NOTE:

[580] CIRNI, 83: «_La mattina seguente, a due del detto marzo, perchè il

vento era favorevole per le Gerbe ci mettemmo alla vela.... e il

medesimo giorno arrivammo là a ventidue ore._»

[581] CAMPANA, 99, B., prin.: «_L'armata tornò alle Gerbe, ove diede

fondo ai due di marzo._»

[582] G. PLINII SECUNDI, _Historia naturalis_, lib. V, cap. vii, in-fol.

Lione, 1587, p. 93, lin. 21: «_Insulas non ita multas hæc maria

complectuntur. Clarissima est Meninx, longitudine XXXV m. passuum,

latitudine XXV; ab Eratosthene Lotophagitis appellata._»

SEX. AUREL. VICTOR., _De Vita et moribus imp. roman. a Cesare Aug. ad

Theodosium imp._, cap. XXIX. Script. rom. coll. I, 631, 2, E: «_Gallus

et Volusianus creati in insula Meninge, quæ nunc Girba dicitur._»

[583] GAZZETTA _ufficiale del Regno d'Italia_, giovedì 12 agosto 1875,

p. 5608, col. prima, lin. 22 e segg.: «_Gerba._»

[584] PROF. MICHELE AMARI, _Nuovi studî arabici sulla storia di Genova_,

in-8, 1872, p. 77, scrive: «_Sceikh._»

[585] CRESCENTIO, _Portolano_ cit., 20: «_Dalla testa del Bieto, volendo

andare all'isola de' Gerbi alla Rocchetta, tira alla quarta di

mezzogiorno verso Libeccio, et vi troverete sopra detta Rocchetta._»

LUIS MARMOL, _Description general de Affrica_, in-fol. figur. Granata,

1573, II, 289 e segg.: «_Gelves, la Roqueta a levante, la boca del canal

de Alcantara.... la torre del canal de Alcantara, boca del canal hazia

levante.... a poniente del Castillo dos leguas una torre que se dice

Valguarnera, y en Arabico Gigri, el Bazar al Norte._» 295, B, I, med.:

«_Boca del canal de Alcantara entre isla y tierra firma, hazia

levante._»

DAPPER, _Africa_, in-fol. Amsterdam, 1676, p. 201.

DE LA CROIX, _Relation universelle de l'Afrique ancienne et moderne_,

in-12. figur. Lione, 1688, II, 244.

BELLIN, _Altas maritime_, in-fol. Parigi, 1764, III, tav. 71: «_Zerbi,

Malguarnero, la Forteresse, Bourg el Bazar, Zaduca, El Kantar._»

[586] P. MICHELE AMARI, _Storia dei Musulmani di Sicilia_, in-8.

Firenze, Le Monnier, 1854-72, III, 400: «_Le Gerbe fertilissima isola

del Golfo di Kâbes.... coltivata in ogni tempo.... ricca d'industrie....

abitatori Bèrberi, seguaci di due sette musulmane, molto invise

all'universale._» E più altre notizie dell'isola medesima, in diverse

parti dell'opera, come dall'indice copioso ed accurato. Ne tocca altresì

nel _Vespro Siciliano_ a proposito dell'impresa del Loria nel 1284; e

nella pubblicazione della _Corrispondenza di Ferrante Gonzaga_ con

_Mulèy-Hassen_, fatta insieme coll'ODORICI, _Atti di Storia patria per

le Provincie modenesi e parmensi_, anno 1865, vol. III, p. 141.

[587] ANDREA CONTI, e GIACOMO RICCHEBACH, professori di astronomia nel

Collegio romano. _Posizione geografica dei principali luoghi di Roma, e

de' suoi contorni_, in-4. Roma, tip. de Romanis, 1821, p. 4: «_I

risultati potranno essere de' buoni materiali per la costruzione di una

carta di questa gran città, e per verificare quelle che esistono._»

EFFEMERIDI _astronomiche e Nautiche: Connaissance des temps._ Per la

riduzione delle carte idrografiche inglesi e francesi al meridiano di

Roma valga il seguente rapporto:

Greenwich. occ. in arco 12°, 27′, 12″. = in tempo 0h, 49', 49"

Parigi osser. occ. in arco 40°, 7′, 3″. = in tempo 0h, 40', 28"

[588] V. SOPRA, I, 207 e segg.

[589] W. H. SMITH, _Chart of the gulph of Khabs_, Londra, 1861, tra le

carte dell'Ammiragliato britannico.

IDEM, _The Mediterraneaen_, etc., p. 90.

[590] WILKINSON, _Chart from Mehediah to ras Makhabez_, gran folio,

1865, carte dell'Ammiragliato: «_Jerbah, Boukal castle, Boukal channel,

Fort Ajir_ (la Rocchetta), _Zoug_ (il Bazar), _Fishery_ (le Peschiere),

_Castle, Fort Jelis_ (la Valguarniera), _Melitah, Sidi Smour, Schour,

Sasouk, Agim, Kalela, Potteries, Tabilla, Ackrab castle_ (il

Castelluccio del ponte, ec.)»

[591] CIRNI, 65: «_In che modo aveva da dismontar la gente.... nelle

prime schifate andassero i capitani con venticinque archibugeri...._

(85) _Dunque ai sette di giovedì mattina si dismontò._»

BOSIO, 422, A: «_Giovedì settimo di marzo l'esercito fu posto in

terra...._ (418, B) _Schifi, capitani, sergenti, ventiquattro soldati._»

[8 marzo 1560.]

XXXIII. — Intanto lo Sceicco dell'isola, ed i suoi consiglieri,

diversamente tra loro disputando di questo successo, non si accordavano

insieme a far nulla. Quanti vi avea pirati di mestiero, giovani d'età, e

turchi di origine, volevano battersi ad ogni costo: al contrario i

nativi bèrberi e mori, e tutti quelli che odiavano le insolenze e il

dispotismo turchesco e piratico, chiedevano gli accordi. Con questi

consentiva il popolo minuto, gli agricoltori, e più di ogni altro gli

anziani: i quali dimostravano con molte ragioni, e coll'esempio dei

tempi passati, l'impotenza di resistere e la necessità di patteggiare.

Lo Sceicco, ancorachè ondeggiasse tra le due sentenze, perchè in suo

cuore odiava Dragut ed altrettanto la temeva, pure eccitato dai giovani

e dagli amici del pirata, e avendo udito che le nostre fanterie erano

state vedute infermicce, o come dicevano mezzo morte, volle provarsi a

combattere. Avrebbe costui dovuto anche sapere come le genti istupidite

e affrante dal mal di mare prestamente ripigliano lena e vigore, subito

che possono mettere piede sul fermo, e respirare in terra.

Molto meglio dopo buon pasto e quieto riposo (senza lasciare per turno

le guardie e le consuete diligenze) si levarono i nostri la mattina

gagliardi e ardimentosi, come se non avessero patito mai lo strazio

della mareggiata. Prese le armi, duemila corsero a guardare di rinforzo

il passo della Cantèra; e gli altri ottomila marciarono verso la

capitale dell'isola al castello dello Sceicco[594]. Silenzio intorno,

niuno all'incontro, marcia guardinga, file serrate, tutti intesi

nell'ordinanza, quantunque stimolati dalla sete.

La sera innanzi lo Sceicco aveva mandato alcuni uomini a riconoscere il

campo, ed a parlamentare col Medina, offerendogli rinfreschi ed

amicizia, a patto che se ne andasse subito subito: ma essendogli stato

risposto che si voleva prima fargli una visita al Castello per

ringraziarlo in persona dei favori, e per trovare la comodità

dell'acqua, esso capì che gli bisognava venire alle mani, come volevano

gli arrabbiati de' suoi consiglieri. Messosi dunque pienamente nelle

mani di costoro, raunò gran gente, e andò a far testa tra i palmeti sul

passo di certe cisterne, dove sperava facilmente opprimere i nostri,

assetati e riarsi dal sole africano e dalla marcia pe' sabbioni, quando

si sarebbero disordinati per bere, come più volte in quel luogo

medesimo, e per simile maniera era successo.

Ma agli otto di marzo, dove noi ci troviamo col discorso, le cose

andarono tutte a rovescio: niuno sbandossi alle cisterne, le occulte

insidie restarono deluse, e la forza aperta superata. Non mica, come

dice taluno, che i Gerbini fuggissero via alla prima comparsa delle

schiere cristiane, o alla prima prova della loro temperanza: chè anzi

stettero intrepidi, e dieron dimostrazione di valore disperato. Non

essendo più di ventimila con pochi archibugi e pochissimi cavalli,

nondimeno si gittarono sopra ai nostri squadroni, menando scigrignate,

punte e rovesci di scimitarre, di zagaglie e di falcini, a corpo a

corpo, senza curare ferite o morte, tanto sol che potessero rompere i

quadrati. Ma tornata loro vana ogni prova, e cominciando già per fianco

a frustargli l'artiglieria di campagna, balenarono a un tratto; e poi

via tutti di gran corsa, lasciando sul terreno circa dugento morti, e

più del triplo feriti. Fra i nostri caddero venticinque dei primi, e una

trentina degli altri; noverandoci un capitano, che morissi il giorno

appresso per grande squarcio di zagagliata.

[9 marzo 1560.]

I vincitori trincerati sul campo mandarono intimando la resa al

castello, dove le cose dei Gerbini e dello Sceicco pigliavano già

tutt'altra piega. Il partito degli anziani pacifici ed esperti rimontava

sopra quello dei giovani fuggiaschi e avviliti. Subito essi stessi

spedivano oratori, chiedevano parlamento, davano ostaggi, e

conchiudevano la pace, sottomettendosi lo Sceicco e tutto il popolo

dell'isola al dominio del Medina in nome del re di Spagna, colla

promessa del tributo medesimo che prima pagavano a Dragut per conto di

Solimano.

Gli storici orientali poco o nulla aggiungono ai nostri intorno a questi

successi; chè l'epoca presente scorre tra le più oscure nella storia

loro. Il cavaliere Giuseppe de Hammer nel nostro tempo, tanto

conoscitore della lingua e letteratura edita ed inedita dei Turchi, come

tutti sanno, non aggiugne particolari di rilievo alle notizie degli

storici occidentali, che compongono anche per me la base della

narrazione; e continuamente sono richiamati con lui e senza di lui nelle

note[595]. Dagli Arabi odierni non possiamo sperare nulla di meglio: e

dai trapassati abbiamo due soli brandelli, che qui inserisco alla

lettera come mi sono stati gentilmente favoriti dal preclarissimo

professore Michele Amari, nel quale la ingenita cortesia cresce lustro

al sapere. Il primo brano è dello storico Dinar, ben noto agli

orientalisti, il quale nell'anno 1681 scrisse molto confusamente dei

fatti anteriori; sì come nel caso presente a proposito dell'ultimo

principe Hafsita di Tunisi dice così[596]: «Stretta amistà correa tra

questi e Dragût pascià. Quando Dragût mosse contro l'isola delle Gerbe,

il sultano Ahmed lo fornì di vettovaglia. (_L'isola_) si era ribellata

da esso (_Dragût_) per torti ricevuti; onde la occuparono i Cristiani

per sei mesi; e fu liberata per mano del pascià Ali, mandatovi da

Dragût.» Appresso viene il Bagi non meno conciso nei fatti, e più

confuso nelle date, con queste parole[597]. «L'anno 957 (_20 genn. 1550

all'8 genn. 1551_) i Napolitani, i Genovesi ed altri irruppero in

Mehdiah: presero quanto e quanti erano in essa, la distrussero, e

andarono via. Indi alcuni abitanti a poco a poco vi ritornarono, e in

certo modo la ripopolarono. Essi (_Napolitani, ec._) si insignorirono

anco delle Gerbe, si empirono le mani del bottino fatto (_in questa

isola_), e dimoraronvi sei mesi; a capo dei quali Dragût pascià

liberolla, e di lì passò a Tripoli, e presela il 958.» Apparisce

evidente la grossezza di costoro, che in quattro righe male arruffano i

fatti di molti anni, nè mette conto il cercarne di più.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 184 / 213 题