NOTE:

[499] ANNIBAL CARO, _Lettere scritte a nome del cardinal Farnese_, in-8.

Milano, 1807, III, 166: «_All'Ardinghello. — Per questo effetto medesimo

disegnano di mandare un Prelato alla corte di Francia; ed è stato

proposto il Bozzulo o Pola, quando non li mandi uno dei Nipoti, a che il

Papa non inclina: e voleva che venisse il signor Flaminio, il quale se

n'è scusato garbatamente._»

[500] BOSIO, 377, C: «_Arborati i gagliardetti e le bandiere di san

Giovanni per farsi con esse (come il Fouroux astutamente diceva) agli

infedeli più formidabili._»

[2 febbrajo 1557.]

XX. — L'arduo punto adunque è superato, la galèa fuggitiva ripresa, e il

rapitore in prigione. Ma non istà tutto qui. La cattura del Moretto ha

ad essere tra i principi cristiani quel che si dice nelle favole

dell'aureo pomo tra i numi. E la prima questione deve cominciare qui

subito in mezzo al mare tra il cavalier Francesco e il capitan Pietro,

chiedendo quegli ragione all'altro della fede violata con tanto spregio,

senza metterlo a parte de' suoi disegni; anzi servendosi di lui come di

zimbello nella caccia, al fine di allettare l'avversario. E già

Francesco di Lorena metteasi in punto d'investire Pietro di Provenza per

ricattare a libertà il Moretto ben conosciuto da lui e da tutti i

Maltesi, e munito di amplissime commendatizie dal Grammaestro. Certo

così avrebbe fatto, anche a costo di un combattimento, se il Fouroux non

gli si fosse raccomandato, mostrandogli l'ordine esplicito che di ciò

aveva dal Papa. Nondimeno Francesco e i suoi vollero solenne promessa

dal medesimo Fouroux di tornare incontanente colle tre galèe a Malta; e

di rimettersi colà, senza altre frodolenze, alla decisione del

Grammaestro e del suo Consiglio.

Con questo le tre galèe volsero a Malta: e alli due di febbrajo del

cinquantasette, per volontà del Principe entrarono nel porto grande

della città, dove subito subito tutto il Convento fu sossopra. Il priore

di Francia e il cavalier d'Aumale non volevano scrupoli sulla coscienza,

nè onta all'onore, nè taccia di traditori, nè macchie di sangue pel

supplizio d'un uomo preso con inganno all'ombra del loro stendardo al

fine di condurlo altrove a morte ignominiosa. Gli altri Cavalieri,

secondo i diversi partiti, propugnavano diverse sentenze: chi voleva

impiccato il ladro per vendetta dell'oltraggio fatto al Papa, al re

Enrico e a Piero Strozzi; chi domandava la libertà di un capitano

valoroso, e munito di patenti e commendatizie dal re di Spagna, dal duca

di Savoja e dal principe Doria; patenti riconosciute già e accettate per

valide in Malta. Il vecchio Grammaestro tentennava: consapevole degli

umori boglienti dei suoi Cavalieri, temeva di offendere, e non sapeva

chi scegliere tra Francia e Spagna, tra Roma e Savoja: pigliava tempo. E

intanto il Moretto, che capiva il grandissimo suo pericolo, e che era

stato un po' francese e un po' spagnuolo, parlava le due lingue secondo

il genio di ciascuno. Appellava all'onore, chiedeva protezione, scriveva

memoriali, non rifiniva di toccare i tasti più delicati, se pur gli

venisse fatto di uscirne vivo.

[Marzo 1557.]

Divulgatasi poi la cattura del Moretto e la questione del Fouroux, come

se tutto il precedente fosse nulla, crebbero a doppio i fastidî, e

sbucarono da ogni parte i creditori contro l'uno e contro l'altro. I

Signori veneziani, per conto del capitan Bernardi e di altrettali,

chiedevano il compenso dei danni patiti dal Moretto, ed a sicurezza dei

crediti il sequestro della galèa, dei beni e della persona. Molti altri

al modo stesso ricorrevano contro il Fouroux, protestando angherie, e

chiedendo danari, Marin de Luca ragusèo, Niccolò Piccaluga sciotto,

Antonio Cassigero siciliano, Pietro e Giovanni Lomellini del Campo,

Antonio Giustiniani, ed altri mercadanti genovesi e levantini da lui

medesimo danneggiati nelle precedenti scorrerie; tanto che bisognò

imprigionare anche il Fouroux, e mettere eziandio il sequestro

sull'altra galèa[502]. Cose di piccolo momento sembran queste, ma ove

andassero neglette ne patirebbe discapito la storia, la cui integrità

deriva dai fatti di ogni maniera, tanto grandiosi, che minuti. In questo

modo l'hanno intesa i classici latini e greci e di tutte le nazioni,

infino al Bartoli e al Colletta, per non dir più. Senza fatti non v'ha

certezza nè ragionamento di cause e di effetti, di conseguenze e di

principî: in somma sui fatti e non sulle nuvole poggia la filosofia

della storia. Io non mi appello a situazioni, come dicono, fatali; nè

seguo la forza ignota del destino, nè mi lascio menare da arcane

necessità preesistenti. Vado coll'italica scuola sperimentale, e soffio

sulle nebbie del settentrione. Sembrano alte le nubi, pajon sublimi; ma

tornano vuote, come ognun sa pel fatto d'Issione. Senza confonderci nei

vani amplessi, tutto si spiega lucidamente quando si intende con

chiarezza. Mettete insieme la verità dei fatti, la giustizia de'

diritti, la legge di natura, il giuoco delle passioni e l'ordine dei

tempi, e voi avrete senza tanti stenti i principî e le conseguenze, i

motivi e gli ostacoli, le cause e gli effetti: in somma avrete tutto il

raziocinio, e compiuta la filosofia della storia. Ora ci vediamo

crescere innanzi il potere e l'accentramento dei principî, e cadere

tutto in un fascio il sistema dei baroni, dei comuni e dei venturieri

per terra e per mare. Sappiamo che la fine deve rispondere

all'alterazione del principio: quindi dobbiamo vedere la caduta dei

baroni per la grandezza delle soperchierie, la fine dei comuni per la

universale corruzione, e similmente la fine dei venturieri per la

stranezza delle avventure. Dunque volendo chiarire a me stesso e ai

lettori il principio e la fine di costoro, raccolgo gli strani successi

dell'ultimo capitano di ventura, come ho fatto pei primi: e scendo a

tutti quei particolari che ne hanno a decidere la sorte, e che a

niun'altra storia forse meglio che alla mia possono convenire. Qualche

schifiltoso parla di fatterelli. Io dico tanto necessaria allo storico

la cura dei particolari, quanto al pittore la sottile macinatura dei

colori; e quanto al naturalista il minuto conto dei micrometri. Trovo

nel Pallavicino l'istesso concetto, quando scrive[503]: «Essere in ciò

simigliante la fisica in formare le sue posizioni, e l'istoria le sue

narrazioni: che l'una il fa col riscontro di molti effetti, e l'altra di

molti detti.» Il Cardinale, come savio, non intende di detti vuoti e

vani, ma rispondenti a fatti positivi ed importanti, così grandi come

piccoli nella loro specie. Tutto il criterio di chi studia sta nel

coglierne il valore, non ostante la piccolezza; e nel trovare il legame

dei principî e delle conseguenze. Così pure colle parole e coi fatti ne

insegnò quel grande filosofo italiano, cui la caduta d'un sassolino

dalla torre, e l'oscillazione d'una lampada nella chiesa (minutissime

osservazioni, da niun altro prima curate), dettero argomento per

determinare le leggi della gravitazione, e per condurre nuove teorie

dalle pietruzze e dalle lampade infino agli astri.

La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 2 · 第 160 / 213 题