CIRNI, 68: «_Ne restarono morti da XIIII, e feriti da XXV_.»

[566] BOSIO, 418, E: «_Dei Toscani intorno a cento cinquanta ne

uccisero, e tra essi cinque capitani, due alfieri, tre sergenti e

parecchi gentiluomini._»

CIRNI, 70, 71: «_Quei di Firenze a discendere in terra senza capo, senza

guida, senza ordine nessuno, come il fine che fecero lo dimostra._»

[17 febbrajo 1560.]

XXX. — Costretti a seguire la direzione e gli ordini del Medina, e già

costernati dalle continue disdette, non vedendo mai tra tante riprove

venirne una a' versi, tutti i capitani presero alli diciassette di

febbrajo la rotta per Tripoli, punto obbiettivo della spedizione,

secondo il disegno dell'anno passato, come se nulla di nuovo intanto non

fosse avvenuto. E sarebbero pur giunti a cavarne qualche effetto, dove

il Medina fosse stato più risoluto e più accorto. Andare avanti per la

piazza di Tripoli; posto che l'altra, cioè la persona di Dragut, si

mettevano dietro alle spalle.

Tripoli non era fortificata altrimenti che con una vecchia cinta, non

aveva presidio sufficiente, e poteva esser presa con presta battaglia di

mano, e un po' di scale: lasciando pur al Castello qualche altro giorno

per rimetterlo colle batterie o colle mine. Così promettevano i

cavalieri di Malta, cui era noto a palmo a palmo il forte e il debole di

quel luogo, dove per tanti anni avevano tenuto presidio. Al contrario il

Medina voleva trattenersi a mezza strada quindici giorni per vedere alla

rassegna chi era vivo, chi morto, e chi perduto, con altre miserie sue e

contrarietà altrui. Non temeva costui dare il tempo a Dragut di

provvedersi meglio in Tripoli: non pensava dare agio a Luccialì di

ritornarsene in gran brigata da Costantinopoli.

Ma temperando le nostre considerazioni, stiamo ai fatti suoi, e vedremo

che giunto a mezza strada poggia sulla destra, ed ordina a tutta

l'armata di dar fondo in un luogo chiamato il Secco del Palo, dove non è

porto alcuno, ma bonaccia perpetua per ogni stagione, anche nelle grandi

tempeste. Questa seccagna corre quaranta miglia da levante a ponente, e

si avanza venti miglia dentro il mare, composta da ampia platèa arenosa,

sollevata dal fondo circostante, e circoscritta da alto scaglione quasi

verticale. Al difuori della spianata il pelago s'innabissa, e al di

dentro l'acqua si assottiglia sopra venti e dieci metri di fondo,

digradando di un metro per ogni miglio fino al lido. I marinari

riconoscono agevolmente questo luogo alle schiume bianchissime intorno

ai lembi, alla chiarezza azzurrina dell'acqua interna, ed alla

incomparabil quiete distesavi sopra. La quale perpetua tranquillità è

conseguenza necessaria delle leggi naturali con che si propaga

l'ondeggiamento del mare; non potendo mai, in quella condizione di

fondale, svolgersi altrimenti le grandi onde tempestose, ma soltanto le

ondicelle di minima dimensione, e però innocue. Non marosi coi venti di

terra, perchè questi gonfiano al di fuori, e mettono quiete o un po' di

maricino presso al lido; non coi venti del largo, quantunque si voglia

rabbiosi, perchè le onde da essi sollevate non possono propagarsi sul

secco, ma devono rompersi le gambe e il corpo, urtando nello scaglione,

abbattervi la testa, e lasciar tranquille nell'interno le acque

seguenti. All'estremo limite, tra scanno e pelago, l'acqua si rimescola

e frange: ma il flutto istesso colla sua correntìa ti porta in salvo

sulla dolce spianata, dove trovi acqua sufficiente per ogni bastimento,

e fondo incontri buon tenitore di rena grossa. Da lungi verso ostro vedi

e non vedi le basse terre dell'Africa, rilevate da qualche capanna e dai

gruppi delle palme; ed in ultimo quel monte traverso, che per esser

simile nel colmo alla schiena del giumento è chiamato dai marinari

Groppa d'Alys, ed anche Groppa dell'Asino. Le notizie speciali di questo

mare bonaccioso, e le ragioni del fenomeno non ignote ai nostri antichi

marini, anzi esposte almeno in compendio dal Machiavelli, dal Bosio e

dal Crescentio[569], vadano per appendice ai lavori del chiaro

commendatore Alessandro Cialdi, mio nobile concittadino, da tutti

riconosciuto maestro di questi studî[570].

[28 febbrajo 1560.]

Dunque al Secco del Palo, durando le rassegne, gl'indugi, le minuzie e i

tempi contrarî (molestie oramai consuete), passarono quindici giorni; e

crebbero le malattie, le febbri e la mortalità della gente. Si

noverarono in così breve intervallo duemila morti; non solo di marinari,

di soldati e di uomini volgari, ma di principalissimi signori e

capitani; tra i quali fu sul punto di morire l'istesso Giannandrea, e di

fatto in pochi giorni pur di flusso venne a morte il colonnello Quirico

Spinola, cui il Doria nel mettersi a letto aveva lasciato il comando

delle sue galèe. Cresceva col mal governo la confusione dei governati: e

nella medesima tranquillità dell'ancoraggio per forza di venti mai più

veduti, e per negligenza di ormeggi non proporzionati al bisogno, alcuni

navigli sferrarono a rischio di perdersi. Ripeto sferrare nel senso

intransitivo, e talvolta prenominale, qui dove mi vien bene allegarne

gli esempî dei marinari, i quali nelle faccende proprie del loro

mestiere devono godere autorità altrettale che classica. Ne cito

parecchi, il primo del Bosio navigatore e storico, che al nostro

proposito ne scrive con queste parole[571]: «I tempi così furiosi si

messero che per memoria di alcun marinaro tali in quel Secco mai veduti

non si erano. Posciachè se bene ordinariamente è stimato quel Secco come

sicuro porto, stante la poca forza che le onde del mare possono avere in

quei bassi fondi, alcuni vascelli nondimeno furono costretti a sferrare.

E tale fu l'impeto del mare che trovandosi la nave Imperiale, capitana

delle altre navi, sorta vicino al galeone della Religione, sforzata dal

furore delle onde, con qualche mal governo dei marinari suoi, urtando

nel detto galeone, si ruppe e si fracassò; non ricevendo però il galeone

quasi danno alcuno, per essere di fabbrica saldissima. Onde parve

miracolo che egli non si perdesse, come la detta nave Imperiale si

perdette; la quale sì fattamente sdrucita e rotta ne rimase che si

affondò. Avvegnachè essendosi poi quietati alquanto i tempi, prima che

ella finisse di andare in fondo, fosse dalle galere rimorchiata più

verso terra ad incangliarla: dove le genti, le armi e le artiglierie si

salvarono; rimanendo però quasi tutte le munizioni e le vettovaglie in

preda del mare.» E non fu sola nelle gravezze la nave Imperiale, chè

altri ed altri grossi bastimenti patirono avarie, e fecero gettito e

sperpero, massime dei corredi di ricambio e degli abeti di

rispetto[572]. Sbigottimento di animo, rilassatezza nella disciplina,

litigi per frivolezze, investimenti e perdite per negligenza: attorno i

rottami, e a quando a quando il tonfo dei cadaveri che si gittavano

insaccati nel mare[573].

Supremo rifugio gli afflitti all'estremo di tanta distretta trovarono

nel conforto dei sacerdoti, sotto la guida del vescovo Arnedo, eletto di

Majorica, e cappellano maggiore dell'armata. Essi agli spedali comuni

sui grippi, essi nelle corsìe del galeone di Malta, essi nelle

infermerie particolari di ciascun naviglio, al pubblico servigio degli

infermi, come già prima in Afrodisio. Da Roma erano venute amplissime

facoltà e grazie spirituali per chiunque appartenesse all'armata, e i

cappellani ne erano i distributori[574]. Così passarono i quindici

giorni dell'indugio, consumandosi l'armata nell'aspettare dalla parte di

Sicilia il supplimento della gente e delle provvigioni, e il soffio del

vento favorevole per andare a Tripoli.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 181 / 213 题