solo, nell'umana società, se non quando gli animi delle

masse, riputate degne di tali spettacoli, siano pubblicamente al sommo

della perturbazione; e per ciò stesso disposti a fare o a patire

appresso di peggio. Vedremo tra poco quanti altri saranno ciechi e

violenti contro alla propria e contro alla pubblica salute, al pari e

forse più dello sciagurato Ordugnèz.

[15 marzo 1560.]

Cominciamo dal duca di Medina, il quale, invanito degli ultimi vantaggi,

alla prima aura di fortuna si perde. Avrebbe facilmente potuto pigliare

ostaggi e guide, rifornirsi di vittuaglie, demolire il vecchio cassero,

togliere ai Gerbini ogni baldanza in due giorni; e dentro un mese

pigliar Tripoli, e tornarsene vittorioso in Sicilia. L'armata ottomana,

di che egli sapeva gli apprestamenti, non sarebbesi mossa così presto

per impedirgli la conquista; nè poi si sarebbe ardita di riscuoterla,

stando di fronte ai Turchi il presidio, e alle spalle l'armata nostra

tutta intiera. Costui all'incontro delibera di fermarsi due mesi alle

Gerbe per piantarvi nuova di fondo una bella fortezza. La stessa cecità

dimostrano gli altri tre, che insieme con lui danno il nome ai quattro

baluardi, e ne sostengono i lavori. I quali signori de' nuovi bastioni

si chiamano Medina, Doria, Gonzaga e Tessieri[599].

Il nome riverito degli Orsini avrebbe dovuto trovarsi di mezzo agli

altri, secondo il suo grado e bandiera, certamente innanzi al Tessieri e

innanzi al Gonzaga, se egli avesse voluto attivamente spingere la

stranezza dell'opera. Ma col fatto contrario esso stesso ha chiarito la

posterità di non averci consentito, pensando per fermo tra sè onori

cotali non essere da lui. La quale dilicata temperanza come non reca

meraviglia a chi ricorda la sua condotta durante la guerra di Campagna e

le brighe del Moretto, così meglio ne conferma la nobiltà del carattere.

Vedetelo inteso al dovere, senza offendere le opinioni; soggetto

all'autorità, senza eccitarla agli eccessi; e ciò pure a costo del suo

privato discapito, e di esser tenuto zotico e strano da quelli che

allora riputavan sè stessi avveduti e saggi. La corrente in piena voga

seguiva le visioni del Medina: ma a chi penetrava nel secreto dei

pensieri era evidente che la fabbrica della fortezza non poteva servire

ad altro se non a discolpare gli errori precedenti ed i futuri. Così

l'intendeva l'Orsino: e così in quei giorni medesimi, quasi

profetizzando, scriveva da Malta il celebre la Valletta; e registrava un

bell'ingegno spagnuolo nel sonetto che il Bosio ci ha conservato[600].

[17 marzo 1560.]

La fortezza presa a fabbricare presso alla capitale dell'isola era stata

disegnata sopra la peggiore di tutte le figure che si possono descrivere

intorno al cerchio, perchè meno di ogni altra adatta al fiancheggiamento

ed alla difesa radente. Un recinto di mille metri in giro col vecchio

castello nel mezzo per mastio: quattro cortine di dugencinquanta metri

per ciascuna; e quattro bastioni coi loro cavalieri negli angoli. Al

mastio per onore supremo diedero il real nome di forte Filippo; ed ai

quattro baluardi i nomi dei quattro Signori che ne presero il carico.

Dunque una fortezza quadrata, sul lido del mare, senza porto, senza

acqua, senza terra, senza muri: essendovi le cortine e i bastioni

rilevati di rena, pali e fascine; e il fosso cavato pur nella arena

cedevole, e tutto l'edificio sulla rena. Nell'interno baracche di tavole

per alloggiamenti e magazzini, e specialmente le cisterne vuote, nelle

quali bisognava portare acqua da lontane sorgenti. Misera condizione di

tanta gente per due mesi nella strana opera.

Qualcuno oggidì leggendo il nome di Plinio Tomacelli, incastrato dal

Promis nel novero degli ingegneri militari di Bologna, potrebbe

sospettare che egli stesso sia stato l'autore del rovinoso disegno e

della nuova fortezza alle Gerbe[601]. Ma ad onor suo possiamo dimostrare

non doverglisi colà attribuire altro carico se non di sorvegliare i

lavoranti di quel bastione che portava il nome del suo principale, e

chiamavasi il Doria. Plinio, gentiluomo bolognese della discendenza

collaterale di papa Bonifacio IX, era presente all'armata, godeva di

molta riputazione, aveva fatto da maestro a Giannandrea, e continuava

per volontà del vecchio zio a dirigerlo come consigliere e moderatore

delle sue prime spedizioni[602]. Non per questo fece professione di

ingegneria nè di architettura: e quel suo Discorso contro le

fortificazioni di Bologna, rimasto inedito nella sua patria, dimostra lo

studio da lui posto intorno alla popolare economia politica, non sopra

le tecniche dottrine militari.

[19 marzo 1560.]

Tutti i contemporanei attribuiscono il disegno e la suprema direzione

della nuova fortezza all'ingegnere Antonio Conti, uno di quei tanti

Italiani che allora seguivano gli eserciti di ogni nazione[603].

Udiamone i particolari dal Cirni, che eravi presente[603a]: «Per questo

dunque il Generale fece fare il disegno da Antonio Conte ingegneri, e

subito fece metter mano a lavorare. Fece trattare collo Scecche se

poteva avere una gran quantità di Mori per potergli far travagliare col

pagamento; ma non essendoci ordine, si risolse alla fine di farlo fare

a' soldati. Fece venire una quantità di cameli, acciocchè portassero la

terra rossa per impastare, chè intorno al Castello non vi era se non

rena, e bisognava condurla più di due miglia discosto. Eravi assaissima

comodità di palme e di olivi: e con quei tronchi delle palme, interi e

spaccati, faceva fare le incavicchiature per ogni banda. Eccetto un

braccio incirca, sotto terra per tutto è pietra; ma tenera, e sottoposta

al piccone. La gente tedesca, per essere più industriosa e travagliante,

la misse a fare il fosso a forza di picconi. Il signor Gio. Andrea come

quel cavaliere che haveva honoratissimamente risposto in tutte le

occorrenze dell'impresa per complire e col valore e colla prudenza in

ogni opera possibile per servitio di Sua Maestà, si prese assunto di

fare un cavaliere. L'altro il Generale diede a fare al generale della

Religione con la sua gente. L'altro a gli Spagnuoli, e l'altro al signor

Andrea Gonzaga. Di maniera che venivano a esser quattro, con intenzione

di farvene poi col tempo un altro in mare col suo molo verso tramontana.

E per ora da quella parte del mare il Castello si accingeva quasi a

stella, e volgeva in tutto da mille passi, o braccia ordinarie, come

vogliam dire. Così con grandissima sollecitudine e cura si attese al

lavoro.»

Alli diciannove di marzo, secondo il modello del Conti, in due giorni

preparato alla grossa di cretoni e di legno, il Medina con solennissima

pompa gettava al posto la pietra angolare; e appresso metteva alla

direzione della gran fabbrica quattro ajutanti, nominati dal Campana e

dal Bosio, Bernardo di Aldana, Sancio di Leva, Cesare Visconti e Carlo

di Amanze[604]. Lavoro fastidioso di soldati in giornèa; non avendo a

niun conto voluto prestare l'opera loro i Gerbini: i quali soltanto per

somma grazia permettevano la vettura delle loro bestie. Bisognava

rimenare tutto da lungi, pali, fascina, infino a un po' di terra per

impastarla colla rena del luogo. Ciò non pertanto ai venticinque di

aprile il forte era ridotto in condizione di potersi difendere, e vi

entravano di presidio duemila fanti tra spagnuoli, italiani e tedeschi,

sotto il mastro di campo don Alvaro de Sande, eletto governatore della

piazza e dell'isola. Tutto questo sarebbe la metà del nonnulla rispetto

al resto: dobbiamo inoltre disperdere ogni bene, vittuaglie, munizioni,

armi, artiglierie, corredi, infino all'acqua; e dobbiamo sguarnire di

tutto i navigli, se vogliamo, secondo la ragione di tanta lontananza e

il pericolo di lungo assedio, provvedere ai magazzini ed alle cisterne

del gran forte, per continuata stranezza piantato di pali sulla rena.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 185 / 213 题