[567] CIRNI, 67: «_Alle Gerbe coi Mori si trovava Dragut con più di
ottocento Turchi._»
NATAL CONTI, 342: «_Dragut non campava di certo dalle mani dei nostri,
se havesse il Duca di Medina saputo trovarsi presente nell'isola._»
BOSIO, 419, A: «_Dubitando Dragut di essere dall'armata cristiana
rinchiuso nell'isola delle Gerbe era andato molto ritenuto.... perchè
non potessero i Cristiani avere avviso che quivi personalmente si
trovasse.... Dragut non dètte avviso di sè.... Dispiacque al Vicerè non
haverlo saputo, perchè dalle mani o vivo o morto scappare non gli
poteva._»
[568] NATAL CONTI, 312: B, princ.: «_Troppo segnalato errore commise il
duca di Medina.... che non si curò punto... di conoscere i consigli e le
forze dei nemici._»
[569] CAPITAN PIERO MACHIAVELLI, _Lettera al signor Duca di Fiorenze, di
galèa alla vela tra Palermo e Trapani addì XV di maggio 1560_ (tra le
lettere dei Principi, in-4. Venezia, 1562, t. I, p. 199, B, med.).
(Bibl. Casanat. K, III, 27): «_Andare a salvarsi ai seccagni del
Palo.... che sono nel mezzo del viaggio che è da Tripoli alle Gerbe. Al
qual secco.... si va sicuri di poterlo trovare, et si conosce al fondo
et alla bonaccia, senza che l'uomo abbia vista del terreno, con ogni
fortuna di mare a salvarsi._»
BOSIO cit., III, 419, D: «_È stimato quel secco come sicuro porto,
stante la poca forza che l'onde del mare possono avere in quei bassi
fondi._»
CRESCENTIO, _Portolano_, aggiunto in fine alla _Nautica_, in-4. Roma,
1602, p. 21, lin. 1: «_Dalla Rocchetta delle Gerbe tirando per Scirocco
miglia venti, s'entra nelle secche del Palo, dove è bonissima stanza per
navi e galèe per ogni tempo. Trovasi a Maestro Tramontana, qual non è da
temere, trovandoci bene ormeggiati._»
[570] COMM. ALESSANDRO CIALDI, _Del moto ondoso del mare, e delle
correnti di esso_, in-8. Roma, 1866, p. 170 e segg., dove parla di casi
simili; e specialmente del Secco del Beito per un altro fatto narrato
pur dal Bosio, III, 218, D.
[571] GIACOPO BOSIO (cav. di Malta), _Storia del suo Ordine_, III, 419,
E.
CIRNI cit., 80: «_Cose stranissime, contrarî venti, continue malattie, e
disferramenti di vascelli._»
GIANNANDREA DORIA, _Manifesto secondo_, dato da Candia il dì cinque di
ottobre 1570, pubblicato nel _Saggiatore_, in-8. Roma, 1845, II, 362:
«_Per la furia della tempesta nel tragitto mi sferrarono tre galere di
Napoli, ed una dei Negroni._»
PANTERA, _Armata navale_, in-4. Roma, 1614, Vocab. in fin.: «_Sferrarsi
significa che l'àncora non è bene attaccata al fondo, onde il vascello
va dove è portato dal vento.... ed anche quando dal vento è sforzato a
separarsi dalle conserve dove è spinto dalla fortuna._»
STRATICO, _Vocab. in tre lingue di Marina_, in-4. Milano, 1813;
«_Sferrarsi un vascello si dice quando l'àncora non è bene attaccata al
fondo, ed il vascello va dove è portato dalla corrente, o dal vento, o a
separarsi dalle conserve._»
PARRILLI, _Vocabolario di Marineria_, in-4. Napoli: «_Sferrarsi vale
perdere la tenuta dei ferri per impeto di vento.... Sferratore dicesi il
vento impetuosissimo, capace di fare arare._»
FINCATI, cap. di Vascello, _Dizionario di Marina_, in-16. Genova, 1870:
«_Sferrare è venir meno delle àncore, quando cessano di far presa nel
fondo per impeto di vento._»
[572] CRESCENTIO, _Nautica_ cit., 7: «_Materia di legname, abeto._» I
marinari col nome di Abete intendono fusti lunghi, grossi, rimondi e
levigati, da farne alberi, antenne, verghe, pennoni, picchi, rande,
spigoni, aste, buttavanti e simili, perchè ordinariamente sogliono
essere di tal qualità di legname; e ne portano di riserva e di ricambio
per ogni rispetto. L'Abete riunito in fascio piglia il nome di Dromo e
di Dara.
[573] CIRNI, 73: «_Compassione grande.... tanta gente che moriva vederla
buttare in mare._»
IDEM, 81: «_Infino al primo di marzo, che ci eravamo fermati quivi, poco
meno di duemila uomini furono pasto dei pesci._»
[1 marzo 1560.]
XXXI. — Finalmente all'entrante di marzo il Medina potè raccattare
qualche notizia di Dragut da certi Arabi venutigli intorno con piccole
barche a vendere montoni, vegetabili, ed altri rinfreschi utili agli
infermi ed ai sani: allora soltanto, e ben tardi, per maggiore sua e
nostra confusione, venne a cavarne di più. Seppe adunque come Dragut si
era trovato alle Gerbe, quando esso vi approdò la prima volta per
l'acquata; e come da lui erano stati sollevati a battaglia i Gerbini:
seppe che Dragut medesimo, prevedendo l'attacco di Tripoli, era passato
per terra a quella volta, ed aveane rinforzato il presidio con duemila
soldati veterani, oltre al fornimento di molte artiglierie, munizioni e
vittuaglie per sostenersi alla lunga: seppe per fama pubblica in Africa
doversi aspettare tra poco da Costantinopoli la comparsa dell'armata
ottomana. Turbato vie peggio dagli avvisi, e sempre più scarso di
partiti, volle sentire il parere degli altri. E perchè Giannandrea non
erasi ancora levato di letto, intimò la consulta sulla capitana di
Roma[575].
Flaminio da gran cavaliero accolse quei signori nella splendida sala di
poppa, dove per la magnificenza e leggiadria degli ornati dava nobil
saggio delle arti belle sempre fiorenti in Roma; e per la ricchezza
delle armi e la tenuta delle genti faceva testimonianza onorevole al
marzial genio di casa Orsina. Colà il Vicerè espose le notizie
compendiose dei nemici e la condizione presente dell'armata propria:
mortalità continua, venti contrarî, Dragut vicino, Tripoli rifornita.
Esso in cuor suo disperava di vincere, e voleva non più mettersi a
quella prova. Ma per uscir d'impegno senza vergogna, leggeva le note
della gente morta, delle navi perdute, delle munizioni scemate; e veniva
all'opportunità di occupare le Gerbe per agevolare l'acquisto di
Tripoli. Lo secondavano alla scoperta don Alvaro de Sande, parecchi
soldati del Re, e più di tutti in questo senso Giannandrea, che aveva
mandato il parer suo per mezzo di Plinio Tomacelli gentiluomo
bolognese[576]. Plinio in questa occasione parlò di tornare alle Gerbe,
e un altro giorno di andarsene via, e poi un'altra volta consentì a
fermarsi per ventiquattr'ore[577]. Cose diverse, che non si vogliono
confondere insieme, nè legare dal primo di marzo al dieci di maggio
tutte in un fascio con una sola ritortola[578].
Contro questo parere modestamente si contrapposero i due capitani di
Roma e di Malta, ambedue sostenuti dal pieno dei cavalieri, che avevano
per venti anni fatto parte della guarnigione di Tripoli, e ne
conoscevano minutamente i muri, le porte, le strade e tutto il debole.
Essi dicevano esser venuti là per ricuperare quella piazza, e per
togliere baldanza e ricetto a Dragut, secondo le commissioni dei
principi e il desiderio dei popoli. Il possesso di Tripoli, città
grande, bella, popolosa, di buon porto e di ogni comodità, crescerebbe
riputazione e forza alle potenze cristiane, e ne toglierebbe altrettanta
ai pirati. Le Gerbe cadrebbero da sè appresso a Tripoli, non
all'opposto. Facile l'espugnazione con sì bella armata e con diecimila
valorosi che pur restavano in essere. In somma volevano far presto,
pigliar Tripoli, guernirla, e via[579]. La giornata passò in
ragionamenti e repliche, pro e contra, senza niuna deliberazione. Tanto
eransi oramai confuse le menti!
[2 marzo 1560.]
Ma la seguente mattina raunatisi un'altra volta sulla reale di
Giannandrea, presente lui stesso sur una seggiola alla meglio involto
nel capperone, e riprese le dispute con quelle nuove ragioni che
ciascuno aveva meglio ripensate nella notte, tutti deliberarono di
levarsi subito da quello stento, e di navigare contro Tripoli. Si era
sull'ordinare il viaggio e si allestivano già i segnali e le manovre per
quella rotta, quando saltando freschissimo il vento da Levante, si
rivolsero ancora gli animi del Medina e del Doria. I quali, sostenuti da
don Alvaro de Sande, e da pochi altri, fermatisi sulla prima parte della
deliberazione intorno alla partenza immediata, e veduto il vento opposto
alla gita di Tripoli, e favorevole al ritorno verso le Gerbe, vinsero
violentemente il partito per quest'ultima direzione[580]. Poco dopo
tutta l'armata, condotta quasi da occulta forza di fortuna avversa,
navigava col vento in poppa, filando dieci nodi per ora, tanto che la
sera medesima prima del tramonto dava fondo sulla testa boreale
dell'isola rimpetto alla capitale chiamata il Bazar[581]. Non parleremo
più di Tripoli: la principale impresa è finita. Veniamo a quest'altra.